cose importanti

Innanzitutto, la cosa più urgente: ho bisogno di una mano per la pubblicazione del mio romanzo. Non voglio far sentire nessuno moralmente obbligato a sostenermi, né amico, né lettore, però voglio che si capisca che per me è una cosa importante. È importante per capire quanto vale per le persone quello che scrivo, quanto vale il sostegno che ricevo a parole, quanto valgono le mie idee anti-gerarchiche nella scelta e distribuzione della cultura. I romanzi, le poesie, il blog, l’attivismo, per me sono tutti lati della stessa cosa. Ognuno può condividere o meno quello che faccio in ciascun campo diverso, ma io intendo un filo conduttore tra tutte queste cose. Se la società non dà valore (anche economico) a quello che faccio, io continuerò a farlo ma in modo diverso e ridotto, perché ho anche un sostentamento fisico a cui pensare. Questa del crowdfunding e dell’uscita del prossimo romanzo per me è la prova finale, per capire se posso andare avanti così, se ci sono persone che vogliono che io vada avanti così, o se devo cambiare strada e fare altro.

Questa prima cosa è davvero importante per me. L’altra cosa che volevo dire, anch’essa importante, è: venite sabato a manifestare contro il Parcheggio di Piazza Primo Maggio. Sto imparando un sacco di cose in questi giorni di presidio, sulla partecipazione, sui media, e soprattutto su come agiscono partiti e associazioni, per lo meno qui (in buona parte vivendo nella paura di chi è più forte di loro – o percepito come tale). Forse vi racconterò meglio quando ordinerò le idee. Le tattiche, le bugie, i distinguo, la sopravvivenza politica come fine e non come mezzo… vedo succedere cose davvero interessanti.

Un’altra cosa che voglio dire è che io osservo gli ambientalisti e mi perplimo sempre per le incoerenze tra principi conclamati e comportamenti concreti. Vedo tanta gente che fa così. Manifesta, si arrabbia, teorizza, però poi ha lo smartphone, va in macchina, beve in bicchieri di plastica non riutilizzabili, mangia tanta carne, oppure fuma, oppure scorrazza per il mondo in aereo oppure ha due case (oppure fa tre figli). Quasi ognuna di queste cose, dato lo stato attuale del pianeta, già di per sé è insostenibile – senza neanche bisogno di essere accompagnata alle altre. Io non voglio parlare da autorità morale, perché so che è irritante, e questo è quasi l’unico motivo per cui non voglio farlo, perché io davvero nella mia vita di tutti i giorni ci provo ad avere un’impronta ecologica piccola, a non cambiare il cellulare se quello vecchio funziona, a non salire sulle macchine, a mangiare sostenibile, a limitare i vizi e a viaggiare poco e in modi ecologici. Ecco un articolo, ma c’è tanto da dire, sul fatto di cambiare cellulare in continuazione. Cavolo, se solo ci penso mi meraviglio ancora come se non riuscissi ad abituarmi. Ambientalisti, attivisti di sinistra e autoproclamate vittime della crisi con cellulari di ultima generazione (che tra l’altro vanno ricaricati ogni giorno).

E poi, se vivessimo vite a minore impatto ambientale, tante delle nostre battaglie diventerebbero non necessarie. Ma la nostra società funziona così: crea lavoro e poi crea altro lavoro per riparare ai danni creati dal lavoro di prima (vale nell’ambiente, nella salute, nella burocrazia). Spesso staremmo meglio stando semplicemente fermi, ma allora devi giustificare a qualcuno il fatto che stai fermo, come se fossi un parassita o un inetto. Meglio stare fermi che fare danni, dico io.

A proposito di ambientalismo, tempo fa ho letto un libro davvero affascinante di un giornalista americano, Alan Weisman, dal titolo Il mondo senza di noi. Ora scopro che ne ha scritto un altro, in cui tratta il problema della sovrappopolazione. Qui un’intervista, di nuovo mi scuso per il fatto che sia in inglese, ma è molto interessante anche per gli esempi che cita da paesi diversissimi tra loro. L’unico difetto è che in alcuni punti è ancora antropocentrico, e parla di ecosistemi e specie dicendo che sono necessari ‘per noi’, non che hanno un valore intrinseco. Temo anche che si sbagli su Singapore: contrariamente a quanto dice lui io leggo che vogliono aumentare la loro popolazione. Io ho vissuto a Singapore. Mi chiedo dove pensino di mettere gente in più. Mi chiedo anche un’altra cosa: se l’idea di ignorare i limiti sia un’idea occidentale che ha contagiato il mondo, e come mai società che hanno assolutamente bisogno di limitare i propri numeri non lo fanno, e magari secoli fa lo facevano (per esempio, a quanto ho letto nel libro Collaso di Diamond, nelle isole della Polinesia). È davvero una vittoria mondiale del capitalismo e della crescita a tutti i costi, sono le religioni monoteiste, cos’è?

