Ius soli

Comincio con il dire che sono avvilita, disgustata e imbarazzata dalle continue aggressioni verbali, insulti, inviti allo stupro e ora anche lanci di banane (!) contro il ministro Kyenge. Siccome non si può evidentemente dare niente per scontato in questo paese, dico anche perché. Parto dall’ovvio: essere neri non è una colpa. Non lo è nemmeno essere neri in un paese storicamente bianco, come tanti pensano: a differenza di quello che si fa, quello che si è non può andare bene in un posto e male in un altro. Dico questo perché sarei curiosa (per modo di dire) di sentire dai leghisti, siccome insultano la Kyenge semplicemente per il colore della pelle e la provenienza, se considerano ‘sbagliati’ tutti i neri del mondo. Sarebbe una ben curiosa posizione da tenere. Ma loro secondo me non è che ci ragionano tanto sulle cose.
Inoltre, essere neri non è una scelta. Attaccare o sfottere una persona per caratteristiche fisiche che non ha scelto, siano esse positive, negative o neutre, è insensato e crudele. Non si può pensare che sia accettabile chiamare Berlusconi nano, e poi indignarsi quando gli insulti partono da destra e arrivano ai propri beniamini. Certo, le battute sul colore della pelle portano un bagaglio di significati ulteriori che nel caso della statura è meno rilevante, ma comunque presente. L’uscita di Gino Strada su Brunetta è odiosa come quelle sulla Kyenge. C’è poi un elemento ulteriore, che grazie a Berlusconi in questo paese si è completamente perso: la sensibilità di capire cosa si può dire solo in privato, e cosa si può dire in pubblico. Anche nel privato, poi, ci sono livelli diversi: una battuta in un bar è diversa da una fatta con un amico intimo dove nessuno sente. Anche questo è importante, perché c’è chi si aggrappa al ‘ho detto quello che tutti pensano’. La sincerità è non dire cose che non si pensano, non dire tutto quello che si pensa. Uno è del tutto libero di ritenere che la Merkel sia una culona, Brunetta brutto e la Kyenge somigli a un orango: quando lo dice pubblicamente, però, offende quella persona deliberatamente, crea tensioni che vanno anche al di là dei singoli coinvolti, e sminuisce una figura pubblica in virtù di caratteristiche del tutto irrilevanti. Ed è proprio questo il punto: attorno alla Kyenge, le cui risposte tra l’altro meritano tutta la mia stima per eleganza, intelligenza e fermezza, si è ormai costituito un tifo da stadio: cori razzisti da un lato, ‘sei tutti noi’ dall’altro. I fantasiosi razzisti di Lega e Forza Nuova non fanno che danneggiare la propria stessa causa con gli insulti al ministro: se vogliono far sentire le proprie idee e discutere l’immigrazione nel merito, la strategia che hanno scelto impedisce qualsiasi discorso razionale e offusca le argomentazioni pur sensate che potrebbero avere (anche se, scegliendo questi mezzi, probabilmente dimostrano di non essere in grado di reggere un dibattito serio).
Io, infatti, non sono d’accordo neanche con l’equazione critico dell’immigrazione = razzista che ormai è un automatismo soprattutto a sinistra. In linea di principio, io sono parzialmente favorevole allo ius soli. Una persona deve avere una cittadinanza, e ha più senso che sia quella del paese in cui è nata e cresciuta rispetto a quella del paese di origine dei genitori, che magari non ha neanche mai visto. Ho detto, però, nata e cresciuta: ci vuole anche un minimo di permanenza. Altrimenti il rischio è che i futuri genitori organizzino la nascita in Italia per motivi di convenienza indipendentemente dal rapporto che il figlio avrà poi con il paese. Certo, anche due genitori cittadini italiani possono farlo, ma è più improbabile. L’attuale requisito italiano dei diciotto anni quasi ininterrotti mi sembra eccessivo: un requisito minore ma non solo formale mi pare un migliore compromesso.
Concludo con delle statistiche molto recenti sul numero di stranieri in Italia. I residenti iscritti, quindi presenti ‘regolarmente’, sono passati nello scorso anno da 4 053 599 a 4 387 721, cioè 334 122 in più. Nonostante la crisi, quindi, aumenta la popolazione straniera nel nostro paese, e aumenta la proporzione di stranieri sul totale. Il saldo naturale italiano, infatti, è negativo, com’è giusto che sia dopo decenni di crescita ininterrotta. Avendo già detto quello che penso a questo proposito, non mi ripeterò. Faccio piuttosto delle domande: lo ius soli potrebbe essere un incentivo tale da aumentare ulteriormente l’immigrazione in Italia? È possibile prevedere se la percentuale di stranieri sul totale della popolazione continuerà ad aumentare? Se così fosse, è legittimo preoccuparsi o si tratta di allarmismo? E soprattutto: al di là di colore della pelle, religione e cultura, al di là della contrapposizione tra aspirazioni consumistiche e fuga da persecuzioni e guerre, qualcuno vede la minaccia ecologica contenuta in questi numeri?

