sinceramente

E alla fine ho scoperto di essere un personaggio scomodo – per me stessa. Ho capito che quello che prima temevo, ma vagamente, ora succede: ci sono persone che hanno sentito il mio nome e letto il mio blog e preferiscono tenermi alla larga per paura di ritrovarsi sputtanati o perché non gli piace quello che scrivo.

Ci avevo pensato, tempo fa, riguardo alla questione della notorietà. Tutto quello che facevo, dalle proteste al giornalismo, alla scrittura, poteva portarmi verso una maggiore notorietà. La notorietà può significare riconoscimento, aiuto, guadagno: tutte cose di cui ho bisogno. Se l’avessi raggiunta, però, le persone avrebbero conosciuto la mia faccia e il mio nome, e sarei valsa meno come osservatrice. Qualche potenziale osservato si sarebbe allontanato dal mio sguardo.

Ora sono un poco, ma non tanto, più nota di prima, e cominciano i problemi.

Non aiuta che quello che faccio sia così ibrido. Come devo presentarmi? Non nascondo a nessuno di avere un blog, che ha il mio nome e cognome, ma un blog cos’è? Davvero: cos’è?

Un giornalista si presenta come tale; ma io non sono più una giornalista. Inoltre, il giornalista solitamente non collabora a ciò che racconta ed è obbligato, anche se non sempre, a una pretesa di imparzialità: io come “blogger” sono onesta ma non imparziale – mi sono dovuta creare un’etica diversa per quello che facevo come giornalista rispetto a quello che scrivo liberamente sul blog. E mi sono fatta parecchi esami di coscienza, interrogandomi su questa mia ambiguità.

Ci sono dei giornalisti, forse i migliori, che sanno immergersi in quello che raccontano, prendere parte, eppure raccontare verità. Spesso si tratta di giornalisti scrittori, spesso raccontano qualcosa che hanno fatto prima che qualcuno li prendesse sul serio (e perdono amici), oppure, suppongo io, hanno una fama tale che li protegge dal rischio di insuccesso.

Lo scrittore è quello che ruba dalle vite altrui per dar da mangiare ai suoi romanzi. Lo sanno tutti. Ma il romanzo protegge, trasforma e trasfigura. Io ho avuto i miei bei problemi nonostante questo: parenti, amici e conoscenti si cercano nei miei libri, e magari si trovano, si risentono e forse si addolorano. Io penso che opportunismo, indiscrezione e forse anche una forma di slealtà siano indispensabili per il buon scrittore. Non può essere altrimenti. Le persone vogliono mostrare il lato migliore di sé ma vogliono anche leggere del lato peggiore degli altri.

Orhan Pamuk, a quanto ho letto, a proposito delle questioni sorte in famiglia riguardo a un suo libro decise che la priorità era che il libro fosse bello. Altro non so, ma di sicuro è difficile dare un dolore alla propria famiglia – anche per chi ne ha subiti. Inoltre esistono persone molto permalose.

Ci sono romanzi che raccontano di altre persone cambiando solo i nomi e altri più discreti. Io cerco di scriverne della seconda categoria, anche se chi mi conosce mi sgama subito. D’altronde, il mio obiettivo primario non è dissimulare. Comunque, mi sono data delle regole: nessuna persona compare pari pari nei miei libri, a meno che non lo chieda. Ho assecondato una sola richiesta di questo tipo, per un personaggio secondario e da parte di una persona che conoscevo bene, e comunque anche in questo caso le circostanze erano inventate. Cerco anche di non copiare, ma alle volte fatico a trovare il confine tra raccontare la realtà in forma di narrativa, e copiare. In fondo, viviamo nello stesso mondo che raccontiamo.

Notare che bisogna stare attenti e darsi regole prima che i libri abbiano, eventualmente, successo – bisogna prendersi sul serio anche se gli altri potrebbero non farlo mai.

Sono anche molto discreta nel blog: parlo di me ma mai di gusti specifici, persone vicine, famiglia (se non per circostante anagrafiche o socioeconomiche facilmente verificabili). Evidentemente non basta. Ogni singola affermazione riguardo a una conversazione a cui ho partecipato può offendere; ogni singola critica a un comportamento riguarderà almeno uno dei miei conoscenti che lo tiene.

A nessuno piace trovarsi descritto a tradimento, ma io non posso avvertire tutti di ogni minimo commento che li riguarda e che pubblico.

