dov’ero

Quando sono partita, venerdì scorso, doveva esserci uno sciopero di Trenitalia. Poi forse c’era, forse no, non l’ho ben capito. Non mi sono mai chiari gli scioperi di Trenitalia, li capisco ancora meno degli scioperi della fame intermittenti di Pannella. Io, ovviamente, sono favorevole alla pratica dello sciopero. Penso però che, se si decide di rifiutarsi di lavorare per ottenere condizioni migliori o per proteggere la società da una minaccia grave, bisogna dire chiaramente il problema qual è. Bisogna comunicarlo alle persone a cui lo sciopero crea dei problemi, e andare avanti a oltranza finché non si ottiene almeno in buona parte quello che si chiede. Come hanno fatto a Genova. Hanno bloccato la città finché il sindaco ha ceduto. Gli scioperi dei treni, invece, sono sempre molto parziali. La maggior parte dei treni è garantita, ma non è che lo si sa subito, lo si scopre solo vivendo, man mano che il tempo scorre e i cartelloni danno notizie. Non si vede mai un picchetto, un volantino, un megafono, per il viaggiatore è impossibile avere la certezza che il servizio sarà interrotto, figurarsi sapere il perché. Sono scioperi impalpabili che finiscono subito e danno l’impressione di lasciare tutto come prima. Fare gli scioperi così è solo fare dispetti a chi si sposta, non ritenendolo neanche degno di una spiegazione. Avete un problema? Bene: che i treni non partano più finché non lo avete risolto. Ci sto. Però fateci sapere qualcosa. Convincete anche noi.

Mentre passeggiavo a Santarcangelo di Romagna ho scoperto una piccola stanza che ospita un Museo dei Bottoni. Come ho già scritto in passato, io sono affascinata dalla storia della moda. Se la si sa leggere, la moda nei secoli racconta come una società si evolve, i suoi valori, i rapporti tra i sessi e le classi, l’economia, i commerci, la filosofia. Mi piace anche l’idea che attraverso un dettaglio si possa vedere il tutto – ricordo ancora un articolo pubblicato su Internazionale qualche anno fa che parlando di una partita di paperelle da vasca da bagno rovesciata nell’oceano riusciva a descrivere lo stato del nostro pianeta. Nel piccolo Museo dei Bottoni l’anziano collezionista spiegava i pezzi più notevoli, pazientemente e vivacemente, e i bottoni che ci mostrava parlavano della Rivoluzione Francese, della Guerra Fredda, degli anni di piombo, dell’Estremo Oriente, dell’Olocausto… Alcuni bottoni erano dei veri capolavori: smalto, intarsio, lavorazioni finissime, sottilissimi dipinti… Se passate per quella parte di Romagna, vi consiglio una visita.

Il 20 novembre invece ero a Roma, dove era prevista una manifestazione congiunta di No Tav e movimenti per la casa. Avrete sentito tutti dell’attacco alla sede del Pd, degli scontri, la solita solfa. Siccome io c’ero, vi racconto cosa ho visto, che non è l’opposto di quello che hanno raccontato i media, ma una cosa proprio diversa, con altre dinamiche e un altro significato.

Sono arrivata a Campo de’ Fiori con un certo anticipo. Pare che fosse stato consigliato di chiudere gli esercizi commerciali, e i bar che ho trovato aperti nelle vie laterali non sembravano avere spazio dentro o non mi piacevano, per cui mi sono rassegnata a bere un tè in un bar direttamente nella piazza. Cinque euro per un tè e qualche biscotto: già questo meriterebbe una protesta a sé.

Man mano che arrivavano i manifestanti, il bar toglieva sedie e tavoli e si preparava alla chiusura. Ma era tutto tranquillo. Io mi sono spostata verso il monumento centrale, dove una loquace signora piemontese spiegava a un intervistatore dietro l’altro le ragioni della protesta. Anch’io sono stata intervistata da La7. Nel telegiornale di quella sera non hanno mostrato né me né lei, ma pare che abbiano solo parlato degli scontri, commentati da un pippone di Mentana. Non so cos’abbiano fatto gli altri media, ma immagino lo stesso: avranno raccolto un sacco di interviste intelligenti (la mia non era particolarmente illuminante, ma i no tav ne avevano di cose da dire), e non le avranno usate, per poi fare audience con le solite immagini di manifestanti vs polizia.

Io non so se la manifestazione fosse stata autorizzata a lasciare la piazza, ma suppongo di no. Guai a lasciare che disturbassimo Letta e Hollande. Quindi dopo un po’ eravamo tutti ammassati lì dentro, in Campo de’ Fiori, giovani romani e no tav, circondati dalla polizia su tutti i lati. Si poteva uscire individualmente, ma non in gruppo: eravamo bloccati. Ci sorvolava un elicottero.

Quello tra manifestanti e polizia è ormai un gioco delle parti, quasi un rituale. Per quello, in un certo senso, non importa se la manifestazione era autorizzata o no a uscire dalla piazza, se hanno tirato prima i fumogeni i manifestanti (come mi sembra sia accaduto) oppure i poliziotti caricato. È come il calcio di inizio della partita: quasi una formalità.

La situazione è questa: la gente, in Italia, è scontenta per le difficoltà che si trova ad affrontare, a causa soprattutto di decenni di corruzione e mala gestione. Che sia colpa dei cittadini stessi non si può negare, ma data l’ignoranza di molti italiani che malvotano e date le storture del nostro sistema democratico, alle volte la protesta di piazza è l’unico modo, o è percepito come l’unico modo, per farsi sentire. Aggiungo però che spesso le persone che protestano non fanno solo quello: fanno politica dal basso. Occupano edifici vuoti, fanno informazione, offrono assistenza a chi è in difficoltà, propongono alternative. E poi manifestano, cercando di farsi sentire, vocalmente o fisicamente, dal potere. La polizia protegge quel potere: sgombera, manganella, contiene, arresta. Molto spesso usa una forza eccessiva; inoltre contiene al suo interno meccanismi vergognosi di auto protezione anche in caso di crimini, e un fascismo che i decenni e la coscienza del paese non riescono a estirpare. La polizia difende con i propri corpi il potere, e lo fa con violenza gratuita: è il nemico. Per cui la si attacca. Anche se “non sono tutti così”. Anche i manifestanti non sono tutti “così”, ma le manganellate le prendono lo stesso.

Si è deciso, dunque, di provare a rompere l’accerchiamento e di uscire da una delle vie laterali della piazza. I poliziotti (le guardie, come li chiamano), non ci lasciavano passare. Allora si è provato da un’altra parte. Inneggiando alla val Susa o contro gli sgomberi ci siamo pigiati tutti in un’altra via, quella dove c’era una sede del Pd, cercando di spingere da quel lato. Mia sorella mi ha consigliato di legarmi i capelli. Non avevo il casco; davanti sta solo chi ha il casco o chi è molto temerario. Vedevo fumo provenire dalla direzione dove c’era la polizia, rumore, non capivo cosa succedesse. Ad un certo punto sentiamo dire: “indietro, piano!”. Non bisogna farsi prendere dal panico e travolgere chi sta dietro.

La polizia aveva caricato.

Attraverso il fumo ho visto qualcuno che cercava di arrampicarsi su un muro, non so se per proteggersi o per fare danni. Sentivo grida e rumore di cose che battono. Tenevo d’occhio mia sorella e le persone che conoscevo. A me non piacciono gli scontri. Tanti manifestanti invece li vogliono: pensano che se ci sono scontri allora il potere ha paura e li deve ascoltare. Io non so come funziona esattamente: di sicuro, quando la piazza si fa sentire chi decide deve cedere. Ancora una volta, pensate a Genova. Però il risultato non è garantito.

A detta dei manifestanti, quel pomeriggio non è successo granché. Qualche carica, niente di grave. Siamo rimasti bloccati nella piazza ancora delle ore; per fortuna a Roma fa caldo e quel giorno non pioveva. A spese dei contribuenti, un elicottero continuava a sorvolarci, e quando il faro passava su di noi la gente gli mostrava il dito.

Alla fine la polizia ci ha fatti passare. Questo dimostra che è davvero come un gioco, uno sport, oppure una guerra, o una lotta tra animali nella foresta: tu mi blocchi, io ti spingo, mostriamo i muscoli, e se ti ho convinto trattiamo. Il risultato della trattativa è stato che la polizia ci ha scortato mentre sfilavamo in una via di Roma, bloccandola. Letta e Hollande erano da tutt’altra parte, ma la città avrà sentito.

La sera i giornali parlavano solo dell’assalto alla sede Pd, di cui io non mi ero nemmeno accorta. Il terribile attacco consisteva semplicemente in qualche sfregio alla loro targa fuori e al portone. Per carità, potevano anche fare a meno di farlo, ma l’episodio è stato oltremodo ingigantito, tanto da far meritare ai manifestati l’epiteto di fascisti da Cuperlo, quello “di sinistra” del Pd. Egocentrici. La sera abbiamo guardato un paio di volte, per divertirci, questo video: un’ottima rappresentazione di quanto il Pd sia ridicolo. Questa radical chic di militante si atteggia ad eroina per aver difeso una targa (come non si capisce, visto che dice di non aver ancora visto i danni alla bacheca) mentre dei manifestanti venivano manganellati a pochi passi da lei. Con lezioso smarrimento da signora per bene si fa vedere incredula nei confronti di un “odio” esagerato e incomprensibile che in realtà è comprensibilissimo, perché nasce da una sofferenza reale e da sequenze lunghissime di ingiustizie di cui il partito in cui lei milita (e per questo non dovrebbe essere così ingenua) è corresponsabile se non esecutore.

Chi insiste per la Tav contro ogni protesta e ogni argomentazione razionale? Chi autorizza i palazzinari a devastare Roma accumulando enormi profitti mentre le famiglie non hanno una casa in cui vivere? Chi non fa niente per ridurre i costi della politica, chi cementifica il territorio, chi governa con il partito di Berlusconi, chi taglia le tasse ai ricchi e condona multe milionarie mentre l’Italia è l’unico paese in Europa, salvo la Grecia, a non garantire un reddito minimo?

Il Pd.

Frignare per una targa imbrattata quando il paese è in uno stato simile di sofferenza, di rabbia e di prostrazione dimostra l’abisso che separa queste persone dalla popolazione a cui chiedono i voti e un mandato per governare.

E ora che ci penso, se un tè a Campo de’ Fiori costa cinque euro, chissà una sede.

Meno male che ci sono i no tav, con la loro tenacia, la loro solidarietà e coesione, la loro fierezza e il loro senso pratico, a dare un esempio di lotta e a portare solidarietà a tutte le buone cause di questo paese. Meno male che ci sono anche quelli che occupano le case, anche se non mi piace il loro atteggiamento in piazza, spesso bellicoso e attaccabriga. Però stanno dalla parte della ragione. Perché interi palazzi devono rimanere vuoti mentre le persone hanno bisogno di una casa? Se il mercato non funziona, perché c’è chi è troppo ricco persino per vendere o perché i prezzi sono impossibili, è giusto prenderseli, quegli spazi.. Sottolineo che non sono mai case di individui, sempre di enti o costruttori.

