Cospalat

Quando leggo notizie come queste, che giustamente destano un gran scalpore, rimpiango di non essere diventata la giornalista investigativa che una volta volevo essere. Se vi interessa, il motivo principale per cui non lo sono diventata è che in Italia il giornalismo investigativo di qualità quasi non esiste, e quel poco che c’è non è sulla carta stampata – dove al massimo si trovano scoop e ‘inchieste’ spesso presentante in maniera confusa e superficiale. Forse un giorno riuscirò a scrivere libri-inchiesta, chi lo sa. Comunque, ora scrivo le domande che secondo me i giornalisti dovrebbero porsi riguardo a questo scandalo e che molto probabilmente non si porranno. Non aiuta, credo, neanche il livello dei lettori che si ritrovano. Leggete i commenti sotto all’articolo che ho linkato: con poche eccezioni, il tenore è “paesani con la forca e la torcia indiavolati contro qualcuno” – evidentemente la disponibilità di qualsiasi tipo di informazione e il livello di istruzione senza precedenti nella storia certe cose non le cambiano. Le domande, dunque:

– se questo è quello di cui è accusata la Cospalat, risultano indagini simili su altri fornitori di latticini? Se sì, con che risultati? Se no, perché?
– che legame c’è tra le aflatossine e la siccità dell’anno scorso?
– che danni avrebbe subito la Cospalat se avesse distrutto tutto il latte contaminato? Quanti litri sarebbero stati buttati via? I friulani avrebbero dovuto importare latte da altrove? Che garanzie avremmo avuto che il latte importato non sarebbe stato contaminato?
– esistono organismi geneticamente modificati resistenti alle aflatossine? Se sì, che rischi presentano?
– se il latte veniva diluito con altro latte per restare al di sotto dei valori massimi, allora perché era considerato tossico?
– com’è il mais quest’anno?
– dobbiamo cambiare dieta?

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6 risposte a “Cospalat

  1. Ciao Gaia,
    ho appena finito di vedere su ServizioPubblico «Una vera bufala», un’inchiesta sull’adulterazione della mozzarella di bufala D.O.P. campana.

    Aldilà delle stra-ovvie considerazioni sulle economie mafiose, sul traffico di rifiuti tossici, sulle connivenze tra potentati criminali e istituzioni, sull’inutilità dei controlli di consorzi di tutela ed enti pubblici in cui il controllato diventa controllore, etc., ciò che mi ha più colpito è la spaventosa metamorfosi delle piccole/medie imprese di questo settore quando fanno ‘il grande salto’ e diventano grande industria.

    Poiché entrano ad occupare ampie aree di mercato producendo grossi volumi di prodotto, non possono più permettersi perdite o inciampi momentanei (anche perché con la grande distribuzione questi diventano *grandi* perdite e *grandi* inciampi), e dunque sono necessariamente costrette dapprima ad abbassare la qualità dei loro prodotti (utilizzando non più latte vivo, cioè fresco, bensì latte congelato, proveniente a basso costo da zone remote del pianeta, o addirittura semilavorato a basso costo come cagliate precongelate) e successivamente, sempre per non uscire fuori mercato e non dover disfarsi di tonnellate di materia prima già stoccata ma andata a male, ad adulterare i loro prodotti utilizzando materie prime divenute nocive, opportunamente trattate per bypassere i controlli.

    L’assurdo è voler produrre un lavorato di alta qualità artigianale, ottenuto da materie prime costose e facilmente deperibili, in quantità industriali, a basso costo e in tempi brevissimi. E’ quasi impossibile! Basta un nonnulla e salta tutto il ciclo produttivo. Allora bisogna correre ai ripari per limitare le perdite: meglio usare il latte congelato, perché costa di meno e si mantiene per più giorni (fa niente se sviluppa tossine e batteri numericamente superiori di vari ordini di grandezza rispetto a quello fresco), oppure le cagliate precongelate (le scongelo quando mi servono in produzione e le lavoro a seconda della domanda, così ottimizzo la gestione del magazzino e risolvo il problema del punto di ripristino); e se il prodotto comunque mi si adultera (proprio per come l’ho lavorato!) prima di raggiungere la distribuzione, allora meglio effettuare qualche ‘ritocco’ microbiologico per non buttare via tutta la produzione (e i corrispondenti lauti guadagni).

    Siamo noi che vogliamo vivere nell’illusione di poter avere, comodamente a portata di mano nel supermercato, prodotti di alta qualità e facilmente deperibili ma ovviamente ad un prezzo bassissimo. Sono caratteristiche inconciliabili, a cui però il consumatore non vuole rinunciare, il produttore neppure, e il mercato nemmeno. Allora continuiamo così facendo finta di nulla, attendendo serafici il prossimo caso di Cospalat, di mozzarella blu o alla diossina, o il prossimo tumore.