Ho appena parlato con una persona del “veterocomunisti” che ho dato in un commento ad alcuni dei volontari di Rifondazione: lo leggeranno mai? È offensivo? Ci rimarranno male? Le parole hanno anche una loro ambiguità: per me un veterocomunista è una persona che crede in qualcosa – ma a nessuno piace sentire il termine più dispregiativo che definisce il proprio ideale.

Non posso presentarmi come giornalista, dunque, e quello che scrivo non è solo romanzato ma anche letterale. Sono in una situazione difficile. Peggio ancora, nessuno mi paga per il blog e per vendere libri devo dipendere dalla stessa notorietà che poi mi si potrà ritorcere contro. E come se non bastasse, essere conosciuta non aiuta necessariamente a vendere i libri, la mia unica fonte di reddito legata alla scrittura: uno può leggere volentieri il blog ma non se deve pagare, oppure può apprezzare la mia prosa ma non i miei romanzi. In un certo senso, rischio cento per avere uno. Uno potrebbe dirmi: trovati un lavoro. Ma io adesso vorrei che questo fosse il mio lavoro. Se non può esserlo, è solo per due motivi possibili: uno è che mi manca una o più delle qualità necessarie per farlo, e allora è inutile protestare; l’altro è che dipendo per il mio successo da persone che hanno qualche motivo al di là della qualità per non volermi sostenere. Sto ancora cercando di capire quale dei due è il mio caso.

Il paradosso è che io sono una minaccia perché mi presento a volto scoperto. Nota o meno, una persona che si palesa come faccio io susciterà sempre diffidenza. Ricordo quando ero in val Susa la prima volta, da sola e sconosciuta a tutti: ho incontrato tanta disponibilità e fiducia ma anche dei sospetti. Chi è questa qui? Perché si muove con tanta incoscienza? C’era chi non si fidava di me perché non avevo paura di niente. Neanche dei poliziotti. Poi ho perso quest’innocenza ma ho fatto l’errore di dire come.

Questo post non è solo uno sfogo, perché se così fosse dovrebbe rientrare in quell’ulteriore categoria di scritti che uno si tiene per sé. Il suo senso è la riflessione su quello che sta dietro a ogni cosa che leggiamo. Non si può scrivere niente senza essere presenti, ma più a fondo andiamo più abbiamo bisogno della fiducia altrui, e più a fondo andiamo, più chi ci parla avrà paura.

In inglese esiste l’espressione fly on the wall, mosca sul muro, per esprimere il desiderio di assistere a una scena non visti. Noi esseri umani non siamo mosche, ed è quasi impossibile scomparire; l’osservatore altera l’osservato, e il sapersi ascoltati, e da chi, altera il comportamento. Dopo anni di rimproveri ho imparato a fare attenzione a quello che dico al telefono, anche se l’unica cosa di illegale che faccio è andare in bici contromano ogni tanto, per ridurre il rischio di essere investita.

Quando finiamo sul giornale, ci accorgiamo quasi sempre che la nostra storia è raccontata sbagliata, ma quando ci finiscono gli altri, tendiamo a credere a quello che leggiamo. In generale ci ricordiamo di non credere solo quando siamo costretti o ci conviene. La realtà mediata non può che comporsi di tante voci, di cui una corregga i pregiudizi dell’altra, e io sono sempre stata felice di contribuire con la mia. Ora mi sono accorta di aver parlato troppo forte.

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11 risposte a “sinceramente

  1. Ciao Gaia,
    io scinderei il problema in due contesti: quello dello scrivere romanzi e quello d’essere autrice di un blog. Sul primo sono portato a pensare – anche se non ho mai scritto un romanzo, e quindi le mie idee lasciano il tempo che trovano – che si possa scrivere un romanzo anche senza aderire troppo alla realtà e ai personaggi che ci circondano – a meno di non scrivere dei romanzi di denuncia sociale, per cui si è portati in qualche modo a trascinare nel libro contesti e comportamenti che in qualche modo richiamano personaggi della vita reale -.
    Un gioco che facevo spesso coi miei fratelli – quando eravamo piccoli – era quello di inventare «le vite» di perfetti sconosciuti che per qualche motivo ci capitavano sotto gli occhi: da un gesto, un accento o un abito ognuno di noi faceva le sue ipotesi sul lavoro, la famiglia, le origini dell’«esaminato», e alla fine venivano fuori dei veri e propri personaggi (in cui ritengo plausibile che i soggetti reali non si sarebbero mai riconosciuti per ovvi motivi). Io credo che più che mettere a nudo gli altri, un autore metta a nudo se stesso quando scrive, in quanto con le sue parole svela ai suoi lettori in che modo vive o pensa la realtà o i mondi che fantastica. Ma probabilmente chi scrive ha proprio quest’urgenza, per cui non dovrebbe essere in fondo un problema.

