supermercati

C’è chi vede le rinunce materiali come imposizioni, sofferenze, complicazioni, addirittura ingiustizie. Ma se ne si capisce il senso, se le si sceglie liberamente (finché si può) in cambio di qualcosa di più grande, non solo sono un piacere, ma anche un divertimento. Come posso non essere felice di mangiare pochissimo pesce, sapendo in che stato si trovano i mari e gli oceani di tutto il mondo? Come posso non essere contenta di esercitare la mia creatività nei piatti vegetariani quando leggo che secondo alcune stime l’allevamento sarebbe responsabile addirittura della metà delle emissioni mondiali di gas serra? È una gioia anche non avere animali domestici, sapendo che le persone muoiono di fame in un mondo in cui i cereali vengono coltivati per darli da mangiare ad altri animali, che poi daremo da mangiare ai nostri animali, senza curarci che nel frattempo i loro fratelli selvatici, quei pochi che restano, quelli che non esistono per noi ma per se stessi, rischiano l’estinzione anche a causa dell’espansione dell’agricoltura, di cui i nostri cani, gatti, criceti e canarini sono complici. Riguardo al divertimento, un’amica l’altro giorno mi ha detto che da quando organizza feste del baratto non compra più vestiti. È più divertente e di gran lunga più ecologico che comprare vestiti nuovi. Io, invece, ho una nuova sfida: dopo il vivere senza macchina, anche vivere senza supermercati. Questa in realtà non è stata una mia idea: la mia propaganda sta creando mostri che mi superano in radicalismo 🙂

Voi direte: perché, cos’hanno che non va i supermercati? Innanzitutto, sono posti spiacevoli. Più sono grandi e illuminati più mi mettono angoscia, per non parlare del bombardamento acustico che si subisce entrandovi, con radio commerciali, pubblicità e pessima musica; per un periodo ho fatto la cassiera in un Panorama, ed era un lavoro monotono ed alienante (per fortuna non ci sono stata abbastanza da farmi venire anche mal di schiena e sindrome del tunnel carpale). A parte questo, i supermercati non appartengono ai singoli ma alle catene, oppure a chi detiene una licenza per cui comunque versa qualcosa, e quindi portano via una parte del guadagno lontano dal territorio e spesso anche all’estero. Un negozietto indipendente, invece, genera ricchezza dove si trova e non altrove. I supermercati tengono i prezzi bassi imponendo le condizioni ai fornitori in virtù del loro potere negoziale, difficilmente vendono merce locale, e alimentano quel distacco tra produttore e consumatore così tipico dell’età moderna, per cui non si sa più cosa è di stagione e cosa no, cosa è prodotto localmente e cosa è importato. Inoltre, spesso costruiscono su terreno verde contribuendo al consumo di territorio. La tanto virtuosa Coop, dalle mie parti, sta edificando un ecomostro dietro l’altro, e tutti a farci la spesa perché la Coop è “meglio degli altri.”

I supermercati illudono il consumatore di risparmiare e invece lo invitano all’acquisto di ciò che non gli serve con offerte di ogni genere, sconti, confezioni esagerate e tecniche di marketing quali spostare continuamente sale, zucchero e farina così da costringere il cliente a vedere grandi quantità di merce non necessaria mentre cerca quella che gli serve.

Come faccio, quindi, senza supermercati? Non è poi tanto difficile: in fondo sono un’invenzione moderna, e l’umanità esiste da migliaia di anni. Vado al mercato della Coldiretti, due volte alla settimana, in centro. La merce costa poco, è locale e di stagione, e solitamente molto buona; ormai conosco i venditori: quello che ha portato i cioccolatini ad Halloween, quella che ha le galline di cortile, quello scazzato, quello che cerca sempre di rifilarti verdure strane che non hai mai sentito nominare, però ti insegna che dell’erbette* si mangiano anche le foglie… ormai sono affezionata ai contadini, al via vai di quella piazza e al tenue vociare che senti tra le bancarelle (tenue, siamo a Udine, si grida solo per mandare a fanculo qualcuno per strada). Puoi chiedere informazioni su come il cibo viene prodotto e chiedere di visitare gli allevamenti.

