Che bello: c’è qualcuno che fa proprio come me. E la pensa come me, fin nei particolari.

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6 risposte a “

  1. Premetto che sono teoricamente/filosoficamente d’accordo con i tuoi principi di auto riduzione/soppressione.

    Premetto che ho ultimamente provato la veridicità delle tue riflessioni sulla mia pelle (anzi, sul mio portafoglio: recatomi in un centro di grossa distribuzione coi bambini per acquistare particolari capi di abbigliamento sportivo altrimenti non accessibili alle mie finanze, mi è partita la cinghia di distribuzione e sono rimasto a piedi con 8 valvole piegate su 16 e testata da rettificare: 650 € di danni, più di metà del mio stipendio).
    Dunque è verissimo che mantenere un auto costa, inquina, crea pericolo se mal utilizzata, etc. etc. Ciò è sotto gli occhi di tutti.

    E’ pero altrettanto vero che non conosco persone che vivano in un contesto ‘urbano standard’ con uno stipendio medio da operaio/impiegato (1.000 € mensili, per intenderci) e con figli e coniuge/compagno/convivente, che possano permettersi il «lusso» (e sottolineo: lusso) di vivere senz’auto, per come è tutt’ora strutturato il tessuto urbano.

    Eccezion fatta per te, le persone che conosco (e tale mi pare sia pure l’autore del blog cui fai riferimento) hanno quasi tutte lo stesso profilo: sono single, vivono in posti fighi dove si può fare a meno dell’auto (Venezia, Sorrento, Portovenere, Positano) e, proprio per i posti esclusivi in cui abitano, presumo abbiano un discreto reddito a disposizione. Per me, «potersi permettere di non avere l’auto» è un indice di lusso, per quanto possa apparire un controsenso.

    Sarebbe interessante vedere quanto tempo resiste senz’auto un cassintegrato Fiat in un contesto urbano degradato della provincia di Napoli con moglie e tre figli a carico, in un comune dove i mezzi pubblici funzionano male – se non sono del tutto assenti.
    Come si accompagnano i figli a scuola al mattino? Come si raggiunge il lavoro? Dove/come si va a fare la spesa? Io, che abito al confine con Napoli est, oggi ho impiegato coi mezzi pubblici 1h 45m per raggiungere il lavoro (facevo prima a piedi, a saperlo). Figuriamoci chi vive fuori Napoli.

    Scusa la sfogo, ma quando leggo di persone che dicono: «Se posso io, possono farlo anche gli altri» senza considerare le palesi discrasie tra le proprie condizioni di vita e quelle dell’interlocutore, mi scoppia un’aneurisma cerebrale. Come il radical-chic che si bea di comprare 750 cl di olio extravergine solo dai gruppi di acquisto solidale a 25 euro, quando io nel minimarket vicino casa per la stessa cifra ne compro 5 litri, cioè il 666,7% della sua quantità.

    Il primo requisito affinché certi stili di vita si diffondano, è che siano alla portata del maggior numero possibile di persone. A mio avviso, è inutile dire «io lo faccio», quando il restante 98% della popolazione non può permetterselo. Ben diverso è il tuo approccio di «esperimento sociale»: vediamo quanto tempo resisto adoperando questo stile di vita, e quali/quante sono le problematiche che incontro…