    Quello delle ‘ritorsioni’ da blog francamente mi sembra assurdo: chi esprime giudizi ed opinioni dovrebbe avere l’onestà intellettuale di non temere che le sue idee siano riportate in un blog. Se tu scrivessi di confidenze riportate da terzi, potrei anche capire; ma tratti sempre ed esclusivamente temi pubblici. Allora, qual’è il problema? Provincialismo piccoloborghese? Manco che il tuo fosse un blog scandalistico.

  2. Riguardo ai romanzi, ovviamente la mia è solo un’opinione personale perché ognuno scrive e legge a modo suo. Si può andare da un estremo all’altro: da cambiare solo i nomi, o neanche quelli, a inventare tutto. Il fatto è che secondo me la letteratura è sempre uno specchio della realtà, anche la più fantastica: pare che Tolkien prendesse spunto dalle sue esperienze in guerra, dai totalitarismi, e dal progresso tecnologico disumano per scrivere i libri che fondarono il genere fantasy. E persino le parti fantastiche nascevano dalla conoscenza di miti e fasi storiche effettivamente appartenenti all’Europa; le storie d’amore, quasi tutte uguali, sembrano copie di quella molto felice con la moglie.
    A me come lettrice piace trovare qualcosa di “vero”, in senso lato, in ciò che leggo: comportamenti, caratteristiche, dinamiche interpersonali… inventare per passatempo può essere divertente, ma non è la sola base della letteratura. Altrimenti, a mio giudizio, saltano fuori libri alla Baricco: ben scritti e pieni di trovate, ma che non dicono assolutamente nulla.
    Anche se lo scrittore mette a nudo solo se stesso, difficilmente avrà vissuto in una bolla: in quel ‘se stesso’ ci saranno anche i rapporti familiari, amorosi, sociali, che per quanto mediati dall’invenzione avranno qualche fondamento nell’esperienza. Ci sono romanzi che ruotano attorno a un singolo individuo e altri corali, e in quest’ultimo caso l’aver osservato, ascoltato, anche ficcato il naso, è indispensabile per creare personaggi e situazioni credibili. Jack Kerouac raccontò delle proprie peregrinazioni, ma siccome viaggiava con qualcuno di realmente esistente e teneva comportamenti molto controversi per l’epoca, per raccontare la sua storia dovette almeno cambiare i nomi. Non credo che fece una gran differenza, ma il libro di Kerouac è la testimonianza di una generazione, non di una sola persona, e la generazione che si racconta attraverso gli autori beat al tempo stesso anche si espone alla condanna altrui.
    Hemingway prendeva ispirazione da persone reali, alle volte quasi pari passo, e credo che questo gli creò dei bei problemi. Eppure la forza dei suoi libri non sta solo nell’introspezione ma anche nell’universalità e nel senso di realtà delle storie che racconta. Se avesse guardato solo ed esclusivamente se stesso non ce l’avrebbe fatta.
    Riguardo al blog, ti faccio un esempio: questo post. Leggendolo, un vigile potrebbe pensare che sono per l’appunto una rompicoglioni, e che è meglio stare alla larga da me perché non faccio altro che criticare e denunciare. Anche se non mi conosce personalmente.

  3. Sono ovviamente d’accordo con te sull’attingere dal proprio vissuto personale, per quanto riguarda la questione dei romanzi: si scrive per come si è, e si è per come si è vissuto. Quello che volevo dire è che se ci sono degli aspetti universali dell’umano che ci colpiscono, e di cui abbiamo conoscenza perché appresi da chi ci sta intorno, forse possiamo sforzarci di narrarli proiettati su personaggi completamente differenti da chi li ha vissuti nella vita reale, il che dovrebbe essere possibile proprio grazie alla loro universalità. Un lutto, un innamoramento, un tradimento, un errore esistenziale, chi di noi può dire di esserne stato esente? Io immagino che le persone che tendano a riconoscersi in un libro, lo facciano invece per una sommatoria di tratti caratteriali, fisici, di episodi della propria vita, che capitano tutti contemporaneamente allo stesso personaggio. Uno perciò esclama: “ma allora questo sono io!” anche se lo si è camuffato fisicamente, descrivendolo come bruno, anziano ed egoista, mentre nella realtà è biondo, giovane e generoso.
    Se il romanzo è di tipo autobiografico – o riconducibile direttamente al proprio vissuto, come per Kerouac o Hemingway – beh, allora c’è poco da fare: però quella è una scelta che si fa a priori, mettendo in conto le inevitabili conseguenze che discendono dal ‘saccheggiare’ le esistenze di persone realmente esistenti. Li la trasposizione non c’è, proprio perchè non la si vuole: si vuole descrivere la guerra contro Franco per come la si è combattuta, la pesca al Blue Marlin per le emozioni che ci ha regalato, la beat generation per come la si viveva all’epoca.
    Forse la grandezza di uno scrittore sta proprio nell’oggettivare e nel rendere così tanto universali le vicende dei propri personaggi, che i lettori che vi si immedesimano non dicono «ehi, ma quello sono io!», bensì «uh, guarda: è proprio come è successo a me!», anche se il romanzo è stato scritto secoli addietro, e in un contesto culturale completamente differente.