Altrimenti vado al biologico, agli ortofrutta di quartiere, e alle cooperative per il latte. Perché comprare latte prodotto in Friuli al supermercato, arricchendo qualche tedesco sconosciuto, quando gli stessi produttori si organizzano in cooperative e aprono negozi con i latticini di Basiliano, di Coderno, di Fagagna?

Il problema sono le cose per il bagno e le pulizie. Qualcosa si trova nelle erboristerie e nelle drogherie, oppure su internet (ma cerco merce italiana); altri prodotti solo nelle catene tipo Acqua e Sapone, ora Tigotà, che mi risulta sia italiana ma a cui vorrei estendere il boicottaggio.

Nel complesso, non crediate che io spenda di più. Compro solo il necessario, cucino molto partendo dagli ingredienti (mi sono messa a fare da sola il dado brodo, la pasta all’uovo, le tortillas, i falafel e lo sciroppo di sambuco), cerco di non buttare via niente (mangio anche le foglie del sedano e delle carote, se sono fresche) e quello che posso lo tengo sul terrazzo.

So che posso risultare antipatica: io faccio così, io faccio colà, sono brava… Le persone spesso non hanno tempo, mi rendo conto, o devono cucinare per tutta la famiglia. Anche i bambini però possono essere coinvolti in queste cose e dare una mano, mentre spesso, almeno così mi pare, sono abituati a trovare già tutto pronto sulla tavola.

Io non sono né contro la tecnologia di per sé né contro la modernità – altrimenti non avrei un blog. Questo esaminare le cose che compongono le nostre vite, e cercare di scartare le più dannose scoprendo sempre nuove alternative, non è un rifiuto dell’ingegno umano e dei progressi nelle conoscenze, ma un tentativo di rendere il mondo migliore e al tempo stesso di dare il giusto valore alla terra e al lavoro altrui.

* Perché cavolo si chiamano erbette proprio quelle lì? NON SONO erbette!! Sono radici, lo vede chiunque! Hai a disposizione il nome “erbette” da dare a un ortaggio, e lo affibbi proprio a quello che non è un’erbetta! Che fastidio.

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18 risposte a “supermercati

  1. Mentre tu saggiamente eviti la grande distribuzione, nel mondo succede questo. E’ bellissimo sapere che le grandi corporates investono miliardi non per migliorare la qualità o la biosostenibilità dei prodotti che vendono, ma trovare il modo più efficace di vendere e basta:

  2. Scusami Gaia, puoi correggere il primo link del mio post con questo:

    http://www.neuromarketingworldforum.com/

    Purtroppo la mia vecchia tastiera sta perdendo il CTRL sinistro, e i cut&paste non funzionano più 😦

  3. Gaiaccia, io ti lovo sempre di più! 🙂

    Grande Distruzione Organizzata, consumismo, masse alienate sradicate dalla terra, non luoghi, non cibo, non piacere, non cucina.
    Come ecologista esteta edonista lo considero quanto di peggio.

    Da quando abbiamo fondato un gas (il primo delle due valli, poi se ne sono gemmati altri sei) non vado quasi più al supermercato.
    Diciamo che qui in Appennino il problema è la stagione vegetativa molto ridotta, per cui i ns contadini a km 0 radicalmente bio (non coltivano in tunnel / serra anche se ci stiamo ripensando, forse proveremo qualcosa sui tunnel “freddi”) per cui il fresco dura alcuni mesi (diciamo più o meno da metà aprile a metà novembre).
    Così siamo in contatto con una realtà-rete di contadini bio della provincia di Palermo che ci portano su agrumi e anche qualche ortaggio, anche se molti di noi cercano di non acquistare melanzane, pomidorini o peperoni per quanto bio in inverno.
    Qui ci sarebbero alcune considerazioni sui limiti di decrescita e localismo radicali.