Mentre ero a Roma stavo in una stanza in un’occupazione. Era una vecchia sede dell’INPDAP, che gli occupanti in un certo senso conservano, mantenendo l’edificio in uno stato migliore dell’abbandono, evitando che si trasformi in un palazzo pericolante nel cuore di Roma. Le pareti sono colorate, le stanze grandi, ma una o al massimo due per famiglia, senz’acqua né gas, per cui bisogna arrangiarsi. Il bagno è in comune e le pulizie si fanno a turno. Per andarci a vivere bisogna chiedere e presentarsi; ogni singolo o famiglia è obbligato a partecipare a un certo numero di picchetti e manifestazioni per portare avanti la causa comune, pena l’espulsione. Alla fine, io pensavo, anche i ribelli devono avere le loro leggi.

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46 risposte a “dov’ero

  1. Una volta la coerenza era merce molto apprezzata.

    Ricordo quando Lunardi bollò i NoTav come facinorosi, e giù tutti a scrivere: «Non sono facinorosi!». Poi fu la volta dei terroristi e dei violenti, e allora in rete cominciarono a fioccare le foto e i video di 70enni che partecipavano a manifestazioni, tagliavano le reti, inneggiavano alla resistenza. Come può la nonnina della porta accanto, con l’ipertensione e la catarrata, essere una violenta sovversiva?
    Poi ci fu il video del «pecorella», e in quel caso tutti a scusarci: è stato un gesto isolato, sono cose che si dicono quando la tensione è alta, vorrei vedere te col celerino che ti trascina via la morosa per i capelli.
    Una menzione speciale merita la ragazza che bacia il poliziotto: che bello, fate l’amore non fate la guerra, sono ritornati gli anni ’60, restiamo umani anche se non stiamo dalla stessa parte, viva la protesta pacifica, viva la democrazia. Macchè. Era un gesto provocatorio, sapeste quello che gli ho detto, per stampa non posso ripeterlo, poi mi sono leccata il dito, l’ho messo in bocca e ho cercato di passarglielo sulle labbra, ma non ci sono riuscita; allora io e una mia amica gli abbiamo leccato il casco. Orrore, prendiamo le distanze: è una in cerca di protagonismo, è una di Milano, che c’entra con la valle che resiste, vedi a portare le ragazze alle manifestazioni, cercano sempre le foto o fanno casini. Che non si ripeta mai più, il movimento prenda le distanze.

    A Napoli il 15 ho assistito agli scontri tra studenti e celerini da una posizione privilegiata: il fragore di 2 bombe carta ci aveva fatti uscire tutti sui balconi. Ho assistito dall’alto – come fossi a teatro – al lancio dei lacrimogeni, alle cariche, agli inseguimenti. Per un momento m’è sembrato di vedere dal vivo uno di quei filmati documentaristici sulla repressione del Cile di Pinochet, coi manifestanti manganellati dalla polizia, solo che era a colori invece che in bianco e nero, ed era reale. Vedere energumeni in tenuta antisommossa che inseguono stupidi adolescenti (sì, perché sono stupidi) fin nelle facoltà, non sono immagini che ti abbandonano facilmente. Soprattutto quando tra i fuggitivi sai che c’è il ragazzo che conosci, il figlio dell’amico fraterno, la ragazza del terzo piano così gentile quando ti apre il portone perché hai entrambe le mani occupate dalle buste della spesa.

    Dalla mia posizione privilegiata ho potuto assistere agli scontri come un generale che assiste al sicuro da un colle alle sue forze che si battono un po’ più in basso. All’inizio hanno attratto la mia attenzione gli striscioni con i nomi dei licei: cercavo di decifrarne gli slogan, e di ricordare dove fossero ubicati nella città. Poi, soprattutto durante gli scontri, i miei occhi si sono fusi con i manifestanti alla testa del corteo. Adulti, tutti col casco in testa, gli «scudi-libro», zainetti sulle spalle dal vago contenuto militare. Sono loro che hanno attaccato briga, cercato di forzare i blocchi, generato le cariche della polizia. Quelli che ci hanno rimesso le penne sono stati i ginnasiali dell’immediata seconda fila, quelli appena dietro, chi ha rilanciato indietro un fumogeno perché non riusciva a respirare.

    Stupidi adolescenti. Dall’alto vedevo gli agenti della Digos che facevano foto, in borghese indicavano ora quello ora l’altro, alcuni inseguivano e fermavano gli studenti pur essendo in borghese, senza neanche farlo fare ai celerini. La manifestazione è stata rovinata, parecchi sono finiti in questura, 2 sono stati trattenuti in carcere, ai telegiornale sono passate solo le immagini degli scontri, e se si cerca in rete il 90% degli articoli parla soltanto delle botte, e non dei motivi della manifestazione.

    Per me le persone che vanno alle manifestazioni con gli scudi, i caschi, i manganelli e le maschere antigas, è gente che va lì a suonare mazzate. Per me sono alla stessa stregua di quelli che vanno allo stadio con le catene e le mazze ferrate. Se vai a vedere una partita non hai bisogno della catena. Se vai ad una manifestazione non hai necessità della bomba carta. A meno che. A meno che tu non abbia altri fini. A meno che tu non cerchi lo scontro.

    La tua testimonianza anche per i fatti di Roma mi convince sempre di più nelle mie idee: c’è gente che partecipa alle manifestazioni per fare a botte e vandalizzare. Ci va armato di tutto punto perché vuole menare mazzate, urlare, sfasciare vetrine e incendiare auto. Poco importa il motivo della manifestazione. Perchè se quel motivo importasse davvero, se la riuscita della manifestazione fosse il vero obiettivo di chi vi partecipa, allora costoro sarebbero i primi a far sì che il corteo non fosse disperso dalle cariche della polizia. A non finire sui giornali come estremisti violenti, a non essere etichettati a priori come facinorosi, terroristi, spostati, disadattati, ideologizzati.

    Ogni volta che c’è una manifestazione NoTav, fatte salve poche eccezioni, se ne parla soltanto il giorno prima: della manifestazione come evento in sè (70%) e dei suoi motivi (30%); per tutta la settimana dopo, degli scontri (100%).

    Allora voglio anche capire l’adolescente infoiato con la faccia brufolosa che spera di fare colpo sulle compagne di classe cercando di barattare un ‘eroico’ lancio di sanpietrino contro un blindato – mi hai visto alla manifestazione ieri? – con la concessione di mai troppo generosi favori femminili; ma assaltare il portone della sede di un partito – per quanto ipocrita, traditore e vituperato possa essere -, mi sembra quanto di più stupido si possa compiere se qualcuno voglia propagandare le proprie ragioni, o la propria idea politica.

    Da quello stupido gesto – stupido come i ginnasiali che lanciavano le pietre per sentirsi ardimentosi rivoluzionari – prenderanno le distanze tutti: anche i partiti della sinistra estrema, le istituzioni, i media. Ma soprattutto le persone: con chi solidarizzerà mai il popolo, ascoltando l’angoscia della dirigente PD che con la voce ancora un po’ tremula dice: «Noi eravamo dentro, rinchiusi, e ascoltavamo loro fuori che distruggevano tutto, senza poter fare niente…» ?

    Se una pratica squisitamente fascista (attaccare le sedi dei partiti avversari) è divenuta una delle modalità di espressione politica del movimento NoTav, faccio loro i miei più vivi complimenti per il salto di qualità. Continuando in questo modo, sposteranno il conflitto dal piano politico a quello dell’ordine pubblico, il cui esito credo sia abbastanza facilmente prevedibile. Giocare a fare il rivoluzionario (se si eccettua il gustoso ritorno di cui beneficia il fortunato ginnasiale) non serve di solito a nulla, se non a sporcarsi la fedina penale, a sfasciarsi a volte la testa, a mettersi contro più nemici di quanto si abbia la forza di sostenere.

    Io credo che le lotte si vincano perché dietro di noi c’è la massa che ci appoggia: ma anche se istupidita, anestesizzata, imborghesita, imbolsita, resa sorda e cieca alle grida della giustizia sociale, ritengo non sarà mai dalla parte di chi va sfasciando le sedi degli altri partiti, fossero pure quelle del PDL o del Partito Monarchico Italiano. E purtroppo, quando è successo nella storia, il dopo non è stato mai migliore del precedente regime abbattuto.

  2. Ho dato un’occhiata ai commenti agli articoli sui danni alla sede del Pd su Repubblica e alla condanna di Letta sul Fatto: la stragrande maggioranza dei commentatori dava ragione ai manifestanti e diceva che avevano fatto bene.
    Io credo che la gente non ne possa davvero più. Credo che quando si è visto che non funzionano né le manifestazioni pacifiche, né le elezioni, che le prime vengono ignorate e dopo le seconde il mandato viene tradito, allora la gente si incazza veramente.
    Io non amo lo scontro né la violenza, e infatti non ne faccio. Però non condanno, soprattutto dopo tutte le cose che ho visto e sentito, chi sporca una targa fuori da una sede di partito. Non è neanche lontanamente paragonabile ai danni che quel partito, tutti i giorni, fa. Notare che alla fine è successo solo questo: qualche scritta. Nessuno si è fatto male lì dentro, a differenza della gente fuori, picchiata da poliziotti mandati dalle stesse autorità che ora fanno le vittime.
    La mia idea personale è che la pace abbia senso solo se tutti stanno bene: altrimenti, chi è oppresso ha ragione a ribellarsi, e la ribellione dev’essere proporzionata alla forza dell’avversario, senza mai superarla.
    La questione non è che ci sia gente che vuole solo fare casino: la questione è perché lo vuole fare, e di quanto sostegno gode. Io penso che questo paese esasperato sia solidale con i manifestanti, e non con il Pd, e i commenti che ho letto su internet lo dimostrano. A me sembra che alle lagne dell’attivista Pd non creda nessuno, perché ormai abbiamo capito.

  3. E comunque, il paragone con i fascisti è strumentale e ingiusto: gli assalti fascisti comprendevano pestaggi, omicidi, distruzione e roghi, mentre tutti gli “assalti” no tav al Pd finora hanno significato gente che entrava cantando in una sede e qualche danno a una bacheca (atto tra l’altro commesso da qualcuno di sua iniziativa, e non concordato da tutti in assemblea). Non è proprio uguale.

  4. Se quando ti fermano in auto a Bussoleno e nel portabagagli hai le tronchesi, diventi un pericoloso sovversivo e il tuo viaggio di ritorno a casa diventa un vile attentato alla democrazia, è normale che qualche striscia di spray contro un portone o una targa durante una manifestazione NoTav diventi – in proporzione – un feroce attacco contro un partito storico della democrazia italiana. Lo sai come funziona. Lo dovrebbero sapere anche loro.