Ringrazio, come sempre, chi ha letto fin qui, e ringrazio in anticipo chi mi darà una mano a pubblicare.

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18 risposte a “cose importanti

  1. ciao, nn sono un ambientalista ma quel che scrivi mi pare valga ben + di 10€, quantomeno perché nn è proprio mai banale. xò nel capitalismo, chi può sostenere economicamente ciò a cui dà valore, di solito alle tue idee ne dà poco, e gli altri o di solito nn possono, o cercano loro sostegni x mangiare o curarsi. io spero davvero che tu possa ricevere quanto ti serve, che è il minimo del minimo che ti meriti. xò cmq, rischi che puoi andar avanti così solo se altri lo vogliono, tipo al lavoro, invece le cose tue sono quelle che puoi fare pure se gli altri nn vogliono. ah,io nn ho manco dritte x pubblicare, giusto anni fa mi parlarono bene de ilmiolibro,it. ma che ne so, n’altra fregatura…

  2. Bè grazie!
    Specifico, ma penso sia ovvio, che io non voglio che nessuno faccia sacrifici per aiutare me! Se qualcuno non può pagarsi un mio libro ma lo vuole leggere, io glielo do volentieri gratis. È questa una delle trappole della distribuzione diseguale dei redditi: c’è chi può fare la figura del generoso, e magari dà solo quello che gli avanza, e chi vorrebbe sinceramente aiutare qualcuno, ma non può permetterselo.
    Quando vedo la lista di progetti su Produzioni dal basso mi rendo conto che ce ne sono davvero tanti di meritevoli, e mi riprometto di sostenerne alcuni quando potrò. Mi dispiace quasi entrare in competizione, anche se magari ognuno ha il suo bacino (brutta espressione).

  3. Sugli ambientalisti e le loro incoerenze. Credo che sia molto complicato ridurre la propria impronta ecologica, almeno per due motivi: in primis, siamo disposti a ridurre certe cose/atteggiamenti che ci interessano o piacciono poco, molto meno pronti a decrescere su quelli che ci vanno bene. OK comprare a km 0 o bio, ma al viaggio low cost che mi porta in quel posto fico o al transoceanico per vedere gli indios del sud america che fanno tanto equosolidale non ci rinuncio. Secondo, più diventi talebano sulle cose, più intransigente sei, più è facile avvitarsi in contraddizioni e venire beccato in castagna. E poi il tema stesso della “nuova economia” a porre scelte che non sono sempre evidenti e lineari: compro a km 0, compro bio o compro equo e solidale? Non sempre tali termini sono sinonimi. Solo per dirne una….

  4. Chiaramente in alcuni casi bisogna scegliere, per esempio tra biologico e locale, però non sono d’accordo sul fatto che sia difficile fare sacrifici o ridurre la propria impronta. Io non prendo praticamente mai l’aereo, viaggio pochissimo e sempre con un motivo, e non mi pesa. Quando invece dico ad altri ‘ambientalisti’ che il viaggio frequente sarebbe una delle prime cose su cui tagliare, ci rimangono davvero male. Penso che dipenda da quanto stressato uno è nella vita di tutti i giorni: vuoi scappare o perché sei curioso, ma puoi essere curioso anche di quello che ti circonda, o perché non stai bene. Semplifico, ovviamente: il discorso è più complesso.
    La parola talebano è un insulto, mentre secondo me qui si tratta di razionalità: io so che non è scientificamente possibile vivere in un certo modo, quindi non ho scuse per farlo.

  5. Talebano non ha valore di insulto: indica semplicemente intransigenza. Voglio dire che, in generale, meno si è disposti ad ammettere che la perfezione non esiste, più di è intransigenti, più si attacca con veemenza, anche a ragione, i piccoli e grandi errori degli altri, più risultano evidenti e lampanti le proprie incoerenze. Ma non mi rivolgevo a te, egregia Gaia.

