reddito minimo garantito, reddito di cittadinanza

Ho iniziato a leggere questo libro sul reddito minimo garantito quando faceva ancora caldo e l’ho finito adesso che è praticamente ora di mettere la lana, quindi capirete che non è una lettura appassionante ma che al tempo stesso l’ho considerata assolutamente necessaria. Ora è venuta l’ora di scrivere un post a cui penso, per l’appunto, da mesi. Il fatto è che il tema è enorme e non affrontabile in una sola volta, quindi ho buttato giù dieci concetti fondamentali per me che spero possano servire da spunto e vi presento i miei pensieri così. Se vi interessa approfondire c’è quel libro oppure questo sito, con relativa bibliografia.

La cosa un po’ spiazzante per me è che il libro è curato da BIN Italia, cioè la Basic Income Network, però è sul reddito minimo garantito. Sono due cose diverse.

Il basic income è praticamente il reddito di cittadinanza, cioè una somma data a tutti i cittadini senza condizioni di sorta, mentre il reddito minimo è una soglia di benessere definito in denaro e servizi sotto alla quale nessuno deve scendere; il reddito minimo garantito è quindi un integrazione del reddito o sussidio dato a disoccupati, lavoratori precari, sotto occupati, chiunque non riesca con il proprio reddito a raggiungere detta soglia e quindi un tenore di vita dignitoso. A questo reddito vanno integrati servizi come quelli sanitari, dei trasporti, di orientamento al lavoro, e così via. Spesso è condizionato all’accettazione di un lavoro, alle volte però questo lavoro deve corrispondere alle capacità ed esperienze precedenti della persona. È quindi limitato a categorie di individui e condizionato, a differenza del reddito di cittadinanza universale e incondizionato.

In entrambi i casi, però, la filosofia è che il reddito è un diritto che viene prima del lavoro, e che può esistere anche senza di esso perché serve a garantire la dignità della vita umana.

Tutto questo per dire che io sono per un reddito di cittadinanza dato a tutti i cittadini residenti e ai residenti di lunga data, senza nessuna condizione di nessun tipo. Un reddito basso ma sufficiente a mangiare, avere un tetto sulla testa, spostarsi localmente e disporre della propria vita senza dover accettare un lavoro purchessia.

Questo reddito sarebbe finanziato attraverso una radicale redistribuzione delle risorse dai ricchi, soprattutto i grandi ricchi, agli altri, e da un riordinamento della spesa che elimini il groviglio di casse integrazioni, pensioni sociali, assegni sociali, social card, e chi più ne ha più ne metta, che agiscono a macchia di leopardo e tutelano alcune categorie a discapito di altre. Inoltre un reddito di cittadinanza permetterebbe di non tenere lavoratori inutili nel settore pubblico pur di non farli morire di fame, e quindi comporterebbe un ulteriore risparmio per la collettività.

Ora i miei dieci spunti. Sono eterni, per cui capisco chi non li legge tutti, però vi chiedo di leggerli integralmente se desiderate commentare, altrimenti rischiamo di non capirci.

1. Un reddito minimo garantito ce l’hanno tutti i paesi europei, tranne l’Italia e la Grecia. Certo, qui da noi c’è qualche ammortizzatore: disoccupazione, cassa integrazione, pensioni sociali, ma sono misure che coprono, secondo quanto scritto nel libro, circa un disoccupato su cinque. Gli altri, tra cui i precari, i più vulnerabili, non hanno niente. Niente di niente di niente. Io ho lavorato nella mia vita, ma non ho mai avuto diritto a nessun ammortizzatore. Uno dei passatempi preferiti dagli italiani è andare a trovare cose che vanno meglio all’estero e mostrarle ai propri connazionali come evidenza della nostra perenne arretratezza. Ecco, oggi lo faccio anch’io: tutta Europa, tutta, garantisce un reddito minimo ai propri cittadini. Lo fa la Danimarca, lo fa la Bulgaria, lo fa Cipro, lo fa la Polonia, lo fanno la Repubblica Ceca, la Romania, la Germania, il Portogallo. Alcuni addirittura pagano il cinema e le uscite culturali a chi non lavora. Noi neanche paghiamo da mangiare.

2. L’obiezione più comune è: non si può pagare la gente per non lavorare. Invece bisogna. Innanzitutto, nella maggior parte dei casi il non lavoro non è una scelta, e un sussidio dignitoso ma basso lascerebbe gli incentivi al lavoro: se voglio un po’ di più del minimo per sopravvivere, cerco di guadagnarmelo. Però intanto sopravvivo e non mi devo vergognare davanti agli altri della mia miseria e della mia disoccupazione. Tra l’altro, un reddito dato a tutti e non solo ai più poveri (reddito di cittadinanza) farebbe sì che qualsiasi lavoro aumenterebbe il proprio reddito, quindi incentiverebbe al lavoro senza costringere, mentre un reddito per i soli disoccupati e sotto occupati (reddito minimo garantito) potrebbe creare un incentivo a non lavorare di più.

Ma la cosa davvero importante è che è meglio pagare qualcuno per stare a casa che pagarlo (di più) per fare lavori inutili che spesso sono anche dannosi. Gli esempi sono innumerevoli: la nostra intera società ed economia è basata sull’esaltazione del lavoro fine a se stesso e della creazione di lavoro in quanto valore assoluto – seguito dalla creazione di lavoro per riparare ai danni del lavoro creato tanto per crearlo. Faccio alcuni esempi: l’elefantiaca e contorta burocrazia italiana, che crea intralci a chiunque faccia attività economiche anche nella maniera più onesta possibile, dà lavoro a un sacco di gente, che con la semplificazione burocratica probabilmente starebbe a casa. Eppure la semplificazione burocratica è universalmente desiderabile. Ci lamentiamo che l’edilizia è in crisi però non servono più case, abbiamo distrutto il territorio e cementificato l’Italia: preferirei pagare gli operai perché stiano a casa finché, eventualmente, non decidono di fare altro. Non possiamo rinunciare alla FIAT perché ha riempito Torino di operai che adesso non sanno cosa fare se non automobili, e quindi dobbiamo spendere soldi pubblici non solo per finanziare la produzione di macchine su scala industriale, ma anche per le strade sempre più larghe, i parcheggi, il pronto soccorso per le vittime degli incidenti, i medici per la cura dei danni cronici da inquinamento, e in Friuli VG anche la benzina agevolata. Tutti posti di lavoro per una società peggiore di quella che ci sarebbe se la FIAT chiudesse e la gente andasse in bici (sì, l’ho detto). Preferirei spendere tutti quei soldi pubblici per pagare un reddito minimo agli operai. Pensiamo anche ai rischi che i disoccupati senza reddito presentano per la stabilità sociale o per la possibilità di furti o altri tipi di criminalità economica, con conseguente spesa per le forze dell’ordine, la magistratura, le carceri. Tutto questo si potrebbe non dico evitare, ma almeno ridurre, con un reddito minimo per tutti. Infine, una tutela per chi non lavora renderebbe più facile licenziare senza creare ogni volta vere e proprie tragedie umane. Il doppio ricatto “se mi licenziano muoio” e “se mi licenzi mi uccidi” libererebbe anche l’iniziativa economica e la libertà individuale sia del lavoratore che del datore di lavoro.

3. I destinatari del reddito per come lo definisco io sarebbero i cittadini residenti in Italia e i non cittadini residenti da diversi anni. Per evitare di incentivare l’immigrazione, già insostenibile, ma al tempo stesso per non penalizzare chi è nel nostro paese e paga le tasse, introdurrei un requisito temporale congruo.

4. Ho riportato tempo fa che in Italia la spesa sociale è fortemente sbilanciata a sfavore di giovani e famiglie e a favore degli anziani (17% della spesa sociale totale va ad anziani e superstiti contro il 13% di media europeo, fonte il libro che ho citato), e che anche all’interno di questi anziani c’è un forte squilibrio tra chi è andato in pensione prima e chi dopo, tra chi prende pensioni di tremila euro al mese e chi di cinquecento. Inoltre, gli ammortizzatori sociali attuali coprono chi aveva un lavoro regolare e penalizzano precari e disoccupati di lungo corso. Una prima redistribuzione da fare sarebbe all’interno di queste categorie: riequilibrare le pensioni e gli aiuti ai disoccupati. Ma la grande redistribuzione necessaria per il progetto che propongo sarebbe quella delle immense ricchezze presenti in Italia, uno dei paesi più diseguali d’Occidente (se vi interessa, ho scritto in passato di questo e non mi ripeto per non farla ancora più lunga). Portando via qualcosa a chi, come raccontava Presa Diretta qualche puntata fa, può permettersi di fare vacanze in yacht da un milione di euro alla settimana, potremmo sostenere chi non riesce a dare da mangiare ai propri figli.

5. La società italiana, e quella friulana in particolare, venera il Dio Lavoro. Rifiutare un lavoro è inaudito, non trovare un dipendente immediatamente quando lo si cerca fa pensare di vivere in una società di fannulloni, nessuno deve poter stare senza lavorare più dello stretto periodo di ferie concesso in un anno. Il part-time è per fannulloni. I sei mesi all’anno di lavoro e basta sono da fannulloni. Lavorare, lavorare, lavorare. Presentarsi agli altri attraverso il lavoro che si fa e non essere nulla nella società senza di esso.

La mia filosofia è diversa: idealmente, tutti devono contribuire al benessere collettivo, ma nessuno dev’essere costretto ad accettare lavori sottopagati, troppo pericolosi, schifosi, oppure orari di lavoro che mangiano tutto il resto della vita. Con un reddito di cittadinanza nasce finalmente la possibilità di dire no. Siamo liberi dal ricatto: fai quello che ti dico io come ti dico io, o crepa. Mi si dirà: e se poi nessuno vuole pulire le strade? Benissimo, dico io. Così tutti i professoroni, i figli di papà, gli schizzinosi, apriranno la porta e troveranno le strade sporche, e finalmente si renderanno conto che c’era un esercito di schiavi che gliele puliva per disperazione. E magari si farà finalmente a turno con quelle scope, nessuno escluso, nessuno troppo dotto o studiato o prezioso per pulire un marciapiede e raccogliere le cartacce.

6. In apparente contraddizione con quanto detto prima, dico anche che non sono d’accordo con due caratteristiche a quanto so universali del reddito minimo in Europa: l’obbligo di essere disponibili a lavorare, ma la possibilità di rifiutare un lavoro non consono alle proprie competenze ed attività pregresse. Persone che conosco in Germania mi hanno assicurato che così è possibile dire sempre di no e continuare a prendere il sussidio. È possibile per il manager, per l’architetto, ma non credo sia possibile per chi fa lavori cosiddetti non qualificati. Allora: se si decide che chi prende il sussidio deve accettare un lavoro, gli si dà un numero limitato di possibilità di rifiuto, oltre le quali lo perde. Però, siccome lo spirito di questo reddito minimo è egualitario, il rifiuto non dev’essere motivato dall’idea di essere ‘meglio’ degli altri e di non doversi abbassare a fare un lavoro manuale. Se devi lavorare, trovati un lavoro tra una rosa di tre o quattro disponibili, anche se sei medico o architetto. In futuro magari passerai ad altro, ma intanto ti rendi utile. Se invece si toglie la condizionatezza, come io preferirei, il risultato secondo me sarebbe quello indicato al punto cinque.

Inoltre, come ho già scritto in passato io penso che una persona che non lavora sia uguale a una qualsiasi altra persona che non lavora (salvo casi particolari come disabilità gravi o anzianità tali da impedire di lavorare). Niente sussidio proporzionato al reddito precedente, niente pensioni diversificate, niente di niente. Smetti di lavorare? Se hai risparmiato prima, avrai qualcosina in più degli altri, se non hai risparmiato prendi quello che prendono gli altri. Non sai più come mantenere la villa? La vendi. Il famoso ascensore sociale deve poter andare “su” ma anche “giù”, altrimenti si creerà un affollamento sgomitante in cima e al tempo stesso un’incapacità di capire chi vive diversamente da sé o ha avuto un’altra sorte. Naturalmente, con questo sistema, tutti verserebbero gli stessi contributi e la spesa sociale sarebbe finanziata dalla fiscalità generale.