    Quanto alla seconda questione: è il rovescio della medaglia dell’essere una fustigatrice degli altrui (dannosi) costumi. Però guarda il primo commento del post: è il dritto della medaglia. Ogni cosa ha un suo prezzo…

  4. Sì, non volevo fare la vittima. Se ti esponi paghi, certo, solo che non mi aspettavo che ci fossero persone così spaventate all’idea di una critica da volermi tenere lontana da loro. Immagino che non siano molte, anche perché evitarmi richiede fatica 🙂
    Riguardo alla letteratura, il discorso si fa infinito. Ci sono tantissimi livelli di “realtà” letteraria, però sicuramente una difficoltà è la coerenza: è vero che certe esperienze o emozioni sono universali, ma ognuno le vive a modo suo, e quando il personaggio subisce un lutto e si dispera, per esempio, il suo disperarsi dev’essere coerente, o in sensato contrasto, con tutto quello che sappiamo di lui fino a quel punto. Altrimenti avremmo solo dei collage di avvenimenti e i lettori (o spettatori, se è un film o un’opera teatrale) avrebbero quella sgradevole sensazione di trovarsi di fronte a una forzatura, a qualcosa che lo scrittore ha deciso di far succedere ma che non è per nulla naturale. Anche le caratteristiche fisiche a volte servono: se una donna è bella vivrà diversamente, sotto certi punti di vista, rispetto a una considerata brutta, perché gli altri le tratteranno diversamente.
    In fondo quando leggiamo sappiamo che è tutto finto, però ci emozioniamo e ci scervelliamo per capire le motivazioni dei personaggi come se esistessero davvero. Questo solo se lo scrittore è stato in grado di renderli “vivi”, e alle volte il prezzo per questo è che abbia attinto apertamente alla propria esperienza e alle proprie conoscenze. Anche il contesto dev’essere reale, per cui chi scrive è facile che prenda ispirazione dalla propria vita sociale.
    Poi lo scrittore muore, tutti quelli che lo conoscono muoiono, e come dici tu rimane solo, se il libro lo meritava, l’aspetto universale. Anche se alle volte il desiderio di sapere è così forte che non si smette mai di chiedersi quale donna avesse amato Shakespeare.

  5. Aggiungo un’altra cosa. Ci sono persone che hanno un libro dentro di sé, una sola storia da raccontare, e per il resto del tempo vivono la propria vita facendo altro (a meno che non si imbattano in qualche furbo editore che li spremerà facendogli ripetere la stessa solfa che vende in mille salse diverse). Ci sono invece quelli che continuano a scrivere tutta la vita. Per quanto interessante questa possa essere, difficilmente, o almeno così pare a me, potrà essere la fonte esclusiva di tanti libri. Chi da subito, chi poi, tanti iniziano a descrivere persone diverse da sé. Come fanno? Secondo me è perché guardano e ascoltano, poi scrivono. Questa è la “slealtà” a cui mi riferivo: poter conoscere la storia più intima di una persona e arrogarsi il diritto di raccontarla. Anche se tante cose cambiano, anche se il personaggio è diverso, la storia è comunque “rubata”. Oppure sono rubate delle considerazioni, delle sensazioni, dei ricordi…
    Fino a che punto ci si può spingere? Mi sono interrogata molto a lungo su questo, per esempio quando facevo ricerche per il mio secondo romanzo. Che diritto avevo io di raccontare il dolore altrui? Se per quanto la mascherassi la matrice rimaneva evidente, mi sarei forse dovuta fermare? Faceva differenza se il libro poi veniva male o bene, o contava solo la buona fede?
    Penso che ci sia chi apprezza il trovarsi in un libro o in un racconto, o in una canzone, per vanità o per sentirsi capito e meno solo; penso anche che ci sia chi si sente ingannato, invaso, derubato. C’è anche chi si vede dove non c’è. C’è anche chi mette apposta persone riconoscibili, per mandare un messaggio.

