Lettera aperta ai commercianti di Udine

Gentili commercianti di Udine,

vi scrivo dopo aver letto dell’incontro di Assomicroimprese con il sindaco uscente e candidato Furio Honsell e dopo aver constatato l’ennesimo ripetersi di un copione noto: le richieste per sostenere il commercio hanno riguardato soprattutto politiche di sostegno alla mobilità automobilistica. Immagino questa non sia la posizione di tutti i commercianti, ma di moltissimi sì.
Preciso innanzitutto che io sono personalmente una sostenitrice del commercio cittadino: non faccio acquisti nei centri commerciali né in luoghi raggiungibili solo in auto e compro il più possibile negli esercizi della mia città. Ritengo infatti che una città sia viva se anche il commercio è vivo. Per questo motivo mi fa particolarmente male riscontrare che gli sforzi miei come di altri cittadini per promuovere la mobilità sostenibile a Udine sono regolarmente contrastati dalle richieste contrarie dei commercianti. A quanto leggo, Assomicroimprese ha chiesto ulteriori servizi per gli automobilisti e più tolleranza ai già incredibilmente tolleranti vigili di Udine. Il dibattito di questi giorni sulle giostre di Piazza Primo Maggio ruota solo attorno alla disponibilità di parcheggi, come se ci si potesse muovere in macchina o in nessun altro modo.
Ricordo che Udine è una città che regolarmente sfora i limiti di legge per quanto riguarda l’inquinamento, il quale fa, secondo i calcoli dell’ASS Medio Friuli, una cinquantina di morti all’anno – e mentre il riscaldamento è necessario, anche se si potrebbe gestire diversamente, il traffico, grande colpevole di questo inquinamento, non lo è. Come reagireste se a fare cinquanta morti all’anno fosse un gruppo di rapinatori? Gridando giustamente allo scandalo. Ecco, per me è uno scandalo che di inquinamento si debba ammalarsi e morire. E si ammalano sempre di più anche i bambini.
Il traffico inoltre è pericoloso e stressante e rende la città invivibile; per quanto riguarda la richiesta di tolleranza per le violazioni delle norme sulla sosta ricordo che queste, oltre a essere un intralcio e una bruttura, sono anche un pericolo mortale. Mi è capitato più volte di rischiare l’investimento in bici o a piedi perché auto in divieto bloccavano la visuale ai mezzi che sopraggiungevano (o aprivano all’improvviso le portiere). Questo accade tra l’altro mentre i parcheggi in struttura, accessibili ed economici, restano regolarmente sottoutilizzati. Non mancano i parcheggi: manca l’educazione e c’è troppa pigrizia. Eppure si pretende che l’amministrazione tolleri e incoraggi questo stato di cose.
Mi rifiuto di pensare che i commercianti di Udine considerino la salute e la sicurezza dei cittadini beni sacrificabili allo scopo di attirare più clienti nei loro esercizi. Anche perché un’alternativa c’è.
Quello che a voi sta a cuore, giustamente, è attirare persone – ma non dovrebbe importare come arrivano. Anzi, mi permetto di suggerire che una persona che cammina ha più tempo di guardare le vetrine o prendersi un caffè di un automobilista che parcheggia, corre dentro e scappa. Il mondo sta cambiando, l’automobile è un mezzo costoso e pericoloso che sta perdendo terreno a vantaggio di altre modalità di spostamento più economiche, piacevoli e sicure. Bisogna adattarsi a questa nuova realtà emergente, non contrastarla aggrappandosi a modelli del passato, peraltro molto dannosi.
Mobicittà, il comitato che promuove la mobilità sostenibile, ma anche molte altre associazioni e cittadini, fanno richieste che non dovrebbero essere antitetiche ai vostri interessi: aree pedonali, piste ciclabili e più mezzi pubblici per portare a Udine persone dai comuni contermini e dalle periferie – seguendo modelli già esistenti di città italiane ed europee più moderne della nostra. Città non intasate da traffico e auto e quindi anche più fresche e belle.
Penso che l’interesse dei cittadini, degli ambientalisti e dei commercianti possa coincidere nel campo della mobilità: un’offerta variegata ma sostenibile che porti persone in città senza avvelenare chi ci vive.
Vi prego di non prendere le mie osservazioni come un attacco ma come un invito a cambiare ottica e collaborare, se lo desiderate, con le associazioni ambientaliste.
Cordialmente,
Gaia Baracetti
(candidata indipendente con Sinistra Ecologia e Libertà)
[Ho inviato la lettera a Confesercenti, Confcommercio e Assomicroimprese. Spero di non aver dimenticato nessuno]
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9 risposte a “Lettera aperta ai commercianti di Udine

