rosa

Ultimamente ho scritto poco; ci sono stati argomenti che mi hanno dato molto da pensare, ma ogni volta che mi proponevo di pubblicare qualcosa mi ricordavo che l’avevo già fatto. Dire sempre le stesse cose è un po’ un insulto ai propri lettori, anche se per come funziona la comunicazione oggi siamo abituati a molti aggiornamenti con pochi contenuti nuovi anziché a rimuginare a lungo su una buona idea. La parata di lacrime di coccodrillo e strumentalizzazioni ridicole dopo le tragedie di Lampedusa (è colpa del buonismo! È colpa della Bossi-Fini!) mi ha fatto venire voglia di commentare, ma poi mi sono resa conto di averlo già fatto. Quasi ogni giorno qualcuno muore sulle strade friulane (in ogni incidente è sempre coinvolta una macchina), ma ho già commentato anche questo. È tutto ancora online, se vi va di leggerlo o rileggerlo. Guardate le tag.

Finché stamattina mi sono improvvisamente ricordata che c’era una cosa in sospeso: non ho ancora espresso la mia preoccupazione per lo sconcertante fatto che le bambine oggi giorno si vestono solo di rosa.

Partiamo dal punto specifico. Il rosa di per sé è un colore come un altro; è il colore dei ciclamini, della carne cruda e dei tramonti. Esiste in natura. Tempo fa lessi uno studio secondo il quale le donne effettivamente preferiscono istintivamente il rosa, e ci sarebbe il solito motivo preistorico per questo, ma io come John Stuart Mill diffido da ogni “dimostrazione” di diversità intrinseca finché continuiamo a vivere in una società che impone su maschi e femmine determinate aspettative. A me da piccola piaceva l’azzurro, poi crescendo ho attraversato varie fasi, come Picasso ma senz’arte, ognuna con il suo valore simbolico. Ispirata dai colori dell’autunno nordamericano, c’è stato persino un periodo in cui vestivo preferibilmente di turchese, bruno e arancione.

Nella nostra società, ad ogni modo, il rosa è il colore associato alla femminilità. Tutti conoscono questi quattro colori che annunciano altrettanti passaggi fondamentali nella vita delle persone: bianco per il matrimonio (verginità), nero per il lutto (morte), rosa per la nascita di una bambina e azzurro per la nascita di un bambino. Solo che, come sa chiunque conosca un minimo di storia del femminismo, sesso e genere non sono la stessa cosa. Quando viene al mondo una bambina, salvo rarissime eccezioni, sappiamo che quella bambina avrà un certo apparato genitale e volendo sarà in grado di partorire (il sesso), ma questo non significa che la bambina sarà “femminile” (il genere) – che giocherà con le bambole, sarà compassionevole e civettuola, darà importanza al proprio aspetto, si prenderà cura dei propri cari, riuscirà a fare tre cose contemporaneamente… tutte gli stereotipi, insomma, che nella nostra società rimangono associate all’essere nata donna.

Il rosa è il colore che lega il sesso al genere. Non solo infatti segnala pubblicamente la nascita di una femmina, ma in qualche modo la incatena all’idea che la società ha di come una femmina deve essere in aspetto, carattere, aspirazioni. Il colore dei fiocchi e delle copertine diventa la prima divisione di genere imposta ai bambini. Io da piccola alle volte vestivo di azzurro, ma sono sicura che mia madre non mi avrebbe vestito di rosa se fossi stata un maschietto, o che se lo avesse fatto qualcuno avrebbe trovato da ridire. Gli stereotipi di genere penalizzano gli uomini forse ancor più che le donne: se ormai una bambina “maschiaccio” è tollerata, credo che per l’autostima di un bambino sia tremendo venire chiamato “femminuccia”. Le bambine vestono di azzurro, almeno in teoria, ma il rosa è molto raro tra uomini e bambini. Una bambina può fare giochi da maschio, ma il bambino rischia grosso se prende in mano una Barbie.

Piano piano capirete dove voglio arrivare. A questo proposito segnalo come pertinente il libro della Lipperini: grosso modo so cosa dice, anche se non l’ho letto tutto perché non mi piaceva come era scritto, troppo disordinato. Le bambine sono ancora educate ad essere belle, sensuali sin da piccole, decorate ed acquiescienti. Sono addestrate per essere future veline e donne di casa. Anzi: lo sono più ancora delle loro madri, figlie di decenni di lotte per l’emancipazione. Sia nella vita reale che su internet ho visto più donne stupirsi o inorridire: io sono una donna emancipata, mia figlia ha come modello le principesse.

Vi sarete accorti, ci vuole veramente poco, della pervasività di due modelli devastanti per le bambine, uno americano – le principesse Disney – e uno tutto nostro, addirittura un vanto nazionale – le veline di cartone, le Winx.

Le principesse Disney sono ovunque: nelle librerie, nei negozi di abbigliamento, tra i giocattoli, addirittura quando aspetto in posta vedo sulle copertine dei libri in vendita le eroine della mia infanzia (per fortuna non le uniche!) e le loro eredi moderne: quella nera, quella con la treccia lunga, quella rossa ribelle. Tutte bellissime – e se non hanno già le curve da modella, una ritoccatina anche a loro.

Le bambine, insomma, sono bombardate. Quelle principesse le vedono ovunque e, quando le indossano, le vendono anche su se stesse.