    Quanto alla rabbia popolare, a mio avviso è un fenomeno che va gestito, e non alimentato. Di molti disastri a cui ho assistito nel corso della mia (modesta) vita – anche personale -, quasi la totalità sono imputabili ad esplosioni di rabbia o esplosioni emotive, dei cui effetti deflagrativi poi bisogna raccogliere i frammenti. Ciò che più mi ha colpito nei commenti sulle varie testate a proposito dell’assalto al PD, è il sentimento di tranquilla accettazione del gesto, come fosse la cosa più normale del mondo: «Era normale/da attendersi che i NoTav assaltassero la sede del PD, dopo quello che hanno fatto». Nel resto del mondo (civilizzato) questo non è normale, perché se un partito tradisce le aspettative politiche dei suoi elettori è morto definitivamente, poiché nessuno di loro lo voterà più. Se un partito di governo genera un tale astio nei confronti del popolo: idem, nessuno lo voterà più. Indicare invece alle persone quale momento di rivalsa/riscatto lo sfregio di una sede di partito, non credo paghi poi molto in futuro. Chi voteranno alla prossima tornata elettorale queste persone? Siamo proprio sicuri che non saranno tutti per Renzi, etichettando le istanze vere di rinnovamento in Italia (come i NoTav) quali i soliti antagonisti sovversivi? E’ questa la domanda – a mio avviso – che dovremmo porci.

    Hai la mia (solita) stima per aver partecipato alla (giusta) manifestazione NoTav, però quello che è stato fatto è totalmente contrario al mio sentire. Si finisce per passare dalla parte della ragione a quella del torto. Non si può invocare sempre e ovunque il principio di legalità in questo paese (pensa a chi dice che c’è stato un golpe per il solo fatto di essere stato condannato) e poi comportarsi in modo illegittimo. Coloro i quali hanno colpe ben più gravi (ma più nascoste agli occhi del popolo, perché perpretate nelle sale istituzionali, nei consigli d’amministrazione, nelle aule consiliari, negli uffici bancari) hanno poi gioco facile a dire che siamo tutti irrispettosi della legge, tutti allo stesso modo delinquenti, anzi i NoTav di più perché sfasciano, bruciano e devastano. E’ di più squisito impatto mediatico la folla inferocita coi fazzoletti attorno al volto che avanza minacciosa tra nuvole di fumo facendo partire antifurto, cariche e fumogeni, piuttosto che il distinto burocrate in grisaglia inquisito per concussione da induzione indebita. Alla fine quelli che sfasciano non li votano mai. E, per un certo verso, meno male che sia così.
    Per avere il consenso, bisogna indicare una meta dove giungere alla fine del cammino. Indichiamo la meta, ché le responsabilità del PD sono già sotto gli occhi di tutti. E, se non lo sono ancora, evitiamo che le persone ci fraternizzino perché «vilmente attaccati». Altrimenti diviene davvero un incubo.

  5. Gaia, non siamo ancora in palestina….dove l’uso della violenza come mezzo di azione sembra inevitabile. siamo in un paese che, come prima cosa, dovrebbe rendersi conto che i suoi problemi nascono si da un PD, da una DC da un Berlusconi, ma anche dalle tante piccole/grandi corporazioni che tutelano in maniera egoista la propria fetta di interessi a scapito del benessere comune: dalla lobby degli avvocati al sindacato di quelli che lavorano apalazzo Chigi e si beccano la 15esima, al mondo degli statali, degli imprenditori parassiti e, dulcis in fundo, ai cazzari che vanno alle manifestazioni per distruggere cose e che magari, come indicava pasolini, sono borghesi che vanno a menare le mani contro dei proletari (poliziotti). Secondo me abbiamo ancora un gran margine prima di giustificare queste azioni.

  6. Ammetto che mi risulta molto difficile rispondere a questi post, perché sono stanca di sentire sempre le stesse cose, con tutto rispetto per chi crede di declinarle ogni volta in modo nuovo. Sono frasi e concetti triti e ritriti, che partono dai media e dai politici e si diffondono nell’opinione pubblica come un virus, e a seconda della propria cultura, della propria posizione sociale, della propria condizione materiale di vita se ne parla in una forma diversa. Ma è sempre quella insopportabile separazione tra buoni e cattivi. Nemmeno da piccola mi piaceva sentire che qualcuno era buono e qualcuno era cattivo; mi chiedevo chi decidesse quali comportamenti andavano bene, quali aspettative bisognasse soddisfare e perché, e mi veniva da stare dalla parte dei cattivi. Adesso ci sono dentro, sono una di loro, e mi fa ridere perché non mi sento cattiva. Sì, canto che sono una black block, che odio la polizia, che occuperemo tutti i palazzi vuoti fino a quando ce ne saranno, che della legalità non me ne frega niente se la legge è ingiusta, e quando c’è qualcuno che sta male perchè ha preso troppe botte in prima fila lo soccorro sempre, quando c’è il rischio che il corteo si sfaldi faccio i cordoni coi miei amici, quando qualcuno finisce in carcere organizzo le feste per pagargli le spese legali e vado a seguire i processi farsa che fanno ai militanti politici. Vivo in una casa occupata e ho amici con fedine penali sporchissime. E allora? Perché mai dovrei sentirmi addosso il peso dei giudizi di chi non sa nulla? Io non penso che gente di una certa età debba essere ancora in strada a protestare come noi, quindi se chi scrive qua non ha voglia di conoscere il movimento per questioni di età lo capisco. Ma tutti gli altri dovrebbero sforzarsi di capire, partecipare, ascoltare, invece di pontificare ed emettere giudizi pesanti basandosi su non si sa bene cosa. Sì, è vero che ci piace l’estetica del conflitto, ma il conflitto va vissuto, va capito. Ma cosa volete che sia qualche carica presa dalla polizia? Loro fanno il loro lavoro (la celere l’ha sempre fatto, vengono pagati apposta) e noi cerchiamo di forzare quando serve, perché non abbiamo paura, perché vogliamo che si parli di noi – se poi parlano solo degli scontri, è un problema dei giornali mica nostro! – e perché la polizia ha il compito di proteggere i nostri nemici. Non l’ho scelto io, ma è così. La val susa insegna che ci sono vari modi di protestare (sabotaggi, blocchi stradali, scontri, occupazioni, manifestazioni, cortei in altre città, blitz, volantinaggi, tagli delle reti…) ma non c’è una scala che va dall’azione buona a quella cattiva, perché sono tutte necessarie, a seconda dei momenti, dei contesti, delle mosse del nemico, e tutta la comunità valsusina no tav la pensa così. Sì, è un nemico, forse è questo che non capite. Lo Stato non ci aiuta, non fa altro che distruggere, ci toglie il futuro (non possiamo più progettare nulla, avere un lavoro dignitoso, siamo sfruttati in ogni modo), fa annegare i clandestini o li rinchiude in gabbie disumane, impedisce ai poveri di curarsi, di studiare, lascia che le persone soffrano mentre lui è concentrato solo su se stesso. I partiti a me non dicono niente, non mi importano le loro strategie elettorali, le loro alleanze, nè di che morte deve morire il leader di turno, perché per me la politica è altro, è tutto quello che faccio insieme ai miei compagni ogni giorno. Tutto il sacrificio che noi facciamo perdendo le nostre giornate per costruirci un futuro diverso, (occuopiamo spazi abbandonati per chi non ha una casa, facciamo corsi di italiano per chi non sa la lingua e non ha soldi per un corso a pagamento, organizziamo palestre popoali in cui si veicolino valori differenti dalla competizione e l’egoismo sportivo, ragioniamo su quelle che succede ogni giorno, proiettiamo film o documentari e li commentiamo tra di noi, organizziamo manifestazioni per fare pressioni e assemblee nazionali per discutere del futuro, aiutiamo chi è sotto sfratto facendo i picchetti, se qualcuno che lotta con noi viene licenziato lo sosteniamo con le casse di solidarietà e lo aiutiamo ad essere riassunto, e mille altre cose) per noi e per chi sta male e viene abbandonato (volutamente) dal sistema, tutta la fatica che facciamo, i rischi che corriamo, la frustrazione spesso che proviamo, non è lontanamente paragonabile al finto lavoro della maggioranza dei politici istituzionali che non fanno un cazzo e prendono un sacco di soldi, e decidono sulle nostre vite in base ai loro tornaconti elettorali o economici. Questo è quello che avevo da dire..Ciao Prisca

  7. Non siamo in Palestina, ma in val Susa ci si va vicinissimi – non a caso loro parlano, ironicamente, di “Chiomontistan”: a Chiomonte ci sono letteralmente mille volte più soldati, in rapporto alla popolazione, che in Afghanistan.
    Se non mi credete, andate a vedere con i vostri occhi. La valle è occupata militarmente da esercito e polizia; gli oppositori subiscono persecuzioni giudiziarie comprensive di arresti, percosse, e fogli di via, e la volontà popolare non viene ascoltata. Quando viene meno la sostanza della democrazia, cioè la possibilità per un popolo di autodeterminarsi, è ipocrita difenderne la forma.
    La stragrande maggioranza delle persone che manifesta non sono cazzari, ma persone che nel loro quotidiano si battono per le cose in cui credono, denunciando ingiustizie e costruendo alternative.
    Riguardo a Pasolini: se lo citiamo, citiamolo bene. Innanzitutto: gli studenti degli anni ’70 potevano essere tutti figli di borghesi; quelli degli anni ’10 del duemila, però, no. Non è che Pasolini abbia ragione a prescindere, però se si cita la poesia in cui “difende” la polizia, bisogna ricordare anche questa frase: “Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia”, e poi: “Un borghese redento deve rinunciare a tutti i suoi diritti.” Pasolini criticava gli studenti perché non erano abbastanza proletari, abbastanza rivoluzionari, abbastanza dimentichi di sé e abbastanza antiborghesi, e li invitava a “prendersi” il Pci. E come? “Andate, piuttosto, figli, ad assalire le Federazioni! Andate a invadere cellule! Andate ad occupare gli uffici del Comitato Centrale! Andate, andate ad accamparvi in Via delle Botteghe Oscure!”
    Adesso forse direbbe: occupate le sedi del Pd!
    E infine, mettendo in discussione quanto da lui detto fino a quel punto, conclude così: “oh Dio! che debba prendere in considerazione l’eventualità di fare al vostro fianco la Guerra Civile accantonando la mia vecchia idea di Rivoluzione?”
    Questo era quello che diceva Pasolini: studenti siete ancora troppo borghesi, occupate le sedi di partito, siamo d’accordo che la polizia non dovrebbe esistere ma sono dei poveracci, ma forse sono io che sbaglio e avete ragione voi, facciamo la guerra civile. Altro che difesa della polizia.