7. Il reddito minimo garantito proposto dagli autori o il reddito di cittadinanza che vorrei io non dovrebbero essere altissimi, e non solo perché non potremmo permetterceli. Innanzitutto, dal mio punto di vista, lo scopo non è accrescere i consumi e creare domanda interna, ma garantire un tenore di vita dignitoso. Dare di più significherebbe finanziare il consumismo, magari con i soldi di chi risparmia ed è virtuoso. Inoltre se uno vuole quel di più, che è desiderabile ma non indispensabile, se lo deve guadagnare. Credo che questo sia il miglior incentivo al lavoro e al tempo stesso il miglior modo per non elevare il lavoro ad assoluto. La cifra sarebbe attorno ai seicento euro al mese, con variazioni legate eventualmente ai figli a carico e con servizi sanitari e alloggio garantiti.

8. Dare il reddito a tutti, e non solo a chi ha bisogno, costerebbe di più nel complesso ma prevederebbe anche un enorme risparmio burocratico: non ci dovrebbero più essere uffici adibiti a valutare le domande, le richieste di rinnovo, lo stato patrimoniale, la disponibilità a lavorare, e così via. Un altro vantaggio a cui nessuno sembra pensare è questo: se presentata correttamente, l’universalità renderebbe più socialmente accettabile il sussidio. Nessun ricco potrebbe dire: io lavoro per avere quello che questi hanno gratis, perché anche lui, in busta paga ogni mese, troverebbe i suoi seicento euro garantiti dalla collettività. Certo, nel suo caso pagherebbe più tasse di prima per averli, ma saprebbe che può diventare anche lui in qualsiasi momento una delle persone che critica, quelle mantenute dagli altri, oppure che potrebbe lavorare meno, passare a un part-time, e conservare il trasferimento mensile garantito dalla collettività. A quel punto, lavorare è una scelta dettata dalla passione, dall’aspirazione a un tenore di vita più alto, o dal nobile desiderio, che tutti dovrebbero avere ma che non si può imporre per legge, di contribuire al benessere della collettività.

9. Ilva, FIAT, delocalizzazioni in tutta Italia, licenziamenti di massa… sono anni che vediamo ai telegiornali folle furibonde e con la disperazione negli occhi che si accalcano fuori dagli uffici manageriali a urlare a chi li vuole licenziare e a piangere con i giornalisti perché non sanno come dare da mangiare ai figli. Nei casi più estremi, come quello dell’ILVA, ci tocca sentire discorsi allucinanti su cosa sia meglio: la disoccupazione o il cancro. In altri casi, in cambio di un lavoro ti do il voto, faccio gli straordinari gratis, lavoro in condizioni insicure, o per uno stipendio da fame, ti bacio la mano… tutto pur di non essere disoccupato. Con un reddito minimo garantito, l’eterno ricatto della disoccupazione finirebbe. Saremmo liberi, finalmente, liberi di definirci come persone, e non come lavoratori, di dire di no a condizioni intollerabili, di provare a renderci utili agli altri anche gratis, perché intanto un minimo di reddito ce l’avremmo. Potremmo imparare nuovi mestieri, tenere i bambini altrui, condividere i prodotti dell’orto, magari pensare di aprire un’attività, e non ci ridurremmo a supplicare disperati di poter continuare un lavoro che magari ci fa schifo al servizio di persone che disprezziamo, ma che hanno su di noi potere di vita e di morte.

10. Un altro ricatto che sarebbe eliminato sarebbe quello della famiglia. Il reddito minimo garantito o di cittadinanza è individuale prima che familiare. In questo momento, in Italia, gli ammortizzatori sociali sono le famiglie: io (io ipotetico) non ce la faccio ma mio nonno, mio padre, mia madre, portano a casa qualcosa e mi mantengono. Questo è sbagliato per due motivi. Innanzitutto, crea differenze tra chi appartiene a famiglie ricche e chi a famiglie povere, non per merito ma per nascita. Crea risentimenti sociali e rende le diseguaglianze ereditarie; l’ho visto di persona: un disoccupato invidia un altro disoccupato perché il primo è figlio di operai e l’altro di professionisti. Inoltre, dipendere dalla propria famiglia è umiliante per quanto buono sia il rapporto con essa. Per un ragazzo ma ancora di più per un trentenne dover prendere i soldi dai genitori, che però intanto ti chiedono cos’hai intenzione di fare della tua vita, ti ricordano che ti mantengono loro, si preoccupano per te, è vergognoso e asfissiante. E questi sono i genitori buoni: altri possono non volerti dare nulla. Inoltre, questo sistema ti costringe ad essere grato solo a loro, che quello stipendio o quella pensione ancora ce l’hanno, anche se non è un merito essere nati in un’Italia in cui le tutele dei lavoratori e dei pensionati non erano ancora state smantellate ed erano forse, addirittura, eccessive.

Ma noi non siamo solo figli: siamo anche cittadini e siamo esseri umani. Che i nostri genitori siano ricchi o poveri, vivi o morti, generosi o assenti, noi dobbiamo poter sopravvivere dignitosamente e identificarci in una collettività più grande di quella, pur importante, della famiglia. Dobbiamo sapere che questa collettività ci garantisce e che noi garantiamo essa e i singoli all’interno di essa, li proteggiamo dall’umiliazione e dalla miseria. Indipendentemente dalle quattro mura in cui il caso ci ha fatto nascere.

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67 risposte a “reddito minimo garantito, reddito di cittadinanza

  1. Ottima analisi, Gaia.
    Che condivido in gran parte.
    Ma….
    C’e’ un ma!
    Sebbene razionalmente inceppibile, e’ necessario considerare che gli homo non funzionano con ragionamenti e azioni razionali.
    La specie funziona in maniera biologica ovvero con un’etologia stabilita dalla biologia evolutiva. La tendenza e’ che ogni essere vivente cerca di massimizzare il rapporto energetico benefici/costi energetici e questa tendenza e’ conpensata dalla selezione naturale.
    Ora, nel mondo artificiale in cui vivono gran parte degli homo la selezione nn esiste piu’ e quindi e’ rimasta solo l’attitudine a massimizzare il rapporto b/ce.
    In soldoni il rischio (peraltro noto in letteratura e in sociologia) che il renddito minimo diventi assistenziale, rinforzi una tendenza allo sfruttamento inoperoso a carico di altre persone.
    Biosgnerebbe provare e verifcare.
    La questione, purtroppo, e’ che la maggior parte dei lavori che producono denaro sono,attualmente, insostenibili.
    Quindi e’necessario considerare anche questo fattore.
    E’ molto complessa la questione.
    Infatti l’unico approcico sarebbe quello di provare, misurare, modificare con celerita’ i criteri, le condizioni, poi osservare ancora e aggiustare il sistema in modo dinamico. Ma anche questa dimensione etica della dinamica politica e’ utopica.

  2. Naturalmente se quello che io come altri propongo fosse provato e desse risultati disastrosi, si potrebbe tornare indietro e cambiare strada. Però prima proviamo! Il sistema attuale evidentemente non funziona. Alla tua obiezione comunque rispondo con alcune considerazioni:
    – ci sono già molte categorie di persone che ‘sfruttano’ le altre con la propria inoperosità. Solo che noi non sempre le percepiamo come sfruttatrici. La moglie di un uomo ricco (o viceversa) che vive nel lusso e non lavora né in casa né fuori, per esempio. Il pensionato d’oro, il ricco che vive di rendite finanziarie o degli affitti dei propri appartamenti, e così via. La differenza tra questi parassiti e quelli poveri è che quelli ricchi costano molto di più alla collettività. Preferirei togliere ai primi per dare ai secondi, che almeno vivrebbero parassiticamente ma molto modestamente. Naturalmente, io non credo che un reddito minimo creerebbe più parassiti del sistema attuale, anche perché le persone che non hanno voglia di lavorare ci sono anche adesso e spesso trovano stratagemmi per non farlo, che siano sposare un ricco, vivere alle spalle dei genitori o commettere atti illegali per guadagnare di più con meno fatica. Ma se i ricchi fossero meno ricchi, i genitori più tassati, e gli atti illegali meno socialmente giustificati dal bisogno, l’esistenza di un reddito minimo e della redistribuzione delle ricchezze creerebbero disincentivi a questi tipi di parassitismo
    – chi vuole lavorare spesso vuole anche sentirsi utile, realizzarsi, e riempire le proprie giornate. Un reddito minimo non fornirebbe questo genere di soddisfazioni. So di donne ricche di famiglia (scusate, torno su questo esempio) che vanno a lavorare per non morire di noia. È un orrore, ma se non altro dimostra che spesso lavora anche chi potrebbe farne a meno e stare bene.
    – come ho scritto, il fatto di erogare un reddito comunque basso incentiverebbe a lavorare chiunque desideri qualcosa in più
    – la società ne gioverebbe se il totale di ore di lavoro salariato fosse complessivamente minore. A parte il minore stress in giro, pensate quanta informazione, quanta cultura, quanta riscoperta di luoghi, saperi, legami umani, potrebbero permettersi persone che lavorano meno. E lo dico io che approfitto spesso degli spazi lasciati vuoti dall’iper lavoro altrui. Lo dico in un certo senso contro i miei interessi, anche se il mio principale interesse è un mondo migliore.
    Naturalmente ogni sistema è soggetto ad abusi. È che davanti al panorama attuale, in cui vediamo da un lato gente che non sa come sopravvivere e dall’altro un ambiente distrutto dall’unico sistema attualmente in grado di permettere a queste persone di sopravvivere, io penso che sia necessario cercare un’altra strada.

  3. Un altra cosa, a cui in parte ho accennato: l’utilità sociale non si misura solo con la percezione del reddito da lavoro. Magari un pensionato con la minima ha il tempo di badare ai nipoti, fare il nonno vigile e coltivare un orto di cui regala i prodotti, oppure fare parte di un’associazione o comitato. Non ci sono transazioni di denaro ma una grande utilità per tutti. Quello che mi da fastidio è il pensionato che potrebbe lavorare ma passa la vita in vacanza. Questo però è molto più facile con il sistema attuale, in cui si va in pensione presto e spesso generosamente, che con il sistema che propongo, in cui si lavora meno ore ma più a lungo e per un reddito più basso ma in cambio di più tempo libero.

  4. Ancora, Gaia, i tuoi ragionamenti non fanno una grinza.
    Purtroppo tutta la piramide capitalistica si basa proprio sullo sfruttamento di coloro che stanno nei segmenti inferiori e – la cosa che e’ fondamentale per la sua perpetuazione – nell’anelito pressoche; comune nel salire verso segmenti piu’ alti verso i quali percolano come bollicine risorse e potere.

    Una belle basi ideologiche della decrescita e’ proprio l’osservazione che i lavori spesso piu’ utili / ecologici non sono remunerati o non lo sono rispetto al beneficio comune che essi comportano. Siamo nel paradosso che piu’ un lavoro e’ pagato, piu’ fa danni (con qualche eccezione, ma ragioniamo sui grandi numeri).

    Ad esempio io non capisco come mai tutte le persone che sono disoccupate perche’ non si rendano utili a se stesse e alla societa’.
    I lavori socialmente utili (era una idea piuttosto ragionevolee sensata quella del lavoro socialmente utile) si e’ rilevato una colossale finzione, una sorta di elargizione assistenzialistica.
    Se manca l’etica di onorare un impegno di lavoro per il bene comune nelle masse dei diretti interessati, direi che siamo messi socialmente e sociiologicamente male.
    D’altra parte e’ assolutamente vero che e’ meglio rimanere a casa evitando di fare disastri. Ma ancora, poi scatta il problema di persone che non sanno vivere senza un “lavoro – reclusione”, come il caso delle donne dei riccastri che tu osservi si mettono a lavorare dalla noja.

    Sarebbe gia’ un buon risultato rimanere su un piano razionale di… “riduzione del danno”.

  5. A me l’idea dei lavori socialmente utili lascia molto perplessa; mi sembra solo un modo per ricordare ai disoccupati che devono essere grati che non li lasciamo a marcire a casa loro.
    A cosa dovrebbero contrapporsi i lavori socialmente utili: a quelli socialmente inutili? Non ha molto senso creare una categoria a parte di lavoro per i disoccupati. Se c’è bisogno di fare qualcosa, assumiamo persone come si fa normalmente. Se no, dividiamoci il lavoro e il reddito che c’è.