    > non avere animali domestici, sapendo che le persone muoiono di fame in un mondo in cui i cereali vengono coltivati per darli da mangiare ad altri animali

    Be, qui ti sei fatta prendere un po’ dal moralismo buonista.
    Nel senso che non ha alcun senso che i cereali destinati all’allevamento, che so, in Danimarca o in Argentina, debbano finire in Egitto, Italia o in Pachistan per sfamare quella gente.
    Piuttosto, perché in Pachistan o in Egitto o in Italia c’è una impronta ecologica tale che sia necessario importare cereali dalla Danimarca o dall’Argentina?
    Perché in Argentina zone estese sono destinate all’agricoltura invece che restituirle al selvatico e alla foresta?

  4. Il fatto è che spesso le persone sono affamate o sottonutrite proprio nei paesi da cui vengono esportati prodotti agricoli (Africa sub-Sahariana, Brasile…). Questo intendevo. Che si tratti di prodotti agricoli per sfamare gli animali dei paesi ricchi, oppure per biodiesel perché suddetti paesi ricchi non hanno abbastanza terra per produrseli da soli, resta il fatto che secondo me, come sai bene e come credo pensi anche tu, ognuno dovrebbe sfamarsi con la propria terra e non con quella degli altri. E noi importiamo buona parte dei cereali destinati al bestiame, che poi sfama noi o i nostri cani e gatti, o per lo meno importiamo il petrolio per coltivare i campi che producono i cereali destinati ai mangimi. Se quel petrolio restasse, che ne so, in Niger, forse la loro agricoltura sarebbe più redditizia (so che il petrolio inquina, e che sarebbe ancora meglio lasciarlo lì sotto).
    Riguardo alla stagione vegetativa breve in montagna (o nei paesi freddi), è uno dei motivi principali per cui non sono vegetariana. Mi sto documentando sulla dieta alpina in epoca pre-industriale. Non sostengo che fosse ideale, ma di sicuro importava poco e soprattutto non importava prodotti freschi, non avendo le persone i frigoriferi. Dipendeva molto dagli animali, che producono vitamine anche in inverno, da erbe spontanee raccolte appena nascevano, anche prima degli ortaggi, dai cavoli che diventano buoni con le gelate, da un po’ di selvaggina e da prodotti secchi come i fagioli. La montagna non è in grado di sostenere densità abitative pari a quelle della pianura (è per questo che bisognerebbe ringraziare se si è spopolata un po’), però dà da vivere e anche da mangiare. Riguardo agli agrumi, non ho obiezioni a importazioni di piccole quantità, ma c’è speranza: conosco una signora che fa crescere i limoni anche in Carnia. Se mai riuscirò a realizzare il mio sogno di trasferirmi in montagna, ho in programma di realizzare una piccola serra fredda che raccolga il calore della casa e serva anche da stanza ulteriore, come fa la mia veranda attuale: mi sembra ecologico.

  5. Il video è veramente inquietante. Faccio fatica a credere che sia vero. Io consiglio questo, che dà anche un po’ di speranza:

  6. ‘azz, 1h 31’… non ora
    ” fiori partiti dal Kenya, transitati in Olanda e destinati a Treviso” (v. qui)

    Finché le persone continueranno a considerare solo il prezzo come unico criterio nell’acquisto avremo i napoletani che acquistano pelati cinesi, i modenesi che comprano prosciutti tedeschi “Produce of Italy” i lavoratori della Fiat che acquistano le Subaru.

    Diciamo che vivere per mesi senza fresco NON è affatto un lato positivo.
    Se le masse di homo fossero assai meno si potrebbe sostenere anche l’acquisto di derrate di ortaggi e frutta fresca e trasportarli dove la stagione non lo consente.
    Se la stagione è “nomalmente” invernale, con manto nevoso consistente e persistente, a certe quote/latitudini non puoi neppure contare sulle Crucifere (cavoli). Io ho la madre di origine trentina di un paesino ai confini col Sud Tirolo e mi raccontava come passavano gli inverni senza fresco in infanzia. Era durissima. E’ una cosa che non auguro a nessuno.
    Se portassimo il ragionamento al contorno, popolazioni come gli Inuit o i Lapponi avevano qualità e aspettativa di vita bassi. Lesi qualche tempo fa un lavoro di Kim Leine in cui si capisce come era bassa (se non infima) la qualità di vita delle colonie danesi in Groenlandia. E anche i “ns. vecchi” tra i monti crepavano a 60 anni anche per carenze e squilibri nell’alimentazione.

