sindaci

Qualcuno legge da Roma? Non credo. Comunque a queste elezioni io tifo, tutto sommato, per Sandro Medici. Sarei *molto* stupita se arrivasse al ballottaggio, e questo perché è stato praticamente oscurato dai media, non preso sul serio. I giornali secondo me vanno a cercare i candidati dei partiti principali, dimenticando che in ogni città ci sono esperienze, formazioni, storie che meritano spazio indipendentemente da quello che succede a livello nazionale. Per quel che vale, un’intervista a Medici prima della chiusura della campagna elettorale, e un riassunto delle posizioni dei candidati.

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11 risposte a “sindaci

  1. io tt sommato tifo me, xò se uno nn viene preso sul serio mi dispiace. quanto ai giornalisti, stenderei un velo pietoso, in memoria della professione che fu…eppure, pensa, esistono ancora idiot* che si fanno riconoscere il viso…

  2. La gente non va a votare, non si spreca a scegliere un’alternativa, e quindi lascia vincere il Pd. Quanto mi fa arrabbiare questa cosa! Possibile che nessuno capisca che il miglior modo di protestare contro questa classe dirigente è scegliere qualcun altro, e che boicottare le elezioni fa solo il loro gioco???

  3. Qui c’è l’intervista a Sandro Medici dopo il primo turno elettorale. Mi sembra abbastanza lucido nell’analisi.
    Come mi intristisce quest’incapacità (tutta della sinistra) nel trovare un minimo comune denominatore attorno al quale fondare un (bel) partito di (vera) sinistra. A mio avviso raccoglierebbe un discreto seguito. Invece i principali attori di quell’ecosistema continuano nei ‘distinguo’ e nelle ‘questioni di principio’. Nessuno che metta da parte il proprio ego e si sporchi le manine per creare un centro di aggregazione comune per tutti i sinistrorsi che (ovviamente) non si riconoscono nel PD (che giustamente cancellò la ‘S’ di sinistra dal suo nome).
    Ben vengano tutti quelli che ci provano, a condizione però di fondare un movimento sui principî, e non sulle personalità (di cui, sinceramente, non se ne può più). Anche perchè i principî restano, mentre le personalità passano o si ossidano.

  4. Guarda, io questo giro do l’intera colpa ai romani, più che alla sinistra o ai partiti. C’erano DICIANNOVE candidati. Diciannove, più i candidati delle liste. Se metà degli aventi diritto ha ritenuto che fossero ‘tutti uguali’ vuol dire che non ha guardato bene. Dubito che Roma abbia un 50% di anarchici che non vota perché non crede che debba esserci un sindaco.
    Se c’è unità allora c’è poca scelta, e non va bene, se c’è troppa scelta c’è frammentazione, e non va bene lo stesso… mai che i votanti si prendessero una qualche responsabilità, anziché dare sempre la colpa ai votati! Si meritano altri cinque anni di Alemanno, ma non glieli auguro per i danni che potrebbe fare.

  5. Io praticamente penso questo: http://www.partigiano.net/gt/gramsci_indifferenti.asp
    Troppo facile non impegnarsi e poi lamentarsi per com’è andata.