  6. egregia Gaia, il tuo pst è molto lungo e articolato, non sono riuscito a leggerlo tutto nel dettaglio. non ho fatto riflessioni particolarmente attente sul tema, ma non sarei molto favorevole ad un reddito minimo garantito. In primis, ritengo che non rientri tra le competenze dello stato provvedere al mantenimento, seppur minimale, dei suoi membri. Anche senza scomodare il pensiero liberista, trovo giusto che vi siano dinamiche sociali interne, anche conflittuali, che lo stato, per sua natura, non deve sedare. Poi non condivido la tua visione egualitaria della società: in primis perchè non tutte le fasce sociali hanno gli stessi bisogni, e quindi vi saranno persone (bambini, vecchi, malati…..) con necessità superiori ad altri e che quindi necessitano di maggiore assistenza, in secondo luogo perchè deve essere lecito che, chi ha aspirazioni di guadagno, promozione sociale ecc le possa perseguire se ne ha le capacità. E bisogna ammettere che ci sarà anche chi non ce la farà semplicemente perchè non ce le ha queste capacità. Amen. Attenzione, che da queste premesse a giustificare un capitalismo sregolato, selvaggio e non redistributivo come quello degli ultimi 30 anni ce ne corre…ma si è anche visto quale fine abbiano fatto gli utopismi egualitaristi del secolo scorso. e non parlo solo delle dittature, palro del fatto che hanno dimostrato di reggersi su assunti errati. Concordo poi con Uomoin cammino: da noi si alimenterebbe un assistenzialismo parassita. Ma analoghe

  7. considerazioni vengono anche dal mondo tedesco, dove commentatori controversi ma tutt’altro che sprovveduti (mi riferisco a T. Sarrazin) vedono nel generoso stato assistenziale tedesco (la cui riforma in senso riduttivo, detta Harz IV, è considerata tra l’altro la premesse per il boom economico tedesco di questi anni) una delle barriere all’integrazione sociale dei numerosi immigrati e alla promozione sociale dei meno abbienti. E basta parlare con alcuni tedeschi per accorgersi di come Harz IV (ovvero i percettori di questo sussidio minimo garantito) abbia una connotazione negativa, legata ad alcolismo, fannulloneria ecc ecc.
    In ultimo, il vero problema credo sia che la tua idea postula un flusso di risorse garantibili solo dal sistema attuale. la realtà su cui vorresti andare ad innestare la tua riforma è infatti il prodotto di questo duro lavoro di cui vorresti liberarci e può esistere solo finchè sussiste questo presupposto. certo, questo non significa che io condivida le scelte attuali: trovo dannoso anche io pagare a tutti i costi per continuare a costruire cose inutili e sarei favorevole a pagare per riconvertire produzioni e competenze (in Calabria servono probabilmente meno forestali, ma magari qualche infermiere in più…), ma non credo sia sostenibile pagare per non fare nulla. prima o poi si arriverebbe al fondo della botte.

  8. Il sistema tedesco è diverso da quello che propongo io, perché è più generoso e prevede la possibilità di rifiutare un lavoro. Invece io dico di dare a tutti lo stesso, di modo che lavorare sia sempre e in ogni caso più vantaggioso che non lavorare. Così si premia chi si dà più da fare, senza punire gli altri.
    Per i bambini, i molto anziani e i disabili gravi naturalmente sarebbe da pensare a qualcosa di diverso.
    Tu dici che è giusto che chi ha capacità e si impegna raggiunga promozione sociale. Questo però non è in contraddizione con l’idea di garantire un minimo vitale a chi invece si trova in circostanze sfortunate o non ha capacità. In fondo, in Italia, anche se uno è povero in canna in ospedale lo si cura (ancora per poco). Io non dico che dobbiamo essere tutti uguali come condizione ma che ci sono livelli oltre i quali le diseguaglianze non sono tollerabili, e si ritorcono contro gli stessi “vincenti” del sistema creando insicurezza, paranoia, invidie sociali.
    Tra l’altro la disoccupazione è spesso dovuta a contingenze, perché ci sono molti vantaggi legati al fare qualcosa; tanta gente vorrebbe lavorare ma non trova niente o trova solo offerte non accettabili. Se uno è completamente inetto lo sarà con o senza reddito minimo garantito, se uno è pigro non dico che la società deve mantenerlo nel lusso, ma nemmeno lasciarlo morire di fame. Riguardo di nuovo alla Germania, penso comunque che il loro modello sia preferibile a quello nostro o greco, in cui i disoccupati sono praticamente abbandonati a se stessi.
    È vero che la ricchezza che io vorrei redistribuire è prodotta dal duro lavoro di molti, e questo non va dimenticato; è anche vero però che la ricchezza prodotta da questo lavoro va già sperperata in buona parte per garantire ad altri la possibilità di lavorare. Meglio sarebbe spenderla per garantire la possibilità di NON lavorare: almeno eviteremmo che si facciano danni. Nei volenterosi, poi, la noia o il desiderio di fare qualcosa avrebbero la meglio sulla pigrizia. Io di questo sono sicura. Se così non fosse, bisognerebbe fare una riflessione ed eventualmente cambiare ancora politiche.
    Non è neanche sempre vero che è chi si impegna ad arricchirsi, e che ci sia una relazione lineare tra le due cose: uno può essere semplicemente sfortunato pur impegnandosi molto e facendo le cose bene, e un altro può arricchirsi in maniera legale ma moralmente spregevole, oppure può avere solo una botta di fortuna. La redistribuzione dei redditi tiene conto anche di questo, oltre che del fatto che anche la persona più di successo del mondo ha comunque un debito con la società che ha creato le condizioni perché avesse successo.
    Un’ultima cosa: l’equazione persona che lavora= persona utile alla società, e viceversa, contiene infinite eccezioni. Molte persone che non lavorano o non lo fanno a tempo pieno aiutano gli altri, sono attivi in associazioni o comitati, sono creativi… magari qualcuno che vive solo di sussidi per un periodo lo fa perché si sta concentrando su un progetto più grande per cui ha bisogno di tempo e un po’ di denaro per prepararsi. Anche grandi scrittori hanno cominciato così 🙂

  9. Dimenticavo: l’esperienza comunista è stata quello che è stata, ma i paesi più egualitari d’Europa, come quelli scandinavi, hanno economie solide. Il discorso è complesso e non voglio banalizzarlo, ma se c’è una lezione che ho imparato dai miei studi di economia è che chiunque trova sempre un esempio che conferma il suo punto di vista.

  10. Così detto, egregia Gaia, il tuo discorso sembre più simile al mio. Ho rizzato le orecchie quando ho letto di “radicale redistribuzione delle ricchezze” e simili. Il succo del mio discorso, in breve, è che un sistema non può incentivare chi non si prodiga per il sistema stesso (il che non significa non essere solidali….) e deprimere chi si da da fare. Sul resto magari dibatteremo una volta o l’altra a voce, sono uno scrittore di scarsa lena….

  11. La redistribuzione delle ricchezze dovrebbe essere radicale perché adesso sono radicali le diseguaglianze. Personalmente, accetterei di vivere in un mondo in cui il più ricco ha due-tre volte quello che possiede il più povero, perché è possibile impegnarsi due o tre volte di più, anche quattro*; ma non un mondo in cui il più ricco ha mille, diecimila volte di più, perché una simile disparità di impegno non è possibile. A quel punto le cause non sono più i meriti del singolo ma il sistema distorto.

    * E ricordiamo che il quadruplo di uno stipendio molto basso, per esempio ottocento euro al mese, è tremila e duecento: chiunque voglia vivere con più di tremila euro al mese per me è semplicemente avido.

  12. E di grazia, gaia, come la faresti tu una radicale redistribuzione delle ricchezze? Io parlerei meglio di riequilibrare un sistema, certamente, distorto. Ma, dato questo, non ha senso volere estremizzare le cose. La società deve vivere di oscillazioni e di osmosi, non può rimanere statica, se non con sistemi antilibertari. Sei troppo impeganata a garantire la linearità e razionalità di fenomeni, che spesso sono retti dal caso, dala sorte…Uno si arricchisce con poco merito (ma legalmente, senza crimin)..e allora? Buon per lui! Allora cosa dovremmo fare a uno che nasce bellissimo o sanissimo più degli altri? Non sono dei meriti, ma neppure colpe! Basta ora non scrivo più .

  13. Anche la redistribuzione può essere un sistema dinamico: parte di quello che guadagni lo tieni, parte lo condividi, e le percentuali oscillano assieme alle tue alterne fortune.
    Il fatto è che la ricchezza non è solo personale, ma anche familiare, e tramandandosi tramanda anche diseguaglianze e vantaggi ingiusti. Come dice Maurizio Franzini in questo libro, non si può avere uguaglianza di opportunità senza un minimo di redistribuzione dei risultati, perché altrimenti i figli o parenti o amici dei ricchi sarebbero avvantaggiati sugli altri pur senza meriti propri. La realtà italiana ne è la prova lampante.

  14. Leggo spesso questo e altri blog di cui non condivido le idee per una questione di curiosità, per conoscere chi non è d’accordo con me.
    Sono un cattolico praticante, di destra (moderato) e per di più ho una grande passione per le automobili. Il mio mestiere è progettare auto, e pure di fascia alta (costosette), quindi posso intuire quanto potremmo andare d’accordo….
    Ebbene io penso che bisognerebbe andare piano con il desiderio di imporre agli altri le proprie idee.
    Ad esempio parliamo della ricchezza.
    La ricchezza ha portato quasi tutto il bello creato dall’umanità. Non potrebbero esistere la cappella Sistina, il palazzo reale di Versailles, i palazzi di Firenze, Venezia, la musica di Mozart, i vestiti di Armani, la Ferrari, le Piramidi, le cattedrali francesi e milioni di altre cose (gran parte dell’arte mondiale) senza i ricchi. Perchè sono loro che alimentano la creazione di queste cose. Seguire forzatamente l’utilità senza il bello e la libera espressione della creatività (anche se non è politically correct) equivale a subire una violenza.
    Palesemente la ricchezza porta anche molto male, ma tutte le cose portano al bene o al male a seconda dell’uso che se ne fa, e non è una frase fatta.
    Sono d’accordo con la presenza degli ammortizzatori sociali, sulla presenza di una scuola pubblica efficiente e libera, sulla sanità accessibile a tutti.
    Sono d’accordo che guadagnare 150 milioni di euro con un’operazione finanziaria senza pagarne almeno il 30% di tasse non sia giusto, e anche che uno stipendio di 50 milioni di euro all’anno sia esagerato. Ma non 3000 euro al mese, quella è un’affermazione da chi è scollegato con la realtà. Con 3000 euro al mese dove si va? A Londra per esempio si è un working class puro.
    Sono contrario ad alcuni aspetti dello stato sociale americano, dove la ricchezza è vista come un merito e la povertà come una colpa. Però è fuor di dubbio che nei paesi considerati più civili del mondo, che sono i paesi scandinavi, ci siano molti ricchi. Anzichè guadagnare i 50 milioni di Marchionne l’AD di Volvo ne guadagnerà 10, ma sempre ricco è. E sono quasi tutti, udite udite, monarchie.
    A me piacerebbe avere una bella e grande casa, avere una Ferrari, andare in vacanza in posti belli (anche lussuosi perchè no?). Non mi sento moralmente inferiore al sinistrorso pensando queste cose. Se le cose belle ci sono, vuol dire che piacciono. E se per il 90% delle persone alcuni prodotti costosi sono beni Veblen da desiderare e basta, per me sono semplicemente parte del bello.
    Sentire discorsi come quelli di alcuni post fa tanto venire in mente una bella dittatura, ma seriamente. E il bello è che chi scrive magari pensa di essere moralmente superiore perchè va in bici anzichè su una bella macchina fiammante.