    Decrescere demograficamente fino a che un buon livello di vita sia sostenibile.
    Da questo punto di vista se in Italia fossimo 1/10 o 1/15 degli attuali saremmo completamente autosufficienti.
    Mi chiedo come potrebbero ricambiare i danesi che per campare si sbaffano i broccoli pugliesi, il vino friulano o le arance catanesi?

  7. > E’ bellissimo sapere che le grandi corporates investono miliardi

    Bene rispolverare alcuni punti (quasi tutti) del noto decalogo di Chomsky
    2 – Creare il problema e poi offrire la soluzione.
    5 – Rivolgersi alla gente come a dei bambini.
    6 – Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione.
    7 – Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità.
    8 – Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità.
    10 – Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca.

  8. Credo che il latte d’inverno possa fornire alcune vitamine. Non sto sostenendo che le popolazioni che vivono in zone fredde non debbano avere vitamine per metà dell’anno, solo che ci sono dei modi per ovviare senza importare tutto. Io penso che una parte dei problemi di cattiva alimentazione di una volta fossero dovuti alla povertà o alle abitudini sbagliate più che al clima. I contadini della fertile pianura friulana, che può produrre di tutto, avevano la pellagra perché consumavano troppo mais e poco del resto, ma questo non c’entra con il clima. Anche l’alcol, la cattiva igiene, il mancato accesso alla medicina moderna contribuivano alla mortalità alpina, non solo l’alimentazione. Dico questo almeno basandomi sulle mie letture, non ho letto studi specifici.
    Sulle colonie scandinave in Groenlandia consiglio il capitolo dedicato del bellissimo libro Collasso di Jared Diamond. Secondo lui, il problema era proprio che gli scandinavi in Groenlandia si ostinavano a vivere da europei in quanto a dieta, vestiario, abitudini, anziché copiare gli Inuit, che invece erano ben adattati a quei climi estremi. Poi certo, non dev’essere facile neanche vivere da Inuit lassù, ma forse c’è chi rinuncia a qualche anno di vita pur di non abbandonare posti in cui è nato e in cui sta bene – ipotizzo io.

  9. Ciao Gaia,da parecchio tempo seguo questo blog anche se forse sarà la seconda volta che scrivo,un pò per mancanza di tempo,un pò perchè non mi ritengo un gran scrittore.
    Ti leggo sempre e tra un tuo post e un’altro aspetto con ansia e curiosità,perchè hai sempre cose interessanti da dire,mai banali.
    Volevo rassicurarti sul fatto che non risulti per niente antipatica,anzi.Proprio grazie ai tuoi spunti e alle tue idee,credo piano piano di aver preso coscienza di cose che prima ignoravo.Posso dire quindi che da quando ti seguo credo di essere diventato una persona migliore.Quindi vai tranquilla…non sei antipatica.A volte polemica….pungente…se vogliamo “scomoda” quando tocchi certi argomenti….ma questo è il bello di questo blog.

    Riguardo il tuo ultimo post sono pienamente daccordo sul discorso dei supermercati.Cerco di andarci il meno possibile,anche se a volte purtroppo mi tocca.In ogni caso credo che un piccolo (grande?) passo,se proprio non si riesce a disintossicarsi del tutto, sarebbe quello almeno di boicottare le domeniche.
    Ma penso che se sei riuscita a vivere senz’auto,vivere senza supermercati sarà una passeggiata.