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21 risposte a “Ius soli

  1. Come anarcoide io ritengo idealmente che non ci debbano essere confini.
    Come ecologista pero’ so che esistono i confini severi (verranno fatti rispettare) della sostenibilita’ che alla fine prossima del petrolitico tornera’ a imporsi (come deve essere) anche localmente..
    Lo jus soli da principio giusto sarebbe in realta’ solo uno scardinare la diga (che pare piuttosto una scogliera frangiflutti, come ridicola capacita’ di tenuta) rispetti all’ondata di migrazione di massa.
    Quindi si’ in teoria, moralmente,allo jus soli.
    Assolutamente no in pratica visto che sarebbe un efficace strumento per aggravare ulteriormente flussi migratori e crescita della popolazione, questa, – per assoluta gravita’ della presisone antropica – e’ La Catastrofe.
    Quindo assolutamente no,eticamente e praticamente, allo jus soli.

    La stessa Kienge e’ una immigrata clandestina figlia di un padre che in maniera del tutto violenta e irresponsabile ha generato 36 o 38 figli.
    Rimpatriare anche la signora Kyenge, vada a rivolgersi a padre e madre per le lagnanze sulla vita in quale l’hanno precipitata.

  2. E le figlie di lei? Sarebbero separate dalla madre? Non penso sia giusto far pagare lei per le colpe del padre né i suoi figli per eventuali colpe sue (in realtà a quanto leggo mi sembra che il suo essere clandestina sia stato il risultato solo di un contrattempo; per me è più interessante chiedersi che carità sia far studiare in Italia giovani provenienti da paesi che hanno bisogno di medici quando questi poi rimangono. A vantaggio dell’Italia, a svantaggio dei paesi di provenienza).
    Piuttosto bisogna rendere accessibili i contraccettivi anche in Africa, dove non si trovano facilmente e non si usano tanto.
    I confini non rendono migliore chi sta di qua o di là, però io credo servano per dare dimensione e coesione a una comunità. Qualcuno deve prendersi cura di ogni luogo, e ha senso che lo faccia chi ci è nato o chi ci abita da molto tempo. Questo non significa negare in senso assoluto il diritto di muoversi. La stessa anarchia, per come la intendo io, presuppone delle comunità autogestite.

  3. Gaia, io so bene che a livello morale Il Problema demografico pone dilemmi che non hanno soluzione: cosa fare con le figlie? La frittata e’ gia’ stata fatta, ora e’ tardi. I rimpatri devono essere velocissimi proprio per evitare l’ulteriore aggravarsi del problema – ogni problema peggiora in gravita’ con il differirne la soluzione e le soluzioni necessarie.

    Allo stesso livello morale non si puo’ neppure accettare il principio di assecondare un attio violento, di essere complici del paradosso dei Maori.

    Insomma, c’e’ un incendo in corso e non vogliamo usare gli idranti perche’ potrebbero danneggiare alcuni quadri.

    La questione della contraccezione.
    Come letto qui dentro e ormai noto, ci sono delle correnti di follia (l’economia e’ la congettura strampalata di folli) che avvocano la crescita (anche demografica) come possibilita’ di business.
    Se si passa dalla neoreligione capitalistica a quelle tradizionali, in Rientro Dolce lessi una volta un documento che riportava tutti i casi nei quali gli stati religiosi fondamentalisti – USA, Iran, Israele, Arabai Saudita, Pachistan, Vaticano, Indonesia, etc. – avevano minacciato di sospendere i propri versamenti all’ONU nel caso in cui i piani di emancipazione femminile e di contraccezione di massa dell’ONU nei paesi del secondo e terzo mondo non fossero stati sospesi.