  1. Michele Testa, so che leggi: come interpreti tu la protesta dei commercianti di Napoli? Se ti va di dirci ovviamente. Visto che siamo in tema 🙂

  2. So che fa un po’ ridere commentare i miei stessi articoli, ma non mi va di fare un nuovo post. Segnalo questo sulla crisi del mercato dell’auto in FVG. Tralasciando il fatto che il MV lo presenta come un fatto negativo, interessante leggere che: “I giovani non acquistano più autovetture e questo rappresenta un fenomeno senza precedenti nella storia del comparto dal dopoguerra a oggi.” Speriamo che si faccia di necessità virtù e la tendenza non si inverta. In quanto ai lavoratori del settore, che io sappia in FVG non si fanno auto, le si vende soltanto – magari possiamo provare a riconvertire e autoprodurci le biciclette in piccole fabbriche locali… penso si potrebbe e sarebbe bello.

  3. Cara Gaia,

    scusa se ti rispondo solo ora, ma qui a Napoli sta correndo un virus primaverile che – molto più concretamente dei virus/hacker di Grillo – sta costringendo a letto più persone, tra cui il sottoscritto.
    Mi poni un quesito davvero difficile, perché qui a Napoli ogni evento deriva dalla stratificazione della coagulazione di molteplici scontri/interessi: puoi leggere i fatti alla luce di svariati rapporti di forza, ed è difficile stabilire se ve ne sia qualcuno che prevalga sugli altri, o se lo svolgimento degli eventi sia solo il frutto della sommatoria di ciascuno di essi.

    Partiamo dall’evento: la protesta. Da quello che ho letto sui volantini della Confcommercio attaccati con lo scotch sulle serrande di vari esercizi commerciali, i commercianti avevano intenzione di protestare contro:

    – le ZTL (a Napoli ce ne sono due principali: «ZTL Centro Antico/Quartieri Spagnoli», «ZTL del Mare» e ben 4 minori), le quali – a loro giudizio – stanno danneggiando in maniera irreparabile la loro attività commerciale (denunciavano, ad esempio, la chiusura di 13 negozi su 33 a causa dell’area pedonale di via Cervantes e via Guantai). Tieni presente che nel caos illogico di Napoli le ZTL sono molto invise anche agli abitanti dei quartieri coinvolti, in quanto il sindaco De Magistris, nel (vano) tentativo di ripianare la voragine del bilancio comunale, accertata a più di 850 milioni di euro (!) nel 2011, ha imposto ai residenti della ZTL una tassa (sotto forma di rilascio di contrassegno per l’accesso in auto) per poter raggiungere con l’automobile il proprio domicilio e/o il proprio garage. Se poi sei un commerciante che ha la casa in una ZTL e l’esercizio commerciale o lo studio professionale nell’altra, di contrassegni devi averne due e le spese raddoppiano.

    – la mancata soluzione dei problemi cronici di Napoli: la presenza di mega-cantieri aperti da anni, che creano enormi disagi a popolazione e commercianti; la scarsa efficienza di numerosi servizi, tra cui il trasporto pubblico e in generale quelli connessi alla viabilità; il degrado urbano, l’aumento delle imposte, etc.

    Queste le motivazioni ufficiali della protesta. Tralascio volutamente tutto ciò che si è intersecato ortogonalmente a questa iniziativa: il corteo parallelo dei disoccupati organizzati, l’infiltrazione dei soliti agitatori armati di petardi, la presenza di facce poco rassicuranti (Camorra?), la partecipazione/sponsorizzazione della parte politica avversa al sindaco, che ha avuto gioco facile nel mostrarne tutta l’inconcludenza dell’azione amministrativa. Questa è Napoli: esplodere tutto per non cambiare nulla. Perciò non parliamo dei soliti problemi di Napoli, parliamo invece della ZTL.