  6. Secondo me però non è nemmeno una questione di intransigenza, che ha una connotazione soprattutto morale e tendenzialmente negativa. Faccio un esempio: se ho un’infezione e il medico mi dà gli antibiotici raccomandandomi di finire il ciclo e di prenderli con una data frequenza, non è perché lui è “intransigente” ma perché se io non faccio come ha detto probabilmente non guarisco e rischio pure di far sviluppare ceppi resistenti. L’ambientalismo ha solide basi scientifiche, quindi chi fa certe scelte di stili di vita lo fa perché conosce le conseguenze del proprio impatto ambientale. Chi non fa queste stesse scelte è libero (almeno per il momento), ma non può dirsi ambientalista e non può negare le conseguenze sull’ambiente del proprio comportamento.
    Sulle incoerenze, c’è chi riesce a evitarle quasi del tutto. Di solito però si cercano sempre incoerenze negli altri, così da giustificare la propria inazione (anche questo non è rivolto a te, ma è in generale).

  7. Io non ti conosco quasi per nulla anche dal punto di vista virtuale.
    Quindi dovrei fare più domande che tentare di proporre o dare suggerimenti.
    Ma perché tu vuoi proprio arrivare alla pubblicazione di un libro stampato su carta?

    Quanto riuscire ad essere sobri/austeri/spartani/minimalisti?
    Ad un incontro/scontro al gas, giovedì sera, il contadino cattocattolico con cinque pargoli sfornati ed io “ecologista edonista” si siamo pizzicottati parecchio.
    Bisogna essere austeri
    Bisogna essere di meno.
    Quel contadino è intellettualmente disonesto e nega in assoluto (o proprio lo minimizza) il problema demografico. Egli, ad un certo punto, mi fa: ma cosa vuoi convincere la gente a fare meno figli? pensi di riuscirci?
    La sua teoria è che bisogna essere più sobri.
    Ma non ha capito che la curva esoonenziale supera ogni cosa, i bisogni vitalie di spazio non possono compensare la crescita esponenziale con un decadimento esponenziale.
    Secondo che il 98% della popolazione vuole il consumismo, spesso il massimo consumismo (quello posizionale ed esclusivo) altro che sobrietà…

    La questione, cinicamente, è che proprio non so se sia più utopistico diventare sobri (radicalmente austeri, minimali) o sia più utopistico pensare di decrescere demograficamente.

  8. Per fortuna la natalità spesso cala da sola, senza bisogno di convincimento, quando la condizione delle donne migliora, assieme alla loro capacità di scelta e alla disponibilità di contraccettivi, e quando mantenere un figlio decorosamente diventa costoso e al tempo stesso un valore (vedo che in molti paesi africani, anche in base a quello che leggo, si preferisce mettere al mondo un figlio che patirà la fame piuttosto che perdere di status o di sicurezza avendone meno). Ma non è automatico. Comunque complimenti per aver posto il problema al contadino: certe persone si credono sinceramente ambientaliste, e magari anche lo sono in tanti aspetti della loro vita, ma, per motivi anche comprensibili – amano i bambini, preferiscono la famiglia grande, o è troppo tardi per tornare indietro – sono suscettibili quando si parla di questione demografica. Però si tratta di scienza e matematica, non opinioni, non come vorremmo che il mondo fosse (ecologico e pieno di bambini). Si può anche consumare di meno, ma non si può consumare di meno all’infinito, perché si arriva a un limite oltre il quale è impossibile o inaccettabile scendere, e allora se la popolazione cresce all’infinito il problema dell’impatto umano non potrà che peggiorare nonostante qualsiasi riduzione dei consumi.
    Passando alla tua domanda, la stampa del mio libro non abbatterà inutilmente alberi perché ordino più o meno le copie che penso di poter vendere, quindi poche. Il libro cartaceo secondo me è più bello, inoltre è più facile da vendere e più difficile da piratare. Magari un giorno agirò diversamente, ma in questo momento non posso farlo. La carta è una delle cose che cerco di risparmiare e riciclare nella mia vita di tutti i giorni, ma un libro ha bisogno di un supporto e neanche quello elettronico è a impatto zero.

  9. Perchè leggere un libro di carta e non un ebook:

    1. Provate a leggere l’«Infinite Jest» di D.F.Wallace (1281 pagine in totale, di cui 101 pagine di note disseminate in ogni capitolo, ma riportate alla fine del libro in tutte le edizioni): su di un tablet è praticamente impossibile.

    2. Le (personali) considerazioni di Roberto Casati: Il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere

    3. Se compro un ebook con DRM (oramai quasi tutti sono distribuiti così) non compro un libro, ma solo la possibilità di fruirne il contenuto secondo le politiche decise dal venditore. In generale non posso prestarlo ad altre persone, non posso visualizzarlo su più di un numero N di dispositivi (che però devono tassativamente appartenermi tutti), e in molti casi sono costretto ad utilizzarlo solo sull’e-reader per cui è stato messo in vendita. Se il lettore si rompe, l’ho perso; se il lettore diventa obsoleto, l’ho perso di nuovo.
    Se compro un libro: lo leggo anche se non ho più l’alimentatore o la corrente; lo presto a chi voglio; lo leggo anche dopo decenni; mi può sempre servire (Infinite Jest è ottimo, ad esempio) come zeppa per la gamba disastrata di un tavolo o di una sedia, o come oggetto contundente da scagliare contro il nostro nemico di sempre (nessuno lancerebbe mai il suo tablet all’avversario!). Senza contare, poi, che è in assoluto il regalo migliore con cui cominciare una storia d’amore.