  8. I mezzi di disinformazione di massa parlano di scontri. Viene omesso tutto il resto, le cause degli scontri. Questo è un pattern tanto noto quanto ricorrente.
    Se non si fanno scontri, semplicemente non si parla neppure dei problemi che hanno condotto a delle proteste ben motivate, così ben motivate che l’unica risposta dello stato centralisticamentedemocratico (questo concetto è la violenza nazionalistica dello stato centrale in salsa sinistra, cambiano i concetti rispetto agli imprescinidbiliinteressinazionali del corrispondente di destra ma si tratta della stessa roba).
    .
    La pidina difende la tarda e la bacheca dai brutti cattivi che le rovinano.
    Ma non fa una parola sui brutti cattivi che devastano una valle intera contro la volontà della comunità locale, sulla pelle della comunità locale.
    Questo strabismo che è solo una delle molte manifestazioni della malafede e della disonestà intellettuale è ricorrente. Io ti devasto ambiente e sistema di trasporto pubblico in guanti bianchi, tu tiri giù ‘na targa di partito, tutti concentrati su questo barbaroefascistaattodiviolenzadeprecabileblablabla.
    Semplicemente ridicolo.
    Nulla da aggiungere rispetto alla peggior antipolitica pidina che è più pericolosa di quella del centrodestra, in quanto rivestita di centrocentrismo rosinocosìpallidocheèbiancoavolteconvenatureazzurronerognole).

    Poi c’è un guazzabuglio terribile di tutto e di contrario di tutto, in ‘sta lotta partita dalla Valsusa che, a mio avviso, ‘sta scadendo in qualità e diventando demagogica.

  9. I valsusini stanno cercando alleanze, ma le alleanze non consentono “purezza”. Uno può dire: cosa c’entrano il diritto alla casa, i profughi, il terremoto all’Aquila, e così via, con il Tav? Da un certo punto di vista c’entrano, perché si tratta sempre di sperpero di denaro pubblico, oppure di violenza delle istituzioni, oppure di classe politica che fa i propri interessi anziché quelli dei cittadini. Da un altro punto di vista, ogni questione è a sé e uno potrebbe essere d’accordo con una e non con l’altra.
    D’altronde, l’alternativa sarebbe non dialogare con il resto d’Italia, e questo non se lo possono permettere, anche da un punto di vista tattico. E poi l’allargamento ha anche risvolti positivi di scambio di idee.
    Io vorrei solo che sta maledetta linea non si facesse e che si andasse avanti. Ma continuo a non vedere speranze dai partiti. I 5 Stelle sono come quell’amico che ha anche ragione ma litiga sempre con tutti, il centro destra non parliamone, Sel nemmeno (zerbino del Pd e non riesce neanche a liberarsi di Vendola, sempre meno difendibile), e guardiamo al Pd e ai suoi tre candidati alle primarie: di Cuperlo è impossibile sapere la posizione sulla Tav, ma visto chi lo sostiene e il “fascisti” dato ai no tav, mi sembra abbastanza evidente che sia favorevole; Civati è favorevole, e Renzi, che non si è battuto contro la Tav a Firenze, fa una delle sue solite affermazioni incredibili: se tornassi indietro la Tav non la farei, però se non si può tornare indietro facciamola. Che presa per il culo.
    Direi che non c’è speranza in Parlamento, né questo giro né il prossimo.

  10. Dicevo del coacervo del di_tutto_di_più verso cui sta virando il movimento No TAV.
    Dico subito che quello che scrivo è dovuto ad un punto di vista critico ed ecologico in senso lato, non un punto di vista di sinistra.

    Il comunicato pubblicato vira verso la demagogia.
    E’ contradditorio

    > Dentro una composizione sociale meticcia

    > a scapito della sovranità decisionale di chi abita i territori e le città

    I meticcio è un riferimento alle aspirazioni panmixiste e globaliste, migrazioniste di parte del movimento che del resto cozzano conto la volontà di molte persone, cittadini e paesani di questa Italia costipata e drammaticamente sovrapopolata di non subire la violenza delle immigrazioni di massa.

    Le immigrazioni di massa di popolazioni ad alto tasso di prolificità (comunità islamiche africane ed islamiche, le migranti dei paesi ex-comunisti europee e non sono donne emancipate, anche culturalmente e mentalità libera da inquinamenti religiosi e tassi di riproduzione virtuosi simili a quelli delle italiane) che spingono in alto la necessità abitative, infrastrutturali, energetiche e di consumi(smi) già ora del tutto insostenibili.
    L’arrivo di milioni di migranti non può in alcun modo essere gestito con il parco immobililare esistente anche credendo di requisire tutti i vani inutilizzati (ca. il 10% del patrimonio inutilizzato e vuoto, qui alcuni numeri per Milano ad esempio, qui si parla di ca. 250k vani sfitti a Roma, che dati i rapporti tra gli abitanti ha ordine di grandezza simile).

    Insomma, dal punto di vista ecologico e della sostenibilità non c’è peggiore sciagura di questa crescita demografica di ritorno dovuta alle immigrazioni.
    Un compagno del gas mi diceva: : a breve devono arrivare 20M di migranti.
    Ovvio un un +3.5% ca. sulla popolazione europea di ca. 700M di sardine consumiste costipate. Un disastro terribile.
    La prima cosa che faranno quei 20M di migranti è di diventare consumisti continuando le deleterie tradizioni in fatto di riproduzione, appesantendo ancor più l’impronta ecologica europea e il fatto che essa dovrà aumentare le risorse che “preleva” (e spesso preda) da paesi del secondo e terzo mondo.
    I nigeriani che arriveranno a frotte aumenteranno la dipendenza dei paesi europei anche dal petrolio del Niger. Il circolo vizioso aumenta d’intensità.

    Numerosi autori (adesso sto studiando il rapporto al Club di Roma di J. Randers) sottolineano che se vogliamo garantirci una qualche possibilità di transizione è indispensabile aumentare gli investimenti per sistemi, processi, mezzi efficienti e sostenibili e visto che le risorse (procapite) disponibili sono in diminuzione ciò comporterà una diminuzione per le spese correnti per consumi, tenori di vita, servizi, welfare (“invenzione” del progressimo e del capitalismo industrialisti) etc. con un impegno necessario per tutti.
    Allora, i 24G€ dilapidati nella devastazione (edilizia) e della Val Susa e del sistema ferroviario sono sottratti a quest’ultimo, al sistema pubblico, efficiente, industriale già ora a trazione elettrica che sarà l’unico sistema di trasporto sostenibile e popolare in futuro. (per non raccontare di Orte – Mestre, di passanti nord, di TAV Terzo Valico e del Brennero, di Civitavecchia – Rosignano, BREBEMI, solo per rimanere nell’antipolitica dei trasporti…).
    Edilizia popolare, welfare, sostegno dei consumi(smi) come si afferma demagogicamente in questo strano guazzabuglio di tutto e il suo contrario, non c’entrano nulla con gli investimenti, sono settori di spesa e politici diversi.

    Peraltro, il deprecabile sistema capitalistico in cui tutti sguazziamo, chi più chi meno (e chi pochissimo come Gaia dimostra con il suo mirabile esempio) ,si basa proprio sul consumismo sociale per mantenere il consenso della masse.
    Nelle culture tradizionali, precapitalistiche, non c’era alcun “diritto alla casa”: anzi, quasi tutte le risorse impiegate nel corso di una vita (di duro lavoro) erano dedicate ad alimentazione ed abitazione, non è che le case “piovessero” dal cielo lanciate per diritto divino acquisito da qualcuno (non si capisce chi/cosa).

    Non è possibile coniugare consumismi sociali, crescita, immigrazione (meticciamento) con prospettive di transizione, ecologia, stop al consumo di territorio ed ecologia in genere.

    Poi se vogliamo raccontarci delle cazzate demagogiche a sinistra (/quale?) possiamo pure continuare.

  11. > anche dal petrolio del Niger
    -> anche dal petrolio del Nigeria

  12. Il comunicato a cui fai riferimento è scritto da un attivista di Roma, non da un valsusino. Comunque, io sono pienamente d’accordo con te: a sinistra c’è molta contraddizione e demagogia. Mentre ero a Roma ho partecipato a un’assemblea di profughi e richiedenti asilo eritrei, che per certi versi non mi è piaciuta (nonostante il coraggio di queste persone e l’ottimo cibo) perché mostrava quanto molti migranti “pretendano” che vengano rispettati i loro diritti spesso senza offrire né promettere nulla in cambio al paese che li riceve. Mi ero riproposta di stare zitta e di non palesare le mie idee proprio lì in mezzo, sia per non venire linciata sia per portare comunque rispetto a gente che, questo bisogna ricordarlo, è nata senza averne colpa in circostanze molto meno fortunate delle mie. Alla fine però il discorso è venuto fuori con un ragazzo romano per metà eritreo che dà una mano ai profughi in Italia, e con mia sorpresa pur essendo in disaccordo con me non se l’è presa e siamo riusciti anzi ad avere un dibattito.
    Quelli che occupano case vuote lo fanno sia per gli italiani che, e forse soprattutto, per gli stranieri. Questo non è del tutto giusto e penso che prima o poi il problema verrà fuori, e si cercherà un maggiore equilibrio. Io come te penso che la casa vada guadagnata, ma anche occupare una palazzina sfitta, con le fatiche di manutenzione, presidio e gestione collettiva che richiede, è un modo di guadagnarsi la casa. Ricordiamoci che l’alternativa è che rimanga vuota e intanto venga consumato ulteriore territorio. Sono meno d’accordo con la richiesta di costruzione di edilizia popolare, che però mi sembra abbia molto meno peso nei movimenti.
    Comunque, tornando alle migrazioni, quello che questi movimenti denunciano è innanzitutto il fatto che associazioni e istituzioni italiane in qualche modo lucrino alle spalle dei migranti, accaparrandosi fondi pubblici che sarebbero destinati all’alleviamento delle loro sofferenze. E davanti a queste sofferenze bisogna comunque, a prescindere da come la si pensa, portare rispetto: è giusto soccorrere la gente in mare e fornire un minimo di assistenza medica e logistica. Non credo che l’accanimento contro chi migra serva a qualcosa, come si è visto: è molto meglio agire sulle cause attraverso politiche di diffusione e promozione dei contraccettivi, informazione globale, riequilibrio delle disparità di reddito, dialogo con i paesi da cui provengono i migranti, e così via. O almeno, proviamo seriamente queste strade prima di scartarle.
    Purtroppo una buona parte della sinistra non capisce tre cose fondamentali, e cioè: che l’Europa non può materialmente accogliere questi migranti, perché la sua prosperità è illusoria e basata su uno sfruttamento di risorse altrui destinato a finire; che l’autogestione di cui parlano i movimenti può comprendere anche il diritto a dire basta all’invasione, e che le migrazioni molto spesso hanno come motore sì il desiderio di “una vita migliore”, ma questa è intesa come reddito più alto, avvicinamento a un ideale consumistico, e arricchimento personale e familiare almeno rispetto al paese di provenienza. Dal mio punto di vista, l’avidità dei poveri non è meno deprecabile dell’avidità dei ricchi. Inoltre, i movimenti non capiscono quanto sia strumentale l’immigrazione nell’abbassamento dei diritti dei lavoratori e nell’arricchimento dei datori di lavoro.
    Io penso però che le persone attente ai temi della giustizia sociale e dell’ambiente possano essere sensibilizzate anche a questa critica ambientalista e di sinistra dell’immigrazione, che non si basa sulla presunta inferiorità o pericolosità di questa o quella cultura o “razza”, ma su considerazioni materiali e razionali. Bisogna aprire un dialogo a tutto campo, è l’unico modo per diffondere le nostre idee.

