Che male c’è

Un po’ mi sento in imbarazzo, anzi tanto, perché io non sono adatta per queste cose, però ho deciso di provare anche la strada del crowdfunding per promuovere e finanziare il mio prossimo romanzo. Qui trovate il progetto, con la descrizione e le spiegazioni su come funziona.

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44 risposte a “Che male c’è

  1. Per ora siamo a 6 quote su 50 😉
    Ricorda però di specificare le spese di spedizione (è una delle cose più noiose del mondo)

    Buona giornata,
    mk

  2. Grazie Michele!
    In realtà non voglio far pagare le spese di spedizione, con Pieghi di Libri costa poco e ci penso io 🙂
    (notare l’acuto senso degli affari…)

  3. Lo sapevo! Per questo l’ho specificato… ma come devo fare con te? Non vorrei che ci rimettessi.
    Una sola richiesta: i sostenitori del progetto dovrebbero avere una copia autografata (yuk yuk). Sarebbe bello.

  4. Sì certo, ma prima devo ottenere le 50 adesioni!

  5. Cari lettori/lettrici,

    lancio un appello perché mancano solo 5 giorni alla scadenza del nuovo progetto letterario di Gaia e – purtroppo – abbiamo appena quasi superato la metà delle quote necessarie alla sua partenza. Ne mancano solo 27!

    Se ciascuno di noi raddoppiasse il proprio sostegno, se riuscissimo a coinvolgere altri sostenitori, il progetto sicuramente vedrebbe la luce.

    Io voglio fare solo una piccola considerazione: siamo (malamente) abituati dalla rete a pensare di ottenere servizi e informazioni in modo immediato e gratuito. Ciò non è vero. Tutte le informazioni e i servizi pubblicati in rete sono il frutto del lavoro di tante persone, alcune delle quali sottraggono risorse e tempo alla propria vita personale perché credono di apportare un piccolo contributo per migliorare il mondo in cui vivono; altri invece per pura brama di avidità e potere, offrendovi servizi e informazioni apparentemente gratuiti, ma per i quali voi pagate – inconsapevolmente – cedendo grosse quote della vostra privacy e della vostra identità.

    Io credo sia un dovere etico sostenere tutte le persone che, consapevolmente o meno in accordo all’etica hacker e ai principi del software libero, decidano di spendere il loro tempo migliorando la rete e riempendola di quelle informazioni e riflessioni di cui abbiamo tanto bisogno.

    Il blog di Gaia e i suoi libri ne sono un chiaro esempio. Non mi dilungo, perché chi frequenta queste pagine conosce già cosa c’è dentro. Se noi vogliamo continuare a leggere, dobbiamo dare a Gaia il tempo e il modo di scrivere, e uno dei modi per raggiungere questo obiettivo é finanziarla.

    Io credo che sostenere il progetto di Gaia significhi avere maggiore qualità sia in rete che nelle librerie: non ci lamentiamo poi della pochezza dell’informazione e della narrativa italiana, se non sosteniamo queste iniziative, fosse solo per la loro originalità e indipendenza di pensiero.

    Perciò vi esorto tutti a raddoppiare (almeno) il vostro supporto al progetto, o a coinvolgere altre persone. Io corro a farlo.
    Buon fine settimana a tutti,

    mk

  6. Grazie Michele! Colgo l’occasione per dire che non sto scrivendo per vari motivi tra cui che sto elaborando riflessioni che spero di condividere con un nuovo post a breve.

  7. Intanto se vuoi leggere qualcosa di bello a me sta piacendo questo. Nonostante alcune scelte nello stile che non condivido, è un ottimo resoconto.

  8. La situazione in ValSusa mi preoccupa sempre di più. Sta diventando una specie di esperimento sociale su quanto sia possibile per il popolo opporsi ad un’autorità pervicace, sorda, cieca e soprattutto ingiusta. L’eroico David-NoTav contro l’orribile mostro Stato-Golia.

    In mancanza di «tragedie» che possano far urlare a bombe, terrorismo, anarchici, complotti e sovversivi, da più parti arrivano provocazioni: perché vi fermate qui? E’ tutto ciò che sapete fare? Perchè non cominciamo/te la rivolta? Ed è tutto un fenomeno mediatico.

    Io spero siano tanto lucidi da non raccogliere provocazioni e mantenere un comportamento esemplarmente civile in ogni occasione: perché tira molta più acqua al loro mulino un’opposizione «per quanto possibile» legale, piuttosto che il lasciarsi andare alla rabbia e al rancore, per quanto comprensibili. La vicenda di Marco in questo senso è molto esemplare, e spero ci abbia insegnato qualcosa.

    Ciò che trovo di una gravità inaudita è l’assoluta solitudine in cui il movimento NoTav è stato lasciato da pressocché tutte le forze politiche. E’ davvero una pagina molto brutta per la storia italiana. Mi piacerebbe tanto vedere qualche esponente politico di rilievo ad un sit-in dei No-Tav, piuttosto che a manifestare fuori dai tribunali per difendere delinquenti, o a sfilare in corteo per la foca monaca, o contro l’Islam, o per la supremazia dello gnocco fritto (per quanto buono possa essere). Ma la sinistra, dov’è?

  9. La sinistra non sta con i no tav non perché è distratta o vigliacca, ma perché obbedisce a interessi contrapposti: quelli delle imprese e cooperative che lavorano al cantiere, degli industriali, delle ditte in odore di mafia, in parole povere dei potentati economici che devono riempirsi le tasche prima che sia troppo tardi.
    Per il resto sai come la penso: dire ‘protestate ma fate i bravi’ è una presa in giro, perché tanto finché fanno i bravi non li ascolta nessuno, e quando non fanno più i bravi, anche con poche frasi innocue, vengono massacrati dai media o direttamente, e fisicamente, dai poliziotti. Allora tanto vale provare a ottenere qualcosa.
    Io sto con Erri De Luca, Ascanio Celestini e gli altri intellettuali che dicono che i sabotaggi sono un meccanismo legittimo di lotta. Si è già provata la protesta innocua, per decenni: non è servita a niente.

  10. Ho riflettuto un po’ quando ho letto l’articolo di De Luca su «Il Manifesto». Ho pensato che – anche condividendone le ragioni – non direi mai a mio figlio, a un mio amico o alla mia compagna: «Vai a sabotare». Gli chiederei invece di restare a casa.

    Per me «sabotare» è ben altra cosa che fare un sit-in (davvero ridicolo chi dice: io ho sabotato perché ho partecipato al blocco stradale). Per me sabotare significa portare un attacco attivo e non passivo a macchine e cantieri. Significa distruggere, bruciare, bloccare, manomettere, incendiare, fare esplodere.

    Credo nella buona fede di tutti gli intellettuali che dicono: «sabotare è giusto!», però mi domando: perché non lo fanno loro? Il gesto avrebbe una connotazione politica fortissima. Invece restano seduti dietro le loro comode scrivanie, al riparo dell’età anagrafica e della fama. I ragazzi che lottano, quelli come Marco, sono loro che poi si rovinano la vita e si beccano i processi, le condanne, il carcere. Agli intellettuali engagées, invece, restano la fama e la visibilità mediatica per le loro esternazioni estremiste.