  6. Come darti torto su Roma? Però come dare torto anche ai romani? Il fatto che ne fossero diciannove può non essere un fattore positivo: se magari avessero votato tutto tutti, il voto si sarebbe potuto disperdere tra i restanti 17 candidati, ciascuno dei quali avrebbe preso soltanto il 3%. Io, ad esempio, mi sono sentito molto frustrato per aver votato Rivoluzione Civile alle politiche (per non dare il mio voto a SEL che si era malamente alleato al PD): alla fine è stato un voto di protesta perso a causa dello sbarramento.
    Quello che volevo esprimere era: ah! (sospirone alla Eleonora Duse, esalato mentre mi aggrappo ad un pesante drappeggio damascato con l’avambraccio sulla fronte), magari esistesse un normalissimo partito di sinistra che parlasse di uguaglianza, diritti, lavoro, ambiente, formazione, etc. etc. e facesse davvero politica per i cittadini. Farebbe il pienone.
    Se parli coi romani ti dicono: tanto si sa che passano quelli dei partiti strutturati (Marino e Alemanno), per cui meglio andare al mare ad Ostia. Di M5S neanche a parlarne. E’ bruttissimo, sono rassegnati ad avere un rappresentante che non li rappresenta. Credo Medici si riferisca (molto onestamente) a questo, quando dice: «…”Repubblica romana” non è stata in grado di intercettare pressocché nulla. Nonostante gli sforzi, i contenuti, i linguaggi, che abbiamo sperimentato oggi ci troviamo in una difficoltà di traiettoria. Il problema è nostro…»
    A questo punto, però, un tentativo di soluzione dovrebbe essere proprio quello che dici tu: non rassegnarsi a ciò che ci viene propinato dall’autoreferenzialità del mondo politico, ma tentare il voto convergendo tutti sul candidato meno improbabile.
    Però nessuno pare disposto a farlo. Non ci crede nessuno. Dei personaggi al di fuori del circo mediatico (cioè i candidati non PD nè PDL), temono facciano la stessa fine dei grillini al parlamento: tanto rumore per nulla. E allora tanto vale non votare.

  7. Santo, Santissimo e mai troppo lodato Gramsci; però anche l’idea sottesa da Saramago ha le sue ragioni…

  8. La scheda bianca può anche avere senso in teoria, però in pratica non serve a niente. Da sola, come forma di protesta, serve solo a chi la fa per sentirsi di aver dato un segnale. Un segnale di cui però non importa niente a nessuno. Ha più senso iniziare a creare un sistema di gestione alternativo della cosa pubblica che renda obsoleta la vecchia democrazia rappresentativa. Si può provare, a Roma in tanti lo fanno, ma non lo vedo come antitetico, almeno nelle fasi iniziali, rispetto al voto. Poi dovrà diventarlo: non può esistere un’amministrazione eletta E una totale autogestione. Naturalmente una cosa del genere può anche risultare in conflitti sanguinosi: nulla è garantito.
    Io non voglio insistere troppo su Medici, perché non lo conosco bene, però ho letto che aveva sperimentato, al X municipio, cose davvero nuove come l’autogestione di alcuni servizi e la requisizione degli alloggi sfitti. Cercare di portare forme di organizzazione antisistemiche dentro il sistema, senza snaturarle, mi sembrava un progetto coraggioso. Peccato che sia stato travolto.

  9. Sei un dipendente pubblico. Ballottaggio.
    Due candidati: uno del PDL, sponsorizzato da una ‘ndrina calabrese, con qualche processo in corso non concluso, per cui formalmente ancora innocente, che propone l’ennesimo condono edilizio, nuovi centri commerciali e nuove forme di flessibilità e di precarietà del lavoro. E tagli alla pubblica amministrazione locale, per cui il tuo posto è a rischio.
    L’altro candidato del PD, di imprinting renziano, il cui programma di governo è la privatizzazione dei servizi (come ha fatto Renzi per l’acqua e i trasporti urbani a Firenze), lo smantellamento dei diritti sindacali, la prosecuzione dell’austerity con tagli ai servizi sociali, e la manifesta volonta di grandi opere – come la TAV – per rilanciare l’economia del paese. Anche lui è per i tagli lineari e il prepensionamento nel settore pubblico, per cui anche in questo caso il tuo posto è a rischio,
    Cosa voti?
    Io voterei scheda bianca.
    La scheda bianca in teoria non serve a niente, come dici tu, perché è sempre un’autocastrazione del diritto di scelta; ma quando non hai di che scegliere, è l’unica strada percorribile. Per non doversi rammaricare, quando chi è al governo ti fa male sul serio, di averli pure votati. Io ne ho conosciuto due, che mi hanno detto: «…e quello str***zo l’ho pure votato».
    Non votare scheda bianca ha senso solo se tra i candidati ce ne è uno che non lede palesemente i tuoi diritti/interessi; viceversa non ha senso votare per chi, appena ha ricevuto l’incarico, ti spara sui piedi.
    Come sostiene Weizman ne «Il male minore», quando qualcuno ti obbliga a 2 scelte che non condividi, e ti suggerisce di scegliere il ‘male minore’, in realtà ti sta sottoponendo alla sottile violenza di deprivarti di quella che sarebbe la tua scelta naturale. In questo caso, votare scheda bianca significa affermare pubblicamente un «no, io non ci sto».

