in due parti

Sigh. Oggi vi parlerò di due argomenti che non c’entrano tanto tra di loro – chiamiamoli Dio e mammona. Purtroppo il fatto di avere un blog (o facebook o twitter) e di sapere che qualcuno ti legge crea la tentazione di approfittarne per sfogarsi, parlare di tutto quello che passa per la testa e comportarsi in maniera egocentrica senza immedesimarsi nei propri lettori e dare valore al loro tempo. Ieri mi è stato fatta questa osservazione: non puoi parlare di troppe cose, la gente si perde.

Quindi, sono consapevole di questa obiezione – come anche della vostra libertà di non leggere. Quello di stamattina è uno sfogo, che però credo possa contenere elementi di interesse anche per voi. Se volete, potete farmi sapere nei commenti se è così o meno.

Cominciamo con mammona. Come sapete, sono un’entusiastica aderente del progetto SCEC.  Neanche il tempo di spendere il mio primo colorato biglietto, però, che vengo a sapere che il progetto nasce dalle teorie del complotto sul signoraggio. Le chiamo direttamente teorie del complotto perché questo è quello che sono: bufale. Il genere di disinformazione che impedisce alle persone di conoscere la realtà e di agire bene, perché crea dei nemici immaginari e oscura la comprensione dei problemi effettivamente esistenti. Infonde anche un senso di sfiducia reciproca e di rabbiosa paranoia, oltre a rinchiudere gli adepti in gruppi chiusi che considerano tutti quelli che stanno fuori come poveretti con il prosciutto sugli occhi. Infine, la bufala fa perdere tempo a confutarla, tempo sottratto a un dibattito su quello che invece è vero. Il signoraggio esiste, è spiegato se vi interessa in maniera molto chiara sul sito della Banca d’Italia, NON è una truffa ai danni di una collettività ignara ma una scelta riguardo alla creazione di moneta frutto di esperienza storica e di scelte che potrebbero anche essere diverse. Ci sono moltissimi siti che spiegano i meccanismi che effettivamente sono in azione: se volete li trovate facilmente su internet. Questo è uno che sto guardando adesso, ma ce ne sono anche di più sintetici. Io ora mi trovo in crisi: sono assolutamente critica del funzionamento della finanza e tra i tanti che chiedono riforme; penso che lo stato dovrebbe cercare di indebitarsi il meno possibile e solo in casi eccezionali, e vorrei capire come si potrebbe fare, e credo nel valore di una moneta comunitaria e solidale per ridare il potere economico alle persone – ma non voglio perdere tempo con teorie fondate sull’ignoranza e la paranoia. Ho già comunicato la mia visione delle cose a chi mi ha dato gli SCEC (che forse ora mi legge), che si è dimostrato disponibile al confronto, e ho mostrato le mie fonti, tra cui i vari blog che parlano di signoraggio e lo stesso statuto della Banca d’Italia, al quale andrebbe aggiunto il trattato sull’Unione Europea. Che fare adesso? Aderisco ancora al progetto, ma su premesse diverse da quelle dei suoi promotori. Assurdo.

Cambiamo argomento. Tempo fa, un’amica mi ha mandato una mail in cui si raccontava un episodio che aveva, così diceva il narratore, come protagonista Einstein, in cui lo scienziato, ancora studente, stupiva un professore dicendo che la sua scienza somigliava tanto alla religione, perché richiedeva ‘un atto di fede’. L’episodio narrato aveva tutta l’aria di essere falso, alla luce anche delle effettive posizioni di Einstein riguardo alla religione (a quanto ho letto, era agnostico; diceva che il senso di meraviglia per il creato era un sentimento di tipo religioso e la base della passione e del lavoro dello scienziato). La mia amica ha detto che, falso o no, l’episodio faceva riflettere sull’analogia religione-scienza – in fondo anche gli scienziati ‘credono’ alle loro teorie. Però è un tipo di credere basato sull’evidenza, non sulla rivelazione. Comunque si tratta di dibattiti enormi, me ne rendo conto. Vengo al punto: ieri ho incontrato un testo che affronta l’argomento in modo profondo e ho pensato di inviarglielo. Il titolo è “Is Science a Religion?“. Il problema è che l’autore, il biologo Richard Dawkins, è un ateo che più militante non si può – mandandole il testo temevo di offenderla. So che ogni tanto legge qui anche lei, quindi provo a condividere con voi tutti questa riflessione di Dawkins. Personalmente, la trovo di un rigore e di una bellezza emozionanti. Spero vi possa piacere.