    Le conquiste della classe operaia – e De Luca questo lo sa bene – sono venute attraverso la politica, e non attraverso il sabotaggio operaio. Incentrare la lotta NoTav essenzialmente sul piano della guerriglia resta – a mio avviso – un errore strategico, perché si combatte contro un esercito regolare e – a meno di non voler fare davvero morti – si è destinati a perdere. Qui al sud l’abbiamo visto tante volte: se lo Stato e «gli altri poteri» vogliono realizzare qualcosa perché chi deve guadagnare ci guadagni, non si fermeranno davanti a niente. Gli atti di sabotaggio saranno solo un pretesto per giustificare ulteriori e più cruente forme di repressione.

    Io non ho soluzioni preconfezionate per la ValSusa. Anche io sono uno di quelli che dice: «Ragazzi, resistete». Ma, proprio perché voglio bene a quella gente, a quelli come Marco, non direi mai loro: «Andate e sabotate». Certe cose si dicono quando si è davanti, e non in coda.

  11. Da quello che ho letto, De Luca è stato in val Susa e ha fatto quello che dice ad altri di fare: “Ha fatto i sabotaggi, ha partecipato ai blocchi stradali. Non cala l’attenzione sulle posizioni prese pubblicamente da Erri De Luca in merito alla No Tav”. Penso lo stesso valga anche per gli altri. Gli intellettuali da salotto sono quelli che giudicano negativamente i no tav, perché per dare ragione a loro, vista la disinformazione che c’è, in val Susa bisogna esserci stati e capire come sono veramente le cose.
    Una forma di sabotaggio molto praticata in val Susa è il taglio delle reti. Io non vi ho partecipato (credo non si facesse ancora quando sono stata io là), ma mi è parso di capire che azioni del genere rallentino parecchio i lavori. Idem per i blocchi stradali. I valsusini hanno capito che ormai l’unica è mettersi fisicamente di traverso. La strada politica è stata tentata, persino con le ultime elezioni: basta vedere il successo pazzesco dei 5 Stelle in val Susa. E i 5 stelle cos’hanno ottenuto? Niente. Per cui i valsusini chi devono votare? Sulla Tav decidono la regione e il parlamento, votati in maggioranza da gente che non è della valle. Questo è il limite territoriale della democrazia.
    La mia interpretazione della storia del dopoguerra è che le conquiste operaie sono state fatte sì in parlamento ma perché c’era la piazza fuori, una piazza vera, minacciosa, c’erano gli scioperi, una tensione altissima, e la possibilità della conquista del potere da parte di fazioni più estreme oppure di disordini ancora più gravi. C’era ancora il comunismo e la paura che potesse avere la meglio sul capitalismo.
    In questo contesto, non in un pacifico contesto di regolare democrazia parlamentare, sono state fatte le conquiste. Come ho scritto altre volte, gli scioperi, le marce, sono manifestazioni di forza. Non forza assassina, ma potenziale forza sovversiva. Implicitamente dicono: “se non ci date retta, qui va all’aria tutto, voi per primi.”
    Altrimenti si tratta solo di una parata innocua, una sfilata delle bande di paese, che lascia il tempo che ha trovato.
    Il mondo che tu descrivi, quello in cui gli eletti ascoltano i loro elettori e si comportano ragionevolmente, in teoria può esistere ma non è il mondo in cui viviamo. E finché non lo è, bisogna trovare delle strategie che funzionino. È una questione di sopravvivenza: in val Susa il treno porterà via l’aria, l’acqua, la terra e il cibo, porterà il cancro. Sta già portando polizia, lacrimogeni tossici sparati in faccia alla gente, che spaccano dita, facce, crani. Davanti a tutto questo, persino un mezzo incendiato è poca cosa.

  12. Un’analisi interessante sul sistema Tav e della corruzione che ci gira attorno, non solo in val Susa ma in tutta Italia: http://www.notav.info/post/ivan-cicconi-arresto-lorenzetti-caso-da-manuale-del-sistema-tav/

  13. Preciso: non è dimostrato che a incendiare il mezzo siano stati i no tav e loro non hanno rivendicato questi attacchi. Io voglio solo dire: se le persone sono più importanti delle cose, le persone per difendersi possono attaccare le cose. Questo è quello che penso.

  14. Io trovo intollerabile che la lotta debbano farla le persone comuni. Che i pezzi di Stato che dovrebbero rappresentarli, li lascino soli. Si sabota quando si è soli contro un sistema che non ti riconosce. Un intellettuale che incita al sabotaggio per me ratifica questo: siete soli, nessuno verrà a salvarvi, nessuno vi rappresenterà, fatevi giustizia da soli.
    Per questo, a mio avviso, questa vicenda sta diventando una pagina nera nella storia della nostra Repubblica. Per me non è normale: 1. Che cittadini siano costretti al sabotaggio per fermare l’azione di un governo che dovrebbe invece curare i loro interessi; 2. Che ci siano persone (anche influenti) che dicano: sabotate, fate bene! E’ l’unica cosa che potete fare…
    Accettare questo e farlo passare per normale significa ratificare l’antidemocraticità del nostro paese, che non dovrebbe essere cosa da poco.

    Anche io la penso come te sulla piazza, sui cortei e sulle manifestazioni, che servono innanzitutto per incontrarsi e per contarsi, per fare sì che i propri numeri dopo ‘contino’ in altre sedi. Dovrebbe essere questa la democrazia.
    Quello che non accetto, è che fino a ieri mi si diceva: «Michele, manifesta, sciopera!» facendomi intravedere in lontananza il peso del mio sciopero, del mio manifestare, nell’immediato futuro politico. Adesso ciò mi è precluso, e mi viene detto: «Michele, sabota, perché altrimenti loro non si fermeranno». La mia prima reazione di rabbia è contro i ‘padri’ che ci dicono questo, perché facendolo vuol dire semplicemente che ci hanno abbandonato. Adesso è tutto sulle spalle della povera gente.

    Trovo questo di una gravità inaudita, e lo reputo di quanto più lontano possa essere dalla democrazia.

    Per restare sulla cronaca: oggi il buon Rodotà – uno dei miei riferimenti politici – per aver solo detto che è comprensibile (nel senso di: è normale che facciano così) che le nuove BR chiedano il famigerato ‘salto di qualità ai NoTav’, è stato linciato mediaticamente, ed accusato di contiguità al terrorismo e all’eversione. Rodotà. Uno che ha dedicato la sua vita alla difesa dei diritti ed è stato pure membro della commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassino di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia.

    Il clima è questo: se basta che Rodotà dica che è normale che le nuove BR scrivano queste cose per essere attaccato da tutti in questo modo, figurati cosa succederà al primo serio atto di sabotaggio, o se qualche militare riporterà qualche graffio.

    Per me serve una (seria) svolta politica, non la guerriglia. La faccenda Tav andrebbe risolta a Roma, e non in ValSusa. Come dovrebbe essere in ogni normale paese democratico.