  2. Sono d’accordo con la tua analisi, ma secondo me c’è un elemento ulteriore, oltre a quello economico: il solito discorso delle risorse e dei limiti invalicabili. È molto difficile vivere in Friuli senza consumare per niente latticini, perché sono una produzione adatta alla nostra terra e parte integrante della nostra storia e della nostra gastronomia. I sostituti del latte, esclusa la soia, non si producono qua: mandorle e riso vanno importati almeno da altre regioni. E tra l’altro i latti alternativi se non sono zuccherati fanno schifo, e lo zucchero andrebbe anche quello consumato con moderazione.
    Il punto è che noi consumiamo quantità industriali, aggettivo scelto non a caso, di latte e derivati, perché siamo ingordi e perché siamo tanti. I foraggi sono in buona parte (non so esattamente quanto) importati e la nostra terra è comunque coperta di campi di mais e di grano. Credo che bisognerebbe porsi la domanda: che margini abbiamo? Possiamo sostenere una produzione simile e ininterrotta, e al tempo stesso scartare le materie prime se qualcosa va storto?
    Non si tratta solo di desiderio di fare soldi, ma anche di necessità di sfamare quotidianamente un milione di persone che vogliono il caffellatte a colazione, il frico a pranzo e la pizza per cena. Queste persone non si lamentano solo se salta fuori che nel loro latte c’erano le aflatossine, ma anche se i prezzi sono alti e in aumento.
    Per quello mi fanno arrabbiare le risposte scandalizzate delle centinaia di lettori del Messaggero: perché sono sicura che per la maggior parte non si erano mai chiesti se non stavamo esagerando; perché vogliono guidare l’auto e bere il vino ma non vogliono ammalarsi di tumore; vogliono andare a fare la spesa al centro commerciale ma vogliono pascoli liberi per le vacche (bello, ma dove?), vogliono uccidere con le proprie mani la dirigenza Cospalat ma magari fumano e passano l’estate a fare griglie scartando cibi belli avvolti in imballaggi non riciclabili che finiranno nell’inceneritore.
    E poi dicono di preoccuparsi per i bambini. Perché bisogna scegliere con cura con quali cangerogeni avvelenarli.

  3. E ovviamente, in aggiunta a quanto dici tu: non si può volere la botte piena e la moglie ubriaca. Imparassimo una buona volta a diffidare di un prezzo troppo conveniente…

  4. Solo che a volte ti lasciano con la botte vuota e la moglie sobria (e se nel vino c’era metanolo meglio così)

  5. Mi dispiace ma sono contrario a questa visione dei fatti. La rabbia e’ che in ogni caso il settore primario ci costa più Dell’ esercito . È giusto così , questo e’ il vero settore strategico come ben si può capire ! Contadini , allevatori e ditte di trasformazione alimentare sono foraggiate da innumerevoli contributi ! Uno per tutti le polizze assicurative per danni atmosferici pagate al 50% da tutti noi tramite i consorzi di difesa ! Se una partita di mais per esempio rileva aflatossine superiore ai valori concessi va’ per biomassa e al contadino viene in ogni caso pagata al prezzo di mercato sempre da tutti noi . In pratica sono talmente pigri e ignoranti che se ne fregano della salute pubblica ! Conclusione per certe persone , certo lavori non sono adatti e la punizione sarebbe levar gli tutto il patrimonio fondiario costruito grazie a tutti noi !

  6. Sicuramente se le accuse verranno confermate ci troviamo di fronte a comportamenti gravissimi. Non è mia intenzione giustificare chi vende consapevolmente prodotti dannosi e viola le norme che dovrebbero valere per tutti. Penso che questo fosse chiaro anche vedendo il post sopra e i commenti successivi.
    Tra l’altro, io compravo regolarmente i prodotti Cospalat. Mi sono sentita tradita, sicuramente, ma non ho provato la rabbia cieca mista a panico che mi sembra sia stata la reazione principale delle persone. Questo per due motivi:
    – cerco di capire quali aspetti del ‘sistema’ della produzione alimentare in genere siano intrinsecamente malati o insostenibili, e ipotizzo che oltre alla malafede dei singoli ci siano anche problemi più ampi riguardanti il nostro tenore di vita collettivo
    – sono un’ambientalista e so che siamo circondati da veleni, la stragrande maggioranza dei quali sono emessi direttamente da noi consumatori oppure derivano dal nostro desiderio di spendere poco e avere tanto. Trovo quindi ipocrita scagliarsi come matti contro la Cospalat e poi ignorare i tantissimi modi in cui siamo noi friulani, giorno dopo giorno, ad avvelenare i nostri corpi e l’ambiente che ci circonda
    Aggiungo anche che la mia impressione è che molti allevatori vedano se stessi come piccoli e grandi industriali che al posto delle macchine hanno mucche, cioè esseri viventi, di fatto trattate come oggetti. Così è in molti allevamenti del resto d’Italia (vedere un Report di qualche tempo fa, per esempio) e mi stupirei se qui fosse il contrario. Ipotizzo che di gente che produce latte con amore per gli animali e per la vita all’aria aperta ce ne sia poca. Correggetemi se sbaglio. Ma questo è anche perché i friulani hanno passato almeno due generazioni a cacciare i propri figli dalla terra, che ora salvo rare eccezioni viene trattata solo come una macchina da soldi. I risultati sono questi.

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