  15. Ciao Gianluca,
    anch’io penso spesso alle cose belle fatte da gente con i soldi e mi faccio da sola la stessa obiezione che fai tu. Però poi mi ricordo di tutte le cose belle di origine popolare, su cui tra l’altro la bellezza d’Italia era in buona parte fondata: i borghi alpini, i paesaggi agricoli curati da un’intera comunità, i costumi, le ricette e le canzoni popolari, i libri scritti da squattrinati che sono diventati ricchi solo dopo, l’artista di Udine che dipinge sui cartoni e ogni tanto fa cose bellissime… c’è il ricco con buon gusto e il ricco pacchiano, il povero artista e il povero che vive nella bruttezza. La ricchezza non è un prerequisito della bellezza; il gusto, la creatività, l’attenzione al contesto, la sensibilità – questi lo sono. Personalmente io trovo orrendo quasi tutto il “bello” prodotto con le ricchezze del nostro tempo, dagli ecomostri delle archistar a molta dell’alta moda. Preferisco un paesaggio naturale vicino a una vacanza di lusso in un luogo rovinato dal turismo, una casetta di sassi a una villona senza gusto, il dipinto di un artista sconosciuto a un costosissimo Damien Hirst. Questo non perché io sia contraria alla ricchezza (lo sono, ma ammiro le opere da te citate), ma perché penso che viviamo in tempi devastanti anche esteticamente, in cui il potenziale di grandi ricchezze viene utilizzato per realizzare ulteriori devastazioni, anche estetiche.
    Riguardo alla dittatura, penso che il tuo discorso sia fuorviante. In fondo la storia umana è stata una dittatura quasi ininterrotta dei ricchi, se ci pensi: dagli imperi al feudalesimo, dalla schiavitù che generava enormi fortune alla forma che ha preso il capitalismo attuale. I ricchi hanno quasi sempre dominato e quando sono stati rovesciati è stato per poco. Direi che è ora di provare qualcos’altro, visto che molti dei problemi dell’umanità non sono ancora stati risolti. Come alternativa non esiste solo la dittatura sovietica, di cui non sono per inciso una sostenitrice: bisogna inventarne altre. E non credere, nel nostro mondo ci sono tante forme di dittatura non dichiarata, di limitazione della libertà individuale e collettiva (negare un lavoro e quindi un reddito, negare le cure, imporre una grande opera…).
    Riguardo alla superiorità morale, io effettivamente credo che ci siano dei comportamenti moralmente superiori ad altri, come penso creda anche tu se sei religioso – solo che probabilmente riteniamo virtuosi comportamenti diversi. Io cerco di documentarmi molto su quello che ci dice la scienza, e su queste basi ho appreso dei limiti del pianeta e ho capito che la ricchezza di uno oltre un certo limite si traduce in sottrazione di risorse ad un altro. Certo, tu puoi dirmi che questo per te non è un problema, che la diseguaglianza va bene: ma non puoi negare che l’attuale livello di consumi sta distruggendo il pianeta. Questo è un dato di fatto.
    Infine, scusa se mi permetto, ma l’intero Vangelo è una lunga tirata contro i ricchi. Gesù Cristo non se la prende con omosessuali, criminali, devianti di nessun tipo: ma ce l’ha a morte con gli ipocriti e con i ricchi. Non ho mai capito come ci si possa dire cristiani e difendere la ricchezza – eppure, la maggior parte dei cristiani che conosco, direi praticamente tutti, lo fa.

  16. Gianluca
    Le cose belle lo sono a prescindere dal loro prezzo.
    Alcune cose costose sono belle (e quindi, per caso, costose), buona parte delle cose costose sono orrende pacchianate.
    Dove e’arrivata la ricchezza modernista, capitalistica, molto spesso veloce, essa ha SEMPRE reso orribile e rovinato l’esistente.
    Infine, da libertario, io sollevo una forte opposizione alla tua frase finale: se la tua macchina fiammante o le vostre macchine fiammanti entrano nella mia liberta’ di non subirla, essa non e’ liberta’ ma semplice prevaricazione ingombrante.
    In un mondo stipato e’ qussi IMPOSSIBILE con le proprie presunte liberta’ di fare danni non andare a pestare i piedi a qualcun altro. Quindi per evitare esuberanze ritorniamo ad un sano ed equo “La tua liberta’ finisce dove inizia la mia!”.

  17. @Gianluca: ciao, sono un lettore di Gaia, e seguendola da qualche tempo non mi è mai parso che voglia ‘imporre’ le sue idee o la sua visione del mondo ad altri. Gaia parte nel 98% dei casi da qualche evidenza scientifica o da eventi a lei prossimi e, partendo da questi dati – oggettivamente accettati da tutti -, tesse una serie di considerazioni personali (con le quali si può essere in accordo o meno) relativamente a tematiche che le sono a cuore. Può magari essere detestabile la passione con cui tratta alcune problematiche, ma ciò è molto soggettivo (c’è chi invece chi la ama proprio per la passione con cui le tratta).

    A me pare una persona molto aperta e tollerante: io personalmente le ho propinato articoli e riviste anche molto lontane dal suo modo di vedere le cose, e mi ha profondamente colpito non solo la diligenza con la quale ha letto tutto ciò che le ho indicato – anche se molto dissonante dalle sue corde -, ma anche la meticolosa puntualità delle critiche che ha mosso alle mie osservazioni. Ti assicuro che – anche in ambito accademico – su questioni molto, ma molto meno lontane dall’interlocutore, le risposte che si ottengono palesano la quasi totale assenza della lettura degli interrogativi proposti, nonché l’assoluta mancanza di volontà di comprensione dell’oggetto del contendere.

    A differenza di molti blogger che pontificano su varie tematiche ambientali e socio-economiche arrestandosi comodamente al mondo delle idee, un’altra singolarità di Gaia è costitutita dal fatto che ella, dando grande testimonianza di coerenza, mette in pratica sulla propria pelle i convincimenti che cerca di diffondere in rete. Uno degli esempi più interessanti – a mio avviso – è costituito dal suo esperimento sociale di evitare assolutamente l’uso dell’automobile, quale che sia la necessità cui deve fare fronte. Col suo quasi anno trascorso non utilizzando mai auto, ma solo piedi/bici/trasporto pubblico, ha dimostrato che, almeno limitatamente alle sue necessità di vita, vivere facendo a meno di un automobile nel suo contesto urbano è possibile.
    Un’altra prova davvero esemplare è stata quella di tentare di cambiare fattivamente la qualità di vita della propria città, candidandosi in un partito per svolgere un’azione politica attiva, che non fosse quella di limitarsi a restare alla finestra per additare gli errori e gli scempi di questo o quell’altro amministratore pubblico. Il 99,9% degli italiani purtroppo non fa così.

    Io continuo ad avere alcune idee distanti dalle sue – ad esempio sulla centralità dello Stato in alcune vertenze, o sulla quasi impossibilità di realizzazione di alcuni paradigmi senza un cambiamento radicale delle condizioni al contorno -; ciononostante ammetto senza problemi che senza il continuo porre sul tavolo queste problematiche, che purtroppo hanno scarsa visibilità ovunque altrove, un dibattito in merito, come spesso accade sulle pagine di questo blog, neppure nascerebbe. Ben vengano, allora, i post di Gaia: questa per me è politica, non ciò che passa sui media nazionali o sul blog di Grillo.

    Mi lasciano un po’ perplesso alcune Sue considerazioni: quella sulla ricchezza che abbia generato quasi tutta la bellezza di natura antropica, e la necessità di una retribuzione >= 3000 €. A sostegno della sua prima asserzione, si allude ad abitazioni regali o palazzi signorili, a beni di lusso (auto o vestiti), infine alla musica di Mozart, quasi che essa fosse cagionata/giustificata dal soggiorno di Mozart presso le corti dell’epoca. Io ritengo che in tantissimi casi l’artista e l’opera d’arte nascano prima della committenza, come dimostrano le molteplici testimonianze di artisti vissuti nell’indigenza, o il valore delle cui opere fu riconosciuto postumo: («…Potrei guadagnare qualcosa se facessi quadretti come piace a loro, ottimisti e sereni, senza la miseria della vita. Ma non correrò dietro ai mercanti d’arte. Continuerò a dipingere cose dure e vere. E chi lo desidera, venga da me.» – Vincent Van Gogh che, in tutta la sua vita, degli oltre 800 dipinti ad olio e dei 700 disegni, ne vendette uno solo.)

    Quanto alla seconda riflessione, conosco tantissime persone che riescono a tirare avanti anche con una retribuzione o una pensione inferiore ai 1.000 euro. C’è una bella differenza tra povertà e impoverimento: la povertà è una virtù, che si sceglie di praticare (i cattolici osservanti la chiamano «virtù francescana», gli atei di una certa età «austerità»); l’impoverimento è invece una deprivazione non scelta, che si subisce dall’esterno, e che fa male. Il problema, a mio avviso, è se il vivere con meno di N-euro sia stata una scelta maturata, o una deprivazione subita. Il resto è relativo, perchè 2.000 euro al mese sono un tesoro per l’anziano con la pensione sociale, mentre sono un limite moralmente inaccettabile per Michele Ferrero.

  18. Cara Gaia, ci si accorge dal tuo stile che sei educata, non pensare che mi sia riferito alla tua persona.

    Il ‘bello’ prodotto dalle ricchezze del nostro tempo non è bello. Sono d’accordo, ma non perchè esiste la ricchezza, ma perchè esiste l’ignoranza. Una volta i ricchi erano più mecenati, badavano di più al contesto sociale e facevano più cose per il bene comune, ora non più. Mettono al centro la propria vanità, ma questo lo fa anche il povero ignorante che per quanto può fa un sacco di danni, basti pensare alla casetta abusiva di cemento sugli scogli pugliesi.

    Basterebbero leggi e rispetto delle stesse, ti ripeto che nei paesi scandinavi coesistono ricchezza, rispetto ambientale, opere moderne di grande bellezza, borghi antichi e natura bellissima e rispettata. Perchè nè il ricco nè il povero possono farsi la villa di cemento in mezzo a una baia naturale.

    Per quanto riguarda il Vangelo, il cristianesimo sostiene che la ricchezza non è sbagliata, ma è sbagliata l’indifferenza. Sembra una cosa da poco ma è enorme, perchè il ricco non indifferente automaticamente sarà portato a fare un enorme bene al prossimo. E per quanto potrà lo farà anche il meno ricco. La carità cristiana cambia le cose radicalmente.

    Innegabilmente la maggioranza dei ricchi odierni (se non altro quelli che hanno visibilità) paiono essere avidi, perchè è più difficile essere generosi se si è ricchi, ma non è matematico. C’è scritto “è più difficile che una corda passi per la cruna di un ago” (in realtà il greco “kamel” è una corda spessa con la quale le navi sono ormeggiate alle banchine). Ma se la corda si fa piccola ci passa. E il miglior modo che ha un ricco di farsi piccolo è aiutare gli altri. Mi sembra ragionevole, e per questo i cristiani sostengono che la ricchezza non sia una colpa. Scusa se mi sono dilungato su questo.

    Per quanto riguarda le tue idee, posso elencarne alcune (e sarebbero molte) con cui sono assolutamente d’accordo, per una questione di ragionevolezza:

    – non usare l’auto in città, se possibile. L’auto è bella per viaggiare, andando piano e godendosi la strada, non per andare a lavoro in coda. Usare la bici per i piccoli spostamenti è molto meglio, anche per la salute.

    – evitare i beni usa e getta; per alcuni (molti) sarei anche favorevole a una legge contro (mi viene in mente il caffè in capsule) a meno che non siano 100% biodegradabili

    – preferire pochi beni di qualità a molti beni cheap e prodotti come sappiamo. Meglio un paio di Church’s da 600 euro che 60 paia di HM da 10 euro.

    – combattere l’abusivismo edilizio, l’eccesso di costruzione (meglio creare ricchezza con restauri e riqualificazioni, che richiedono anche più lavoro e più qualificato)

    Non è nemmeno questione di visione politica come vedi, perchè la ragione dovrebbe andare oltre.