    4. Gli amici di Scampia lo spiegano bene così:

  10. 🙂

  11. Ma perchè una persona dovrebbe viaggiare poco ? Viaggiare apre la mente, contaminarsi con il mondo e con culture e genti differenti è il sale del nostro vivere in un pianeta sempre più facilmente raggiungibile e globale.
    Limitarsi a vivere nella propria cittadina e nella propria area ristretta è quanto di più triste esista. Riporta a un tempo in cui l’uomo era stanziale e si pensava che la Terra fosse piatta. Che noia mortale, poi.

  12. Ho conosciuto persone che avevano la mente aperta essendosi mosse poco e persone che avevano viaggiato in lungo e in largo e rimanevano chiuse. Credo dipenda più da come uno è che da quanto è stato in giro. Naturalmente, il contatto con qualcosa o qualcuno di diverso può aprire, ma non è automatico, e comunque anche l’apertura ha un prezzo. Inoltre c’è tanto da esplorare anche vicino a dove si vive, in particolare in Europa.
    Comunque il mio discorso in questo caso è puramente ambientale: noi siamo abituati a fare almeno due viaggi all’anno e non sarebbe possibile estendere questo comportamento a tutti gli abitanti del pianeta, così come non sarebbe possibile che tutti mangiassero carne tutti i giorni o avessero un’automobile. Può sembrare triste ma è così.

  13. Penso che Gaia si riferisca al viaggio energivoro ovvero…. quelli in auto o in aereo. I viaggiatori a piedi, in treno, a… dorso di mulo 🙂 hanno passi molto più leggeri sulla terra.
    Si arriva al paradosso di un consumismo di viaggi, gente che va in giro in modo semi compulsivo, in tour di massa, a vedere tutti gregariamente le solite cose, vanno in Mar Rosso e non hanno mai visto Giannutri o Pantelleria, vanno a Londra e non conoscono neppure il centro della loro città, si sdilinquiscono per gli atolli e non sanno che esiste Cala Mariolu (e meno male perché altrimenti ci vorrebbero un piano di sviluppo o il baretto con i gonfiabili anche lì, uh pr carità mamma mia!

    Certo, viaggiare apre la mente.
    Ma viaggiare come? Pigliare un charterazzo per andare a Santo Domingo in un resort (io detesto questa esterofilia linguistica da poracci, chiamiamolo villaggio turistico!, con un cuoco italiano e passando il tempo con italiani? Eh!?

    Libro stampato…
    Beh, ora ci sono anche i nuovi media, no!?
    Io penso che un diario o un libro a puntate sul web (a mo’ di blog) che permettano di interagire con lettrici e lettori siano decisamente meglio di un libro. Li puoi condividere anche in licenza Creative Commons e allora il tuo modo di pubblicare (rendere pubblico) sarebbe ecologico e coerente anche dal punto di vista paradigmatico.
    Certo, questo non permette di guadagnare e non so che importanza abbia questo per te. Il libro cartaceo ha dei costi e se non vendi un certo numero di copie rischi anche di smenarci.

    Gaia, sono pochissime le persone che hanno anche una minima cognizione della finitezza delle risorse.
    tutti vogliono e la fetta più grossa possibile e apoogizzano che le fette siano sempre di più. Ma questa puttanata che gli apologeti della crescita hanno messo nelle menti delle masse non è possibile.
    La torta è quella, se aumenti le fette esse diventano più piccole, se le vuoi più grosse devono essere in numero inferiori.
    Elementare, no!? Eppure questo ragionamento da rimbambiti della seconda elementare non viene accettato dalla stragrande maggioranza delle persone.