  13. Egregia gaia,
    sulla situazione in Val susa non mi pronuncio, la conosci senz’altro meglio tu. Senza dubbio non è avvicinabile alla Palestina, questa è una grande cavolata. Come immagini, essendo io di destra, e di una desrta che ha ben poco da spartire con Berlusca e company, posso ben capire il desiderio di risolvere situazioni che appaiono o sono ingiuste, diciamo antidemocratiche, con una soluzione “di forza”, rivoluzionaria. Chissà, magari prima o poi ci arriveremo . Certo non vedo grande apporto in questo senso nell’inutile vandalismo, n el cercare rissa con la polizia (che, attenzione, essendo chiamata a difendere la legalità e l’ordine dovrebbe essere la prima a rispettare questi concetti e la prima a essere sanzionata se li infrange…), quasi che mandare qualche celerino in ospedale possa dare un grande giovamento al progresso civile del paese. Non penso che i manifestanti siano dei cazzari, anzi, l’azione diretta è positiva, ma credo che molte manifestazioni, questo stavo cercando di dire, abbiamo in se un lato egoistico, di difesa dell’interesse proprio a scapito del bene generale. Ed è il bene generale la cosa che importa. Perchè, una volta, non proviamo a pernsare a cosa potremmo rinunciare invece di cosa pretendere, o se il reclamare a oltranza i nostri diritti non leda quelli degli altri, su cui magari abbiamo un potere, diretto o indiretto? O possiamo strafottercene, perchè tanto noi siamo noi e manifestaimo e reclamiamo e occupiamo e vaffanculo al resto?? bene, fermiamo tutti i treni, cazzi loro se migliaia di pendolari devono andare a lavorare e magari ci rimettono di tasca propria per i ritardi. cazzi dei cittadini che vanno al supermercato, se i TIR in protesta hanno bloccato la logistica nazionale. cazzi dei giovani, se non ci sono fondi per il welfare, dato che viene tutto risucchiato nel mega buco INPDAP, noi intanto protestaimo per le pensioni che chiaramente non bastano. cazzi dello stato, se la macchina statale diventa pachidermica, noi intento reclamiamo la stabilizzazione di tutti i precari. Tanto è sempre colpa del sistema, del nemico, dello stato mai nostra dei singoli, vero? allora si bene, facciamo i proletari e occupiamo le sedi del PCI, sarà un buon curriculum per sedere a vita in parlamento qualche anno dopo.

  14. Io sono di sinistra, però in una cosa, credo una sola, mi sento vicina alla destra, cioè nell’importanza data alla responsabilità individuale. La destra dal mio punto di vista esagera, ignorando che ci sia chi nasce avvantaggiato e chi svantaggiato, e che anche il merito individuale può avere successo solo se la società tutta funziona grazie agli sforzi di tutti (puoi essere il migliore imprenditore del mondo ma se la collettività non ti garantisce strade per trasportare la tua merce, giustizia se subisci roghi mafiosi e asilo per i tuoi bambini mentre lavori, non vai da nessuna parte).
    Discuto sempre con persone di sinistra quando ricordo che anche i singoli hanno una loro responsabilità, che non si può protestare contro le delocalizzazioni e poi comprare dai cinesi, contro l’effetto serra e poi fare due vacanze all’anno, e così via.
    Alcune persone di sinistra sono sensibili anche riguardo alle proprie responsabilità, altri vedono tutto come “strutturale”: in questo caso sono meno d’accordo, ma non posso costringere tutti a pensarla come me.
    Riguardo alle tecniche di protesta, la pensiamo in maniera diversa e non insisto, voglio solo garantirti che i celerini non vanno all’ospedale, se non per fare un po’ di scena. È più facile che ci vadano i manifestanti, che in uno scontro diretto sono molto più vulnerabili (e siccome lo sanno, bisogna chiedersi cosa li porti a esporsi comunque). Ma spesso, i manifestanti non ci vanno per paura di venire schedati, e quindi stanno a sanguinare in un angolo o in qualche tenda della Croce Rossa bersagliata di lacrimogeni (scene viste con i miei occhi in val Susa).
    E credimi che se i celerini non fossero quello che sono, e la polizia fosse meno violenta e più trasparente, anche i manifestanti cambierebbero di conseguenza.

  15. Gaia, lo so che tu hai una tua posizione che non è affatto quella di aver messo la testa all’ammasso, sia pur a sinstra.
    Anzi, le tue analisi razionali fanno spesso vacillare alcune miei scetticismi.
    Non per nulla reputo questo posto uno dei migliori! 🙂

    Poi dovrò tornare sul commento di Mauro… sinistra, destra. No no, ci sono sinistrE, ci sono destrE.

  16. Cara Prisca,
    comprendo sicuramente il tuo ragionamento, ma non lo condivido. Per me lo Stato non è «il nemico», perché lo Stato siamo noi. Mi addolora quello che scrivi, perché io vorrei che lo Stato somigliasse di più a te e a persone come Gaia e Mauro, e di meno a chi invece «…distrugge, ci toglie il futuro…, fa annegare i clandestini o li rinchiude in gabbie disumane, impedisce ai poveri di curarsi, di studiare, lascia che le persone soffrano…».

    Io non ho fatto studi politici, sono vissuto in un contesto depresso dove lo Stato latitava (e latita) e dove vige la legge del più forte. Una cosa ho imparato però vivendo in questa melma: che quando lo Stato non c’è, comanda il più forte. Più forte non significa necessariamente più giusto o più umano; anzi, quasi sempre è il contrario. Più forte significa più organizzato, meglio armato, con più entrature e connivenze. Quando lo Stato è assente, sono gli squali a depredare ciò che capita loro a tiro, e dopo tanti anni di pseudo-democrazia credo che ciò sia sotto gli occhi di tutti.

    Per me abbiamo 2 sole alternative: o lo Stato lo si rovescia, perché non si crede più nell’ordinamento che ci siamo dati, oppure si cerca di fare in modo di appropriarcene, di sottrarlo alle grinfie di chi lo utilizza per il proprio e unico tornaconto.
    Sinceramente credo che la nostra Costituzione e i diritti in essa rivendicati rappresentino un bel punto di progresso del vivere civile, che non vorrei perdere. Perciò per me lo Stato va riformato, e non abbattuto. E’ la nostra casa, e non il nemico.

    Quando ero studente, abbiamo protestato (anche in maniera forte) con occupazioni, manifestazioni, etc. Anche lì c’era l’estetica dello scontro, e la visione romantica dell’eroismo rivoluzionario. Cosa abbiamo raccolto? Hanno ridipinto le nostre aule, ricostruito ciò che avevamo distrutto, e adesso abbiamo delle riforme del sistema scolastico e universitario che sono 100 volte peggiori di quelle contro le quali combattevamo. In cosa abbiamo sbagliato? Non eravamo uniti. Non eravamo una forza. Non avevamo peso politico.

    So bene (almeno per me è così) che ci si sente un miliardo di volte meglio a stare in piazza coi compagni sotto una bella bandiera, piuttosto che a stare dentro un’assemblea puzzolente a discettare dell’opportunità politica dell’una o l’altra mozione relativa all’ultimo problema dell’ultimo posto del mondo; ma – credimi – si cambiano di più le cose in questo modo, che in attività che non sono riconosciute, se non addirittura osteggiate, dallo Stato.

    Siete ragazzi con tanta energia e una bellissima tensione al miglioramento della nostra vita: cercate di fare massa critica e di cambiare questo paese come se fosse vostro, e non il nemico.
    Il passo più importante della poesia di Pasolini secondo me è il seguente (Gaia, non dovevi fermarti!):

    Se volete il Potere, impadronitevi, almeno, del potere
    di un partito che è tuttavia all’opposizione

    (anche se malconcio, per l’autorità di signori
    in modesto doppiopetto, bocciofili, amanti della litote,
    borghesi coetanei dei vostri stupidi padri)
    ed ha come obiettivo teorico la distruzione del Potere.

    P.S.
    Scusa la simil-paternale da rompicoglioni, ma ci soffro troppo quando vedo che lo Stato si perde per strada le persone migliori.

  17. In effetti lo scenario di uno stato assente è che ai crimini di stato (come in Val Susa) si sostituiscano i crimini dei parassiti violenti locali.
    ‘nzomma, un’alternativa interessante e gradevole.
    Già.

  18. Io non credo nello Stato perché sta a Roma e Roma è troppo lontana, così com’è lontana anche Bruxelles e, per altri motivi, Trieste. Per me l’unica forma di democrazia è l’autogoverno con la minor delega possibile e sessanta milioni di persone sono troppe perché si autogovernino. Inevitabilmente la politica diventa solo un teatro, a questo livello, perché bisogna cercare di parlare simultaneamente a persone troppo diverse e lontane tra loro, e si finisce per ridurre tutto a slogan.
    Se dovessi appropriarmi dello Stato italiano non vivrei più la vita che voglio vivere. Io voglio una forma di democrazia che mi permetta di autogovernarmi e al tempo stesso di stare dove ho scelto di stare e occuparmi della mia terra e delle persone vicine a me. Con uno Stato centrale questo non è possibile.

  19. …persone troppo diverse e lontane tra loro…

    Eppure, citando wikipedia:
    «Una nazione può riferirsi ad una comunità di individui che condividono alcune caratteristiche comuni quali la lingua, il luogo geografico, la storia ed un governo… Ernest Renan definisce nazione come l’anima e il principio spirituale di un popolo, che gode di una ricca eredità di ricordi e del consenso attuale. Ne consegue che la nazione esiste finché trova posto nella mente e nel cuore delle persone che la compongono… L’idea di nazione matura nel tempo, soprattutto grazie al concetto di “gruppo di appartenenza”: la nazione è tale dal punto di vista politico. Ciò prevede un profondo senso del “noi”, pace e ordine al suo interno, una serie di simboli e miti comuni, la garanzia di protezione e la consapevolezza della durevolezza nel tempo della nazione rispetto ai singoli individui. Il senso del “noi” si sviluppa nella popolazione spesso grazie al confronto con il “gruppo esterno”, che alle volte assume la forma di un odiato nemico… Nonostante al giorno d’oggi molte nazioni coincidano con uno Stato, le cose non sono sempre andate così in passato e ancora oggi esistono nazioni senza Stato e viceversa ci sono degli stati formati da più nazioni. Vi sono anche stati senza nazione…»

    Dal 1861 e non siamo ancora una nazione…

  20. Attenzione però a non confondere un ideale con la realtà.
    Per ragioni storiche il senso della cosa pubblica, dei beni comuni, l’etica pubblica è , in grado diverso, deficitario o assente in Italia. Questo viene con una mancanza di etica della responsabilità (di morale, se vogliamo, nel credo che ciascuno debba assumersi gli oneri delle proprie scelte). La miscela è esplosiva e deresponsabilizza le masse, aumenta il meccanismo di transfer/delega, alimenta la corruzione in senso lato in tutti i settori della società, assistenzialismo, distruzione dell’ambiente, sfruttamento, manipolazione e accentramento in grande scala del potere.
    Il meccanismo delle grandi opere si nutre e nutre questa deresponsabilizzazione.
    Tecnologie e complessità, allungamento delle filiere di potere, lontananza fisica dei luoghi di potere, mancanza di sistemi basati su conflitti virtuosi e sistematici di interessi, autodichia contribuiscono a peggiorare il sistema “in grande” e diluiscono omeopaticamente il già scarso controllo attivo di paesani e cittadini.
    Una sovranità territoriale a misura d’uomo riporta ad una democrazia dell’agorà in cui i rappresentanti rispondono direttamente agli elettori che a loro volta vivono problemi concreti e possono osservare se e quali soluzioni politiche vengono proposte, con quali risultati. La responsabilizzazione diretta di delegati e deleganti elimina il transfer/delega e mantiene viva l’attenzione su come sono utilizzate localmente le risorse locali.