    Torniamo al problema dell’avvallo religioso alla violenza della crescita demografiche e sulle donne.

    Direi che dagli anni 80 in cui si sarebbe potuto prevenire il problema, ora siamo all’inizio deldover gestire il problema solo all’inizio.
    Ci sono le fiamme che stanno uscendo gia’ dagli abbaini e noi siamo assoolutamente bloccati pensando che non sia politicamente corretto e che sia immorale usare gli idranti in quando potrebbero danneggiare i quadri.Appunto.

    Jared Diamon in Collasso analizza questo pattern dei crisi durante il collasso: l’assalto a cio’ che resiste a difficolta’ nella crisi che fa collassare queste ultime strutture. Se un’immagine puo’ essere efficace, pensa all’assalto ad una scialuppa che la fa affondare, con gli uccupanti originari e con quelli che l’hanno assaltata.

    Un approccio morale nell’affrontate il problema produce il disastro massimo: muioioni sia coloro originariamente in scialuppa che gli assaltatori.
    Un altro caso in cui etica e morale confliggono aspramente.

  4. A mio avviso lo ius soli è un falso problema rispetto a quello dell’immigrazione. Ci sono svariati paesi europei in cui ne vigono forme moderate, ed essi non hanno gli stessi problemi che abbiamo noi italiani a proposito.

    Pertanto io scinderei il problema dell’immigrazione (reale e cogente) da quello dello ius soli (teorico e di dubbia quantificazione). L’immigrazione è un problema connesso a chi entra in un paese straniero; lo ius soli riguarda chi nel paese straniero c’è già (regolarmente) e ci nasce.

    Non ho forti esperienze con l’immigrazione, solo qualche conoscenza, qualcuno a cui do saltuariamente una mano. Sono tutte persone molto orgogliose delle proprie radici e della propria cittadinanza, e sono qui soltanto perché hanno seri problemi nei paesi d’origine. L’ultimo con cui ho parlato (nigeriano) mi ha descritto le sue esperienze prima in Germania, poi in Inghilterra, infine in Grecia e poi – per ultimo – da noi in Italia. Si era recato in questi posti non per avere la cittadinanza, ma per lavorare e sfuggire ad una situazione di miseria assoluta per sè e la famiglia. Se in queste nazioni non è rimasto, è soltanto perché in esse (ad eccezione della Grecia dove il mercato del lavoro era praticamente collassato), una volta terminato il contratto di lavoro e il relativo permesso, lo hanno messo alla porta.

    Per quanto ne ho potuto dedurre dalle mie modestissime e superficiali esperienze, la maggior parte degli immigrati viene qui perché si trova in condizioni molto misere ed è continuamente esposto, attraverso i media o la cultura popolare dei paesi d’origine, alla narrazione di miti che descrivono un occidente ricco e opulento, gonfio di promesse di lavoro, danaro e opportunità di successo. Molte di queste persone contraggono forti debiti o indebitano le proprie famiglie d’origine, soltanto perché credono che una volta giunti in Europa troveranno una condizione umana migliore rispetto a quella che hanno lasciato nei rispettivi paesi d’origine, e pertanto saranno in grado di onorare il debito contratto in patria. La maggior parte di loro viene qui in Italia perché è al centro del Mediterraneo (dunque relativamente vicina) ed è più permeabile all’immigrazione (è più facile varcarne i confini e soggiornarvi irregolarmente per brevi periodi); ma il loro vero obiettivo non è l’Italia, bensì la Germania, o la Francia o l’Inghilterra.
    (E’ triste constatare che per la nostra gioventù sta accadendo la stessa cosa: sono circondato da persone che mi dicono «se solo potessi andare a Berlino, o a Londra, o a Parigi…»)

    Io credo ci siano solo 2 modi per risolvere il problema dell’immigrazione: il primo è quello di vietarla fisicamente impiegando aerei, incrociatori lanciamissili, unità terrestri corazzate: un bel cartello con su scritto “Fuori i disperati!!!” e licenza di sparare ad alzo zero contro chi non lo rispetta (mi viene in mente la bellissima sequenza del disperato assalto notturno dei clandestini alla barca in Terraferma di Crialese).
    Il secondo è quello di migliorare le condizioni dei posti in cui vivono quelle persone, fare capire loro che non è vero che da noi si stia poi così bene e che, forse, il «Dove si sta bene» è nella propria terra d’origine. Come scrive oggi un’apprezzata scrittrice friulana 😉 , e ieri Pacuvio (Patria est ubicumque est bene!) secondo quanto tramandato a noi da Cicerone. Rendiamo ‘patrie’ le loro terre.