  6. Tu rappresenti certamente una minaccia al quieto vivere. Il tuo pensiero è razionale, ben argomentato. L’onestà intellettuale toglie ogni appiglio alle faziosità altrui.
    Semplicemente più sarai Gaia Baracetti (quella che conosco da queste pagine) meno piacerai (a tutti).
    Il tuo mantenere autonomia di pensiero, capacità di osservazione e di critica ti mette nella posizione più sfavorevole: la maggior parte delle persone ha una parrocchia – se non due o tre – nella quale riporre la crapa per un riposo eterno precoce.
    Tu non hai questa possibilità. Se sarai Gaia camminerai spesso da sola. Molte persone ti avverseranno perché tu smascheri le loro credenze, le loro ipocrisie. Buddisticamente devi esser grata loro perché ti esercitano e ti eserciteranno.
    Fedele alla Gaia linea! (:

  7. 🙂
    Una cosa spiacevole che ho notato, e lo dico di nuovo non per fare la vittima ma perché può essere interessante, è che certe persone quando mi dicono qualcosa esitano o fanno capire di aspettarsi una mia reazione sfavorevole. E appena qualcuno si accorge di una mia incoerenza, apparente o effettiva, me lo fa subito notare. Per il mio compleanno si era rotto il cellulare vecchio e ne ho comprato uno nuovo da cento euro, anche per motivi pratico-attivistici quali la possibilità di fare foto o registrare audio e video: non ti dico quante ne ho sentite, da persone ovviamente con cellulari più costosi del mio. È stato interessante.
    È la stessa cosa con qualsiasi codice morale, che sia razionale o meno: un omosessuale si sentirà a disagio con un cattolico praticante, un carnivoro con un vegano, e così via, e magari si vendicherà riscontrando le incoerenze altrui. Se però il codice morale è minoritario in una società, perché nella decrescita credono ancora in pochi, la tensione può essere ancora più alta.
    L’ideale sarebbe rispettare la libertà di scelta altrui, e al tempo stesso trovare lo spazio per esporre le proprie idee, ma non è per niente facile, soprattutto quando si tratta di rapporti affettivi in cui il giudizio è un bell’ostacolo. Cosa devo dire, per fare esempi ipotetici, a una persona che mi racconta della sua terza vacanza in aereo in un anno, o mi dice di essere incinta del terzo figlio? Cosa fare quando qualcosa che dà gioia a un altro è un problema per il pianeta? Anche se non dici niente, chi ti parla sa o crede di sapere cosa stai pensando, e non si sente sereno.

  8. Un compagno del gas, anarcomunista ma anche libero pensatore mi ricordava il valore di un insieme minimo di incongruenze. Semplicemente NON puoi essere coerente su tutto e non lo devi essere, perché sei un essere umano.
    Del resto un pensiero autenticamente spirituale non può che riconoscere il valore della trasgressione come il miglior modo per conoscere i limiti e per voler bene loro. Puoi rispettare i limiti solo se li conosci e se sei benevolente con loro per averli frequentati.

    Qui si ritorna pure anche alla questione estetica: poiché tu non sei una racchia magnacarote brufolosa, senza ovaje e stupida, poiché tu dimostri che si può vivere bene, anche edonisticamente, ecologicamente, esteticamente ed essere “ganzi” senza intrupparsi nel gregge consumista e stupido che fa terza vacanza in aereo in un anno senza conoscere le meraviglie che ci sono a pochi km da casa; poiché sei testimone di questo starai sempre più su palle e ovaje altrui.
    Essere esempio con la vita è straordinariamente sovversivo perché non ti potranno sminuire dandoti della sola teorica, della parolatrice che predica cose impossibili.

    Comunque è molto importante anche frequentare culture diverse.
    Perché… le puoi infettare! >;)

    Basta complimenti che sennò ti monti la testa, Gaiaccia.

  9. Questa la massima del giorno di oggi al login di una delle mie Gentoo:

    Per ogni buona impressione che si produce ci si fa un nemico.
    Per godere della popolarita’ bisogna essere mediocri.
    — Oscar Wilde

  10. bello questo post, Barbace !
    Francesco

  11. grazie 😉

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