    In altre parole l’assurdità del TAV Brennero, dell’autostrada Mestre – Orte, della malasanità calabrese che è la più cara d’Italia, la bufala degli inceneritori (Renzi promette benissimo!), Expo, SA – RC, BreBeMi, passante nord bolognese, TAV Val Susa, rigassificatori nel santuario dei cetacei, TAV Terzo Valico, autostrada Civitavecchia – Rosignano, piani nuovi stadi inutili con l’edilizia intorno, la pratica della “delocalizzazione” dei rifiuti tossici, e centinaia di altre nefandezze
    1 – non avrebbero risorse per essere realizzate
    2 – emergerebbero come illecite in quanto si smaschererebbe la mancanza di leggitimazione morale (nessun vicentino potrebbe votare una devastazione in Molise, nessun siciliano votare quella della Valdastico) su cui si basa il centralismo affarista e di potere “democraticamente” ecocida (su altri sistemi biotici e altre comunità umane)
    3 – sarebbero incompatibili con una sostenibilità in senso lato locale in senso stretto e con il presidio di paesani e cittadini di difesa di ciò che produce localmente le risorse locali,

    Il potere cresce di complessità e di criminosità con la dimensione della nazione.

  21. Non esisterebbero però anche alcune cosette come il sistema previdenziale, quello sanitario, quello scolastico, etc. così come oggi li conosciamo.
    Avendo avuto a che fare per motivi professionali sui bilanci di alcune PA, ho scoperto che nella stragrande maggioranza dei casi il loro funzionamento è basato su FFO statale e non locale. Dalla comunità locale riescono a trarre ben poco.
    Tutte le balle propagandate dalla lega non sono mai passate perché le singole regioni del nord non sarebbero mai capaci di essere fiscalmente autonome, pagandosi da sole sanità, previdenza, istruzione, etc. Basti considerare quanto spende l’INPS ad esempio in Lombardia, e sommarlo al costo della Sanità e di tutta la macchina amministrativa, e compararlo come ordine di grandezza alle varie voci del bilancio di quella regione.
    Adesso hanno aggiustato il tiro e parlano di MacroRegione, però è facile pompare i bilanci della propria regione creando invece debito pubblico statale (che poiché è dello Stato, è come se fosse di nessuno). Ad esempio, parlano tanto dei fantomatici buchi INPS causati dalla fusione con l’INPDAP, però non specificano che se ci fosse il vero federalismo fiscale, allora il debito dell’INPS dovrebbe essere ridistribuito su tutte le regioni, perché i dipendenti/pensionati da retribuire sono lì residenti.
    A me dispiace quando si parla dello Stato solo per il male, e ci si dimentica che è anche le scuole dove abbiamo studiato, le università dove ci siamo laureati, gli ospedali dove ci hanno curato, etc.
    Per me le istituzioni non sono fatte di mura, ma di persone, per cui lo Stato siamo noi. E soffro quando vedo persone che potenzialmente potrebbero dare tantissimo allo Stato (quindi a noi) allontanarsene, lasciando il campo a chi invece lo vive come un’opportunità per fare proliferare i propri interessi personali a discapito di quelli di tutti. La TAV, in questo senso, ne è una evidentissima dimostrazione.

  22. In pausa pranzo parlavo con una collega.
    Lo stato in sé non è a priori bene o male.
    Dobbiamo riportare lo stato e i sistemi collettivi ad una dimensione locale, comunale in cui democrazia, responsabilità e respons-abilità diretta e sostenibilità siano i cardini.
    Anche la previdenza deve essere gestita localmente perché ciò imporrebbe alla popolazione di essere attiva, previdente e di gestire in proprio o di controllare direttamente i piccoli enti cooperativi locali, i bilanci.
    Non può essere che la previdenza lombarda scarichi i suoi costi su quella umbra, ad esempio, perché ciò violerebbe il principio di gestione e di sostenibilità locale. Per quale motivo un umbro dovrebbe accollarsi i costi degli anziano lombardi?
    Le regioni e le macroregioni sono già su scala eccessiva.
    E’ il comune e qualcosa a livello provinciale a dover gestire quasi tutto.
    Comunque l’antipolitica attuale porterà rapidamente il sistema ad un collasso ed ad un nuova feudalizzazione della realtà, come avviene già in alcune aree del Sud dove lo stato è assente e i parassiti di clan molto attivi.
    Come dice Massimo Fini, forse bisognerebbe accelerare ulteriormente la crescita (di questo sistema) in modo che ess* collassi prima e diminuisca la quantità e la qualità dei danni che causa.

    La Lega è uno dei peggiori esempi di malgoverno che si è sputtanata completamente alcune idee interessanti. Non la prenderei certo come esempio.

  23. Io sono per un sistema federale di qualche tipo, in cui i livelli di potere principali sono comune e regione, in collaborazione con comuni e regioni vicini. Le idee leghiste sono la brutta copia di idee autonomiste del tutto sensate e legittime, che esistono da ben prima della Lega. Qui in Friuli c’è una lunga tradizione autonomista e ci sono persone che si sentono friulane prima che italiane (data anche una storia e una lingua a sè). Io personalmente mi sento entrambe le cose, e vorrei l’Italia più come una federazione che come uno stato centrale. Non ha senso dire che le regioni non potrebbero essere autonome perché attingono da un bilancio statale, che però è finanziato dai cittadini delle regioni stesse: sono sempre quelli i soldi che girano, se bastano ora dovrebbero bastare anche spartiti. Se ci sono squilibri saltino fuori: i lombardi vivono a scrocco dei meridionali? Allora facciamo i conti e ognuno paghi per sé.
    Al mondo esistono paesi molto piccoli e paesi molto grandi, ma non mi risulta che esista un paese in cui la dimensione piccola è usata come scusa per non fornire istruzione e sanità.
    Non confondiamo Stato e collettività: non sono la stessa cosa.

  24. Premetto di non aver fatto studi economici o politici, ma credo che ci siano alcune attività adesso a carico dello Stato che non sono sostenibili localmente, soprattutto in quelle zone del paese la cui economia è particolarmente depressa. In molti paesi in cui c’è un forte federalismo fiscale, infatti, buona parte del welfare (previdenza, assistenza sanitaria) è privata e quindi sono soggetti privati che – operando su tutto il territorio nazionale – fungono da surrogato per lo Stato.
    A me saltano i nervi quando i politici nei talkshow si lanciano in paralleli assurdi paragonando il cuneo fiscale italiano a quello svizzero (che è più basso perché lì la previdenza è privata: per cui la tua busta paga è più ricca perché sei tu che devi provvedere al tuo fondo pensione), oppure la spesa corrente italiana a quella tedesca (dove, ad esempio, la sanità è privata, e per goderne devi sottoscrivere una polizza assicurativa).
    Non si possono paragonare parametri di sistemi economici con architetture profondamente diverse.

    Sono d’accordissimo sulla responsabilità politica e sulla visibilità locale che sono imprescindibili da qualsiasi altra considerazione; però credo che se ci si sente una nazione (come accade per la Germania) va da sè che la parte più ricca del paese dia una mano a quella più debole (vedi annessione DDR) utilizzando anzi l’intervento di sostegno come un’occasione per rinnovarsi. La DDR sarebbe mai riuscita a uscire dal guado, se fosse stata lasciata a se stessa? Poi ci sono sistemi infrastrutturali che formano network che è impossibile gestire indipendententemente a livello locale (penso a energia, trasporti, telecomunicazioni). Per me ridurre tutto l’attuale sistema socio-economico a livello locale è impossibile, a meno di non voler ritornare a piccole comunità autarchiche ad economia chiusa, tipo l’economia curtense. Ma queste funzionavano perché gli abitanti erano pochi e l’aspettativa di vita era sui 40/50 anni (presumo); metropoli come Milano con più di 5 milioni di abitanti come farebbero a non autocollassare sotto il proprio stesso peso?

    Per me se i popoli si organizzano in Stati una ragione c’è, ed è proprio questa: l’autosostentamento. Il malgoverno è un’altra cosa, e non dipende unicamente dall’esistenza dello Stato centrale; anzi si potrebbero fare dei controesempi dove la presenza di uno stato centrale permette di prendere le decisioni giuste, proprio perché non gravato da interessi locali (Luca Mercalli recentemente ha fatto notare che nel sud-ovest della Francia, devastato dalle alluvioni negli ultimi anni, il governo ha decretato giustamente la non abitabilità di quei luoghi, costringendo i cittadini a trasferirsi, indennizzati, in zone limitrofe. Questo provvedimento non sarebbe mai stato emanato dalle amministrazioni locali di quel Dipartimento, perché lì nessuno avrebbe voluto lasciare le proprie case, anche se costruite assurdamente in zone estremamente a rischio dal punto di vista idrogeologico). Il problema non è avere uno Stato centrale – a mio avviso -; il problema è chi è alle leve del comando, e utilizza il potere per i propri porci comodi.