    Sono un pò meno daccordo….quando hai toccato l’argomento degli animali domestici.Non sono un animalista,per nulla.Possiedo un piccolo cagnolino e ti posso assicurare che è una gioia averlo in casa.
    Reputo i cani in particolare una delle cose “belle” di questo mondo malato.La loro fedeltà,la loro obbedienza,la loro allegria e la loro nobiltà d’animo sono merce sconosciuta agli umani,soprattutto nel degrado attuale.E tutto questo in cambio di una ciotola di riso.Direi che in un contesto familiare sia la cosa meno impattante sull’ambiente.
    Potevo essere più daccordo su riflessioni di altro tipo….ad esempio la contrarietà a tenere animali esotici…la contrarietà a certi tipi di accessi riguardo la cura o accessori per animali….oppure una riflessione su adottare un cane presso un canile piuttosto che in allevamento (e qui ti davo pienamente ragione e facevo mea culpa perchè il mio l’ho preso in allevamento).

    Ecco….magari dopo tante riflessioni che hai suscitato in me con i tuoi post,spero per una volta di riuscirci io nei tuoi confronti.
    Un saluto.
    Stefano

  10. Ciao Stefano e grazie per quello che hai scritto.
    Cerco di spiegare meglio cosa intendevo riguardo agli animali domestici. Io non metto in discussione che possano essere fonte di compagnia e anche di gioia; io non ne ho ma sono affezionata a quelli che hanno altri membri della mia famiglia, quindi so che può far piacere giocarci e averli in casa. Non mi piace vedere canarini in gabbia e pesci nell’acquario, perché sono imprigionati; per i gatti e i cani, se hanno la possibilità di uscire, il discorso è diverso.
    La mia personale idea è che ognuno debba avere il necessario, e qualcosina in più, quindi se una persona o una famiglia decide che desidera un animale domestico io non dico che sia sbagliato in assoluto: può rientrare in quel “di più” soggettivamente determinato che rende la vita più piacevole. Vorrei però che ci si ponesse il problema della sofferenza che può causare il sostentamento del proprio animale agli altri, quelli esistenti in natura o quelli degli allevamenti. Il cane ha bisogno di una certa quantità di carne, quindi chi dà da mangiare al proprio cane, oltre agli avanzi di cucina, anche carne comprata apposta, dovrebbe cercarne da allevamenti il più etici possibile, anche se questo comporta costi aggiuntivi. Non sono molto informata sull’argomento e non so se esistano crocchette biologiche, ma comunque penso che ci siano possibilità di sfamare il proprio animale in una maniera meno impattante e più etica, e magari anche di accontentarsi solo di uno o due animaletti, senza collezionare decine di gatti o cani che comunque sottraggono risorse in un pianeta che al momento non basta per tutti.

  11. Gaia…..scusa…non ti sembra piu logico che, in un ottica di sostenibilita, sarebbe molto piu utile tagliare internet, che presuppone una filiera industriale enorme, super energivora ed entropica, piuttosto che preoccuparsi di Fido? Come doce il motto ” – internet + cabernet”! In un mondo sobrio, anche le idee possono circolare piu sobriamente…

  12. appena postato qualcosa che resta in tema, ti ho scoperta grazie a Un Uomo In Cammino, mi sa che ora ti seguirò.

    Buona spesa

  13. Mauro, bellissima questione quella della sostenibilità ambientale di Internet: credo che siamo davvero in pochi a porci il problema. Però è talmente ampio e globale (e muove così grossi interessi) che se ne fa fatica a parlarne. In generale le istituzioni dicono che la rete sia un bene, perché anche se consuma (e inquina) sempre di più, consente la dematerializzazione dei documenti, il lavoro da remoto, i controlli dell’ambiente, etc. etc. L’elenco è lunghissimo. Quanto si sprecherebbe ed inquinerebbe di più, se non ci fosse Internet!

    Io però nel mio piccolo quotidiano vedo i ragazzetti che per ascoltare il pezzo del gruppo rock preferito utilizzano il loro smartphone connettendosi a youtube: tenere in piedi una sessione tra il proprio device e datacenter di questa mole (vi prego di guardare le foto per capire) mi sembra davvero uno spreco assolutamente folle. Senza pensare all’energia necessaria a tenere in piedi tutte le infrastrutture di rete che interconnettono il datacenter col nostro amato smartphone (che vi assicuro non consumano come una lampadina da 20W). Ogni sysadmin di un centro di calcolo anche piccolo sa bene quanta energia serva a tenere in piedi 24×7 tutto il circo (gruppi di continuità, rack, server, router, switch, dslam e quant’altro). Quanto costa al pianeta il ragazzetto che per sentire Justin Bieber si collega ad un NAS che sta all’altro capo del mondo? Non erano più ecologici i nostri walkman?

