tre libri

Ogni tanto, per guadagnare qualcosa, vado a vendere biglietti allo stadio. Qualche mese fa ci è capitato, a partita iniziata, un tizio che aveva già comprato un biglietto ma non aveva voglia di perdere altro tempo facendo tutto il giro dello stadio. Quindi ne ha comprato un altro più vicino (i biglietti per le partite costano almeno qualche decina di euro, spesso vanno oltre i cento), e ce l’ha pagato con una banconota da cinquecento euro. Due ragazze che lavoravano con me non ne vedono tanto spesso, quindi si sono fatte fotografare con in mano il cinquecentone viola che il signore ci aveva lasciato con tanta leggerezza.
Mi sembrava una buona introduzione all’argomento di questo post.

Ho letto, negli ultimi mesi, ben tre libri sulla disuguaglianza in Italia. In questo post dirò qualcosa di tutti e tre, sperando di far venire voglia non necessariamente di leggerli, anche se possono meritare, ma sicuramente di interessarsi all’argomento in maniera costante.

Il primo è di Maurizio Franzini, docente alla Sapienza, e si intitola Ricchi e Poveri: l’Italia e le disuguaglianze (in)accettabili. È uscito nel 2010. Ne avevo già parlato qui, e rileggendo il post mi accorgo di aver già segnalato le questioni principali affrontate dall’autore (il merito, l’ereditarietà della ricchezza, la mancanza di richieste di uguaglianza da parte di chi è svantaggiato da questo sistema…). Con molto rigore e brevità al tempo stesso l’autore presenta i dati, prende in considerazione varie spiegazioni e indica le più credibili. Un buon testo se vi interessa l’argomento.

Ricchi e poveri (ancora), scritto dalla giornalista Nunzia Penelope, è uscito nel 2012. Non saprei se consigliarvelo o no, perché è pieno di difetti e nel complesso piuttosto sciatto. Mancano le fonti per molti dei dati che sciorina, e per un libro la cui forza dovrebbero essere i numeri, questo è grave. Molte affermazioni sono superficiali al limite dell’offensivo (come la parte sulla decrescita o sulla salute misurata in altezza), e a forza di dati, denunce e lamentele su ogni cosa il libro non riesce a dare un messaggio chiaro e coerente. Inoltre, c’è il problema dell’impostazione di fondo, che definirei assolutamente dominante nel dibattito economico, per cui gli italiani hanno il diritto sacrosanto ai livelli di consumo pre-crisi, o più.
Nonostante questo, il libro è stata una lettura interessante, perché getta luce sulle abissali diseguaglianze presenti in Italia, che ancora, nonostante tutto, non suscitano l’indignazione che dovrebbero. Ha anche il merito di descrivere in pratica cosa significa che qualcuno abbia soldi e qualcun altro non ne abbia: ville vuote da un lato, non riuscire a pagare un misero mutuo dall’altro; vacanze in jet privati di qua, neanche un lettino in spiaggia di là. Una parte che ho trovato illuminante è quella sui tecnici del governo Monti: la maggior parte era talmente ricca di suo che a fare il ministro, in quanto a stipendio, ci ha perso. Questo per capire dove sta veramente la ricchezza nel paese.
Se volete vedere cosa significa essere ricchi, e farvi almeno qualche idea su come lo siano diventati, questo libro può essere un buon esempio. Serve anche a capire che le risorse per far fronte alle difficoltà attuali ci sono eccome – basta volerle prendere. È interessante il continuo contrasto tra i lussi dei ricchi (come avere tante seconde case in luoghi di vacanza ma solo per risparmiarsi la fatica di fare la valigia) e le difficoltà dei poveri italiani – come un operaio della Fiat che lavora, mica si parla solo di disoccupati.