  15. Io penso sia salutare che siano le persone comuni a difendere i propri interessi, e trovo invece deresponsabilizzante il meccanismo della delega: “pensateci voi, prendetevi cura di noi”. La tragedia è piuttosto che questi interessi, quando sono espressi in maniera pacifica e pure ragionevole, non sono ascoltati. Ma non sono ascoltati anche perché le persone sono abituate a credere che ci debba pensare qualcun altro, su in cima, che non è un problema loro: altrimenti tutti gli italiani sarebbero insorti contro la tav, non solo i valsusini e quelli che li sostengono.
    Nel nostro presidio in piazza è comparso un cartello: “la politica è l’arte di impedire alla gente di occuparsi di ciò che la riguarda” (citazione di non ricordo chi). Purtroppo è così. E allora la politica vera la devono fare le persone, tutti i giorni e non solo con il voto, perché il voto da solo non conta niente, se intorno non c’è tutto il resto (informazione, divulgazione, dibattito, manifestazione delle proprie idee….)
    La faccenda tav non si può risolvere a Roma perché a Roma ci sono i rappresentanti politici degli interessi industriali che stanno facendo soldi con l’opera e che ricompenseranno questi rappresentanti politici con cariche e favori (vedere caso Lorenzetti, quello sì gravissimo, altro che ‘pecorella’).
    Pensare che le persone che traggono sostanziosissimi benefici dalla tav dovrebbero ascoltare chi non vuole la tav è pura fantascienza.
    Ma la gente continua a votare Pd.
    Inoltre, la faccenda tav non può essere risolta solo a Roma. La democrazia dev’essere locale: a Roma pensano agli interessi, quando va bene, nazionali, ma quando questi interessi si scontrano con quelli locali entrambe le dimensioni devono essere considerate. Più è decentrato il potere, più è democratico.

  16. Per quanto riguarda Rodotà, la vicenda è da manuale: si cerca di infangare e montare un caso con un pretesto inesistente. Ma la mia interpretazione è forse opposta alla tua: se basta davvero così poco per essere attaccati, è inutile preoccuparsi di farsi capire da chi non vuole capire e di presentarsi bene: potremmo essere agnelli immacolati che si abbeverano nel ruscello, ma il lupo ci accuserebbe lo stesso di inquinare la fonte che sta più in su, sfidando le leggi della fisica (cit.)
    La gente intelligente non ci casca; quella che hai già contro, resterà contro qualsiasi cosa tu faccia.
    A questo punto io direi: visto che VOLETE fraintendere, fraintendete pure. Chi se ne frega. Non ha senso cercare di accontentare chi ha già deciso che hai torto, e così facendo tapparsi la bocca da soli; meglio cercare di ottenere l’obiettivo e fregarsi di quello che pensano le persone con pregiudizi.

  17. Per me la citazione di Valéry sulla politica è quanto di più dannoso possa esserci per la democrazia: dare della politica l’idea di qualcosa di sporco, di imbroglio, di malaffare, qualcosa da mantenere a distanza.

    In questo modo, le persone giuste e con sani ideali dovrebbero tenersene al di fuori. Niente di più falso. Così si lascia la cosa pubblica nelle mani dei delinquenti, ed è proprio quello che sta succedendo in Italia.

    Al ragazzo col cartello durante la manifestazione, io avrei chiesto: «E secondo te, tu in questo momento cosa stai facendo manifestando in piazza? Politica!». Abbiamo perso così tanto di democrazia (e di senso comune), che non riusciamo più neanche a dare il giusto significato alle parole. Perciò è necessario invertire la rotta di centottanta gradi al più presto. Il Gramsci dell’«odio gli indifferenti» avrebbe malamente apostrofato lo snobbismo di Valéry.

    Scegliere quale luogo deputato della risoluzione della questione Tav Roma piuttosto che la ValSusa non è, a mio avviso, un ‘deresponsabilizzante meccanismo di delega’. Se la Tav si fermerà (come è successo in Portogallo) o sarà rimandata di parecchio (come è successo in Francia), sarà perché così decreterà il governo. Questo è quanto successo negli altri paesi. C’è poco da fare.

    Io posso manifestare, sabotare, darmi fuoco come un bonzo o fare harakiri, ma non posso fare cadere un governo o costringerlo a decretare ciò che non ha interesse a fare. Chi bisogna mettere con le spalle al muro – sempre a mio modestissimo avviso – sono quelle persone che possono incalzare il governo e costringerlo a fare ciò che va fatto. Questo non è meccanismo di delega deresponsabilizzante, ma è ridare pieno senso al proprio mandato politico.

    Se un’ospedale non funziona, non posso mettermi io giù in astanteria a distribuire alcol e cerotti, o a sabotare la BMW del primario: l’ospedale continuerà a non funzionare. Il primario comprerà l’auto nuova coi soldi dell’assicurazione, e se mi beccheranno io finirò quanto meno ai domiciliari, ma l’ospedale continuerà a non funzionare. Sempre a mio avviso, per bloccare un grande progetto di stato è necessario l’intervento o di un anti-stato (mafia, altro organismo internazionale, guerriglia: ma quella vera) o dello stato stesso. E quest’ultima ipotesi, in analogia a quanto già verificatosi negli altri paesi interessati dal disastro TAV, è ciò che secondo me sarebbe auspicabile avvenisse.

    Comprendo benissimo le ragioni ideologiche, politiche, morali dei NoTav, e comprendo ancora di più l’amore per la loro terra che – a mio avviso – è la vera fiamma che alimenta il movimento e produce le azioni più al confine con la legalità. Bisogna essere davvero dei monaci buddisti privi della vista e dell’udito per restare inermi e impassibili di fronte a quanto sta accadendo lì. Però credo che quando si imbracciano le armi e si decide di combattere, bisogna svestire i panni della passione e cercare di essere quanto più freddi e lucidi possibile.

    Se la TAV si arresterà, a mio avviso, non sarà per qualche sabotaggio o qualche blocco stradale, ma perché avverrà qualcosa che avrà davvero effetto su Roma. Tutto ciò che di violento (ma non esiziale) avverrà in ValSusa, andrà solo a danno del movimento. Anzi, non riterrei affatto improbabile, come già successo ad esempio alla Diaz o in tante occasioni della contestazione italiana, il ritrovamento in qualche fantomatico «covo» di «armi improprie» o «esplosivi artigianali». Il seguito lo abbiamo già visto almeno un’altra ventina di volte.

  18. Non ho letto il contesto, ma credo che il senso della citazione sia l’opposto. Significa che la delega crea un meccanismo per cui le questioni vengono tolte di mano alle persone interessate e affidate ad altri, che poi si adoperano per occuparsene esclusivamente. Nella mia esperienza, nella stragrande maggioranza dei casi è così. La folle burocrazia che c’è in Italia e il groviglio di competenze e tecnicismi di sicuro non aiuta. Lo sto vedendo con la questione del parcheggio: se non hai lavorato anni su queste cose non puoi nemmeno capire cosa c’è scritto nei documenti ufficiali (che tra l’altro è impossibile ottenere da semplice cittadino, come ho mostrato sul blog del comitato).
    Per quanto riguarda Roma, la democrazia non può prescindere dall’aspetto territoriale. Immaginiamo una democrazia globale con elezioni dirette. Un governo così scelto decide di trasformare l’Italia tutta in un unico gigantesco porto, cancellando città d’arte, campi, spiagge. Gli italiani giustamente si ribellano, ma è stato democraticamente deciso così. Se vogliono revocare la decisione, devono eleggere un nuovo parlamento mondiale che disdica il progetto. Ma nel frattempo il resto del mondo ha mille altre preoccupazioni, e nelle elezioni la questione italiana passa in secondo piano.
    A decidere della val Susa devono essere innanzitutto i valsusini. Certo, non possono prescindere dalla loro appartenenza all’Italia, almeno finché l’Italia esiste (non si sa mai), ma non si possono imporre su di loro delle decisioni prese a Roma. La democrazia senza possibilità di decidere del proprio territorio non può esistere.
    Riguardo ai sabotaggi, probabilmente se non ne avessero fatti i lavori sarebbero andati avanti più velocemente. Siamo ancora al tunnerl geognostico, e credo sia merito dei no tav e di tutte le loro interruzioni. Sarebbe bello se non fosse necessario, ma lo è.