  19. È vero che un ricco può essere generoso e aiutare tante persone, e che questa presa singolarmente è una cosa bella, però ci sono da fare altre due considerazioni contestualizzanti:
    – la ricchezza non è un dono innato come, fino ad un certo punto, la bellezza o un talento (che comunque possono essere coltivati grazie al denaro). La ricchezza è un rapporto sociale e dipende da come una società è organizzata – in talmente tanti modi che non riuscirei ad elencarli qui. Questo significa che io non vedo il ricco come proprietario di qualcosa di suo, ma come persona che, grazie a una combinazione di fattori tra cui può esserci anche il “merito” (e anche su questa definizione si potrebbe discutere a lungo), è entrata in possesso di beni, denaro e potere. Quindi ogni cosa che si possiede e si dà la si ha perché qualcun altro ce l’ha data. Può essere un’eredità, ma anche cospicui guadagni derivati da un’attività per cui si è stati istruiti, o assistiti dalla collettività (il migliore imprenditore del mondo non commercia niente se non ci sono strade). Quindi più che generosità io vorrei restituzione – non di tutto, ma di una parte importante di quello che si ha, che comunque è proprio solo temporaneamente e solo grazie anche agli altri
    – la generosità ha sempre un colore. Siccome la ricchezza è potere, il ricco che la condivide ha il potere di decidere come farlo. Il ricco religioso finanzierà opere religiose, il ricco mecenate sceglierà quale arte incoraggiare, e così via. Questo dà potere alla parte politica, religiosa o anche solo estetica del ricco, e riduce in proporzione il potere di persone che magari hanno ottime idee o buon gusto, ma non denaro. Quindi anche la generosità del ricco è un servizio egoistico alla sua visione del mondo – lo è la generosità di chiunque, ma nel caso del ricco a vincere non è la bontà delle sue idee ma la forza economica che ha per sostenerle. Guardiamo ad esempio all’Africa o all’Asia del Sud come terreni di conflitto tra diverse “generosità” – cioè diverse visioni del mondo spinte da soldi europei, americani, arabi.
    I paesi scandinavi, ad ogni modo, sono estremamente egualitari e redistributivi. Guarda ad esempio l’indice GINI, quello che misura la diseguaglianza: Norvegia, Finlandia, Danimarca e Svezia sono agli ultimi posti. La Svezia in particolare è il paese con meno diseguaglianze di reddito in tutto il mondo.

  20. Oh finalmente una discussione sul bello! quando ho tempo la leggo bene bene. gaia gaia sei proprio convinta di questo ??? :
    “l’artista di Udine che dipinge sui cartoni e ogni tanto fa cose bellissime…..”. Dimmi che in fondo in fondo non ci credi neppure tu a sta frase! 🙂
    O tempora , o mores!

  21. Hai visto i vinili dipinti? Quelli erano proprio belli!

  22. Ok, un altro esempio di “arte povera”. Secondo me quest’uomo è un genio. Ha cominciato con niente
    http://www.banksy.co.uk/

  23. Tra l’altro, come si vede nel link che ho messo, i lavori di Banksy venduti da una bancarella per strada guadagnano poche decine di dollari l’uno, mentre se esposti in galleria valgono milioni. Ricordo che tempo fa un famosissimo (e ben pagato) violinista si mise a suonare fuori dalla metropolitana di Washington. Quasi nessuno lo riconobbe e quasi tutti tirarono dritto.
    Questo per dire due cose. Una è che la bellezza riguarda anche il contesto. L’altra è che siamo abituati a pensare che le cose belle debbano costare per forza un sacco di soldi.

  24. Io certo non pagherei molto di più per questi lavori. Ma qui si apre un discorso sulle opere d’arte, il mercato e, forse, sul vecchio motto dello scultore greco Policleto, secondo il quale il bello si creava lentamente….

  25. Conosco molto bene i paesi scandinavi e in particolare la Svezia, dove ho vissuto per due anni e mezzo, e in particolare a Stoccolma.

    Si tratta di un paese egualitario sì, ma ci sono persone molto ricche (Stefan Persson, 20 miliardi di patrimonio, ad esempio). Auto di lusso moltissime, negozi di lusso carissimi (come e più che qui), abitazioni bellissime e molto costose, ambienti esclusivi in quantità. Per di più hanno la monarchia; il re di Svezia abita a Drottningholm che è un palazzo iscritto nei patrimoni dell’Umanità, ha una barca d’epoca di 50 metri ed è ricchissimo. Eppure a parte i classici antimonarchici in netta minoranza è abbastanza amato dalla gente.

    Probabilmente la differenza è causata dal fatto che la gente è mediamente benestante. Secondo me bisogna elevare i poveri, non affossare i ricchi. Considerando che le tasse sono simili alle nostre, direi che il problema non sono i ricchi, o per lo meno non quelli che si guadagnano onestamente i propri soldi. Sono le leggi ad essere diverse, ma nessuno si sognerebbe di porre un limite alla ricchezza o espropriare soldi guadagnati senza infrangere leggi. Se uno svedese ha la possibilità di accumulare 20 miliardi di dollari, nessuno glielo impedirà.

    Stesse considerazioni valgono per Danimarca e Norvegia.

    Per quanto riguarda i rapporti umani e lo stile di vita di quei posti, è un altro discorso.

  26. Il fatto è che nel mondo i poveri sono miliardi. Se si elevassero tutti economicamente senza togliere nulla ai ricchi, questo pianeta non ci basterebbe. Già non basta così. L’unica alternativa alla povertà è la redistribuzione (accompagnata da una decrescita demografica).
    Inoltre, essere ricco significa disporre di manodopera altrui a basso costo. Per una casa da re, ci vogliono persone che la puliscono. Se non ci sono più poveri, nessuno si presta a fare lavori come pulire le case altrui e nessuno può più permettersi grandi case. Idem per il turismo, o l’alta moda, e così via. Un mondo senza poveri sarebbe un mondo senza lusso sfrenato, perché il lusso costerebbe troppo.

  27. E comunque, la Svezia ha un decimo della densità di popolazione italiana. L’impronta ecologica procapita svedese è maggiore della nostra, probabilmente per le necessità di riscaldamento, ma essendo in pochi consumano meno di quello che il loro paese potrebbe consentire (per inciso, è un bene che sia così).

  28. Stupisce nel post la totale mancanza della cultura della libertà. La libertà non è un frutto che cresce sugli alberi, che quando ci va si coglie, quando non ci va si lascia marcire. La libertà è costosa, la libertà richiede sacrifici, la libertà può essere ingiusta. Ma il suo valore si apprezza quando non c’è più. Un mondo senza poveri non esiste. L’idea stessa mi fa orrore: chi dovrebbe abolire la povertà? Chi dovrebbe avere questo immenso potere? Chi dovrebbe regolare la società affinché il più ricco guadagni solo due-tre volte del più povero? Questo modo di imporre a priori obblighi per tutti può portare solo ad uno stato in cui siano al potere satrapi e burocrati. Una società simile è semplicemente una società autoritaria. Una società grigia, dove si toglie all’uomo una delle sue caratteristiche che lo fanno uomo: la speranza di migliorare la sua vita e quella della sua famiglia. Kant diceva che è un’illusione credere di raddrizzare il legno storto che abbiamo dentro. Non siamo perfetti (grazie a dio!). L’uomo si ingegna e lavora per migliorare se stesso, non per rendere il mondo perfetto (ancora grazie a dio!). Le opportunità e il successo si misurano con il denaro (si lo sporco sterco del diavolo…), altrimenti non restano che le medaglie che davano a Stakanov. Non si è inventato ancora nulla di meglio che possa misurare il merito e la voglia di progredire. E non c’è nulla di più umano che la proprietà privata, come dice Hayek senza la libertà della proprietà individuale non ci può essere nessuna altra libertà, da quella discendono le altre. Quando lo stato controlla la proprietà delle cose, controlla anche le nostre menti (Popper). Gli unici limiti sono quelli dell’ambiente naturale, del paesaggio, della Terra. Libertà e rispetto dell’ambiente, la sfida del futuro sta in questo binomio. Un esempio può essere la Svezia, ma lì gli abitanti sono pochi, la densità demografica è bassa. C’è un buon Welfare, ma anche tanta ricchezza…

  29. La libertà è un concetto estremamente complesso sul quale i filosofi si scervellano da secoli; anche perché le libertà individuali possono entrare in contrasto e perché si è scoperto che quella individuale non è l’unica dimensione in cui una persona si realizza.
    Ridurre la libertà a “libertà di arricchirsi del singolo”, che inevitabilmente poi si estende alla famiglia, è estremamente riduttivo e ignora i meccanismi effettivamente in atto nelle società. Ignora anche il fatto che la difesa della proprietà privata (alla quale io non sono contraria in toto) richiede un grande intervento dello stato, che garantisca le leggi, i passaggi di proprietà e la successione, che stabilisca cosa fare in caso di esternalità, che decida se sulla tua proprietà puoi costruire un grattacielo che mette in ombra la proprietà del vicino, che punisca chi cerca di rubare, eccetera. Una libertà pura e senza intervento statale o della collettività non è neanche legge della giungla – nella giungla esistono società – è qualcosa di così fuori da ogni esperienza umana da essere non teorizzabile.
    E anche se tu hai la tua bella tenuta e te la godi, la strada per arrivarci non è solo tua, né l’aria che respiri, né il fiume che la bagna. Chi li gestisce questi?
    Inoltre, perché ognuno goda dei frutti del proprio lavoro senza storture, tutti dovrebbero poter partire dallo stesso livello. E per questo è necessario l’intervento dello stato. Altrimenti, come succede di fatto in Italia, i figli dei ricchi saranno avvantaggiati rispetto ai figli dei poveri, a parità di merito. Già il numero di parole che un bambino conosce, gli studi lo dimostrano, dipende dal ceto. Tu dirai: ognuno deve essere libero di godere dei privilegi ereditari. Qui c’è poco da argomentare: io semplicemente non lo trovo giusto e non penso che permetta a ognuno di esprimere al meglio le proprie potenzialità e alla società di godere dei talenti dei suoi membri.
    Ci sono poi tipi di libertà che non hanno senso se si è poveri. Se io voglio un lavoro e non lo trovo, e rischio lo sfratto o la fame (e persino in Italia siamo a questo), cosa me ne faccio non solo della libertà di un altro di guadagnare cento mila euro al mese, ma anche della mia stessa libertà di muovermi (non posso permettermelo), di parlare (ma la società non si può modificare in senso redistributivo), di studiare (costa), e così via.
    La povertà dovrebbe essere solo una scelta, mai una condizione in cui ci si trova o una punizione. Questo è quello che credo io.

  30. Gianluca C. scrisse:
    > La ricchezza ha portato quasi tutto il bello creato dall’umanità.

    Sulle orribili pacchianate che anche i riccastri come il resto de il_bobbolo riescono ad escogitare ecco le ultime chicche a riguardo.

  31. Allora prova a fare questo senza soldi:

  32. Che discorsi: anche le piramidi sono state fatte solo perché c’erano gli schiavi, ma non è che per questo la schiavitù è una cosa positiva!
    E comunque gran parte della bellezza dei centri storici italiani non è data dai monumenti, che fanno sicuramente la loro parte, ma da case costruite armonicamente nei secoli da gente di vari ceti sociali che viveva in quelle città. E per quanto riguarda le bellezze architettoniche, i grandi committenti di oggi realizzano solo porcherie. È il gusto che manca, non il denaro.

  33. “La libertà è un concetto estremamente complesso sul quale i filosofi si scervellano da secoli”
    La libertà è un concetto semplice, e renderlo complesso è un modo per svalutarlo. La libertà non può che essere dell’individuo e il limite alla libertà non può che derivare dal conflitto con i legittimi interessi di un altro, non dalle imposizioni di una burocrazia di Stato. Un sistema politico basato sui diritti individuali si chiama “Stato di diritto” e l’ha inventato la borghesia liberale nell’ambito del sistema di mercato. I diritti dell’individuo non sono flatus vocis ma cose concrete e si basano su una sfera intangibile di interessi, come la proprietà privata. Non è lo stato a dare i diritti e quando basati solo sulle leggi di stato sono aleatori: lo stato può sempre cambiarle. Non so quale sia la tua età, Gaia, ma io mi ricordo i viaggi che feci negli stati dell’est europa prima della caduta del muro. Quello che mi colpì di più fu lo sguardo delle persone. Era spento, anche durante il sorriso quei volti avevano gli occhi senza luce. Non c’era nessuna speranza di futuro, tutto era piatto, tutto pianificato, non c’era ricchezza, c’era solo certezza di una oppressione diffusa. Quella luce degli occhi che mancava era la libertà.