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18 risposte a “in due parti

  1. Ciao Gaia.
    Se posso esprimere la mia opinione sul tuo blog, io invece ti esorterei a continuare così, sia per varietà dei temi trattati, sia per originalità dei contenuti. Che significa «la gente si perde» ? Un blog è un blog, non è mica un corso di studi con prove inter-corso… Chi ha dubbi può replicare subito, chi invece matura obiezioni in ritardo può sempre riproporle quando vuole (ho notato che hai l’ottima abitudine di non lasciare mai morire i thread); insomma – visto che non ti tiri mai indietro – non vedo come potrebbero «perdersi» le persone. D’altra parte un blog è più un libro di short-stories che una radio: chi ha bisogno di una pausa o deve fare altro, può sempre interrompere e ritornarci in un secondo momento.

    Sulle teorie dei complotti sorvolo, perché mi pare si stia davvero esagerando: tra un po’ spunteranno anche quelle sul complotto delle emorroidi (ordito dai venditori di cuscini ai danni dei costruttori di durissime sedie di legno) o su quello dell’insonnia (organizzato e diffuso da Enrico Ghezzi per costringere i telespettatori insonni a guardare il suo “Fuori orario”).

    Quanto alla ‘scienza come religione’, mi pare proprio che chi abbia scritto una cosa del genere non abbia mai parlato con uno scienziato, o letto i suoi scritti, o – più semplicemente – studiato scienze naturali. Qualsiasi persona con un minimo di cultura scientifica sa che le conoscenze scientifiche in un campo non sono nient’altro che una mappa concettuale che consente di dare un’interpretazione ai fenomeni studiati, per capirne la natura (φύσις) e possibilmente riuscire a farne delle previsioni sugli stati futuri. Ogni scienziato sa che la propria teoria è una rappresentazione del fenomeno studiato valida con buona approssimazione solo ad una data scala, e fino a quando non viene falsificata da una teoria migliore.

    Gli scienziati che si occupano di scienze naturali di solito amano tanto il proprio oggetto di studi (la natura), da non si interessarsi affatto dei suoi eventuali genitori (Dio?), così come un uomo quando ama profondamente una donna: lo fa indipendentemente da chi l’abbia generata.

    Quanto ad altre scienze (teorie economiche, umanistiche, filosofiche), lì forse è pure possibile che i loro cultori si abbraccino fideisticamente a qualche credo, ma ciò non vale per le scienze naturali.
    E soprattutto non vale per il buon vecchio Albert, che – pur provenendo da una famiglia ebraica e pur avendo frequentato una scuola elementare cattolica nella cattolicissima Monaco – non fece mai mistero nell’affermare la propria visione di una spiritualità intrinseca del cosmo, tanto umile da non avere necessità di divinità, croci, paradisi, inferni o scritti sacri.

    La fede presume che chi ci si affidi rinunci al ragionamento, o quanto meno alla dimostrazione dei suoi assunti; la scienza – al contrario – non accetta nulla che non sia sperimentabile ovunque nell’universo. A causa di questa contraddizione intrinseca, la scienza non potrà mai essere una religione, poichè *esige* ragionamento logico e dimostrazione empirica. Abbiamo forse dimenticato le critiche di tutti i detrattori del sapere scientifico (ad esempio Croce), che proprio a causa di questi «limiti intrinseci» (!) lo relegavano in secondo piano rispetto ad altri tipi di sapere, come fosse ‘tecnologia’?

    Io credo che sia l’attuale crisi di valori a spingere l’uomo comune ad aggrapparsi alla scienza come ad una religione, perché irrimediabilmente perso nella disperata ricerca di certezze (la scienza ne dà tante); ma da qui ad imputare alla scienza velleità fideistiche, il passo è lungo.
    A quello ci pensa il marketing, e i detentori dei mezzi di comunicazione: sono loro che oggi creano le religioni.

  2. Curiosità: Il «Buono Locale di Solidarietà Scec» è nato a Napoli nel 2007 dall’Associazione Masaniello. Ci deve essere una grossa porzione di «esoni anarchici» nel DNA dei napoletani… 😀

  3. Sì, sapevo che gli SCEC sono nati a Napoli! Bravi 🙂 spero di poter spendere un po’ dei miei da quelle parti se ci ricapiterò, perché i friulani sono testoni e li adottano, sì, ma lentamente…

  4. egregia Gaia,
    a mio avviso il tuo blog non è dispersivo nei temi, anzi lo trovo piuttosto coerente e vi vedo una linea di sviluppo degli argomenti ben chiara. Voglio dire, se voglio sapere chi è la nuova morosa di Balotelli non vengo certo a legger il tuo blog… 🙂
    Semmai ci trovo una ricorrenza di tono, di vis polemica (non do al termine nessun significato negativo, in questo caso), che magari a volte potresti variare, forse anche qui si variando gli argomenti…Per esempio, dato che scrivi romanzi e poesie, perchè non ci racconti della tua visione della letteratura??
    Sullo SCEC ho poco da dire, non ne so tantissimo, ma abbastanza. Temo risvolti “medievistici” 🙂
    Sulla religione non mi pronuncio, non ho il dono della fede. Le scienze naturali dopo un po mi annoiano.