  14. Il libro a puntate online è una cosa diversa da un romanzo tradizionale. Io personalmente preferisco, come descritto molto bene nel link di Michele, l’intimità tra lettore e autore e l’immersione totale in un libro, senza distrazioni. Una cosa è un blog, dinamico, interattivo ma spesso frettoloso, un’altra è la forma immutabile del romanzo. In questo caso, il supporto cartaceo secondo me funziona meglio di quello digitale, ma è un’opinione.
    Riguardo all’aspetto economico, il costo principale del libro non è tanto la carta della stampa ma tutte le ore, i giorni e i mesi in cui non ho fatto altri lavori retribuiti perché dovevo dedicare il mio tempo e le mie energie a scrivere, rileggere, documentarmi, chiedere pareri… Personalmente ho sempre trovato offensiva l’idea che un artista dovrebbe regalare il proprio lavoro, mentre nessuno chiede a un ingegnere di progettare un ponte gratis o a un bracciante di raccogliere i pomodori per piacere. Io non penso che bisogna per forza essere scrittore di mestiere per scrivere, che bisogna fare solo quello tutta la vita, ma sicuramente scrivere, come qualsiasi attività creativa, richiede tempo e sforzo, soprattutto se lo si vuole fare bene. Fare questo sforzo completamente gratis significa morire di fame.
    In quanto all’ecologia, l’elettricità consumata dal computer, nonché le materie prime per produrlo e per produrre il mio modem e i server che ospitano quello che pubblico hanno un impatto ambientale del tutto paragonabile a quello della lavorazione del libro, che tra l’altro una volta prodotto e acquistato non consuma più nulla. Il blog ha un impatto e il libro ha un impatto: io considero questo uno spreco solo se nessuno li vuole. Ma se a qualcuno interessa, non è uno spreco, a meno che uno non consideri uno spreco tutto ciò che non è indispensabile alla sopravvivenza, cioè cultura, viaggio, arte…

  15. Per capire la differenza che esiste tra leggere un racconto su internet o su un libro, basta chiudere gli occhi e mettere il palmo della mano, prima sullo schermo e poi sulla pagina del libro. Il contatto con la carta, anche detto “libridine”, ci fa capire la differenza.

    Luciano De Crescenzo, I pensieri di Bellavista, 2005

  16. La carta ha una qualità sensoriale che il digitale non può avere. Ogni libro si distingue. La Bibbia ha la copertina dura e i fogli svolazzanti e quasi impalpabili; i lunghi classici dell’ottocento pesano nelle mani, addirittura ho trovato un’edizione di Madame Bovary con la copertina di stoffa e un laccetto di raso per tenere il segno, e ho pensato che vorrei scrivere un libro abbastanza bello da essere degno di una copertina così. Certi libri di fiabe che ha mia nonna sono così grandi che devi aprirli sulle ginocchia, e si chiudono con uno schiocco forte. Le riviste patinate odorano di plastica e fresco di stampa; leggo un romanzo che mi piace e guardo le pagine che si assottigliano alla destra della mia mano e si accumulano alla sinistra con un misto di tristezza, perché sta finendo, e sollievo, perché finalmente saprò di che natura è la tragedia che si anticipa…

  17. Egregia Gaia, che te ne è parso dell manifestazione di sabato? Eravamo pochini. a me non sono piaciuti certi slogan. Si rischia di dare una coloritura politico-partitica alle cose.

  18. Ti do ragione sul fatto che eravamo pochi, e anche a me certi slogan non sono piaciuti, quindi ho cercato di fermarli subito. D’altronde ognuno è libero di gridare quello che vuole, e ora che gli dici che non dovrebbe il ‘danno’ è già fatto.
    Riguardo alla coloratura, la politica è una cosa, i partiti un’altra. Quello che facciamo è politico, anche se non affiliato a un singolo partito. È difficile non prendersela con Honsell visto che è il principale responsabile di questa porcheria, però gli insulti e basta non servono a niente. L’ho sempre detto ma non sono io che decido, si decide assieme.
    Alcune persone ci hanno criticati perché non condividevano la strategia o certi comportamenti. Io penso che sia facile, per chi non c’era, mettersi al computer a pontificare su cosa avremmo dovuto fare o dire. È molto più difficile uscire in piazza e misurarsi con la difficoltà di una battaglia o con gli imprevisti.
    Paradossalmente, il fatto che la gente non partecipi perché trova le manifestazioni troppo estremiste non fa che estremizzarle ulteriormente, visto che rimangono in piazza solo i più agguerriti. C’è anche una certa ipocrisia nel trovare noi insolenti, mentre il sindaco può mentire, evitare il dibattito, confondere le acque, ma dalla parte del torto siamo noi perché ci arrabbiamo davanti alle menzogne.
    Facendo la somma di tutte queste cose, direi che sabato scorso Udine si è dimostrata una città apatica e benpensante. Mi è dispiaciuto molto.
    Se ti va di leggerlo, il nostro resoconto di quella giornata.
    http://comitatozardingrant.wordpress.com/2013/09/07/la-manifestazione-di-oggi/

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