    Dato che sono un po’ allergico ad ogni forma di violenza, io voterei comunque per la seconda ipotesi.

    Quanto a tutti i razzisti che insultano la Kyenge, costoro dimostrano un’ottusità e un’ignoranza così spettacolari da lasciarmi senza parole. Erano molto più civili gli ateniesi del 461 a.C.. Ma del resto, cosa aspettarsi, vista la classe politica che esprimono?

  5. In risposta a entrambi, dico che anch’io preferisco evitare qualsiasi forma di violenza fino al punto in cui non ci sono alternative, punto che spero sinceramente che non arrivi. Adesso non siamo in grado di capire se ci sono o meno alternative perché anche se i segnali di tipo ambientale sono fortissimi, è molto probabile che le soluzioni possano passare per strade non violente. Aggiungo anche che il concetto di violenza è relativo: come accade in val Susa fare violenza a un ambiente naturale, oltre a essere sbagliato in sé, può danneggiare le persone più di un attacco fisico a queste stesse persone. Da questo derivano situazioni paradossali in cui la violenza diretta viene giudicata molto più severamente della violenza indiretta, le cui conseguenze saranno peggiori.
    Io cerco in questo blog, e nella mia vita, nel mio piccolo di proporre soluzioni ai problemi che identifico. Alcune, come la riduzione dei consumi, sono alla mia portata, altre, come la diffusione dei contraccettivi, devono essere intraprese da entità più grandi.
    Per quanto riguarda la parte dei consumi, sono fortunata a vivere nella parte del mondo in cui è auspicabile un calo, e posso quindi agire subito e localmente. Per quanto riguarda l’altra parte, le uniche soluzioni possibili a livello locale sono moralmente difficili, perché limitare l’immigrazione significa negare alle persone che la scelgono una possibilità di miglioramento, e farlo spesso anche in modo coercitivo, e questo mi appare inaccettabile – soprattutto quando leggo dei Cie. Non va bene. Va anche detto, però, che il concetto di miglioramento a cui aspirano la maggior parte dei migranti, diciamo quelli economici, è relativo: è figlio dello stesso consumismo che denunciamo qui in Italia, ed è inoltre un miglioramento che però non aiuta davvero il paese di provenienza (se non con le economicamente controverse rimesse) e permette una valvola di sfogo ambientalmente distruttiva a pratiche già ambientalmente distruttive (tranne nei paesi a calo demografico). C’è una dimensione di questa aspirazione che dev’essere identificata, piaccia o no, come egoistica. Io, migrante, voglio migliorare la mia vita e quella della mia famiglia – ma così facendo posso causare problemi, anche se non è mia intenzione, alla comunità ricevente come a quella da cui sono partito (nel caso di persone istruite come i medici che scelgono di lavorare nei paesi ricchi, oppure nel permettere a paesi che si comportano irresponsabilmente di continuare a farlo).
    Io seguo poco l’attualità africana, però penso che, come noi dobbiamo responsabilizzarci riguardo ai nostri consumi, anche ‘loro’ (è brutto fare categorie così ampie ma ci capiamo) dovrebbero responsabilizzarsi riguardo alle conseguenze della procreazione senza freni e all’utilizzo dei paesi ricchi per scaricare le conseguenze di questa procreazione. Inoltre, come ho già scritto, il fatto che spesso a chi parte non venga detta da chi è già arrivato la verità sui rischi che si corrono e sulle situazioni in cui ci si trova; il fatto che venga idealizzata l’Europa e svilita l’Africa, sono cose che non mi piacciono e che penso andrebbero rimediate. Non è compito nostro però. So che sto generalizzando molto, però come italiana, quindi cittadina di un paese che vive entrambi i fenomeni (il fatto di essere meta, e quello di essere posto da cui si vuole fuggire) credo mi renda sensibile a questo. Ogni volta che qualche italiano parte penso, e a volte dico: ma non senti di avere dei doveri nei confronti di chi ti ha fatto nascere e crescere? Ma credi davvero che di là starai tanto meglio? Ma non vuoi stare qui e risolvere le cose? Ma non pensi che a Londra potrebbero averne abbastanza di italiani?
    Ecco, penso che se io fossi africana direi le stesse cose.