  5. Grazie a entrambi per i commenti.
    È vero che non parlo molto di letteratura, e ora spiegherò il perché. Vedo questo blog come un’opportunità per condividere la mia visione del mondo, comprendendo anche visioni del mondo o stili di vita simili ai miei ai quali voglio provare a dare spazio qui – magari non ne hanno bisogno, ma io credo molto nel passaparola, preferisco una rete di tante persone che condividono progetti o testi meritevoli, piuttosto che l’idea di pochi megafoni mediatici da cui tutti accettiamo consigli – e chi non è lì, non esiste.
    Io ho idee un po’ strane, un po’ nordiche e un po’ bacchettone su cosa voglio condividere e cosa no. Penso che il pudore non sia un valore nella nostra società, che premia invece molto l’apparire. Per carità, io sono la prima ad andare a curiosare (senza cadere nello squallido, spero) le vite di persone che ho motivi di stimare o che mi incuriosiscono. Però non voglio esporre allo stesso modo la mia: mi piace l’idea che ci sia una sfera privata che conosce solo chi di dovere, e anche per questo sono uscita da Facebook.
    Voi direte: cosa c’entra tutto questo? Ecco, la bizzarria è che considero parte della mia sfera privata anche la letteratura. Cioè: tratto i libri come le persone. Non permetto a nessuno di gestire i miei rapporti con essi, che voglio siano spontanei al massimo, ho coinvolgimenti emotivi profondi con i testi che mi piacciono, e dire cosa provo nei confronti di un dato romanzo mi sembra come gridare ai quattro venti cose intime e preziose. Infatti se notate discuto sì i saggi, ma molto di rado i romanzi (credo di averlo fatto solo con Guerra e pace, parlando però della sua parte ‘saggistica’).
    Tra l’altro, uno scrittore si mette in un certo senso a nudo, ma solitamente dietro il paravento della finzione. Questo è un discorso complesso che forse approfondirò. Non posso parlare di come scrivono gli altri, dirò di come scrivo io. Diciamo che io cerco un equilibrio tra, appunto, proteggere me stessa e le persone attorno a me dallo sputtano, e condividere quello che ho o abbiamo sentito e passato non solo e non tanto perché è bello e perché libera da un peso, ma soprattutto perché penso che raccontandoci l’un l’altro le esperienze e le interpretazioni di queste esperienze possiamo arricchire la vita e capire più cose e trovare consolazione e così via.
    Per cui, se considero la letteratura una cosa intima e parlo di cose intime solo nei romanzi e nelle poesie, senza mai specificare cosa è successo a me e cosa no, anche le mie idee sulla letteratura si trovano, tradotte in questo modo, nei romanzi e nelle poesie che scrivo. So che può sembrare contorto. Il libro che sto scrivendo ora ha tantissime di queste riflessioni letterarie, sia sullo scrivere che sul leggere. Ma il vantaggio di avere un personaggio che le esprime, e di non esprimerle io stessa, è di renderle meno assolute e al tempo stesso di staccarle dalla mia persona e di lasciare che sia il lettore a valutarle e decidere se condividerle o meno, per quello che sono.
    Per quanto riguarda invece i temi della vita pubblica, dell’ambiente, della politica, dei consumi, degli stili di vita, dell’estetica, queste sono cose che riguardano tutti e in cui le mie scelte, come quelle di chiunque, hanno un effetto sugli altri che va molto al di là della cerchia ristretta di famiglia o amici. Questo vale per tutti: non c’è intimità violata a parlarne pubblicamente, anzi, è quasi un dovere essere trasparenti. Il contrario dell’esposizione moderna, in cui si sbandierano i sentimenti e si nasconde il denaro.

  6. He he he… agli stranoti «sex, religion e politics», di cui evito di entrare in argomento con conoscenti per non scatenare guerre di religione, io aggiungo sicuramente i libri. Mi fa un male cane quando romanzi che a mio avviso sono capolavori e descrivono con rara sensibilità e lucidità tematiche assai umane, vengono bollati senza troppi pensieri come noiosi, insulsi o insipidi. Quando l’interlocutore non riesce a leggervi ciò che a me sembra tratteggiato magistralmente.
    Poi magari senti parlare bene dell’ultimo nato dello ‘scrittore industriale’ XYZ che sforna a cadenza annuale romanzi fotocopie con la fascetta «300.000 copie vendute! Il caso editoriale dell’anno!».