Infine ho letto, per ultimo, Chi troppo e chi niente di Emanuele Ferragina, giovane calabrese che insegna a Oxford (e si vede: ogni volta che leggevo comparare, supportare o assumere – anziché paragonare, sostenere o presumere – mi si rizzavano i capelli e dovevo deglutire per andare avanti). Ho trovato ammirevole la spinta idealistica a contribuire al dibattito nel suo paese pur da lontano, e a proporre soluzioni concrete. Interessante la parte sugli ordini professionali, ancor di più quella sulle pensioni: costituiscono una parte assolutamente sproporzionata della spesa sociale, rispetto anche agli altri paesi europei, privilegiano chi ha iniziato a lavorare prima del 1978 a grande discapito di chi è arrivato dopo, e sono assolutamente inique: per due milioni di pensionati che prendono oltre i 2000 euro al mese spendiamo quanto per dodici milioni di pensionati che prendono meno di mille. La mia idea, che non è quella dell’autore, è che non dovrebbero esserci contributi versati e una persona che non lavora dovrebbe essere uguale a un’altra per trattamento economico, salvo quanto risparmiato individualmente. Comunque, anche se i dati forniti dall’autore a questo proposito non sono chiarissimi, viene detto che chi riscuote le pensioni più alte ha contribuito ‘la metà’ di quello che prende. Questo ‘la metà’ è vergognosamente impreciso, d’altronde però è chiaro che per prendere l’80% del vecchio stipendio non puoi, è ovvio, aver mentre lavoravi pagato l’80% di contributi. Si è speso troppo e adesso ne paghiamo le conseguenze con un debito pubblico folle e ingiustizie intergenerazionali. Mi è piaciuto anche sentir dire, finalmente, che l’articolo 18 è una parte abbastanza irrilevante, a conti fatti, del mondo del lavoro in Italia, sia per i lavoratori, che in gran parte non ne vengono tutelati comunque, sia per chi assume – e che quindi è ora di parlare dei veri problemi. Bravo! Anche la parte sul Meridione è interessante, ma secondo me molto superficiale. In generale in tutto il libro, non me ne voglia l’autore, vengono fatte affermazioni nette e sbrigative su temi controversi e giustificate con semplici passaggi logici o rimandi ad altri testi. Ci vorrebbe di più per convincere davvero il lettore. Non faccio esempi perché comunque io tendo ad essere d’accordo con l’autore in molti di questi casi, però mi immagino un lettore più scettico che non si accontenta, e fa bene. Anch’io in realtà ho trovato da ridire, non quando Ferragina chiede più uguaglianza ma quando dà per scontate cose che contrastano con la mia visione del mondo. Alcuni esempi: perché incentivare le persone a possedere la casa è peggio che incentivare gli affitti? Ma soprattutto: perché, buon Dio, perché????, bisogna incentivare la natalità in Italia? (vedere i miei post ossessivi sull’argomento). Perché il part-time è peggio di un tempo pieno? Perché viene scritto che i laureati sono i lavoratori più qualificati? Saprebbe Emanuele Ferragina montare un quadro elettrico o fabbricare un abito? Non sono qualifiche quelle?
E soprattuttissimo, e questo vale per tutti e tre i libri: basta con questa storia del rilancio dei consumi e della crescita economica. Non è fisicamente possibile! Come italiani consumiamo, anche in tempi di crisi, molto di più di quello che dovremmo, stiamo mangiando nel piatto dei paesi poveri! Le risorse non sono infinite e le stiamo esaurendo!!
Economisti, giornalisti, giovani ben intenzionati: SVEGLIA!!!
Scusate, so che scrivere in maiuscolo è come urlare, quindi maleducato. Ma sentir ripetere da chi si propone di svecchiare il dibattito le stesse storie trite e false è molto frustrante. Apprezzo comunque molto lo sforzo di questi tre autori di aprire finalmente un dibattito collettivo sulle enormi diseguaglianze nel nostro paese. Se ci fate caso, la questione è completamente ignorata da questo governo e dai media. Ben vengano i contributi, scritti anche con molto impegno, per indicare problemi, conseguenze e soluzioni. Vorrei solo che si allargasse il campo, perché continuare a parlare di Italia come se il resto del mondo non esistesse, se non per farci vedere che si può consumare ancora di più, non è solo ignorante ma anche pericoloso. E non mi si dica che lo stato del mondo è fuori tema: il tema è questo. Non siamo in un regime di autarchia, quindi il rapporto con le risorse non solo nostre ma anche mondiali e con i diritti dei lavoratori altrove è fondamentale in qualsiasi discorso economico.

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7 risposte a “tre libri

  1. Cara Gaia, indovina a chi ho pensato quando mi sono imbattuto in questo sito:

    Popclock

    Se hai una macchina *nix, con questo comando (tratto da qui… è il motivo per cui sono giunto su census.gov, che non conoscevo):

    curl --silent http://www.census.gov/population/international/ | grep wclocknum | sed -r 's@^.*>([0-9,]+)<.*$@\1@'

    puoi visualizzare il conteggio sulla tua console. Quasi quasi creo un MOTD dinamico, così quando gli utenti si collegano restano stupiti per quanti ne siamo su questo piccolo pianeta. E smettono di dire che dobbiamo crescere.