  19. Rodotà, a proposito, si è giustamente infuriato con Alfano, ma forse neanche lui ha approfondito la questione ‘nuove Br fanno appelli ai no tav’. Pare sia stata una bufala pure quella, ma ormai siamo abituati a invenzioni di ogni genere.

  20. A quanto ho capito, gli hanno letto l’agenzia ANSA alla fine del convegno, chiedendogli un commento in merito. In realtà sono state considerazioni molto scontate (“…parole deprecabili…”, “…ma comprensibili…”) – non ci voleva Rodotà per formularle – e proprio per questo si è raggiunto l’assurdo.

    Quanto al resto, credo sia abbastanza chiaro (in caso contrario me ne scuso) il mio convincimento che non c’è vera democrazia senza un forte e sano rapporto delle istituzioni con il territorio. Tremo inevitabilmente ogniqualvolta un ente governativo prenda determinazioni riguardo ad altri soggetti piuttosto remoti (sia geograficamente che culturalmente). Anche io penso che se la casa brucia, il primo a cercare di spegnere l’incendio e domare le fiamme devi essere tu (il resto del mondo lo chiami dopo, anche perché di solito non arriva). Però c’è un ‘ma’. Forse sarà per l’età avanzata, ma io credo si debba avere responsabilità per le proprie parole, soprattutto quando hanno conseguenze per gli altri. RItengo sia troppo facile esortare ragazzi pieni di ideali ad una lotta giusta, senza però valutare i costi di questa lotta, soprattutto quando sono a carico di chi combatte. Quando esponi persone a danni seri (in questo caso condanne, fedine penali sporche e in alcuni casi anche carcerazioni), credo sia eticamente obbligatorio un calcolo sul controvalore del loro sacrificio. Se il sacrificio è inutile (purtroppo in questo caso sono pessimista e credo sia inutile: la Tav sarà solo rallentata dai sabotaggi; se si arresterà sarà per altro), allora credo sia ingiusto rovinare le vite di tante persone, solo per poi fregiarmi di essere ‘un duro e puro’. Non mi sono mai piaciuti gli atti eroici, mi sanno tanto di fregatura, soprattutto quando sono a carico delle persone comuni.

    A me bolle il sangue a sapere poveri valsusini costretti ad azioni che in contesti normali non penserebbero neppure, quando chi ha la responsabilità e il dovere di fare qualcosa è bellamente impegnato a contemplarsi l’ombelico. Fosse per me, le azioni antagoniste le condurrei appunto nell’ombelico, ma qui mi arresto altrimenti divento un pericoloso terrorista anch’io, e pultroppo non ho la levatura di Rodotà.

  21. Io credo però che i valsusini non si facciano dire da altri cosa fare. Penso che le parole di De Luca, come quelle di altri intellettuali, abbiano un valore di legittimazione a posteriori, non di istigazione a priori. Cioè, lui ha ritenuto di giustificare cose che già venivano fatte e a cui lui ha partecipato, non di consigliare tattiche.
    Non voglio sembrare ciecamente pro-no-tav, però io sono in tutta sincerità ammirata per il modo in cui viene condotta la lotta, anche perché ho osservato l’ampiezza della partecipazione popolare e il modo condiviso (direi quasi anarchico, nel suo senso profondo) in cui vengono prese collettivamente le decisioni e mai imposte a nessuno. Se uno non se la sente di fare qualcosa, non la fa. Se non vuole rischiare la galera, magari si dedicherà ad attività di protesta completamente legali. Purtroppo però temo che la repressione abbia ormai raggiunto livelli tali da non far sentire al sicuro nessuno.

  22. Comunque, purtroppo chi dovrebbe fare qualcosa non si guarda semplicemente l’ombelico ma fa i propri interessi. I giornali non ne hanno parlato tanto quanto dovrebbero, ma quello che sta emergendo dalle inchieste sulla TAV a Firenze fa capire perché il PD insiste tanto su queste opere. Ci guadagnano per tutta la vita.

  23. Un po’ di storia: il grande Ferdinando Imposimato riassume le vicende della TAV Roma-Napoli (2005). Titolo: «La Pappatoria e il TAV»

    http://www.youtube.com/watch?&v=NpS8acymTQg#t=90

    Comunque, come previsto, stanno per entrare in azione i terroristi: eccoci con la spedizione delle buste con i proiettili.
    Certe tradizioni danno davvero serenità e sicurezza: sono passati quarant’anni, e qual’è la prima cosa che ti fa il brigatista di turno? Ti manda una busta con i proiettili! Ah, la cara vecchia scuola… Del resto, lo fecero anche con Berlusconi: atto doveroso, in quanto un brigatista è, per definizione, un pericoloso comunista, e come tutti sanno il cav. Berlusconi è il nemico dei comunisti numero 1.

    Io vorrei lanciare un appello al responsabile delle risorse umane dei nostri servizi: si decida una volta per tutte a mandare in pensione l’agente preposto all’invio delle buste con i proiettili, perché lavorando allo stesso modo da tanti anni, avrà sicuramente maturato (oltre ai calli alle dita) i 40 anni di servizio nonché l’età anagrafica prevista dalla riforma Fornero per il trattamento di quiescenza; oppure si cerchi di arruolare personale più giovane, sicuramente più creativo, capace di produrre delle finte minacce più nuove e credibili. Neanche il nonno dell’ultimo picciotto di Corleone manderebbe più una busta coi proiettili. Forse perché non hanno ancora capito come ficcare i proiettili nelle email.

  24. Cara Gaia, noto con gioia che anche qualcuno dei servizi legge il tuo blog: se la sono presa! Ma come sono permalosi… Dal momento che erano stati tacciati di noiosa mancanza d’inventiva e di anacronismo, hanno inviato ad un giornalista de «La Stampa» un po’ di polvere da sparo (non più proiettili!) e per di più, hanno compresso l’esplosivo in un hard disk usb (modernità, innovazione!). Ciò che trovo di più interessante nell’avvenimento, è stata la gestione delle notizie da parte dei media, in particolare di «La Repubblica».

    Si comincia col primo articolo (il link precedente), il solito pezzo sensazionalistico e accusatorio: orrore! un vile attentato contro un giornalista! La vittima si occupa dei NoTav e sul foglio di accompagnamento dell’unità usb c’era scritto contenesse le foto dei NoTav, ergo… sono stati i NoTav! Il livello della tensione sta salendo inevitabilmente: a quando il prossimo attentato?