  34. Penso che un viaggio nell’Italia di adesso darebbe lo stesso risultato, e non credo che il problema sia la mancata tutela della libertà privata.
    Riguardo al resto non ripeto quello che ho scritto nel commento sopra. È estremamente difficile stabilire quando e come la libertà di uno lede gli interessi dell’altro, ed è per questo che sono sempre esistite forme diverse di governo. Si può fare a meno di uno stato totalitario e sostituirlo con forme miste, gestioni comunitari, beni comuni, ma qualche coordinazione ci deve essere.

  35. Chiedo scusa: era qualche commento fa 🙂

  36. > La libertà è un concetto semplice,

    No, non è affatto semplice il concetto di libertà.
    Perché essa è assolutamente inscindibile dalla responsabilità ovvero dall’obbligo morale di rispondere delle conseguenze delle tue azioni.
    E meno lo è ancora in un mondo costipato dove le conseguenze delle tue azioni sempre più ricadono su ambiente e prossimo che ne devono subire gli effetti.
    La tua libertà di fare confligge con la mia libertà di non doverne subire le conseguenze in alcun modo.

    Tempo addietro da agobit usai proprio la metafora della libertà in un autobus stipato. Quale è la libertà in un autobus stipato?

    > Penso che un viaggio nell’Italia di adesso darebbe lo stesso risultato, e non credo che il problema sia la mancata tutela della libertà privata.

    Eheheh
    Che crapa insolente che hai Gaia!
    🙂

  37. Una delle eredità più pesanti del secolo breve è la totale affermazione dell’individualismo. Siamo tornati indietro di secoli, ancora prima del «Contratto sociale» di Rousseau.

    E’ divertente notare come molti neofautori del primato dell’individuo sulla collettività citino come modello di società gli stati nord-europei o il Giappone – perché lì l’individuo ha una maggiore qualità della vita e dunque ha più tempo per praticare la propria libertà e i propri interessi -, ignorando del tutto la marcata precedenza che hanno gli interessi collettivi rispetto a quelli individuali in queste culture. Chiunque abbia soggiornato per almeno qualche mese in Germania, Svezia o Giappone può testimoniare.

    A mio avviso, le società in cui si è davvero liberi sono quelle in cui tutti i membri hanno un sufficiente bagaglio culturale da comprendere che – per il mero benessere comune – gli interessi collettivi hanno la priorità su quelli individuali.
    Ma questi sono concetti del secolo scorso, diciamo… ‘vintage’.

  38. Invece io non penso proprio che un viaggio nell’Italia di oggi dia lo stesso risultato. Non mi pare che nella vita di tutti i giorni la gente non sorrida o abbia lo sguardo perso. In generale così non è. Certo, ci sono persone in difficoltà, ma la maggior parte non si lascia prendere dalla disperazione e non hanno l’anima svuotata dalla mancanza di libertà.
    Andate a chiedere ai polacchi se preferirebbero tornare indietro. Dico solo che tra tedeschi e russi ricordano peggio i russi (ma guarda caso tutti sanno di Auschwitz, nessuno o quasi sa di cosa succedeva sotto i russi, e qui ci sarebbe un’altra polemica da aprire).
    Gli unici perennemente incazzati in Italia sono quelli che hanno il cervello pieno di ideologia, non vedono il bello in nessuna cosa e cercano il marcio ovunque (come i lettori del FQ, da farci una tesi sociologica).
    In questo blog vedo la ricerca asfissiante di paletti da inserire nella vita della gente. Non si dovrebbe più fare questo, non si dovrebbe più fare quello, questo non si deve produrre, questo nemmeno. Ad andare avanti con una mentalità del genere il regime è l’unico modo per riuscire a far accettare le cose. D’altronde se uno non volesse mollare le proprie case di proprietà? Se volesse comprare tre o quattro auto? Come glielo si impedisce? Come con i kulaki, altro metodo non c’è.

    Inoltre, secondo me è importante rimarcare il concetto che le rivoluzioni non si fanno a metà, non sono un pranzo di gala (cit. Mao), per cambiare le cose drasticamente ci va la violenza, il sangue. Siccome io personalmente non lo voglio, niente rivoluzione.

    Ci va un bel coraggio a paragonare l’Italia del 2013 a una dittatura.

    PS: altro miliardario americano ha commissionato altra supercar su misura. Lavoro in più da fare. W i miliardari.

  39. Le osservazioni di agobit e di gaia anche solo apparentemente possono essere considerate antitetiche.
    La speranza nel futuro, le prospettive psicologicamente sono decisamente importanti per la qualità della vita.; avere prospettive nulle o di diminuzione della qualità di vita non giova psicologicamente e incupisce le persone.

    > In questo blog vedo la ricerca asfissiante di paletti da inserire nella vita della gente
    Le osservazioni sulla libertà di Gianluca sono molto simili a quelle di agobit.
    Perché mettere paletti all’agire delle persone?
    Però ritengo che la vostra visione sia un po’ naif: se metti i paletti allora “crei” conflitto (per / con le persone costrette da norme, dal diritto “subiti”).
    Perché naif? Perché il conflitto esiste nella realtà, non è creato o indotto dalle norme che cercano di governarlo.
    Si potrebbe anche pensare di abolire completamente la dimensione normativa della collettività (questa è un ragionamento al contorno, personalmente non conosco culture, anche semplici, in cui non ci siano usi, costumi, regole e patti se non diritto che regolino la collettività) ma ciò non eliminerebbe il conflitto.
    Semplicemente lascerebbe libertà completa al modo in cui esso venga affrontato dai portatori di interessi in collisione.

    Molti episodi di cronaca nera sono tentativi “personali” o “associativi” di risolvere conflitti al di fuori dei modi previsti dal diritto Il conflitto esiste anche se non gestito “legalmente”.

    I lettori del Fatto Quotidiano semplicemente cercano di difendere egoisticamente i propri interessi dai risultati di azioni(omissioni altrui. E’ così strano?

  40. Io non propongo una società neanche lontanamente simile a quelle del comunismo totalitario, quindi criticare le mie idee facendo riferimento a società dove sono stati applicati altri principi non è corretto.
    Quella sull’Italia era una battuta, è chiaro che l’analogia regge fino ad un certo punto. Gli abitanti dei paesi comunisti negli anni ’80 avevano perso l’entusiasmo iniziale che poteva avere chi la rivoluzione la fece, avevano subito decenni di regimi repressivi e assurdi e di tensione globale a causa della Guerra Fredda, e probabilmente percepivano che si trovavano alla fine di un’era: queste cose possono spiegare la mancanza di sorrisi (comunque un’impressione soggettiva, sicuramente valida ma incompleta) tanto quanto le condizioni economiche, se non di più. E comunque da quello che leggo la società russa attuale non è molto sana: anche questo tipo di capitalismo rapace e sregolato non ha funzionato. Infatti nell’Europa dell’est ora osserviamo il fenomeno della nostalgia del comunismo, da quanto leggo più marcato di quanto possa essere qua la nostalgia del fascismo. Questo non significa che il comunismo andasse bene, ma che c’è chi si sente emarginato dal sistema attuale o semplicemente chi attribuisce le proprie sofferenze al sistema anziché a se stesso o alle circostanze.
    Riguardo all’Italia, io ci sto bene ma sento che c’è molta scontentezza e malumore. Questo è innegabile. Penso che i motivi siano molti e complessi, uno è la crisi economica, ma un’altra serie di motivi riguarda sicuramente la mancanza di fiducia nelle istituzioni, nel futuro, e nelle altre persone – nella società.
    Riguardo alla necessità di limitare le libertà personali, sono d’accordo con UnUomoInCammino quindi non ripeto quello che ha detto.
    Sono accusata di mettere paletti, ma in realtà io vorrei toglierne alcuni e metterne altri, per tutelare le libertà che non ledono le altre persone e limitare le libertà che danneggiano gli altri. Vorrei ridurre la burocrazia e liberalizzare le droghe leggere, ma vorrei anche redistribuire le ricchezze e proteggere l’ambiente. Non si tratta di togliere libertà per imporre regole ma di ridefinire il concetto di libertà, che ribadisco è molto complesso.
    Tra l’altro, la difesa della proprietà privata mette moltissimi paletti e richiede un grande uso della forza statale e della repressione (leggi, magistratura, polizia, telecamere…). Io non posso rubarti in casa, non posso gettare i rifiuti nel tuo campo, non posso rigarti la macchina se mi passa sui piedi, non posso nemmeno occupare un edificio se tu lo lasci vuoto e a me serve o usare per produrre i macchinari che hai abbandonato! Alcune restrizioni mi sembrano giuste e altre no, ma la cosa importante è che garantire la proprietà privata comporta una lunga serie di limitazioni della libertà. Allora non capisco perché certe limitazioni sono sacrosante e altre no. In fondo la proprietà privata, a cui io non sono in principio contraria, è un valore abbastanza arbitrario. L’ambiente, o il benessere collettivo, potrebbero essere altri valori da porre al vertice.
    Per non parlare delle enormi difficoltà di tutela della proprietà intellettuale. Perché non chiamate questi paletti, e i miei sì? Io non propongo di proibire a qualcuno di comprarsi la terza auto, semplicemente di redistribuire i redditi in modo tale che se uno vuole davvero tre auto dovrà rinunciare a molte altre cose materiali per potersele permettere.

  41. Il fatto che ci siano regole in qualsiasi comunità è perfettamente normale.
    Il problema sono le regole che alcuni vogliono inserire, che rientrano ampiamente nella riduzione dei diritti umani.
    Ad esempio voler limitare il numero di figli, il numero di case da possedere, la quantità di denaro di cui disporre.
    Il problema secondo me sta nella mancanza di cultura e di valori nelle persone. Una persona colta e intelligente difficilmente, se non se lo può permettere e non può provvedere a mantenerli, farà più di tre figli. Io conosco molte famiglie di 4 e più figli. Sono tutte persone che però hanno saputo crescerli molto bene.
    Una persona colta e intelligente difficilmente non aiuterà chi ha bisogno, avendo molto denaro. E difficilmente edificherà in maniera sconsiderata, sprecherà e inquinerà.
    Il problema non sta nelle regole ma nella mancanza di cultura e intelligenza nelle persone, senza distinzione di ceto sociale.
    Piuttosto che limitare la libertà delle persone, si dovrebbe puntare ad educare loro ad usarla bene, altrimenti le regole non servono.

  42. Io sono d’accordo con l’idea di educare e di educarci, ma faccio notare che è molto più totalitario pensare di inculcare a tutti certi valori (che comunque evidentemente va fatto) che non imporre leggi. Qui secondo me entri in contraddizione.
    Riguardo ai figli, non si parla di capacità individuale di mantenerli, ma del fatto che il pianeta è sovraffollato e fare più di due figli è egoistico e irresponsabile. Anche se si è ottimi genitori e persino ottimi ambientalisti. E mi scuso con eventuali lettori con più di due figli, ma è così.
    Quello dei figli è proprio un ottimo esempio di libertà che lede la libertà altrui: io voglio essere libera di vivere in un ambiente sano e voglio che miei eventuali figli non subiscano il sovraffollamento causato dall’iper-riproduzione altrui. Come si fa? Per il momento, sembra che il problema si possa risolvere senza coercizione, con l’educazione come dici tu e con un sistema di incentivi e disincentivi economici per cui la gente non sia incoraggiata a fare più di due figli.
    Se questo però non dovesse bastare, la violenza sarà di chi fa figli senza preoccuparsi degli altri, condannando l’umanità a una morte per fame o per inquinamento, o di chi cercherà di impedirglielo?

  43. Aggiungo anche che, dato come va il mondo, è molto più limitante dei diritti umani e della propria libertà non avere niente, non venire curati o essere costretti a lavorare a qualsiasi condizione, piuttosto che perdere la terza casa. Se vogliamo inoltre che tutti possano avere successo in base ai propri meriti, allora la trasmissione delle ricchezze tra generazioni della stessa famiglia dovrebbe essere proibita o fortemente limitata. Altrimenti io sarò anche “libera”, ma partirò così svantaggiata che non ce la farò mai. Sarà una libertà finta.