(Tra l’altro in posta ho anche visto due libri da colorare per bambini – rosa e azzurro, ovviamente, il primo con le principesse, il secondo per maschietti con disegni di mestieri seri).

Riguardo alle Winx, poi, le parole della lingua italiana non bastano ad esprimere l’orrore, la rabbia, il disprezzo che io provo per quella creazione abominevole. Ho visto le Winx un po’ dappertutto, ma solo una volta ho guardato un cartone, e ho pensato che se mai avrò una bambina la proteggerò da quelle maghette sceme con tutte le mie forze (tra l’altro, a differenza delle principesse, non hanno nemmeno un minimo di buon gusto nel vestire). Shopping, moda, minigonne, fisici impossibili, amoreggiamenti precoci, trucchi e ammiccamenti: questi sono i valori che le Winx trasmettono alle bambine. E, cosa fondamentale, mi pare che le bambine abbocchino. Tutte le bambine piccole che conosco, e sottolineo tutte, sono il risultato di questi modelli culturali: pensano a truccarsi e ai ragazzi, possiedono infiniti gadget decorati con questi modelli femminili, e quando devono disegnare disegnano principesse. E vestono TUTTE di rosa. Non frequento molte bambine, ma tutte le bambine che vedo sono vestite di rosa. Il rosa è il colore di tutto quanto descrivo sopra.

Non voglio banalizzare un’esperienza complessa come l’infanzia con una singola mia osservazione, e so che quelli di voi che sono genitori si sentiranno attaccati e mi diranno: tu parli, ma che ne sai. Inoltre anch’io sono crescita con cartoni Disney, con Sailor Moon e Barbie, e alla fine non sono venuta fuori maschilista, anche se ho subito qualche danno. Però io avevo anche altri modelli – mia madre faceva lo stesso lavoro di mio padre; oltre ai tutù c’erano anche le spade, il trattore, le mappe del tesoro; oltre alle principesse c’era Lady Oscar e i libri sugli animali. Mi chiedo se le bambine di oggi abbiano la stessa varietà di modelli – tanto più che i modelli femminili adulti, nell’Italia di oggi, sono spesso deleteri, e nella musica pop, quella più diffusa, la stragrande maggioranza delle cantanti fa a gara nello spogliarsi per presentare musica spesso meno che mediocre. È il solito discorso: chi guadagna la libertà la lascia a gente che non ne capisce il valore. La libertà di spogliarsi è diventata obbligo di spogliarsi; la libertà sessuale spesso funziona in un senso solo. Che generazioni cresceranno con modelli come quelli che ho descritto?

Questi sono solo spunti – quello del femminismo è un discorso infinitamente complesso, e io cercando di restringerlo ho buttato comunque tanta carne al fuoco.

Comunque, per mettere alla prova le mie osservazioni, io ho provato a confrontarmi con altre persone, amici, ragazze che facevano le baby sitter, e mi dicono tutti la stessa cosa, confermano tutti quello che ho notato. Leggo su internet, e le madri scrivono questo: la mia bambina vuole il vestito da principessa, la mia bambina adora le principesse Disney. Vi prego di smentirmi con esempi, ma nella mia esperienza le bambine di oggi sono TUTTE così. Sono tutte rosa. Che donne diventeranno?

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2 risposte a “rosa

  1. Un conflitto che attraversa la conoscenza umana è quello tra le letture psicologiche, sociologiche, antropologiche e culturali delle diversità di genere e le osservazioni etologiche, biologiche su di esse.
    Suggerisco la lettura de La Regina Rossa (rossa, non rosa… =:) opera nella quale Matt Ridley divulga in mondo molto interessante i risultati delle ormai ricche e consolidate ricerche di etologi, biologi e biosociologi sui comportamenti sessuali e di genere.
    Uno degli aneddoti in quel libro riguarda l’evoluzione della cultura di genere nei kibbutz: da posti ideologicamente paritari, che si sono sforzati quasi con ferocia di tentare di annullare differenze “culturali” di genere e le loro espressioni esteriori e negli usi, nel giro di un due e ormai sulla soglia delle tre generazioni sono diventati posti quasi sessisti dove le differenze di genere sono diventate quasi estremizzate.

    Il problema è forse più che il sessismo è lo sfruttamento speculativo e lucrativo sfacciato che alimenta una tendenza piuttosto spiccata all’autoomologazione consumista, gregaria delle persone, partendo da una programmazione già in tenera età.
    Infatti alle bambine/ragazzine si fa vedere come sono belle le Wnx e le Barbie (ai regaz i Pokemon e i pedatori di palla etc), ma, ad esempio, non si insegna a coloro che saranno donne come esplorare il piacere del proprio corpo e della propria sessualità femminile che, direi, è il non plus ultra del rosa, per una femmina, no!?
    Per rimanere su un piano culturale: una donna che conosce il proprio corpo, come trarne benessere e piacere non permette di farci delle palanche e, assai peggio, non sarà (una fattrice sfornapargoli) controllabile dai patriarchi, mariti, fratelli, padroni.

  2. Quello che io contesto non è che una singola donna possa aderire al modello di donna sottomessa, la cui massima aspirazione è trovare un marito, e così via – il mondo è bello perché è vario. Io sono preoccupata per come i bambini e le bambine vengono educati diversamente a prescindere, almeno nei casi di cui sono a conoscenza, e per i modelli, effettivamente consumistici, imposti e appiattenti, che insegnano a tutte le donne una posizione subalterna.

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