    Il giorno successivo, noto con sorpresa la smentita del giornalista: il movimento NoTav non c’entra affatto. Se qualcuno ha ordito l’attentato, sono stati gli anarchico-insurrezionalisti che sfruttano il conflitto che sta avvenendo attorno alla vertenza NoTav. Tanto di cappello a Massimo Numa, che rimarca la differenza tra il popolo NoTav, e le persone che mettono il cappello sopra la lotta NoTav per giustificare le proprie lotte personali (quanto li odio). A differenza del cronista, però, io ritengo non ci siano ancora prove neppure per accusare «gli anarchici informali». L’hard disk imbottito di polvere da sparo potevo inviarlo anche io, ad esempio. Come fanno a dire che siano stati proprio gli anarchici? Mah.

    L’imprevista testimonianza del giornalista sfonda però brutalmente la semplice e lineare narrazione costruita dai media, coi NoTav descritti quali facinorosi irrispettosi delle leggi e dello Stato, che hanno iniziato coi blocchi stradali, hanno continuato col sabotaggio dei cantieri, poi sono passati ad intimidazioni sempre più estreme (dalle buste di proiettili alle bombe), ora solo Iddio sa cosa ci aspetti. Se ci scappasse il morto, sono convinto che sturerebbero lo spumante: «Cosa vi dicevamo? Sono dei terroristi».
    C’è bisogno urgente di una ricucitura nello strappo della narrazione, e allora si interviene subito (appena il giorno dopo) col procuratore Caselli che ribadisce: attenzione ad abbassare la guardia, sono comunque frange estremiste dei NoTav. Eccezionale. Io stimo e ammiro tantissimo la storia personale del procuratore Caselli – fosse solo per il suo impegno e i suoi successi contro lotta armata e mafie -, però credo che adesso stia proprio sbagliando di grosso col movimento NoTav. Con quale granitica certezza egli può asserire che i presunti attentati siano riconducibili ai NoTav? Non ha nessuna prova. Anzi, se solo considerasse per un attimo che l’effetto di questi attentati è soltanto quello di delegittimare il movimento di fronte all’opinione pubblica, nonché di allontanarlo da essa, forse distoglierebbe lo sguardo dal movimento per indirizzare le proprie investigazioni nei confronti di coloro ai quali davvero giova una delegittamazione del movimento. Qualche idea in proposito? Io ce l’avrei…

    Registro anche la clamorosa ritrattazione di Erri De Luca nei confronti del sabotaggio dei cantieri: «ho parlato solo di sabotaggio politico». Davvero? E tutta la (noiosa e retorica) polemica con Guido Crainz su cosa verteva, allora?
    Si vede che – anche dopo le notizie delle bombe – deve aver capito che inneggiare/incitare i NoTav ad azioni violente è soltanto un boomerang che si ritorce contro il movimento.

    Poveri NoTav: in un modo o nell’altro, hanno sempre e comunque tutti contro. Anche chi utilizza la loro lotta come vetrina mediatica, senza fare ‘effettivamente’ nulla per il movimento.

  25. I no tav hanno già detto che loro non mandano pacchi bomba e che non hanno interesse a danneggiare le persone. Inoltre, dato che Massimo Numa è un “giornalista” spregevole (si può dire spregevole o ti querela?) che pare fosse coinvolto, se non direttamente autore, nella creazione di un certo Alessio che metteva zizzania sui siti no tav e che si è spacciato per no tav persino su questo blog, non mi stupirei se il pacco bomba se lo fosse mandato da solo.
    Riguardo a Erri De Luca, mi dispiace che si sia rimangiato quanto detto, dato che prima aveva ragione.
    Non so quante volte l’ho detto, ma ci tengo davvero che si capisca: non ci sono anarchici che mettono il cappello sulla lotta no tav per le loro battaglie personali. La lotta è una. Anche le azioni cosiddette violente (i sabotaggi) sono fatte dalla valle consapevolmente e volontariamente. Lo hanno ripetuto ieri: non sono solo un movimento di opinione.

  26. Però nell’ultimo link che hai postato c’è scritto:

    «…Ci interessa, signor Presidente, fermare l’opera, nei modi e nei metodi che il movimento da sempre si è dato (senza pallottole ne spedite, ne sparate come tanto ambiscono i politici della sua maggiornanza, nei di pacchi bomba veri o finti) cioè nei grandi appuntamenti, nel difendere i presidi di Venaus e della Maddalena, attaccati dalla polizia, nell’assediare e rioccupare, quando possibile i terreni interessati all’Opera, nelle marcie, nelle contestazioni pubbliche alla sua “Casta”, nella resistenza.»

    Non mi sembra che si parli di sabotaggi. Anzi:

    «…Come si può dire che è il movimento No Tav responsabile di incendi vari (gli attentati dovrebbero essere altre cosa, ma senza l’onestà intellettuale di cui sopra…) con 500 uomini delle forze dell’ordine sparsi fra il cantiere e la Valle ? Senza che vi sia un processo (visto che vi piace fare quelli che credono in giudici e magistrati) che lo dica.»

    Anche da questo passo mi sembra proprio che declinino ogni responsabilità rispetto agli incendi nei cantieri, rinnegandoli come forma di lotta. Il sito che hai linkato probabilmente non è l’house organ del movimento, però mi pare che l’autore non annoveri il sabotaggio tra le altre forme di lotta che invece rivendica nel passo precedente.

  27. Gli incendi no, ma i tagli delle reti vengono fatti regolarmente: http://www.notav.info/top/centinaia-in-clarea-e-reti-tagliate-un-patto-tra-generazioni-no-tav/
    Questo principalmente intendeva Erri De Luca per sabotaggi.

  28. Oppure impedire ai mezzi di raggiungere il cantiere, bloccare le strade, e così via. Questo lo fanno pubblicamente.

  29. Che stupido, davvero… non mi ha proprio sfiorato neanche per un attimo l’idea che per ‘sabotaggio’ intendessimo qualcosa di differente. Per me fare un sit-in o eludere barriere per accedere a zone off-limits non sono azioni di sabotaggio, ma di attivismo politico, soprattutto quando le zone che si occupano sono di demanio pubblico o indebitamente espropriate ai legittimi proprietari.
    Io per sabotaggio intendevo invece distruzioni di macchinari, cortocircuitazioni di quadri elettrici, incendi di cantieri e quant’altro, per rallentare/interrompere l’opera di chi ci lavora. Azioni dove le ditte subiscono danni di migliaia di euro.
    Forse sono stato fuorviato dai mezzi distrutti prima alla Geomont, e poi dall’incendio alla Imprebeton, che poteva finire male se il fuoco avesse preso anche la cisterna del gasolio. Per me va da sè che se vuoi manifestare in un cantiere devi oltrepassarne le recinzioni: di solito non ti aprono la porta.
    Questo «stirare» le parole secondo il proprio tornaconto, la dice lunga sull’oggettività del mondo dell’informazione su questa vicenda.

    Se De Luca si riferiva invece al taglio delle reti o all’occupazione delle aree di accesso, anche per me si sbaglia di grosso: e allora come intende rallentare i lavori, tenendo impegnati gli operai coi suoi libri?