  44. Ovviamente poi riguardo a certi paletti o valori le idee e le opinioni politiche contano parecchio.
    Io per esempio non liberalizzerei alcun tipo di droga.
    Poi una cosa strana che ho notato è che le persone “di sinistra” sono tendenzialmente fatte con lo stampino, nel senso che prendono tutto in blocco, tutte le loro idee sono uguali:

    – matrimoni gay
    – anticlericalismo
    – contro i ricchi
    – antiamericanismo
    – antifascismo ma non anticomunismo
    – contro i valori cristiani
    ecc ecc

  45. La mancanza di cultura .. forse. Molto più stesso la malafede.
    Perché se ogni donna facesse 3 o 4 figli la cultura della semplice matematica ti dice che l’equazione y^x con y > 1 (si chiama esponenziale) supera ogni altra curva (non esponenziale) in tempi molto veloci ovvero qualsiasi limite geobiofisico, anche supposto di poterli “aumentare” linearmente.

    Quindi la cultura ti dice che, molto semplicemente, NON è possibile fare 3 o 4 figli per donna perché ciò è e sarà la catastrofe demografica in corso.

    Semplicemente, i tuoi tre figlio o i loro quattro figli non potranno, una volta sposati, vivere nelle abitazioni ereditate dai genitori, dovranno aumentarle del 50% o del 100%.
    Anche se le persone non hanno le cognizioni di analisi matematica (non serve cultura accedemica, l’esponenziale è studiata non solo al liceo scientifico ma anche in molti di quelli che erano istituti tecnici) esse possono capire questo passo del processo di aumento dell’impronta esaminando la necessità di nuove abitazioni quando i figli sono più di due per coppia/donna.

    Però interviene subito la malafede, la negazione del problema, molto spesso argomentazione religiose o neoreligiose prive di ogni fondamento razionale.

    In particolare la riproduzione è l’atto che in assoluto ha il maggior impatto sociale, economico ed ecologico e quindi quello che in assoluto avrebbe più senso regolare e governare collettivamente.
    Una volta feci il giochetto di esaminare il caso di una coppia di fondamentalisti cattocattolici affetti da compulsioni riproduttive, facendo due semplici conti su come il loro peso sulla collettività fosse estremamente oneroso, anche solo in termini finanziari che sono assai meno importanti di quelli ecologici.

    Le persone colte non è detto che siano intellettualmente e moralmente oneste.
    Una persona non intellettualmente onesta non può essere intelligente.
    Una persona colta, intellettualmente onesta e (gravemente) incoerente non può essere intelligente.
    Molti homo non sono intelligenti e non hanno neppure tali proprietà di mezzo. Sartori infatti usa la dizione Homo Stupidus Stupidus.

    Per quanto riguarda la Svizzera – affermavi che tu vivi là – segnalo un’associazione ambientalista che ha a cuore la questione demografica in Elvezia: si chiama Ecopop (Écologie et population – http://www.ecopop.ch)..

    Li cito
    “Negli ultimi cinque anni la popolazione residente in Svizzera è aumentata mediamente ogni anno di 80’000 persone. Ciò significa che anno dopo anno la popolazione cresce di un numero di abitanti pari a una città come Lucerna, ossia di 200 persone al giorno”

  46. Se le persone “di sinistra” hanno idee simili può anche essere per coerenza, cioè perché queste idee derivano da presupposti comuni. Per esempio se si crede nella libertà sessuale poi non la si può negare agli omosessuali.
    Detto ciò, tanto quanto è diversificata la destra altrettanto lo è la sinistra. Il comunismo fu storicamente, a quanto so, intollerante con gli omosessuali, ad esempio.
    Io sono in disaccordo contro molte posizioni classiche di sinistra, come quella sull’immigrazione. Riguardo alle droghe, se si è per la libertà come assoluto questo dovrebbe comprendere la libertà assoluta di drogarsi. Se si è per una limitazione razionale della libertà, se ne può discutere sulla base anche di dati concreti.
    Personalmente non mi ritengo anti-americana, anzi, se poi per anti-americanismo si intende anti-imperialismo il discorso è diverso, ma anche molti americani si definirebbero anti-imperialisti.
    I valori cristiani sono quelli del Vangelo (anti-ricchi, pauperistici, pacifisti) o quelli della Chiesa cattolica? Tra l’altro ci sono persone religiose di destra e altre di sinistra, dire che essere di sinistra significa essere anticlericali o anticristiani è assurdo.
    Riguardo infine al comunismo, non conosco persone di sinistra che neghino i crimini commessi dai regimi totalitari comunisti, a differenza dei neofascisti che invece non si rifanno ad un’ideologia ma a un regime specifico. Comunismo e fascismo non si possono mettere sullo stesso piano proprio perché sono due cose diverse, non più buona e più cattiva, ma diverse dal punto di vista concettuale.

  47. Ricordo il comma 3 dell’art. 42 della nostra meravigliosa Costituzione: La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale.
    Anche su di un tema così ‘sensibile’ dal punto di vista politico, il messaggio è limpidamente cristallino: gli interessi della collettività vengono prima di quelli del singolo.
    Il problema dei principi costituzionali, come al solito, è la loro applicazione: l’art. 42 viene utilizzato per espropriare le terre ai ValSusini per costruirci sopra l’oramai odiata da tutti TAV, mentre non viene quasi mai utilizzato, ad esempio, per salvare dalla rovina edifici fatiscenti affidandoli ad organizzazioni no-profit che svolgono attività dal forte impatto sociale.
    La Costituzione non va cambiata, ma semplicemente applicata restando fedeli allo spirito dei padri costituenti.

    Quanto ai Sinistrorsi, non è vero che la pensiamo tutti allo stesso modo, è un altro falso palese: siamo così variegati e con così tanti distinguo,da scinderci in una miriade sconfinata di partitini. Un partito di sinistra (quale ad esempio NON è il PD), è più soggetto a fissione di quanto non lo siano 50 Kg di uranio arricchito senza le barre di grafite di Fermi.

  48. Eh gaia, magari non trovi gente di sinistra che nega i crimini dei regimi comunisti, ma non sorptenderti! Non e’ in fin dei conti un eredita storica che portiamo sulle nostre spalle come il fascismo! E’ qualcosa di lontano e nascosto, celato alle coscenze dal fatto di essere emerso vincitore dalla seconda guerra mondiale. Ma quanti sinistrorsi sono pronti ad ammettere i crimino e le miserie dei partigiani per esempio? O a riconoscere cio che di costruttivo vi fu nel regime fascista,
    che pure fu meno feroce di quello stalinista o hitleriano?
    Pochissimi! Nessuno forse! La storia non li ha messi ancora all’angolo, possono nascondersi dietro la retorica e il conformismo culturale che tanto ci piace. E che gran parte della sinistra adora!

  49. Quali sarebbero i crimini e le miserie dei partigiani? Lo chiedo non provocatoriamente, ma sinceramente, perché ho approfondito molto il tema della Resistenza e mi sembra che il problema sia piuttosto il contrario, che c’è stato nei decenni un impegno a sminuire il ruolo dei partigiani, a demonizzarli, addirittura recentemente a mettere sullo stesso piano repubblichini e partigiani.
    Riguardo al regime fascista, è ovvio che se una dittatura non offre almeno qualcosa ai suoi sudditi (perché di più non sono) non resiste vent’anni. Il regime fascista fu molto feroce, sia in patria che, soprattutto, all’estero (in Africa, in Yugoslavia, nei campi di concentramento di slavi in Italia di cui nessuno sa…) ma questa storia non viene né insegnata né discussa.
    Io non nego i crimini dei regimi comunisti, non sostengo che i partigiani furono tutti eroi immacolati, e che non c’è motivo comprensibile per cui il fascismo (come il nazismo, come il comunismo, come tutto) godette di consenso almeno per dei periodi – però non si possono mettere le due parti (ora parlo dell’Italia) sullo stesso piano, perché se no questo significa che la ricerca storica non serve a niente, servono solo le proprie convinzioni.

  50. Come ci furono della brave persone tra i fascisti ci furono pure dei delinquenti nei partigiani.
    Dalle parti mie che qui non specifico ma fu in uno dei cuori della resistenza è noto (anche se sepolto sotto il sarcofago della retorica de Il Partito) che ci furono anche partigiani che combinarono le peggiori cose come i fascisti che stavano combattendo.
    Peggiori cose…
    Violenza contro le persone ma non solo diretta. Ad esempio come inquinare i pozzi da cui povera gente che lavorava la terra (poracci che avevano dovuto prima subire le angherie dei masnadieri parassiti fascisti) traeva da bere per se e per gli animali in stalla.
    Un atto così, a quel tempo, come inquinarti e renderti inservibile il pozzo dell’acqua VITALE era una vera angheria,

    I regimi comunisti vengono considerati più totalitari di altri, in quanto oltre alla libertà politica toglievano pure quella economica e quella religiosa (sebbene questo sia un atto ecologico la_gente vuole rimanere ancorata alla propria dose di oppio mentale).

    I regimi inoltre esprimo istanze ideologiche e culturali precedenti alla loro ideologia. L’antisemitismo era diffuso in Europa prima del nazismo e del comunismo, e le società che esse regimentarono ne fu comunque caratterizzato.

    La stipsi dell’elaborazione storica in Italia, il blocco intestinale che impedisce che la cacca della faziosità venga evacuata è proprio nell’incapacità di osservare ombre e luci in ciascuna delle parti in conflitto.
    Al gioco speculativo del potere è molto più semplice il manicheismo del “noi tutti candidi e buoni, voi tutti sporchi brutti e cattivi” che è solo una rivisitazione del pensiero religioso monoteista de “la lotta del bene sul male”, una sciocchezza assoluta che trova espressione in vari liturgie dei monoteismi.
    Inquinamento religioso e neoreligioso,…

  51. Sempre su destra e sinistra…
    Mah, non esiste La destra, non esiste Il centro né esiste La sinistra.
    La complessità del mondo e di come lo osserviamo e delle idee(ologie) che proponiamo per migliorarli non è riconducibile ad una posizione su un asse lineare.
    Sarebbe come incraniarsi sulla questione che Copenaghen sia a sinstra/oriente o destra/ponente di Città del Capo. Problema mal posto e la cui soluzione è insipida (sciocca in toscano).
    Esistono n assi ideologici del tutto ortogonali e indipendenti nell’iperspazio della politica.

    Esiste una destra antiamericana come una destra filoamericana
    Esiste una destra, un centro e una sinistra ecologici (sparute minoranze) ed esistono larghe maggioranze in centro, a sinistra, a destra pesantemente antiecologiche.
    Esistono destre, centri e sinistre anticlericali e destre, centri e sinistre filoreligiose.

    La questione della sciagura demografica.
    Sarà di destra o di sinistra? di centro?
    Gaber avrebbe altri argomenti per i suoi dileggi.

  52. D’accordo con UIC al 100%. Si fanno molte Giornate della Memoria, ma quasi sempre di una memoria selettiva. Sia a destra che a sinistra. Gaia, considera solo Porzus per esempio, non è stata una bella pagina della nostra resistenza. O cosa è successo recentemente a Portogruaro, dove si è formato un comitato contro la dedica di una strada ad un partigiano, ritenuto dal popolo un vero delinquente. E non sei stata tu stessa “vittima”, recentemente, di questo clima, quando eri stata chiamata a moderare un dibattito su un tema scottante, come qeullo delle foibe?