    E’ qualcosa che ti getta in un senso di solitudine davvero sconfortante. Nessuno a mio avviso è così solo come chi cerca di condividere, inutilmente, una passione letteraria.

    Ma del resto, parafrasando Bichsel, «…Scrivere è un lavoro solitario. Leggere è un lavoro solitario. La letteratura è una forma di solidarietà fra solitari.» (adoro questo aforisma)

    Evitare di parlare di libri, però, è probabilmente un atteggiamento sbagliato (forse addirittura infantile): bisognerebbe cercare di essere lucidi e distaccati, e parlarne senza coinvolgimenti emotivi. Ma come si fa? E’ difficilissimo restare equilibrati quando ci sono di mezzo le passioni. Io fallisco miseramente: però questo l’ho imparato, e allora semplicemente evito.

  7. Il signor L. suggerisce alla signorina B. una riflessione su ciò che è pubblico e ciò che non lo è, ossia su quella membrana che separara l’identità dalla socialità. Egli ritiene che tale membrana sia estremamente sottile e il più delle volte inconsistente e che dunque non vi sia possibilità di separare l’io dal noi. Se è legittimo fare il mondo all’interno della scrittura, il signor L. dubita che lo sia farlo all’interno della realtà, dove il vento mescola i pensieri di tutti quanti.

  8. Bellissimo l’aforisma! Esprime veramente bene quello che penso e quindi me lo devo ricordare 🙂
    Aggiungo che alle volte quello che piace di un romanzo non è solo l’intelligenza dell’analisi o lo stile, ma anche come ci ricorda le nostre esperienze di temi intimi come i sentimenti e le emozioni. Per questo confessare pubblicamente cosa mi piace e cosa no mi sembra una pericolosa esposizione, da dosare con cura. Si può sicuramente dire che sia una delle mie tante esagerazioni.
    È vero che è difficile separare l’io dal noi, ma non è proprio questo che intendevo. Esistono infatti diversi ‘noi’. C’è il noi di una famiglia, di una coppia di amici o di coniugi, di una comunità fisica, di pensiero, religiosa, artistica… ovviamente non esistono leggi esatte su cosa sia giusto condividere con una e tenere per sé all’interno di un’altra. Io so che l’eccessiva esposizione altrui, forse per come sono fatta io, spesso mi ferisce, e cerco di non causare lo stesso tipo di sofferenza o fastidio negli altri. Addirittura mi dà fastidio quando uno parla troppo con sconosciuti del proprio amore, del proprio legame con i figli, e così via: è chiaro che i sentimenti e le passioni possono essere così forti da creare il desiderio di condividerle, ma alle volte questa condivisione sembra quasi un’imposizione sugli altri o può addirittura creare in chi ascolta senso di confronto e di inadeguatezza.
    Inoltre, c’è una bellezza nel mistero. Una bellezza per chi è misterioso, ma anche per chi, davanti a parti sconosciute, può divertirsi a immaginarle da sé. A me piace quell’elemento parziale (sottolineo: se è totale non si capisce niente) di mistero nella letteratura, nell’abbigliamento, nell’architettura, nell’urbanistica… senza divagare troppo, io adoro i portoni e le case in corte tipiche del Friuli (e non solo). Passando intravedi quello che c’è dietro, ma lo intravedi soltanto.
    Riavvolgo il discorso, scusate. Districarsi nell’immensa complessità di io e noi, pubblico e privato, è difficile – a ognuno la scelta su come farlo. Volevo solo spiegare qual è la mia visione, in questo stadio della mia vita.

  9. Non sono assolutamente ferrato in materia, ma credo che secondo la psicologia evolutiva, una chiara differenziazione del sè pubblico da quello privato sia indispensabile per una sana vita psichica e di relazione.