  30. È un po’ come “violenza” o “illegalità”: i “violenti” sono i manifestanti, che per carità ogni tanto le pietre anche le lanciano, non facciamo finta di no, ma mai i poliziotti che picchiano la gente, o le ditte che “violentano” un’intera valle. Tagliare le recinzioni è illegale, ma quando i no tav dicono che è il cantiere ad essere illegale (anche per motivi tecnici) la parola non fa breccia. Io credo comunque che il giusto venga prima del legale, ma chi fa questa scelta sa che ci saranno delle conseguenze. Mi è stato detto, prendilo come voce informata ma niente più, che ci sono persone in val Susa che stanno iniziando ad andare in latitanza, tanta è la persecuzione giudiziaria. Non mafiosi o assassini. No tav.

  31. Ecco perché la soluzione, almeno per ora, non può essere parlamentare: perché gli italiani votano Pd e il Pd non accetta al suo interno posizioni no tav. Il Pdl peggio ancora.
    Per questo io credo nella democrazia locale. Mi piacerebbe che un romano, un veneto o un siciliano non votassero il Pd perché è per la Tav (per me basterebbe questo), ma quando votano pesano anche un sacco di altri fattori, magari più vicini alle loro esigenze, e quindi in questo ed altri casi la democrazia è solo dittatura della maggioranza sulle minoranze.
    La speranza sono i tanti movimenti anti-grandi opere che si creano su tutto il territorio italiano, ma per ora non sono abbastanza forti da ribaltare la situazione a livello nazionale.

  32. (guardare come si arrampicano sugli specchi quelli del Pd nel video. Invece Stefano Esposito può dire che la ragazza picchiata dalla polizia è una bugiarda che se le va a cercare, e quello non è inneggiare alla violenza)

  33. Ed ecco perché: guarda chi c’è all’assemblea dei soci della CMC di Ravenna, quella che lavora per la TAV e il cui procuratore è ai domiciliari, indagato per truffa ai danni dello stato e reati ambientali.
    Come fa la soluzione per la TAV a essere politica, con queste premesse?

  34. Cara Gaia,
    anche la io la vedo come te, anche perché… sarebbe difficile vederla diversamente. Una delle qualità che più apprezzo del tuo stile è l’andare al cuore dei problemi, senza perdersi dietro fronzoli o parlarsi addosso. Fatta questa debita premessa – il leggere la realtà allo stesso modo -, nella tua lucida analisi mi hanno colpito molto due riflessioni; la prima:

    «… credo comunque che il giusto venga prima del legale…»

    e la precedente:

    «… non si possono imporre su di loro (i ValSusini, n.d. mk) delle decisioni prese a Roma. La democrazia senza possibilità di decidere del proprio territorio non può esistere. »

    Credo che nessuno possa darti del torto; affermi delle sacrosante verità. Ma tali verità hanno al loro interno il germe di conseguenze terribili. La prima implica necessariamente che esistono oggi in Italia delle leggi (o delle situazioni) che, a dispetto della loro formale legalità, sono effettivamente ingiuste. Gandhi scriveva: «La sottomissione alla legge dello Stato è il prezzo che il cittadino paga con la propria libertà personale. Perciò la sottomissione a una legge di Stato totalmente o in parte ingiusta è un baratto immorale con la libertà.» E lo scriveva Gandhi, non un BR o un anarchico. Le leggi ingiuste dunque vanno combattute. C’è il disconoscimento di fatto dell’autorità legiferante, del Parlamento. Stanno facendo leggi ingiuste che noi subiamo. A mio avviso è difficile darti torto, perché è sotto gli occhi di tutti ogni giorno.

    La seconda verità implica, invece, non solo un non riconoscersi nell’azione dell’esecutivo (quello può pure starci, se chi ha il potere non ha il tuo stesso convincimento politico), ma anche il rifiuto totale dell’attuale forma dello stato intesa come antidemocratica, qualora essa non garantisca ai cittadini di avere un peso nelle scelte che riguardano il proprio territorio. Anche in questo caso, la storia ti dà ragione.

    Se siamo messi così male – e io credo che lo siamo – la ValSusa non può diventare la valvola di sfogo di questo deterioramento istituzionale e democratico: se lì le cose non funzionano, è perché è il sistema-paese che non funziona. Per me la questione NoTav non è nient’altro che una spia di quanto antidemocratico e violento stia diventando questo paese.

    A mio avviso abbiamo due modi di combattere il problema: il primo è quello di farlo localmente, ovvero ognuno nel suo piccolo ribellandosi alla propria ingiustizia quotidiana subita dal sistema. Io la chiamo: «modalità disperati». Qui al sud lo facciamo (non tutti, in verità) ogni giorno da tempo, ed ogni giorno perdiamo costantemente contro la camorra, lo Stato, il malaffare, etc. etc. perché il singolo (o il gruppetto più o meno cospicuo) perde sempre contro un intero e ben rodato sistema di migliaia di persone, molte delle quali alle leve del potere.

    Il secondo modo di combatterlo è quello di superare il non-riconoscimento dello Stato e delle autorità, e di rivendicare la propria appartenenza allo Stato. Lo Stato siamo noi, non è qualcosa di alieno da noi. Poiché è anche mio, deve avere orecchio anche per le mie istanze e deve accogliere anche i miei problemi. Se ciò non accade, bisogna individuarne il malfunzionamento, enuclearlo ed eliminarlo. Non è il tacito abbandonarsi ad un meccanismo di delega, anzi è il contrario: è applicarsi per far sì non solo che lo Stato funzioni, ma anche che funzioni come intendo io cittadino. E’ il rifiuto coatto della modalità disperati. Io credo, ad esempio, che con l’attuale crisi economica che c’è in giro, e con la manifesta inutilità della TAV in ValSusa, se si facesse oggi un referendum sulla necessità o meno di continuare i lavori, la maggioranza degli italiani risponderebbero di no, così come farebbero per gli F35 o come hanno già fatto per i beni comuni. Allora perchè se nessuno vuole la TAV (tranne chi ci lucra sopra), dobbiamo sorbircela tutti?

    A me pare che relegare la TAV a questione locale sia uno scaricare la ValSusa come parte a se stante del paese e sancire: beh, poiché siamo proprio messi male, non possiamo aiutarvi, vedetevela voi come potete. Ma che razza di Stato è, uno Stato che abbandona una parte del proprio territorio ai suoi problemi? Che nasconde quest’ultimi, derubricando a terrorista chiunque abbia la sola colpa di additarli alla pubblica opinione? Se continuiamo su questa strada, finiremo alla guerra civile, o forse a tanti piccoli conflitti locali, fatti passare dall’establishment per «mere questioni di ordine pubblico». Qui la ValSusa, lì le discariche di rifiuti tossici, più giù gli sbarchi dei profughi, etc.