    Però se anche provi a fare notare la cosa, ti urlano: LUDDISTA! Sei contro il progresso! E ci lavori pure, co’ ‘ste cose!

  14. Ciao Charlie, benvenuto.
    Sto leggendo uno studio, di cui ho linkato il riassunto, secondo il quale *metà* della produzione umana di gas serra deriverebbe dalla filiera di carne, pesce e altri prodotti animali. Se ce la faccio metto il link allo studio originale, che devo trovare, e/o lo riassumo. Quindi sì, direi che un cane che mangia carne tutti i giorni è peggio di un computer, anche per quanto riguarda la sofferenza degli animali d’allevamento – anche se dipende da quanta carne mangia la bestiola e da quanto invece si usa il computer. Non facciamoci ingannare dal fatto che l’animale è “naturale” e vicino a noi, e internet una rete globale: la produzione di carne e di pesce è un’industria tremenda e planetaria, che comporta roghi, deforestazione, svuotamento degli oceani con pesca accidentale di animali poi ributtati morti in acqua, trasporti su lunghissime distanze, sistemi di refrigerazione, distribuzione e smaltimento da far venire i peli dritti… e questo senza negare, ripeto, la compagnia di un animale domestico e la gioia che può dare. Bisogna tenerne pochi e trovare modi più sostenibili di sfamarli, quanto meno.
    Riguardo a internet, dal punto di vista dell’utente singolo ci sono due componenti: gli aggeggi che si usa per accedervi, e la rete con i suoi consumi. Per quanto riguarda gli aggeggi, io cerco di cambiare computer e cellulare solo quando sono inservibili e non riparabili, e non quando esce un modello che mi piace di più. Ho usato in una sola occasione internet dal cellulare e non ho né iphone né touchscreen.
    Per quanto riguarda la rete, ha ragione Michele: i datacenter sono dispendiosissimi e alle volte se ne potrebbe fare a meno. Io uso un motore di ricerca che si chiama ecosia e dice di piantare alberi con i suoi ricavi, e quindi di compensare, ma non mi fido molto e devo approfondire. Sto anche cercando di abbandonare gmail e trasferirmi su autistici.org, che ha meno spazio e ti fa pesare quanto ne usi e che quindi ti obbliga moralmente a cancellare le mail con allegati pesanti. Però è una cosa lunga, tra le tante che devo e voglio fare.
    Secondo me qui il problema è uno e uno solo: la pubblicità. Internet si mantiene con la pubblicità e quindi tutto dà l’impressione di essere gratis, e si sopporta qualche secondo di fastidio prima di accedere al video che si aspetta su youtube. Io, per motivi che ho già spiegato, sono contraria a questo sistema, e infatti pago di tasca mia perché il mio blog non abbia pubblicità. Faccio anche un’altra cosa: non compro prodotti che fanno pubblicità, neanche su internet. Fate così anche voi, se non volete finanziare il sistema: punite chi lo tiene in piedi. Così si può togliere la linfa che alimenta questo ciclo, anche se dovremmo essere in tanti a farlo. Il mio ragionamento è che quando chi fa pubblicità su internet si accorgerà che non paga, smetterà di finanziare siti frivoli e inutili e si potranno spegnere tanti server.
    La questione però è molto complessa: mi sono accorta, per esempio, che anche il mio libro è pubblicizzato su internet, ed è una cosa che io non ho chiesto e sulla quale, per il momento, non ho controllo. Per favore non boicottate anche i miei libri (piuttosto comprateli da me e non dai distributori, se vi dà fastidio la pubblicità 🙂 ) Se un giorno avrò abbastanza potere negoziale come scrittrice, cercherò di evitare che questo accada.