  6. P.S. molto interessante il “paradosso Maori”

  7. ✌Bellissima replica, concordo con tutte le tue considerazioni. Questo è parlare d’immigrazione: avere uno sguardo ampio e globale, guardando il fenomeno da tutti i lati, e non solo dalle finestre di casa propria.

  8. Ma come hai fatto a fare la manina?? Io sono talmente primitiva che prima scrivo i commenti poi corro a modificarli per aggiungere i link con il comando di wordpress 😀

  9. ‘✌’ è il carattere unicode U+270C (victory hand). Purtroppo ogni sistema operativo ha le sue caratteristiche modalità di inserimento dei caratteri unicode dalla tastiera; se non sbaglio per le macchine windows devi tenere schiacciato il tasto ALT (quello di sinistra), poi digitare lo ‘0’ (zero) sul tastierino numerico, infine digitare il valore decimale del codice unicode (di solito è espresso in esadecimale, come sopra): in questo caso 270C esadecimale è pari a 9996, per cui devi digitare 9996. Poi rilasci il tasto ALT, e il carattere unicode dovrebbe apparire.

    Riassumendo in ordine: tenendo premuto ALT di sinistra, digiti sul tastierino numerico 09996 e infine rilasci ALT. Dovrebbe funzionare; purtroppo non ho in giro una macchina microsoft per verificare.

    (A pensarci bene, forse uno fa prima a scrivere qualcosa di più carino con i caratteri standard della tastiera).

    Ci sono tanti di quei simboli e caratteri, che se scegli quelli giusti dalla tabella puoi fare cose buffe come scrivere il testo capovolto al contrario: se vai agli antipodi, ad esempio, il tuo nome diventa

    ıʇʇǝɔɐɹɐq ɐıɐפ

    Per non fare fatica, qui c’è un’applicazione web che ti effettua il rovesciamento senza impazzire con l’Unicode. Non so a cosa possa servire, ma è un ottimo esempio di utilizzo inusuale e non previsto per una tecnologia.

  10. Sottoscrivo. Anzi, secondo me lo ius soli non ha proprio senso di esistere… non mi pare che esista paesi in cui sia vigente. Perchè in Italia? Che tral’altro è un Paese di recente approccio con il multiculturalismo… Gli altri Paesi in cui è una realtà consolidata ben se ne guardano dall’approvarlo… Da noi è una forzatura, e proporla con tale insistenza, caparbietà quasi arrogante non può dar diverso esito che quello che si sta producendo. Concesso che i soggetti che rispondono a suon di insulti e lanci di banane sono persone di basso spessore intellettuale, non si può pretendere che da un giorno all’altro arrivi un ministro nero, il primo ministro nero della storia della repubblica italiana, e stravolga la situazione. Insensata e anche troppo prematuramente. Anzi, a mio avviso non ha senso. Per diventare cittadini italiani c’è un iter preciso ed è possibile, dando tempo al tempo e possibilità di verificarne i requisiti (non è un diritto, dev’essere anche un dovere). Io, figlia di genitori non nati in Italia, ma nata io qui, per alcuni anni non sono stata cittadina. Poi lo sono diventata quando anche i miei hanno preso la cittadinanza. Perchè hanno studiato e lavorato in questo paese, hanno superato delle prove economiche, e socio culturali che è giusto che esistano. Che valore ha la cittadinanza sennò? Chiunque può venire a partorire in Italia per convenienza e poi andare altrove. In America, la grande America (per molti versi, non tutti), ad una proposta del genere riderebbero. Ma un po’ di sano patriottismo?