  10. Ma il fatto è che al ballottaggio si arriva dopo il primo turno, in cui di solito c’è ampia scelta, anche di candidati alternativi, improbabili, antisistemici… Se poi nessuno ce la fa ad arrivare al secondo turno, e entrambi i contendenti ti fanno orrore, puoi anche fare a meno di andare a votare. Ma a quel punto la domanda rimane comunque: potevo fare di più per evitare questa situazione? Potevo convincere più persone a votare il candidato migliore, potevo candidarmi io?

  11. Io credo che il punto sia questo. Politica non significa essere spettatore passivo di uno show (anche se purtroppo la tendenza è quella di ridurci a ‘pubblico plaudente’), ma partecipare alla vita civile e democratica del proprio paese. Partecipare implica agire e scegliere, e per agire e scegliere bisogna costruirsi una mappa mentale, avere delle informazioni sul contesto e degli obiettivi a cui tendere. Ciò comporta lavoro e fatica. Confrontarsi ogni giorno con nuove problematiche, rimettere onestamente in discussione idee e convincimenti, provare a prestare le proprie braccia e il proprio tempo ad un’iniziativa, con la consapevolezza che non si conosce a priori se essa avrà successo, o se il risultato sarà conforme alle nostre aspettative e non ci deluderà. Non tutti però sono disposti a farlo, o hanno la necessaria cultura e competenze (sorvolo sulla gravità di uno Stato che si dimostra incapace di formare in tal senso il proprio popolo, che resta per la maggior parte formato da cittadini-consumatori pronti a barattare buona parte dei propri diritti per qualche piccolo benefit materiale e transeunte). Anche lo scegliere un candidato, che può sembrare qualcosa di semplice e immediato, in realtà richiede tempo e fatica (mentale). La palese inadeguatezza dei candidati, poi, dovrebbe essere una molla per i cittadini che amano il proprio paese e la propria città a diventare protagonisti di un’azione volta al cambiamento della classe politica, ma ciò non accade. La politica non è più intesa come un mettersi al servizio del proprio paese o della propria comunità locale, ma come un’opportunità (una scorciatoia?) per la propria affermazione personale, il potere, il denaro. Se provi a candidarti sei subito automaticamente bollato o come scaltro faccendiere che guarda al proprio tornaconto personale, o come un’esaltato, un irriducibile, una vittima di ideologie, uno che ‘farebbe meglio a trovarsi un lavoro’. Non c’è via di mezzo.
    In questo spaventoso vuoto democratico tra i cittadini e i ‘politici di professione’ nasce a mio avviso il fenomeno dell’astensione: il «sistema» mi propone tot candidati ➯ a me non piace nessuno ➯ dovrei capire per chi votare ➯ tanto a che serve, sono tutti ladri ➯ andassero tutti a quel paese. Siamo il paese in cui con i Vaffa-day ci hanno fondato un partito. Manca molto sia la voglia di capire, sia la convinzione che il sistema possa essere riformato, sia la (necessaria) consapevolezza che i diritti sono anche una responsabilità e – come ricorda bene Rodotà – richiedono ogni giorno una lotta permanente affinché essi siano applicati e tramandati a chi verrà dopo di noi.
    Essere partecipi di un sistema democratico richiede dedizione, cultura e un certo impegno; noi quanto siamo disposti a dedicare della nostra preziosissima vita? Coloro che si astengono denunciano di aver ‘perso in partenza’: non sono stati capaci, nel loro agire civico, neppure di far pervenire alle urne un candidato a loro avviso quanto meno ‘votabile’. C’è qualcosa che si è (gravemente) rotto nel meccanismo democratico, e questo dovrebbe far riflettere molto.

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