    E qui ti dò lo scoop: i commercianti di Napoli non sono pregiudizialmente contrari alla ZTL; accusano invece De Magistris di voler imporre alla cittadinanza (dicono «imporre» perché lui tende ultimamente ad evere una comunicazione simil-grillesca rispondendo alle parti sociali unidirezionalmente sul suo blog personale o in contesti diversi da quelli soliti istituzionali), – dicevo – imporre una ZTL che la città non può permettersi sia per configurazione/estensione (il sindaco si vanta sempre di aver creato la più grande ZTL d’Europa), sia a causa del palese malfunzionamento del trasporto pubblico, denunciato dallo stesso consorzio che è anch’esso, ahimè, in dissesto. L’immagine molto efficace che propagandano è quella della minore difficoltà con cui si possono raggiungere le isole del Golfo di Napoli, piuttosto che alcune zone di Napoli se si parte dal quartiere sbagliato e in mezzo c’è la ZTL.

    Come al solito la verità sta nel mezzo. A mio avviso il sindaco ha ragione quando afferma che la chiusura di tanti esercizi commerciali è principalmente dovuta alla crisi economica piuttosto che alla ZTL, e quando contesta che molte delle problematiche sulla viabilità o sui disservizi di linee di trasporto pubblico sono provocate da eventi non prevedibili (come il crollo del palazzo sulla riviera di Chiaia che ha finito per peggiorare l’impeggiorabile) o addirittura antecedenti/indipendenti dal suo mandato; d’altra parte hanno pure ragione i commercianti quando affermano che si sarebbe dovuto procedere gradualmente, cercando di coordinare l’introduzione delle aree ztl col potenziamento/miglioramento del trasporto pubblico nelle medesime, e si sarebbe dovuto dare maggior ascolto alle loro istanze, piuttosto che scegliere soluzioni monolitiche (la ZTL più grande d’Europa!) spendibili sì politicamente sul piano nazionale e sui media, ma foriere di grosse problematiche locali, in una città che di problemi ne ha a iosa. Tieni presente che Napoli è una metropoli europea con sole 2 piccole linee metro, una più antica (e finta: è in realtà una tratta dedicata FS per cui i tempi… non sono proprio da metropolitana), l’altra è nuova ma fondamentalmente collinare, ideata per collegare la parte alta della città. Quindi la maggior parte del trasporto pubblico continua ad avvenire in superficie, con tutti i problemi annessi e connessi che tu puoi ben immaginare, se conosci la topografia di Napoli. Fare girare in auto nello stesso posto circa mezzo milione di persone creerebbe problemi di traffico ovunque, credo.

    Comunque, aldilà di tutti i miei sproloqui, ti segnalo il podcast di «Tutta la città ne parla» proprio sulla protesta della ZTL di Napoli. Se vuoi una sintesi delle varie posizioni dalle bocche degli stessi interlocutori istituzionali, è un’ottimo inizio.

    Un abbraccio,

    mk

  4. Grazie mille! Sui giornali non ho trovato informazioni abbastanza approfondite… spero che la mia domanda non ti abbia fatto perdere troppo tempo 🙂
    Una cosa però mi è sembrato di notarla, e cioè che al sud, e suppongo anche a Napoli anche se non ci vado da molto tempo, si usa poco la bici. Mi pare che più si sale al nord, sia in Italia che in Europa, più questo mezzo è diffuso, nonostante il tempo peggiori. A Palermo, per esempio, in una settimana che ho passato là credo di non aver visto neanche una bici. Forse la soluzione passa anche per qui, per liberare le strade dal traffico e velocizzare i mezzi pubblici.