  25. Non è detto che i servizi a livello locale debbano essere per forza privati. La sanità pubblica attualmente è gestita principalmente dalle regioni, per esempio. Che la si voglia privatizzare non c’entra con la questione della scala. Trenitalia è di stato ma funziona come un’azienda privata, tra l’altro ottusa e impenetrabile, mentre noi qui abbiamo treni regionali o in collaborazione con l’Austria che funzionano infinitamente meglio. Questo di per sé non dimostra niente, se non che varie combinazioni sono possibili.
    Secondo me non si può cercare esempi di decisioni giuste o sbagliate per giustificare una forma di governo piuttosto che un’altra: le democrazie possono prendere decisioni pessime e le dittature essere illuminate. Il discorso è piuttosto: vogliamo governarci, o vogliamo che sia qualcuno a farlo per noi, bene o male che tocchi? Io credo nell’autogoverno indipendentemente dai risultati, come credo nella libertà anche se c’è chi la usa male.
    L’energia per me DEVE essere locale, perché solo così si usa quella che si ha e non si è dipendenti dall’estero. I trasporti più importanti sono quelli locali, dei pendolari, e vanno gestiti in loco; per le tratte lunghe ci si può coordinare tra regioni. Il fatto che l’Europa sia divisa in stati diversi non ha certo impedito di prendere treni e aerei da un paese all’altro!
    L’idea di Italia come nazione e stato centrale al tempo stesso è un’idea per me molto bella, ma più adatta per l’Ottocento, in cui bisognava liberarsi da potenze straniere ancora più grandi e distanti, che al momento attuale, in cui non sappiamo nemmeno quanto è nostro delle risorse che consumiamo. In Italia il periodo dei comuni e del Rinascimento, anch’esso caratterizzato da un potere decentrato, hanno prodotto arte, scienza, bellezza, ricchezza, e partecipazione: forse queste forme di potere locale e partecipato sono più adatte a noi a noi dell’esperienza attuale.
    Per non parlare sempre di soldi, faccio un altro esempio: un ragazzo che studia queste cose l’altro giorno mi ha detto che la Puglia importa acqua dal Nord. Acqua!! Del vino e dell’olio si può fare a meno, ma dell’acqua no. Questa è follia! Non voglio che i pugliesi muoiano di sete, ma ancora meno che si creino dipendenze pericolosissime. Se i friulani o i veneti decidessero di non dare più acqua, cosa succederebbe? Ognuno deve vivere in base alle proprie risorse e controllare la popolazione di conseguenza, commerciando il surplus per avere qualcosa in più ma sempre stando attento a non dipendere da altri per la propria sopravvivenza.

  26. > voler ritornare a piccole comunità autarchiche ad economia chiusa,
    > tipo l’economia curtense. Ma queste funzionavano perché gli abitanti erano pochi

    Oh… eccoci.
    Le piccole comunità autarchiche (la terminologia varia qui, dall’anarchese “comunità autonome”, al neodestrese “piccole patrie” al gandhiano “villaggio autonomo”) sono proprio strumenti e dispositivi di giustizia.
    In piccole comunità autarchiche semplicemente non puoi commettere grandi crimini. Esse inoltre sono per definizione resilienti proprio perché favoriscono un’economia che garantisca autonomia. Ora, nel 2013, con i sistemi di contraccezione efficaci e accessibili, anche la stabilità demografica nei limiti della sostenibilità.
    Città come Milano sono ecologicamente insostenibili e quindi lo sono anche per quanto riguarda la morale e la giustizia. L’insostenibilità delle (grandi) città è uno dei cardini dell’ecologia profonda, infatti.

    Poi arriviamo “agli abitanti erano pochi”.
    La sostenibilità locale impone anche che la popolazione sia numericamente congrua con i consumi di beni e servizi che quel territorio può garantire.
    Qui passiamo dall’utopia reale e storica della violenza della crescita demografica e delle migrazioni con cui essa si è sempre manifestata e si manifesta all’utopia della riproduzione “responsabile e sostenibile” e al fatto che la decrescita demografica in contesti attuali (con una parte di buone tecniche, processi, conoscenze, mezzi e tecnologie) porta ad un aumento delle risorse pro capite disponibili, esattamente il contrario dell’impoverimento che viviamo (anche con notevoli lati positivi) rispetto alla diminuzione delle risorse totali in presenza di un forte aumento del numero di homo dovuto alle immigrazioni di massa e al tasso di fecondità patologicamente elevato per alcune delle comunità migranti.

    Ecco perché è necessario prendere che la scala in grande e il loro ulteriore ‘aumento (perdita delle sovranità e delle economie locali) appartiene allo spazio dei problemi (gravi) non delle soluzioni.
    Inoltre in Italia non possiamo adottare politiche che funzionano in paesi con una forte etica civica, collettiva (come i paesi del Nord Europa) perché questa caratterizzazione non ci appartiene.
    L’elenco delle truffe e dell’uso distorto di norme che funzionano bene in altri paesi europei è ormai straordinariamente lungo.
    Guardare alla nostra storia per cercare di capire il nostro futuro.
    Sto cercando di capire cosa abbia prodotto l’Italia di buono e di pessimo prima o dopo l’unità e non è che ne esca un gran panorama favorevole all’unità, mi sembra.

  27. Aggiungo che, non è affatto detto che la dimensione collettiva non sia presente nelle piccole comunità territoriali. Anzi…
    Il risultato è proprio quello di costituire una seri di usi, di regolamenti (ne potrei citare alcuni, presenti sia in Appennino tosco emiliano che in Trentino o Alto Adige) che stabiliscono e normano attività util per il bene comune e quindi individuale/familiare. Molte di queste norme hanno origine medievale o rinascimentale.
    Nelle piccole comunità si realizza una qualche forma di solidarietà, negli stati “in grande” l’assistenzialismo e lo sfruttamento.
    La dimensione sociale, pubblica, comune delle comunità in alcuni paesi come Danimarca, Svizzera, Austria è semplicemente inimmaginabile per noi italici.
    Quelle comunità/cantoni/province/comuni sono terribilmente “komunisti” se osservati con la nostra mentaliltà.
    Non che fossero migliori, ma se non avessero sinergizzato (cooperato sinergicamente) semplicemente non sarebbero sopravvissute.
    La famiosa “necessità che aguzza ingegno” e pure solidarietà, senso civico, blablabla. La stessa fulgida cooperazione dei primi tempi qui in Emilia aveva quelle origini.

  28. RFI è un’azienda di stato, e il fatto che ci siano treni regionali o in cooperazione con l’Austria non sarebbe possibile se non ci fosse RFI (i treni non camminano senza il network ferroviario). Lo stesso dicasi per la Sanità: è amministrata su base regionale, ma il grosso del trasferimento alle regioni arriva dallo stato centrale, ed è finanziata dall’IRAP, a quanto ne so, che è pagata in tutta Italia.
    Anche per me l’energia deve essere per quanto possibile locale, ma come la mettiamo con una regione povera da questo punto di vista? Quale sviluppo ci sarebbe stato in tante zone d’Italia, se non si fosse distribuita al suo interno l’energia prodotte in altre zone?

    Anche io sono per il «locale per quanto possibile»; però mi sembra che in alcuni casi ciò sia estremamente poco fattibile, a meno di non cambiare completamente tutto il tessuto economico-produttivo.

    Il fatto che poi il mercato e le sue logiche stravolgano tutto, quello è un altro discorso, che a mio avviso non è imputabile alle colpe di uno stato centrale.
    Anche io sono per il federalismo, per carità, però ritengo impossibile una mancanza di coordinamento e di controllo centrale.

  29. Ovviamente il piccolo ha dei costi e delle diseconomie.
    Ma le stesse diseconomie di scala appaiono trascurabili rispetto ad altri aspetti positivi. Se pensi alla qualità di vita di un piccolo borgo delle Marche o del Salzburgerland e alla qualità di vita in una metropoli / costipazione umana ottieni un primo esempio.

    Non esiste una forma ed una scala statuale perfette. Ora però conosciamo le distorsioni e le patologie di questa e sarebbe folle non prendere delle contromisure radicali,(come sta succedendo).
    Già ora lo spezzatino dei trasporti (ferroviari) regionali ha spesso eliminato la possibilità di muoversi se non con treni elitari (Frecce varie) ad alto costo, a peggioramento del servizio (rotture di cariche (“cambi”), aumento dei tempi di percorrenza, aumento dei costi).
    Quindi in questo momento abbiamo addirittura il peggio e di una sorta di ridicolo federalismo (che federalismo è quello in cui non c’è la gestione rigidamente locale di risorse, energia, rifiuti, approvvigionamento, fisco?) in cui lo stato deve metterci sempre non una ma tre pezze e uno stato nazionale che ha deciso di privatizzare alcuni monopoli naturali.

  30. …La dimensione sociale, pubblica, comune delle comunità in alcuni paesi come Danimarca, Svizzera, Austria è semplicemente inimmaginabile per noi italici…

    Lo è – appunto – perché non abbiamo il senso di nazione e di Stato.
    Il discorso è tutto qui. Negare però l’importanza e la necessità di infrastrutture a livello statale mi sembra però quanto meno irreale e anti-storico.
    Il fatto stesso che noi stiamo qui tutti quanti utilizzando Internet – ad esempio – ne è una prova.

  31. In realtà a me risulta che una delle due linee gestite dalla Regione FVG corra su binari propri, che non sono di Rfi, ma non so dove verificare. Un’altra tratta, la Gemona-Sacile, è stata lasciata morire da Trenitalia-Rfi che si rifiuta però di cederla alla Regione, che riuscirebbe a gestirla e a farla rivivere.
    Riguardo alla sanità, piuttosto che pagare le tasse a Roma, riceverle indietro e gestire i fondi, preferirei che tutto il denaro restasse localmente, risparmiandoci almeno la burocrazia.
    La Svizzera è un piccolo stato federale con grandi autonomie locali, e la Danimarca è meno grande di Piemonte e Lombardia messi assieme. A parte questo, comunque, se i friulani si sentono più friulani che italiani, i sardi più sardi che italiani, non penso sia giusto dire che un’identità nazionale debba essere imposta su un’altra. Io mi sento sia italiana che friulana, ma so che ci sono persone in Friuli (o in Alto Adige) che vedono tutt’ora l’Italia come un’imposizione che ha cancellato la loro lingua e la loro cultura. E per molti versi hanno ragione. I friulani sono stati snazionalizzati da un’idea di nazionalità imposta. Quindi mi rifiuto di pensare che esista solo un’identità nazionale possibile, quella italiana.
    Riguardo alle infrastrutture, treni e internet ci sono anche in stati minuscolissimi. Non è che San Marino, il Lussemburgo, il Principato di Monaco o la Slovenia non navighino su internet perché sono piccoli! Non vedo perché non ci si possa coordinare nei pochi ambiti in cui si richiedono economie di scala, e arrangiare su tutto il resto.

  32. Si, sono piccoli, ma sono Stati! Io non dico [piccolo = male] oppure [friulano = male], per me la differenza e l’identità sono il sale della vita.
    Mi scuso perchè – come al solito – mi spiego malissimo. Ci provo con un esempio.
    Internet funziona perché tutte le sottoreti che ne fanno parte si sono messe d’accordo su infrastrutture, servizi e protocolli. C’è un disegno comune, e questo disegno è la rete stessa.
    Se pensiamo alle sottoreti (indipendenti) come alle regioni, ai länder, ai dipartimenti etc. etc., allora Internet è lo Stato centrale. Ora, così come una sottorete non può essere assolutamente indipendente e deve sottostare a delle regole, a dei protocolli, a dei carichi di banda, etc., allo stesso modo una regione non può essere assolutamente autonoma. Di più: ci sono dei servizi che non sono ubicati nella sottorete stessa, ma che sono necessari al funzionamento di tutte le sottoreti (esempio: il DNS oppure il routing distribuito). Perciò non si può pensare ad una sottorete autarchica che faccia parte di internet. Allo stesso modo, a mio modesto parere, non si può pensare ad una regione autarchica che sia separata dal resto del paese.
    Ora, tutte le persone che hanno a che fare con la rete (i cittadini che hanno a che fare con lo Stato) sanno bene che non possono creare danni alle infrastrutture comuni (non possono dannegiare lo Stato) perché altrimenti il danno che pare fatto altrove ricadrà su di loro nel giro di qualche millisecondo (nel giro di qualche anno). Essi hanno il senso della rete (dello Stato).