    Per me pretendere che la TAV sia combattuta a Roma non significa delegare il problema a terzi; significa invece gettare un’ancora di salvataggio ai compagni che combattono – *soli* – in ValSusa, e mettere una pesante ipoteca sulla reale necessità dell’opera. Sul lungo periodo, riprendersi un po’ di democrazia, e sperare di lasciare ai nostri figli un paese migliore di quanto oggi noi non l’abbiamo ridotto. Io pretendo che della ValSusa si parli a Roma, e che il problema venga risolto a Roma. Non può essere lasciato tutto sulle spalle dei singoli Valsusini. Non voglio che gente comune debba diventare latitante solo perché rea di essersi opposta materialmente ad un’ingiustizia. Come scrive Eyal Weizman ne «Il male minore», quando qualcuno ti offre solo 2 opzioni davvero pessime e ti chiede di scegliere tra di esse ‘il male minore’, in realtà ti sta imbrogliando, rubandoti la possibilità di scegliere ciò che il tuo cuore sa di esser giusto. Per me è ciò che sta accadendo adesso sulla vertenza TAV: ci stanno chiedendo di scegliere il male minore tra la rassegnazione supina alla devastazione inutile di una valle – salvando però la legalità formale -, e la guerriglia di sabotaggio dei lavori, mettendoci però ufficialmente e senza appello al di fuori della legge. Non è vero che non esiste una terza via. La terza via è prendere per le corna il toro a Roma, e fargli fare una completa marcia indietro, come hanno fatto in Portogallo e in Francia. Non so come farlo in pratica, ma se l’hanno fatto lì, possiamo farlo anche noi.

    Un abbraccio forte,
    mk

  35. È vero quello che tu dici, e credo sia stata tentata anche questa strada: a breve ci dovrebbe essere una manifestazione no tav a Roma, e so che molti no tav hanno fatto un tour per l’Italia per spiegare le loro ragioni. La lotta in loco e quella al centro non devono escludersi a vicenda. Il punto però è: come fare, finché *quelli* continuano a vincere le elezioni? I 5stelle non sono riusciti, alla fin fine, a portare le ragioni del loro elettorato al governo. SEL è minoritaria e secondo me non sempre sceglie bene le sue battaglie. La gente vota Pd, Pdl o non vota. Che fare?

  36. La democrazia ha una componente morale che e’ quella dela responsabilita’: essere responsabili per le decisioni prese e le azioni intraprese e assumersi onori ed oneri per tutto cio’.
    Allora non ha alcuna legittimazione morale che a Roma si prendano decisioni le cui conseguenze ricadono su Chiomonte o su Grugliasco o Bussoleno. Semplicemente lo stato, Roma la CEE, la regione Piemonte, etc. non ha alcun diritto morale di decisione, non ha moralmente potere e quindi non ha potere. E’ il problema del nazionalismo prevaricatore sulle realta’ locali, il centralismo che impone disastri e sciagure alle comunita’ locali, ai territori per utilita’ che sono altrove (partiti, cooperative costruttrici, autoreferenzialita’ violenta dello stato in se’, tecnoteismo sviluppista, etc.) o che sono del tutto inesistenti (presunte necessita’ tecniche, economiche, trasportistiche che son o state accuratamente smontate e confutate una ad una con rigore scientifico).
    E cio riguarda sia l’imposizione violenta, brutale ma anche esigenze umanitarie, o assistenzialistiche o di altro tipo.
    Non si puo’ pensare ad un principio di etica politica applicato a fasi alterne, a volte si’ a volte no.
    Gaia parlava di liiti territoriali della democrazia, io sono piu’ radicale, limiti territioriali del potere.
    Ne’ nazionalismo ne’ centralismo democratico brutali, immorali, violenti.

  37. Siamo un popolo assai strano… quando ci sono le calamità naturali, richiediamo l’intervento dello Stato; quando dobbiamo beneficiare di pensioni e trattamento previdenziale, chiediamo sempre allo Stato (questo ad esempio i leghisti non lo ricordano mai, quando parlano del federalismo fiscale); lo stesso dicasi per la difesa militare del territorio, la cassa integrazione, il finanziamento degli enti pubblici, etc.
    Quando si tratta di «ottenere», insomma, *pretendiamo* dallo Stato.

    Quando invece si tratta di dare (tasse, impegno politico, tempo, sacrifici, etc.) diventiamo istantaneamente tutti apolidi, e ciò che prima ci ha garantito qualcosa, diviene un ente astratto e lontano.

    Per me è inconcepibile l’assenza di un coordinamento centrale nella vita di un paese. Anche le nazioni più federaliste hanno un governo centrale e, in condizioni normali, ciò non comporta automaticamente la prevaricazione di realtà locali. Inoltre, mi pare che nelle Camere ci siano rappresentanti eletti da tutte le regioni d’Italia, non solo dall’Urbe, per cui il territorio dovrebbe essere in media rappresentato. Con le ultime elezioni, dal Piemonte sono stati eletti 22 senatori e 45 deputati, che non sono proprio pochi. Che poi invece di tutelare il proprio territorio, pensino a tutelare le loro tasche, non è un problema di deficit rappresentativo, ma politico, e la responsabilità è tutta di chi li ha eletti.

    Le persone che sono a Roma sono state elette da noi, non dimentichiamolo mai.

    Mi è completamente oscuro il passo sul «diritto morale di decisione», così come la catena di implicazioni logiche: lo stato, Roma la CEE, la regione Piemonte, etc. non ha alcun diritto morale di decisionenon ha moralmente poteree quindi non ha potere.
    Chi va al governo ha il dovere di decidere, e si assume la responsabilità politica delle proprie azioni. Così accade in tutti i paesi del mondo. Rinnegare assiomaticamente un coordinamento centrale, per me significa ritornare all’età dei comuni del XIII secolo, e mi sembra un po’ un’involuzione storica, soprattutto in un momento in cui se in Cina diminuisce di poco la crescita del prodotto interno lordo, negli USA l’economia finisce per affondare.

  38. Diritto morale di decisione.
    E’ molto chiaro il limite territoriale del potere e quindi della democrazia: su ogni questione il potere, il diritto di voto, è limitato a coloro che si assumono gli oneri, le ricadute, le conseguenze della decisione.
    Un bellunese, un messinese o uno spezzino, consigliere, paesano , cittadino, deputato, senatore, imprenditore etc. NON ha diritto di decidere del futuro della Val Susa. Semplicemente perché non si assume direttamente le conseguenze delle decisioni che gravano su altri, sulla comunità locale.

    Questo è ovviamente ovvissimo anche per tasse ed altro: ogni territorio deve essere responsabile della gestione oculata e parsimoniosa delle risorse che esso può ottenere localmente e deve avere impronta ecologica (consumi di beni e servizi) sostenibili dalla biocapacità locale.
    E’ immorale e ingiusto che un territorio (nel senso di comunità) per vivere sfrutti le risorse o le persone di altri territori, che esternalizzi i costi del vivere. Lo sfruttamento è una delle cose più antiche ma anche immorali dell’umanità. tu hai citato Gandhi e forse conoscerai il pensiero dell’autonomia del villaggio. La struttura sociale deve essere basato su piccoli villaggi autonomi.

    L’età dei comuni fu una delle migliori in Italia: il patrimonio estetico,. culturale, paesistico, civico, normativo, letterario, artistico, la conoscenza che abbiamo ricevuto da quel periodo è di valore ineguagliabile.
    La democrazia diretta della piazza del comune è l’unica forma che può permettere un’ecologia, una morale del potere, in cui i delegati rispondono de-visu a coloro da cui hanno ricevuto la delega, in cui c’è un conflitto virtuoso e strutturale di interessi, trasparenza e partecipazione.

    La sovranità è quella locale (per me il locale quella comunale, con qualcosa a livello di provincia, ovvero, con un criterio umanista, l’area di territorio nella quale ti puoi spostare a piedi) con coordinamento minimo e leggero su pochissime dimensioni della società come i trasporti pubblici.
    Federalismo completo (legislativo, esecutivo, fiscale) a livello comunale con una quota molto ridotta per il resto (non più del 5/10%).