  2. Io penso che l’esempio sia la cosa più importante, in qualunque ideale uno creda. Il rischio però di agire per il cambiamento puntando sull’esempio è di ergersi sopra gli altri e quindi di irritarli o allontanarli dalla causa, magari perché non si cerca di capire la loro situazione e li si fa sentire giudicati.
    Io cerco di non attaccare chi si trova costretto a usare l’automobile. Infatti nel mio sforzo attivistico litigo spesso con ciclisti della serie ‘andare in bici sotto il diluvio è meraviglioso’ e addirittura ‘gli autobus costano’: bisogna pensare alle esigenze di tutti, non solo alle proprie, e per alcuni andare in bici sotto la pioggia, o per lunghe distanze, o semplicemente andare in bici, non è possibile o è scomodo / eccessivamente faticoso.
    Essere eroici è bello, ma non tutti saranno eroi.
    Inoltre, non si può idolatrare la bici. Leggo che nei paradisi dei ciclisti sono le biciclette a creare problemi: anche loro vanno parcheggiate e anche loro possono causare incidenti, anche se comunque meno delle auto.
    Detto ciò, gli esempi di casi estremi di rinunce all’automobile in condizioni avverse ci sono. Per questo mi piace il sito senzauto.it: raccoglie storie di persone che hanno figli e lavori distanti, eppure la soluzione l’hanno trovata. Prova a vedere, se ti va, le esperienze di Michelangelo, Carmelo e Patrik.
    Guardando il documentario di Crash sull’espansione di Roma, che tra l’altro straconsiglio, non riuscivo a non pensare: ma se questi pendolari fanno dieci chilometri in un’ora e mezza, perché non vanno in bicicletta?? Perché a Roma no, e a Copenaghen, Stoccolma o Amsterdam sì? Non può essere solo colpa della cattiva amministrazione.
    L’ideale sarebbe che cominciassero a fare le rinunce quelli che si trovano in una situazione per cui è facile farlo, creando le premesse perché anche gli altri seguano. Al tempo stesso, però, bisogna sbugiardare scuse di comodo, e ce ne sono tante, per giustificare il ricorso alla macchina. Con questo non voglio dire che siano sempre scuse, ma che lo siano spesso sì.
    Si tratta sempre di fare scelte. Si può comprare l’olio costoso e il caffè equo solidale anche con uno stipendio da operaio: poi magari però non si fanno le ferie – e non è cosa da poco. Si può andare ovunque in bicicletta: però si arriva (salvo spostamenti cittadini) dopo gli altri. Siamo disposti a fare questi sacrifici?
    Nella risposta bisogna però tener conto di un altro aspetto: rifiutando di sacrificarmi io, che sacrifici impongo agli altri? È per questo, forse, che gli attivisti del trasporto sostenibile possono essere così incattiviti. Pensano: tu, non seguendomi, inquini anche la mia aria, intasi la mia città, sottrai spazio anche a me, e mi minacci fisicamente.
    Comunque, la battaglia va fatta insieme. Una migliore pianificazione territoriale e migliori trasporti pubblici sono nell’interesse di tutti (tranne Marchionne).

  3. Non tema, signorina Gaia, tra qualche tempo nessuno si sposterà più, la rete si solleverà dal suolo e si fisserà nell’etere, gli esseri umani ridurranno il contatto fisico tra loro, per poi annullarlo pian piano del tutto. Un giorno ogni cosa avverrà digitalmente, il lavoro si svolgerà sulle piattaforme, i viaggi attraverso un potentissimo street view, anche il sesso rinuncerà al corpo dell’altro e coinciderà sempre più con il desiderio di cui parlava Lacan. Non deve dunque temere per la propria incolumità fisica. Un giorno potrà pedalare felice per le strade vuote della sua città, saranno tutte per lei.

  4. Io invece penso che Internet, contrariamente a quanto appare, non abbia quasi nulla di immateriale. A partire dai server, che occupano spazio fisico e richiedono enormi quantità di energia, nonché squadre di persone che vi lavorano, passando per la pubblicità che molti siti fanno a luoghi anche remoti fornendo informazioni a chi vi vuole andare, fino alle possibilità di incontro che vengono create grazie a comunicazioni rapide. Al tempo stesso, è vero, Internet rende possibile comunicare senza vedersi, ma lo facevano già la posta e il telefono. Il mondo avrà sempre socievoli e solitari. Per ora, secondo me, ad ammazzare la vita nei paesi sono state piuttosto la televisione, che dà qualcosa da fare in casa da soli, l’automobile, che permette di spostarsi rapidamente verso centri più grandi, e il fascino della vita cittadina. Con migliori connessioni, forse sarà più facile vivere in paese, l’esito dell’evoluzione tecnologica non è scontato.

  5. Non è solo comunicare, signorina Gaia, è fare. Oggi lei può avviare dall’italia un processo produttivo in Indonesia, gestire la logistica in Cina e distribuire il prodotto negli Stati Uniti. Il lavoro si è scisso dall’uomo. L’umano si separa dal corpo.

  6. gaiabaracetti

    Gli operai indonesiani, i lavoratori dei magazzini cinesi, i corrieri americani e i consumatori non hanno forse un corpo?

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