  53. Ho citatoquesta discussione.
    Gaiopode, questo rimane uno dei luoghi rari di buon pensiero… non ammassato! 🙂

  54. È vero che ci sono delle persone, anche a sinistra, che non riescono ad abbandonare il passato (ottimo esempio quello delle foibe). Però non credo che qualcuno arrivi a negare i crimini dei regimi comunisti, se non per scherzo (di cattivo gusto).
    Porzus è stata una pagina nera, però la sua importanza è stata esagerata rispetto a quella che effettivamente ebbe. Si è così oscurata la molto più significativa e istruttiva collaborazione tra cattolici, azionisti (pochi, qui) e comunisti per una lotta comune, che fu più presente nella Resistenza rispetto alle divisioni.
    I partigiani non erano perfetti, non lo sostengo e mai l’ho sostenuto. D’altronde, come si può pensare che uomini e donne che avevano subito un ventennio di regime e cinque anni di guerra tremenda, e combattevano in condizioni durissime contro un esercito spietato e molto più forte potessero comportarsi sempre e tutti in maniera irreprensibile? Se qualcuno me lo dicesse, non ci crederei.
    Ricordiamo anche che è troppo facile valutare le scelte altrui solo con il senno di poi. Alcune delle cose di cui vengono accusati i partigiani, per esempio la giustizia sommaria o l’aver esposto la popolazione a dei rischi, erano conseguenze di scelte difficilissime in circostanze in cui non era possibile: a. possedere tutte le informazioni per scegliere bene (è una spia o non è una spia?) b. sapere esattamente quali conseguenze avrebbe avuto una certa azione (pare che le rappresaglie naziste fossero più arbitrarie e imprevedibili di quanto si pensi) c. rischiare la fame per mancanza di approvvigionamenti (da cui molte requisizioni, che di solito a quanto so venivano pagate) d. permettersi di sbagliare
    Noi non c’eravamo, quella volta. Penso che dovremmo innanzitutto capire, prima di criticare ogni errore fatto da altri senza tenere conto delle circostanze.
    Riguardo a quello che la popolazione pensa o non pensa, la memoria del dopoguerra è stata sottoposta a una riscrizione continua, ad opera ad esempio di molti preti, per cui i partigiani sono stati spesso demonizzati o la loro importanza sminuita. Quindi vanno ascoltate le voci del popolo, ma anche alla luce di decenni di glorificazione da un lato e demonizzazione dall’altro, e di propaganda anticomunista.
    Per me la sinistra e la destra esistono, ma solo a grandi linee e non come liste di pensieri da avere; la memoria della Resistenza per quanto mi riguarda può essere condivisa anche da una destra non fascista che in parte vi contribuì, però bisogna che sia una memoria onesta e completa.

  55. Memoria onesta e condivisa dici? Mah….siamo un popolo con troppi voltagabbana e maramaldi. Speriamo bene! E su resistenza, comunisti e fascisti per me basta, é abbastanza chiaro come la penso.

  56. Non lasciarti irretire dalle promesse di chi non riesce a mantenerle. Nessuno ha la bacchetta magica di creare ricchezza (e servizi) dal nulla, se non facendo debiti che altri pagheranno. Se hai un po’ di pazienza dai un’occhiata qui: La bufala del reddito di cittadinanza

  57. Non è dimostrato, e secondo me non è neppure vero, che le persone lavorano solo per guadagnare. Le persone lavorano anche per passione, per piacere, per sfuggire alla noia, per senso del dovere, e per mille altri motivi. Le persone che approfitterebbero di un reddito minimo per non fare niente probabilmente non sono neanche adesso i lavoratori migliori, o magari cercano di approfittare del sistema attuale in un altro modo. Almeno nel mondo per com’è adesso, bisognerà sempre prevedere qualche disonesto o deviante, ma non si può tarare l’intero sistema su questi. Meglio un po’ di persone pagate poco per non far niente, che pagate tanto per fare qualcosa o danni.
    Se poi qualcuno rifiuta uno specifico lavoro perché non è più spinto dalla disperazione, tanto meglio: vorrà dire che i lavori saranno meglio retribuiti e più appetibili per convincere qualcuno a farli. Tra l’altro questa è la legge del mercato.
    E in ogni caso il reddito che io sostengo andrebbe elargito a tutti e sarebbe piuttosto basso, per far sì che permetta di sopravvivere ma non disincentivi il lavoro, necessario per ottenere qualsiasi cosa in più del minimo.
    Inoltre, molta della ricchezza che io vorrei togliere ai ricchi e super ricchi e redistribuire non è produttiva, ma, quando non è direttamente evasa, è spesa in beni di lusso o in consumismo sfrenato che danneggia l’ambiente e sottrae risorse alla collettività. Teoricamente, redistribuendo questa ricchezza non produttiva si permetterebbe a tante altre persone di avere abbastanza per investire sulla propria formazione, in una piccola attività, in una cooperativa…
    Intanto sto leggendo questo, molto interessante, spero di linkarlo con più precisione a breve: https://www.devex.com/en/news/fighting-poverty-with-unconditional-cash/82504

  58. La sinistra ha molto imparato dalla destra, così come la destra dalla sinistra. Marx era un allievo di Hegel, un filosofo conservatore. La possibilità di organizzare tutta la società in base a preordinati programmi razionali risale al Maestro. Fu affascinato dalla dialettica, un modello di pensiero in grado di interpretare fenomeni complessi riducendoli a pochi elementi in conflitto. Purtroppo per i marxisti, la realtà era ancora più complessa, e furono guai. Lenin non era un sempliciotto che, come alcuni vogliono far credere, fece errori per ingenuità rivoluzionaria. Aveva capito che per affermare i programmi egualitari e far funzionare una società industriale secondo modelli economici rigidi era necessaria una dittatura, e solo stemperò la cosa al modo dei preti: gli affibbiò un bel nome, “dittatura del proletariato”. Doveva durare un tempo limitato sufficiente a distruggere la borghesia ed assicurare le condizioni della dissolvenza dello Stato nel Comunismo (una sorta di Paradiso sulla Terra, in cui gli eguali avrebbero vissuto trovando -non si sa dove- le risorse per i propri bisogni e lavorando secondo necessita’). La cosa -per inciso- ricorda molto il reddito di cittadinanza, eh eh. Fu Gramsci che, in Italia, si rese conto che in uno stato liberale la cosa era mal digerita. Anche perché i funzionari del partito non erano delle cime, e aveva tra l’altro notato già nel ’21 quando si era recato in Russia al seguito della delegazione del partito, che i dirigenti comunisti stavano prendendo il posto dei vecchi borghesi. Come finirà lo sappiamo tutti, i funzionari del partito finiranno a viaggiare sulle “limousine” e vivere nelle dacie, il popolo a camminare con le scarpe rotte e vivere in appartamenti collettivi. Gramsci tentò di rielaborare il concetto di dittatura del proletariato adattandolo a società di tradizione liberale e in presenza di una classe borghese che -verosimilmente- non era possibile sterminare o rinchiudere nei gulag. Elaborò così il concetto di “egemonia” una forma di dominio che si esercita con la forza e con la persuasione. La persuasione, sempre; la forza, solo quando è necessaria. Gramsci ha in mente il modello secolare della chiesa cattolica: il potere temporale armato e la persuasione pedagogica di massa praticata dentro le strutture sociali, culturali e scolastiche che hanno garantito alla chiesa l’adesione duratura delle masse popolari italiane. Indica al partito la necessità di occupare i “centri del potere”, cosa di cui si farà carico Togliatti e gli epigoni del Pci nel dopoguerra con una lenta silenziosa battaglia dietro le quinte: banche, giornali, università, cooperative, magistratura ecc. Ma il sogno è sempre quello di Marx, poter dominare lo stato e indirizzare i processi sociali verso gli obiettivi egualitari, di cosiddetta giustizia sociale, di redistribuzione, il tutto attuato dando potere alla burocrazia di stato e sotto l’influsso di una cultura dominante imposta con criteri pedagogici “moderni”. L’effetto finale non cambia: viene soppressa la libertà individuale, la libertà economica, la libertà culturale, dietro una serie di norme e regolamenti, di tasse, di obblighi e imposizioni sorvegliate da una burocrazia di Stato rapace e autoritaria. La volontà di migliorare se stessi, di acquisire mezzi economici e una dimensione privata con la proprietà vengono considerate fonte di diseguaglianza, moralmente esecrabili. Eppure è nella libertà che si crea la ricchezza e il benessere, in cui le persone svantaggiate possono sperare di salire la scala sociale. Non si è ancora trovato un sistema migliore del capitalismo e del libero mercato per creare mobilità sociale, come dimostra la storia degli Stati Uniti e delle democrazie europee. Quando c’era il muro di Berlino la gente cercava di fuggire verso la libertà, non verso l’uguaglianza; e quel muro fu abbattuto con le mani da masse esasperate di cittadini di stati socialisti che volevano libertà e consumi.

  59. Se il comunismo ha fallito, il capitalismo sta, in combutta con altri fattori, portando ad una non improbabile estinzione della specie se non ad un suo brutale ridimensionamento qualitativo e quantitativo.
    In realtà aver oltrepassato i limiti di sostenibilità ci ha messo in una situazione emergenziale in cui tutte le ricette precedenti (che hanno contribuito a creare il problema) non funzionano.
    I comunisti hanno fallito perché hanno ignorato il principio della regina rossa e l’imprinting della biologia.
    I capitalisti falliranno perché hanno assecondato (specie nella crescita esponenziale) la biologia cavalcandola e lanciandola al massimo.
    Potremmo dire “ride bene chi riderà ultimo”, cioè solo cambiano scala dei tempo potremmo dare una valutazione dei due sistemi.
    Ma con quali criteri?
    Quelli della morale antropocentrica? quello della sostenibilità ecologica? dell’etica?
    Cosa faranno i capitalisti dopo aver inquinato l’ultimo fiume? abbattuto l’ultimo albero (quello il cui legno garantisce il massimo profitto unitario)? pescato l’ultimo pesce? Si accorgeranno che il capitalismo non si mangia. Quale muro cercheranno esasperatamente di abbattere?

    Ricordo il confronto interessante che Jared Diamond fa tra la eco dittatura di Santo Domingo e il liberismo totale di Haiti che è una delle spiegazioni più plausibili delle differenze abissali nelle due parti della stessa isola. La il capitalismo senza limiti ha fallito miseramente.

  60. UIC, non credo che sia tanto una questine di capitalismo/comunismo. Anche il comunismo ha fatto distastri ambientali, ma , essendo collassato prima di poter estendere la sua azione su scala globale e senza freni (come il capitalismo attuale), non ha avuto la possibilità eventuale di fare i danni che sta facendo ora il capitalismo. Certo è una magra consolazione. Io vedrei la coscienza ecologica come qualcosa più di trasversale ai sistemi politici-economici….

  61. Il paradosso è che da un lato tornare a sistemi di gestione locale dei beni comuni (boschi, pascoli, aria e acqua pulite) potrebbe aiutare a responsabilizzare le comunità riguardo all’ambiente e a non escludere nessuno da costi e benefici; dall’altro molti problemi ambientali richiedono soluzioni su scala regionale (gli stati americani si stanno litigando l’acqua ora che inizia a scarseggiare, e lo stesso alcuni stati africani) o addirittura mondiale (il riscaldamento globale). Bisogna trovare politiche ambientali che siano efficaci ed eque su entrambe le scale, in un momento storico tra l’altro in cui si profilano crisi di origine ambientale in zone molto popolate che potrebbero stravolgere il mondo che conosciamo – pensiamo ad esempio a cosa potrebbe succedere quando il Bangladesh finirà sott’acqua o il sud Italia inizierà a trasformarsi in deserto…

  62. Mauro, il capitalismo è di stato (socialismo o comunista) o privato (quello liberista, “classico”). Ma è sempre una gestione di capitali tendente a concentrarne il potere, a concentrarlo, ad utilizzare tecnologia per aumentarlo, ad aumentarne la scala, a renderlo sistema di valori, religioso.
    Due facce della stessa me(r)daglia.
    In particolare sono entrambi ferocemente contrari a sovranità e sostenibilità locali.

  63. Questo è un post interessante. Anzi no: molto interessante. E i commenti non sono da meno.
    Credo che leggerò con piacere il libro che hai segnalato 🙂

  64. Mi fa piacere! A questo proposito, se ti era sfuggito, ti consiglio anche questo sito: http://www.bin-italia.org/

  65. Pingback: Perché non possiamo essere liberi, parte II – diritto a lavorare (e a sceglierci i carichi di lavoro) | Cal the Pal

  66. gaiabaracetti

    Un’altra presa di posizione a favore di un reddito universale garantito: https://www.populationmatters.org/briefing-universal-basic-income-improve-sustainability/
    L’attuale sussidio di disoccupazione disincentiva il lavoro o incoraggia il lavoro nero, per non perdere il sussidio: lo sto vedendo con i miei occhi.

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