    Purtroppo l’analogia nella realtà non funziona, perché localmente alcune persone privilegiano i propri interessi locali a danno dello stato, e d’altra parte nello stato centrale ci sono altre persone che per i propri interessi di parte danneggiano le comunità locali.

    Da ciò, però, a dire che avere infrastrutture comuni nel paese è il male, solo perché se ne fa un uso distorto, a mio avviso è un errore. E’ come dire che la telefonia mobile è il male solo perché i providers telefonici ne fanno un uso distorto, oppure gli utenti ne abusano.

    Sempre a mio avviso, gran parte degli sprechi e dei disservizi in Italia sono dovuti proprio alla mancanza di coordinamento e di disegno centrale condiviso.

  33. Una sorta di nazionalismo “democraticamente ” (quale democrazia? in quale ambito territoriale?) violento è proprio quello che si manifesta in Val Susa a danno della comunità locale.
    D’altra parte la comunità dell’Altoadige Sudtirolo (che culturamente è tirolese e non italiana, annessa a forza nel 1918) è obnubilata, anestetizzata, rincoglionita dalla propria pingue opulenza e non resiste 1/100000 dei valsusini alla devastazione TAV/TAC del Brennero, (a parte alcune minoranza visionarie e critiche).
    Purtroppo anche una più spiccata autonomia locale non da alcuna garanzia di buon governo (per me buono = ecologico).

  34. Io non capisco perché la Slovenia, il Belgio o San Marino possono essere indipendenti, ma il Friuli, l’Alto Adige o la Sardegna, con dimensioni simili, no. E i Paesi Baschi? E la Scozia? Perché devono stare nella Spagna o nel Regno Unito? Ma anche senza inventarsi identità che non esistono, come quella padana, i cittadini del Nord Italia potrebbero desiderare di gestire più cose a livello locale. Nella storia si sono susseguite tante di quelle scale e forme di governo che non si può considerare lo stato nazione un qualche punto di arrivo definitivo – tanto più che ora, in Occidente, vacilla fortemente.
    Non do per scontato che tutti vogliano essere autonomi, ma nemmeno temo che accada.
    Internet trascende qualsiasi confine, e così anche i treni. Se nel futuro torneremo a forme più locali di potere, come io auspico, troveremo le soluzioni per il resto.

  35. Specifico: i cittadini del nord Italia come quelli del sud o di qualsiasi altra collettività. Spero che nessuno pensi che per me il problema sia il resto del paese: è soltanto la scala e l’accentramento di certe decisioni. A me questo paese piace tantissimo e lo sento anche mio, in un senso però più culturale e personale che amministrativo.

  36. Non riesco a leggere tutta sta massa di post…ad ogni modo, non bisognerebbe riflettere di come l’autonomia gestionale locale non abbia per nulla migliorato il buon governo, ma abbia solo aumentato i centri di spreco? Non vengono dalle regioni gli scandali maggiori ultimamente? E vi sarà anche stata una ragione se, dai localismi, si sono formati degli stati nazionali più ampi. Tempo fa andava di moda qui nel Nord-est lo slogan “faccaimo noi! facciamo da soli!” per superare le inerzie dello stato con l’azione dele forze locali. Quando tutto andava bene, però. In tempi di crisi tutti invece richiedono, giustamente, l’intervento dello stato. E che dire del fatto che molto spesso dietro le rivendicazioni dei localismi si nascondono pure e semplici ragioni economiche: io sono più ricco e i miei soldi li voglio tenere per me.

  37. Conosco una famiglia piena di debiti perché i figli si erano fidati di un fratello senza controllare. Ma questo non è un motivo per espropriare tutte le famiglie del mondo e far gestire i loro soldi da un qualche ente superiore.
    Se le persone non vigilano, possono farsi fregare anche le mutande, e gli sta bene. Qualsiasi sia il livello di potere, senza vigilanza non funziona.
    Ciò non toglie che sia più facile vigilare su malagestione e sprechi quando questi avvengono vicino a noi. Posso sapere quali consiglieri regionali qui sprecano i soldi, e non votarli, ma se devo seguire tutti gli scandali d’Italia, capitale compresa, non ci capisco più niente.
    Comunque ricordo che gli stati non si sono formati dai localismi, ma dagli imperi multinazionali. Semplificando molto, una delle promesse principali del Risorgimento era l’indipendenza dall’ingerenza o dal dominio delle potenze straniere.
    E comunque, non è che se una cosa è successa va per forza bene.

  38. Assolutamente d’accordo con Mauro.

    Io pure sono per le identità locali, per l’autogoverno fin dove sia possibile, e contrario al fatto che in un contesto assolutamente distante – sia geograficamente, che culturalmente e ideologicamente – vengano prese delle decisioni che impattano in modo significativo sul posto in cui abito. Mi dispiace solo quando ci si abitua ai benefici del vivere in uno stato unitario, come se siano scontati e facciano ‘parte del paesaggio’, e dello stato centrale si rilevino solo gli svantaggi.

    Quando ascolto le rivendicazioni di indipendenza di una regione nei confronti dello stato cui appartiene, credo che per affrontare il prezzo (non basso) di una secessione ci sia l’urgenza di porre in essere delle modifiche profonde alla propria realtà istituzionale/amministrativa/economica, altrimenti si rimarrebbe così com’è. Che senso ha separarsi da uno stato per modificare solo qualche dettaglio? Ma spesso mi accorgo che la vera finalità è solo quella di una scorciatoia per il potere: mi faccio il parlamentino locale, il governuccio locale, la polizia locale. Per poi finire per dipendere dagli stati confinanti per l’energia, i trasporti, la tecnologia, etc.
    Per me l’unione è una vera ricchezza: quando attorno a me mi sono tutti uguali, inizio ad avere gli attacchi di panico.

  39. Tra indipendenza e centralizzazione ci sono un sacco di alternative: federalismo, autonomia… Le possibilità sono molte.
    Su tutto il resto non mi ripeto, che* già la discussione è lunga 🙂

    * So che questi che andrebbero con l’accento (da: sicché, giacché, dacché), ma non mi piace.

  40. Esatto, l’indipendenza delle potenze straniere perchè la frammentazione precedente aveva causato solo lotte intestine e debolezza esterna. Campanilismi distruttivi e piccinerie: vada tutto in malora purchè il mio vicino non ne tragga vantaggio. Per secoli noi siamo stati il paese del “francia o spagna purchè se magna!”. triste, direi io. Ora, all’orizzonte vedo parecchi motivi per non dimeticare questa lezione della storia. questo non vuol dire che l’Europa o l’Italietta così come sono vadano bene, ma che il vecchio motto “l’unione fa la forza” non è da buttar via….
    Io mi sento molto campanilista e furlano, ma la nostra regione da sola, così come le altre, avrebbero la stessa capacità di azione su scala globale e lo stesso peso che Bossi, in una famosa battuta, attribuiva al Miglio alla fine della sua epopea leghista. 🙂

  41. > Quando tutto andava bene, però. In tempi di crisi tutti invece richiedono, giustamente, l’intervento dello stato.

    Non è affatto giusto questo.
    E’ assolutamente ingiusto e immorale: quando va bene mi arrangio e sono “federalista” (di quale federalismo?), quando va male richiedono l’intervento dello strado, ovvero scarico i problemi (che ho contribuito a creare) sugli altri.
    Sarebbe ‘na cosa giusta questa?

    x Mauro:
    Uno stato unitario ha dei pro e dei contro come lo hanno forme federali i pro e i contro.
    Peraltro sono stati unitati anche la Germania, il Canada e la Svizzera, nonostante il loro federalismo piuttosto spinto.
    Un principio di ingegneria è di isolare bene parti componenti del sistema e di farle comunicare in modo limitato e controllato: questo permette di gestire molto meglio i fattori di crisi evitando che una situazione critica ad una parte si propaghi senza controllo a tutto l’insieme. Nessun ingegnere sano di mente progetterebbe un sistema complesso senza questo accorgimento. Immagini una nave di grande stazza a stiva unica senza paratie divisionali? Il naufragio sarebbe praticamente assicurato entro le prime uscite in mare.
    Visto che questo stato centrale ha problemi piuttosto gravi proprio dovuti alla mancanza di “ingegneria di prevenzione strutturale delle crisi” (sono praticamente ovunque assenti architetture che portino ad un sistematico e virtuoso conflitto di interessi) non possiamo pensare di affrontare la transizione e l’aggravamento della crisi di questo modello insostenibile (anche sociologicamente, statualmente, moralmente) non agendo anche su questo aspetto: sostenibilità territoriale nel senso più ampio e più stringente.
    Probabilmente potrebbero innnescarsi altre dinamiche (anche patologiche) ma prima dobbiamo provarci. Non mi sembra che siamo in condizioni così idilliache né per continuare così né per apologizzare in alcun modo le virtù di questo stato-modello violento che cozza contro i limiti non solo etici e morali ma anche biogeofisici e li aggredisce violentemente, come si sta manifestando in Val Susa, dove “il tumore” ha trovato qualche primo principio di resistenza.

    > Per me l’unione è una vera ricchezza, quando attorno a me mi sono tutti uguali,
    Questo principio è molto importante.
    Secondo te le diversità culturali sono meglio garantite in una libera unione tra pari comunità o in forme spiccate di centralismo?

  42. Questo caso è interessante su luci e ombre di un’autonomia/sovranità territoriale locale.

  43. Accidenti, cari UIC e Gaia, quante cose interessanti su cui accapigliarsi! 🙂
    meriterebbero una animata discussione in osteria, d’avanti a dei tagli di rosso. Io infatti sono lettore e scrittore volubile e fiacco (almeno dall’ufficio, in pausa pranzo….), vi cedo il passo e mi ritiro in buon ordine dalla tenzone. Michele, vedi tu, tieni alta le nostre ragioni! 🙂

  44. Il mio problema è che scrivo da dove posso e quando posso (spesso durante compilazioni o la palestra dei bambini) e non avendo smartphone/tablet o altri dispositivi portatili (anche se spesso approfitto di chi c’è in giro :D) anche a me riesce difficile. Comunque mi trovi nuovamente d’accordo sull’osteria! Oggi siamo davvero sulla stessa lunghezza d’onda…

  45. E se tutto va bene, alle cinque avremo anche qualcosa a cui brindare..

  46. Diamine, e quanto ce n’è voluto! Mia sorella in Germania starà sparando i fuochi d’artificio…
    Il prossimo obiettivo è la cancellazione della Tav. Speriamo che la fine dello scempio sia sancita dai politici, e non dai giudici come successo per l’Ilva.
    Stasera quando torno a casa stappo una bottiglia di quello buono!

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