  11. Anzi, scusate, prendo atto ora che in America è vigente lo ius soli (non sapevo, mea culpa) ma ecco, il mo discorso sta egualmente ein piedi… il meccanismo per entrare in america è burocratico e lungo, e condizionato ad una serie di requisiti che rendono una permanenza a lungo termine molto difficile. Allora va bene, se anche uno vi nasce, è legittimo che sia cittadino. Poi l’immigrazione è molto regolamentata. In Italia è del tutto diverso, basta vedere come le cose funzionano… chiunque può doventare cittadino italiano, senza avere conoscenza di un briciolo della cultura e della storia (e magari anche della lingua, non mi stupirei) del Belpaese. Perchè non mi riferisco solo a quelli che vengono a far figli qui e poi vanno altrove. Anche molti dei figli degli immigrati qui talvolta non possono integrarsi, anche per colpa di genitori che vivono qui, ma vogliono mantenere i costumi del loro paese d’origine e costringono i figli a seguirli (i casi di ragazze uccise perchè volevano vivere all’occidentale sono un triste esempio)

  12. Pingback: Meglio male accompagnati che (Ius) soli | Sono una O

  13. A quanto ho letto, il problema principale con il sistema attuale è il dover aspettare diciotto anni e poi ancora a causa della burocrazia. Sugli anni ho detto che per me potrebbero essere un po’ meno di diciotto, e sulla burocrazia questa affligge tutti con le sue lentezze, purtroppo, e non va bene.
    Sui requisiti di conoscenza del paese per ottenere la cittadinanza (per chi non è nato qui), è giusto che ci siano purché non siano assurdi. Non lamentiamoci, c’è di peggio: ho recentemente scoperto che per avere la cittadinanza canadese bisogna giurare fedeltà alla corona inglese.

  14. Comunque credo che sullo ius soli ci sia ancora molta confusione: non mi pare che nessuno dei relatori proponga una sua forma assoluta (cioè la semplice sufficienza d’essere nato in Italia per ottenere la cittadinanza), bensì che – come accade per altri paesi europei (qui ad esempio la normativa tedesca) – i genitori abbiano particolari prerequisiti: avere residenza regolare in Italia da un tot numero di anni, essere indipendenti economicamente (non gravare sul welfare dello stato ospitante), etc.

    Il figlio di immigrati che finisce il ciclo della scuola primaria, parla/scrive/legge correttamente in italiano, ha una famiglia in cui lavora regolarmente uno (se non entrambi) i genitori, perché non dovrebbe godere della cittadinanza italiana?

    Gad Lerner, ad esempio, è riuscito ad ottenere la cittadinanza italiana solo dopo 30 anni di residenza ininterotta in Italia, e grazie al suo primo matrimonio con un’italiana. Io lo trovo molto più italiano di tanti che, col fazzoletto verde e l’elmo vichingo, inneggiano ad una pseudo-nazione che non c’è, pur beneficiando di stipendi, pensioni e vitalizi erogati – guarda un po’ – proprio da quella nazione reale per loro causa di tutti i loro mali.

  15. Qui un chiarimento della posizione del ministro, qui una spiegazione su come funziona attualmente.
    (Io uso Linux 🙂 )

  16. Usi Linux !? …ho i lucciconi!
    Allora per il simbolo ‘✌’ basta che, tenendo premuti assieme CTRL e SHIFT, digiti prima ‘u’ e poi il codice del carattere unicode ‘270C’ (e infine INVIO se il codice non dovesse scomparire: al suo posto apparirà il carattere desiderato).

    Dal momento che usi linux, ti prego allora di aprire una console, e di copiare, incollare ed eseguire con un bel INVIO tutto il seguente comando:


    M='-?-?~8?: G@=E2 496 4C65@ 5: 2G6C 6D2FC:E@ : >@E:G: A6C DE:>2CE:[ C:6D4: 2 EC@G2C?6 D6>AC6 F?@ ?F@G@]]] -_bb,d>D6: 72?E2DE:42P-_bb,_> iX -?'; echo -e `echo $M | tr '\!-~' 'P-~\!-O'`

    Te lo sei proprio meritata… ☺

  17. Io, per principio, direi No allo ius soli. Sono abbastanza vicino alla posizione di gaia, però. Se uno nasce qui, fa le scuole qui ecc ecc dovrebbe avere la cittadinanza quasi automaticamente a una certa età. Dico quasi, perchè credo non sia una cosa da regalare, dare via per scontata automaticamente, come una cosa senza valore. Un ragazzo, diciamo a 18 anni, quando secondo la legge è maggiorenne, in grado di essere autonomo e di votare, decide. Se vuole la cittadinanza la richiede formalmente, se non gile ne frega niente, è giusto che non la abbia.