  15. Il problema del World Wide Web è che si si sta televisionizzando.
    Quantità sempre più grande di traffico per pubblicità di ciarpame inutile se non dannoso USA&getta o quasi.

    Visto che qui ci son alcune persone che non hanno messo la testa all’ammasso, vi invito a considerare forme di acquisto critico, come quello dei Gruppi di Acquisto Solidale. Il potere è in mani a chi deve usare il reddito per gli acquisti.
    Semplicemente NON ci sarebbe una economia di rapina, ecocida, di sfruttamento, globalista, se gli acquirenti non lo permettessero.
    L’economia solidale non è la forma finale di un mondo ideale basato sulla sobrietà felice, ecologica, edonista e sostenibile ma una forma di economia decente nella transizione.
    Una delle cose che mi fa più godere è che acquistando via via più col Gas e direttamente dai produttori sempre minor parte del mio reddito finisce nella pubblicità e nel resto della filiera. Anche la riduzione dei rifiuti è sensibile.

    Se non esiste un gas vicino a voi (verificate verificate qui in retegas.org) potere sempre… fondarne uno.
    Ho esperienza diretta, se serve posso fornire qualche dritta.

    Poi i gruppi,,., sono psicogruppi e le relazioni sempre difficili, ma il bilancio è sempre positivo.

  16. Aggiungo che ci sono altre modalità di vendita diretta (non ho niente contro i GAS, ma magari qualcuno preferisce gestirsi individualmente). Ci sono i mercati dei contadini: a Udine quello della Coldiretti è tre volte alla settimana, ma credo ce ne sia uno, indipendente da loro, anche nel campus universitario di via Pozzuolo. Il sabato in piazza XX settembre, poi, c’è sia il mercato tradizionale che qualche bancarella di produttori che fanno vendita diretta: guardando con attenzione si capisce subito quali sono gli uni e quali gli altri.
    Rifondazione Comunista a Udine fa un Gruppo di Acquisto Popolare con cassette a dieci euro e del pane buonissimo a due euro al chilo, che è poco da queste parti. Mi dispiace perché sono veramente vetero comunisti, e la gente non li premia per questa cosa utile che fanno.
    Inoltre alcuni acquisti si possono fare direttamente nelle aziende, ma sarebbe meglio andarci in bici, altrimenti un solo camion che trasporta merce è meglio di cento macchine che fanno su e giù. C’è un’azienda che fa latticini a Udine sud, credo autoproducendo anche i mangimi: appena li vado a visitare vi faccio sapere. I prodotti sono buoni.
    Ci sono piccoli ortofrutta che costano un po’ di più della vendita diretta, ma comunque offrono merce locale o almeno informazioni sulla provenienza; c’ è anche qualche negozio che vende prodotti locali sfusi – io ieri ho preso la pasta in un sacchetto di carta. Io sono per la vendita diretta e anche su internet, in alcuni casi e con alcune attenzioni, però non mi piace neanche pensare che tutti i negozietti, che comunque tengono viva una città, scompaiano. Quindi cerco di diversificare la spesa, anche per comodità mia.
    E poi, per chi ce la fa, c’è la possibilità di autoprodurre qualcosa in orto o sul terrazzo.

  17. Questa volta mi si trova quasi completamente d’accordo. Ho sempre odiato i supermercati sia perché sono brutti e alienanti, sia perché sono standardizzati, sia perché distruggono il locale e mandano in rovina una sacco di negozi che producevano redditi probabilmente migliori per chi ci lavorava.
    Anche sulla carne mi si trova d’accordo. Pur essendo uno dei miei cibi preferiti, mi piace mangiarne poca perché poco salutare se mangiata in quantità, e inoltre in effetti è abbastanza inquinante.

  18. Poiché io ritento che ecologia estetica ed edonismo siano sinergici e inseparabili, sottolineo che pure la qualità della roba della GDO è decisamente più scadente rispetto alle produzioni locali/artigianali.
    Quasi certamente lo è a parità di prezzo, quasi sempre anche a prezzi superiori che peraltro sono aumentati dalla lunghezza della filiera.

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