  5. Cogli nel segno un’altra volta. Anche a me ha colpito molto la crescita lineare dell’utilizzo della bici col decrescere della latitudine: eppure dovrebbe essere il contrario, perché da loro si gela, mentre da noi si sta benissimo.
    Credo sia un problema culturale. Io sono abbastanza ignorante (tra l’altro) in storia e antropologia sociale, però ho sempre pensato che nelle nostre realtà meridionali dei primi del ‘900 – prevalentemente rurali o di piccole comunità appenniniche, fatti salvi rari casi particolari – si sia passati dal trasporto personale a trazione animale (nei romanzi di Pirandello o contemporanei, o nei racconti dei nonni, si parla quasi sempre dell’asino, o del carretto, mentre i borghesi e gli aristocratici avevano il cavallo) a quello del boom economico dell’auto.
    Mio nonno materno, ad esempio, che a quanto ho capito era lo scapestrato figlio unico di un piccolo latifondista calabrese, fece scalpore nel suo paese perché comprò appena maggiorenne una motoretta, col cui rombo terrorizzava i concittadini (le vecchine nero-vestite sedute all’uscio facevano la croce quando passava alzando nuvoloni di polvere). Chi non poteva fare altro, andava a piedi; chi poteva, utilizzava il carretto o l’asinello. Poi è arrivato il sig. Agnelli e l’auto a portata di tutti, ed il mondo è cambiato.
    Al nord, probabilmente, a causa della maggiore continuità nell’evoluzione economico-produttiva e nella diffusione del benessere, si è passati con maggiore progressività dalla trazione animale alla bicicletta e poi all’auto, forse sostenuti anche dalla maggiore estensione e dalla migliore viabilità delle strade, che qui da noi continuano – ahimè – a restare impraticabili per bici e motociclette a causa del pessimo manto stradale.

    P.S.
    Se puoi ascolta il podcast: è bello sentir dire a Luigi Di Raffaele (il rappresentante della ConfCommercio di Napoli) che i commercianti non sono contrari alla ZTL e che (questo verso la fine della trasmissione) hanno anche inviato proposte al sindaco sulle aree pedonali in analogia a quanto hanno visto *funzionare* per altre città europee. Il problema è che a Napoli non funzionano perchè… a Napoli nulla funziona! Insomma, se ci prendete come worst practices: case study avete ben chiaro dinnanzi a voi cosa *NON* fare.
    Grazie sempre per i tuoi post: per me è importante sapere che nel mio stesso paese altre realtà sono possibili e praticabili. Mi servono per rafforzare la mia coscienza civica e sbugiardare sistematicamente chi dice: «sì, ma qui da noi non è possibile». Invece lo è, cavolo. Basta volerlo.

  6. Già, basta volerlo! Ma la gente cosa vuole? Forse per la maggior parte vuole non fare fatica e aspettare che qualcuno gli faccia trovare la soluzione pronta…
    Non credere che qui a Udine abbiamo risolto il problema: anzi. Come si capirà dalla mia lettera aperta (a cui un’associazione ha risposto – spero di incontrarli presto e di potervene parlare), anche qui la questione della mobilità è attualissima. Il nord biciclettato mi pare sia soprattutto, a quanto leggo/vedo/sento, o l’Emilia Romagna, o il Trentino Aldo Adige, anche se la situazione pare migliorare un po’ dappertutto. Io penso che c’entrino non solo le infrastrutture e le politiche che incoraggiano, ma anche la cultura e il senso civico. E la cultura dei friulani, ahimè, è quella degli ex poveri, che hanno l’ossessione del benessere e il terrore di perderlo. È riduttivo, ma questo spiega molte cose, tra cui perché tutti sono così fissati con l’automobile.
    Proprio l’altro giorno pensavo: basterebbe che non dico tutti i friulani, ma quelli che possono farlo senza grandi sacrifici domattina si svegliassero e dicessero: basta, oggi vado a piedi o in bici, o prendo il bus. Sarebbe tutto così tanto più facile!! Gli amministratori si accorgerebbero di cosa serve e forse farebbero qualcosa per fornirlo, e le città sarebbero istantaneamente migliori! Invece sono qua, io come altri, a lottare da anni e anni, proprio perché questo non accade. Perché tutti aspettano che qualcun altro faccia qualcosa.
    Dico un’altra cosa: il tuo resoconto si distingue dagli altri che ho letto su quanto succede a Napoli perché evita i toni velatamente razzisti di molti commentatori. Io ci credo, mi sembra assurdo negarlo, che ci siano dei problemi anche culturali, ma non posso pensare che i napoletani siano gli invasati succubi della camorra e altrimenti incapaci di analisi razionali, che gli editorialisti sembrano descrivere.
    (Ho un po’ di difficoltà con il podcast, ma riproverò)