  18. Dal racconto di un vucomprà su una spiaggia laziale: in Nigeria le donne sono macchine da figli. Una beota ideologia maschilista le vuole in casa a sfornare un figlio dietro l’altro. La madre del giovane vucomprà in questione, di 36 anni, aveva già 10 figli. Il principio seguito è che la donna viene ingravidata alla fine della lattazione (di qualche mese) del figlio precedente. Poco meno di un figlio all’anno. E questo è un fenomeno diffusissimo, deriva da una cultura tribale massimizzata dalla religione islamica. Tutto questo avviene in un ambiente poverissimo di risorse agricole, e ricco di petrolio i cui proventi vanno alla corruzione delle classi dominanti. Un ambiente che non offre nulla a tutti i figli generati. E’ ovvio che il tutto faccia della Nigeria una fabbrica di emigranti. Si precede che la popolazione del paese passerà dagli attuali 250 milioni a 900 milioni entro la fine del secolo. Molti partiranno verso l’europa. L’Occidente dovrebbe chiedere al governo nigeriano responsabilità, il ché significa: o vi tenete chi nasce sul vostro suolo, oppure intraprendete una politica di controllo delle nascite, pena la fine degli aiuti. Ma l’Occidente continua ad essere muto, preda di ideologie ottocentesche, mentre il pianeta è avviato al collasso.

  19. @agobit: sono assolutamente d’accordo. Anche il mio amico nigeriano ha molti (troppi) fratelli, anche se la loro famiglia è cattolica (a quanto ho capito, nel sud della Nigeria sono per lo più cattolici, mentre al nord sono musulmani: in ogni caso, tutte religioni del «crescete e moltiplicatevi»).

    Sulla Nigeria lessi tempo fa questo articolo, forse segnalato da Gaia in un suo post. Mi colpì molto il link al World Factbook della CIA, nella sezione relativa al tasso di fertilità mondiale, misurato in nascite per donna: i primi 20 posti in assoluto sono (tranne poche eccezioni) tutti occupati da nazioni dell’africa sub-sahariana, con il Niger in testa: 7.03 nati per donna!

    Come ben sottolinei, mantenere questi tassi di crescita in regioni così problematiche da ogni punto di vista (economico, sociale, sanitario, politico), significa davvero *costringere* chi ci nasce ad emigrare, perché lì non c’è né speranza, né futuro. Come invertire questa tendenza? E’ davvero un bel problema: «…Although he acknowledged that more countries were trying to control population, Parfait M. Eloundou-Enyegue, a professor of development sociology at Cornell University, said, “Many countries only get religion when faced with food riots or being told they have the highest fertility rate in the world or start worrying about political unrest.”»

  20. gaiabaracetti

    Purtroppo è anche una questione di nazionalismo (in senso lato) e prestigio. Ho letto numerosi articoli sul tema della crescita della popolazione africana, anche pubblicati su testate africane online in inglese, e spesso c’era un sottinteso orgoglio o ammirazione per queste esplosioni demografiche, come se avere più abitanti significasse automaticamente contare di più nel mondo o ‘battere’ gli altri a qualcosa. Oppure il problema è presentato così: la popolazione cresce, come la sfamiamo? Insomma il solito ragionamento rovesciato.
    Io non ho abbastanza conoscenze per dire se sia un problema di religione, di cultura, di imitazione del modello crescista occidentale, o cosa, ma non mi sembra ancora evidente che i paesi ad alta crescita demografica si stiano responsabilizzando nei confronti del resto del mondo. È tutto un:
    Tu prolifichi!
    Sì ma tu consumi!
    Ma tu prolifichi!
    Prima smetti di consumare tu!
    (Guardiamo all’Egitto. Senza turismo e dipendenti dalle importazioni di cibo sono alla fame, ma quanto si parla di popolazione e di decrescita?? Ho letto che il governo di Morsi stava già iniziando a dare meno peso alla salute riproduttiva e alla contraccezione, forse in linea con il conservatorismo religioso)

  21. Per non parlare dei diritti delle donne: leggendo un po’ ho scoperto della fistula, dei matrimoni delle bambine, dell’incompatibilità tra educazione femminile e tassi di natalità simili, delle morti di parto e infantili… la procreazione a questi livelli è una minaccia maggiore per il corpo di una donna che la guerra, dove c’è. Ci sarebbero tanti di quei motivi umanitari per fare qualcosa, che ci si chiede perché se ne parla così poco.

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