    L’ecologia di legare la società e la cultura alla sostenibilità locale, della responsabilizzazione completa dei paesani, in nodo da eliminare il tragico e nefasto transfer-delega di (ir)responsabilità e la corruzione che ne è il risultato, attuale.

    Siamo agli antipodi della globalizzazione liquida attuale. Lo so.

  39. @UnUomoInCammino: grazie davvero per la tua spiegazione… ho letto il tuo post dopo l’una di notte (l’ora riportata è quando ho fatto partire il browser, perché il blog di Gaia è diventato una delle mie homepage), e a quell’ora i miei due unici neuroni fanno fatica a incontrarsi nella scatola cranica. 🙂
    Adesso ho capito cosa intendessi sopra… grazie e ancora scusa per averti costretto a ripeterti.

  40. Anch’io sono per limitare il più possibile l’accentramento del potere. La più famosa democrazia della storia, in fondo, quella ateniese, aveva dimensioni abbastanza ridotte e un numero di votanti inferiore a quello di Udine (per fare un esempio).
    Dato che qui in Friuli i comuni possono essere anche microscopici, non penso che quella comunale possa essere l’unica dimensione (chiedere a Moruzzo, Lauco o Casarsa di mantenersi solo con le proprie risorse sarebbe dura). Il primo livello e il principale è sicuramente quello comunale, anche se forse ci sono livelli più piccoli ancora (circoscrizione, condominio…). Poi ci si allarga, e man mano che ci si allarga il potere dovrebbe diminuire. In questo senso sono fermamente anti-europeista. Bruxelles è troppo lontana.
    Una questione a cui non avevo pensato ma che ho letto spesso è che lasciare tutte le scelte paesaggistiche ai comuni ha comportato un grande consumo di suolo perché ogni comune voleva innanzitutto far cassa, e poi dotarsi di una propria zona industriale, centro commerciale, e così via. Io non sono del tutto d’accordo con l’analisi prevalente, cioè che sia colpa della dimensione del livello decisionale: per me è innanzitutto questione di irresponsabilità. Comunque, per questioni che interessano più comuni, come infrastrutture e trasporti, serve un coordinamento.
    Pensioni, tasse, finanziamento degli enti, possono essere gestiti a livello locale. Per quanto riguarda le calamità, si può creare un fondo di solidarietà il più trasparente possibile che si dispieghi in caso di disastri gravi e per periodi brevi.

  41. I comuni hanno distrutto i loro campi e la loro sostenibilità proprio perché hanno esternalizzato i costi e buona parte della loro impronta.
    Un comune che distrugge il territorio lo può fare solo perché prende (o preda) altrove le risorse necessarie per vivere.
    Se non lo potesse fare – come è stato per tutta la storia dell’umanità – semplicemente conserverebbe i campi come la cosa più preziosa, come la prima fonte di risorse vitali ed indispensabili.
    Ecco la responsabilizzazione di cui parlavo sopra.
    La teoria dell’autarchia estrema/ autonomia del villaggio 7 sovranità comunale non fa una piega perché responsabilizza proprio i paesani: di fatto sei impedito a distruggere l’ambiente che ti ospita o se lo fai paghi direttamente con la tua vita.

    Dove leggevo (forse su Salviamo il Paesaggio? o su Blogeko? non importa) che una volta le persone difendevano i campi perché dipendevano da essi, ora difendono la GDO perché credono di dipendere da essa e distruggono i campi.
    Tutto ciò è possibile per la (mefistofelica) de-localizzazione globalista e globalizzante.

  42. Uno dei problemi principali è che i nostri stili di vita ci hanno resi dipendenti dal commercio. Il commercio e lo scambio ci sono sempre stati, solo che ora hanno raggiunto livelli di complessità e irragionevolezza davvero suicidi. È normale volere ciliegie e cetrioli a Natale e il dibattito sul trasporto di merci non si occupa del quanto ma solo del come, senza aprire una riflessione su perché le nostre terre si debbano ridurre a paradisi per i tir.
    La sfida è ridurre la nostra dipendenza dal commercio ma al tempo stesso procurarci una piccola parte di materie prime in più per vivere come vorremmo. So benissimo che il mio computer non potrebbe essere completamente prodotto in loco (non ci sono miniere d’oro in Friuli), ma mi chiedo cosa valga la pena offrire in cambio dei suoi pezzi.

  43. Sebbene esistano comunità che vivono una decrescita radicale, non di rado luddista o antimodernista, io penso che potersi mangiare in Friuli o in Emilia una bella sanguinella catanese d’inverno non sia affatto negativo.
    Ora, se in Italia del nord vivessero 2M homo, altrettanti al centro e al Sud, le strutture ferroviarie sarebbero sufficienti a portare d’invermo, arance da Catania, broccoli dalla Puglia, qualche mozzarella di bufala dal casertano, etc. tornando con qualche forme di parmigiano reggiano, con della bresaola etc.
    Se poi a Catania bevi solo acqua Pejo, e a Vercelli vuoi mangiare solo melanzane siciliane per tutto lì’inverno è chiaro che il problema qualitativo, del ben.vivere non lo risolvi.
    Però è anche vero che con una pressione antropica minore, si potrebbe garantire una minima, giusta, piacevola varietà di beni e di vita (spostamenti per trurismo ed affetti, ad esempio) con un impatto del tutto sostenibile e con approcci di qualità ed ecologici.

    Faccio un esempio numerico:
    se ipotizziamo che a gennaio ciascuno dei 1.6 M milanesi mangi una arancia da 0,25kg, sono 400T solo di arance (diciamo una decina di TIR).
    Bene.
    Un approccio intelligente è di organizzare un treno a composizione bloccata Catania – Milano Smistamento al giorno
    Ora, i milanesi NON vivono con una sola arancia al giorno.
    Poi ci sono le patate, il caffè, il formaggio, le bietole, …
    Si arriva che servirebbero (solo per la città di Milano) forse 10 treni dal Sud al Nord.. Peccato che in Lombardia ci siano altri 8M (con migranti e clandestini probabilmente 10M di altri homo).
    Da 10 treni si passa a 60 treni. Poi ci sono le altre regioni.
    => con le strutture attuali anoresizzate da decenni di antiplitica dei trasporti non ce la facciamo.
    Ma non è neppure pensabile di triplicare o quadruplicare le attuali dordali adriatica, centrale e titrrenica.
    Si torna alla questione della numerosità della popolazione.
    Siamo sempre lì.
    Anche approcci intelligenti vengono frantumati dal carico antropico demografico.

    Si potrebbe vivere eccellentemente, con un buon livello di vita, con un’arancia al giorno e un piatto di broccoli anche al nord, ad esempio mantenendosi nella SOSTENIBILITA’ ecologica.

    Se il commercio torna ad un incontro tra persone di scambio di valori d’uso non può che essere positivo ed ecolocico.
    Se rimane uno strumento per una crescita tumorale, per l’accumulo ingordo di risorse e capitali, lo sfruttamento, l’esternalizzazione dei problemi come avviene molto spesso ora, perde di ogni senso etico,

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