  7. Io credo che, a patto che sussistano però le condizioni, le ztl siano una questione culturale. A Napoli il discorso è bloccato perchè il trasporto pubblico fondamentalmente non funziona, e non puoi istituire un’area pedonale di svariati chilometri quadrati, con pochi parcheggi limitrofi peraltro onerosi, senza dare ai cittadini nè mezzi efficaci per raggiungere le ztl, nè per potervicisi spostare all’interno.
    Succede semplicemente che divengono aree off-limits che i cittadini cominciano a disertare o cercano di boicottare come possono (vedi Napoli, appunto). Per me che macino chilometri a piedi il problema non si pone, ma per la mamma lavoratrice che esce tardi dal lavoro e deve fare compere, ritirare i bambini al British e preparare la cena in tempo credo sia un grosso problema, di difficile soluzione, a meno che non utilizzi il teletrasporto (o tutta la sua famiglia usi la bici, ma questa è una scelta che non posso imporre, anche perchè in alcune situazioni non è praticabile da tutti).
    Lì dove invece il trasporto pubblico funziona, la ztl è – a mio avviso – “la” soluzione: nessun problema di parcheggio, diminuzione dell’inquinamento, riqualificazione ambientale del territorio urbano, etc. Anche il rappresentante dei commercianti lo ammette nell’intervista, domandando retoricamente: “…Secondo lei, io che sto sul marciapiede per 12 ore al giorno, non sarei più contento di avere meno smog e più aiuole?”. E poi è risaputo che, a piedi, puoi guardare le vetrine e magari entrare a comprare (chiunque abbia fatto l’esperienza di passeggiare con una ragazza in orario di apertura negozi, sa tragicamente che non sto mentendo). In ogni città europea dove esiste un minimo di trasporto pubblico che funzioni, c’è una ztl e tutti sono contenti: cittadini, residenti e commercianti.
    Per me è allora un problema culturale: il trasporto pubblico o la bici devono diventare un’abitudine, una tradizione, una cultura. Ti faccio un controesempio parlando io (che posso permettermelo) male dei miei corregionali “terroni”: poichè il trasporto pubblico locale da queste parti non è mai stato …ehm una perla, ma (probabilmente a ragione) ritenuto come un topos mitologico in cui potevano avverarsi incredibili disavventure, la minore e più sicura delle quali era quella di ritornare a casa ad orari imprecisati, far utilizzare i mezzi pubblici a mamme, fidanzate, mogli, figli, nonni, amici d’infanzia, etc. invece di “accompagnarli con la macchina” era (e credo sia ancora) considerata una testimonianza di irriconoscente disaffezione di cui vergognarsi per tutta la vita. Così se la mia sorellona germanica magari ritorna a casa da sola in piena notte nella germanissima Monaco prendendo l’U-Bahn non c’è problema; però se viene a trovarmi a Napoli e in pieno giorno prende la metro e vi resta bloccata per due ore, finisce che tutti i parenti mi telefonano domandandomi indignati e attoniti: “Ma come, non l’hai accompagnata con la macchina ?! Ma che razza di fratello sei?”

    Vedi, è nient’altro che un problema culturale.

  8. Aggiornamento sul perché a Napoli le bici in giro siano poche: ecco il video-reportage di due giornalisti che, simulando di essere due turisti, tentano di percorrere in scooter (con videocamera) il tratto Piazza Garibaldi (Stazione Centrale FS) – Riviera di Chiaia (America’s Cup). Al ritorno impiegano in scooter più di un’ora, quando io a piedi risolvo tutto in 40 minuti…

  9. D’accordo, ma se le strade sono ridotte così, una bici (che è leggera e può andare, più o meno legalmente, dove vuole) dovrebbe avere meno difficoltà comunque di un’auto o uno scooter…

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