    P.S.
    Quando sollevi contemporaneamente ‘grossi’ temi di elevata complessità, faccio fatica a starti dietro. Confido in quella specie di effetto-moviola della mia routine che si verifica con l’approssimarsi di agosto…

  2. Grazie del link. Cavolo che angoscia, vero, visto così? È ancora più angosciante quando ti chiedi quante di queste nuove persone avranno abbastanza da mangiare nel corso delle loro vite.
    Cercherò di capire come mettere il conteggio sul mio sito.
    Dai non protestare troppo, ho pure rallentato i post 😀
    Buone ferie a te e a tutti

  3. Cosa dcono questi autori circa il lavoro precario e il passaggio all’euro come motivi di distribuzione ineguale della ricchezza?

  4. Riguardo al lavoro precario, è innegabile che le persone che entrano ora nel mercato del lavoro siano svantaggiate rispetto a quelle che sono entrate prima, che godono di più tutele e stipendi più alti, nonché di protezioni sociali (cassa integrazione, disoccupazione, ostacoli al licenziamento) che non esistono per i precari. Più in generale, la parte di ricchezza derivata dal lavoro è diminuita rispetto a quella della rendita (finanziaria, credo anche ereditaria…). Questo è il risultato di politiche deliberate. Ora però finalmente sto leggendo un libro, che spero di riassumere a breve, che dice che dobbiamo trovare nuove soluzioni e non cercare di tornare a un passato impossibile in cui tutto – salario, welfare, protezione sociale – dipendeva dal lavoro e soprattutto dal posto fisso.
    Riguardo all’euro in sé, nessuno dice niente. Anch’io non credo che c’entri molto con la distribuzione della ricchezza in Italia, ma forse mi sfugge qualcosa.

  5. Anche questo è un libro che parla di diseguaglianze, soffermandosi sul ruolo della finanza e sulla finanziarizzazione dell’economia:
    http://www.einaudi.it/libri/libro/luciano-gallino/finanzcapitalismo/978880620701

  6. La cosa più stridente è l’enorme angoscia della gente che ha tutto di dover (per cause che capiscono e magari a parole condividono anche loro) rinunciare a una parte delle cose di cui poi in realtà non godono perché non ne hanno il tempo. Li vedo e mi sento male anch’io, sento il loro dolore, nato da cose futili ma reale.
    Io faccio delle scelte personali a volte condivisibili ma spesso inaccettabili dalla maggioranza per questi stessi motivi che dal mio punto di vista mi appaiono insulsi. Uno stage di riadattamento, come quello che hai iniziato tu con l’automobile, è forse per molti l’unica via. Ma chi si deciderebbe a praticarla?
    Al di là di pensione e reddito il valore che la gente attribuisce alle cose fluttua e non è assolutamente detto che vada nella direzione di più sobrietà!

  7. No, non è detto. Il desiderabile per la maggior parte della gente è stabilito dalla società, non dall’individuo. Non siamo abituati tanto a cercare ciò che ci piace davvero quanto ad aderire a modelli pervasivi di consumismo con piccole variazioni individuali (meglio la vacanza in montagna o al mare, meglio un samsung o un iphone).
    Io credo che per tante persone gli oggetti e il consumismo siano la risposta al vuoto. Sembra un cliché ma non è così: il possesso materiale è una certezza, è una conquista personale, è un piacere sensoriale, è un vanto e una giustificazione di tutto il lavoro sopportato, è una vittoria sugli altri se riusciamo ad averne di più. Anche se poi ci riempiamo di merce inutile, brutta, che non ci rende veramente felici e distrugge il pianeta. Però COMPRIAMO. Nel momento in cui compriamo ci sentiamo potenti e forse anche realizzati, anche se è una sensazione effimera e deleteria.
    La bellezza e la ricchezza non coincidono, anzi secondo me nella nostra società la maggiore ricchezza delle masse ha dato come risultato un’emulazione a poco prezzo della ricchezza delle élite, e il risultato è stato l’abbandono della bellezza povera ed armonica e una bruttezza generalizzata. E quella bruttezza è diventata l’oggetto del nostro desiderio, anche se non valeva nulla, solo perché era l’unico surrogato disponibile di qualcosa che non possono avere tutti (per esempio, visto che siamo ad agosto, frequenti soggiorni in posti belli e genuini, come i nobili di una volta).
    E così alla fine, senza pensare, sacrifichiamo la vita al lavoro per acquisire cose che ad un esame razionale noteremmo subito essere non desiderabili. Per esempio, passare ore sotto il sole cocente tra l’asfalto e la lamiera per transitare da un posto sovraffollato (la città) ad un altro posto sovraffollato (il luogo di villeggiatura). Questa follia per me non può essere altro che un desiderio indotto.

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