  10. Il modello mediatico negativo che secondo me stiamo importando in Italia è quello anglosassone, in cui succedono due cose perverse:
    – le figure pubbliche devono essere giudicate in base alla loro vita privata, per cui il candidato presidente degli Stati Uniti deve portarsi in giro la moglie come se gli elettori votassero anche lei, e offrire continue garanzie di essere un marito devoto
    – i personaggi famosi diventano modelli di comportamento e/o ossessioni nazionali, per cui la gente viene regolarmente aggiornata su ogni loro movimento
    Chiamerò il nostro scimmiottamento di questo modello “effetto colonna destra di Repubblica”.
    Credo che questo meccanismo in qualche modo si trasferisca anche a livello di relazioni interpersonali, per cui ormai tutti si sentono in diritto e in dovere di rendere pubblico ogni dettaglio della propria vita. Con conseguenze, tra le tante altre, anche sui rapporti di lavoro.
    O forse i due fenomeni sono slegati, o forse il secondo è più conseguenza dell’individualismo e del narcisismo del nostro tempo… o forse sono istinti sempre presenti, amplificati dai media e da internet… non lo so.
    Al tempo stesso, a me piace leggere le biografie* di grandi uomini (e donne) perché ho notato che alle volte paradigmi di coraggio, generosità, idealismo, e così via, facevano cose come maltrattare le loro donne e le persone più vicine a loro. O così si dice. Sapere che rapporto avevano con le loro mogli, che so, Tolstoj, Gandhi, Einstein o Bob Marley (scusate il mix) getta una luce interessante persino sugli ideali che queste persone professavano pubblicamente. Oppure sapere che un grande scienziato ha trascurato la famiglia per fare le sue scoperte ti costringe a interrogarti su quali siano i doveri primari di una persona, o per lo meno i tuoi.
    Lo stesso vale a livello locale, è ovvio: un buon amministratore o ‘leader’ può essere un cattivo marito o padre o amico? Sono affari nostri? “Fate quello che dicono, non fate quello che fanno”?
    Scusate, la smetto.

    *purtroppo per biografie intendo wikipedia e le sue fonti. Che in ogni caso possono essere ottime. Io vorrei sapere chi sono quelle persone che si leggono le biografie di personaggi storici e ricopiano le citazioni più importanti su internet. A loro va il mio grazie.

  11. Il signor L. condivide il recente pensiero della signorina B. e, per tale ragione, la esorta a condividere con i lettori del suo blog i suoi gusti letterari, musicali, culinari, ecc.. Tale fatto, se non muterà la chiarezza delle sue opinioni sulla politica o sulla società, consentirà ai suoi lettori di capire per quale ragione ella pensi ciò che pensa e dove si radichi la sua visione del mondo. Se ella racconterà quali portoni ama e dove questi si trovano essi capiranno quale sarà la sua idea di casa, e dunque di identità, e quanto luoghi popolino il suo immaginario. Insomma, le idee hanno bisogno della persona e della voce.

  12. Io penso che siano i gusti a derivare da una visione del mondo, ad esserne espressione, più che il contrario.

  13. Bon gaia, bando alle ciancie!
    la letteratura è arte, dai un impresione, un giudizio estetico su qualche libro/raccolta poetica che ti è piaciuta. Sii superficiale, epidermica, sensoriale se vuoi, non sprofondare in grandi riflessioni e torti pensieri…

  14. secondo me è pericoloso che i gusti dipendano dalla visione del mondo, è meglio il contrario: di visioni ce ne sono tante, e ognuno si sceglie quella che più gli piace, secondo i suoi gusti. così possiamo avere qualche gusto in comune pure se la pensiamo diversamente. del resto, quando il cameriere al ristorante ti chiede cosa vuoi mangiare, tu non gli dici che partito voti.

  15. No, ma se chiedi cibo di stagione e locale vuol dire che a certe cose ci pensi 🙂
    Per gusti non intendevo vaniglia vs cioccolato, ma correnti artistiche, modi di vestirsi, scelte architettoniche… e la stessa letteratura, ovviamente. Una corrente letteraria esprime per forza una visione del mondo, così come le singole scelte dell’autore. Questo non significa che il tutto sia rinchiuso in compartimenti stagni.

  16. Incredibile… prima ti si biasima perchè metti troppa carne sul fuoco e la gente si perde, e dopo si recrimina perché parli troppo poco di gusti letterari, musicali, culinari, etc.

    Eppure questo blog mi pare così intriso di «gaiabaracettitudine»…
    (ops! ho pure involontariamente creato una crasi tra: gaiabaracetti + udine).

    Mi meraviglio di come non si comprenda che un conto è ammettere alla presenza di amici davanti ad un buon bicchiere di vino che si ama ascoltare Rachmaninoff prima di addormentarsi o che il neorealismo italiano è superiore al “Dogme 95” danese, ben diverso è pubblicare informazioni di questo tenore in rete. Una volta che l’informazione è pubblicata in rete, il proprietario dell’informazione in generale ne perde il controllo (l’informazione può essere duplicata e diffusa a sua insaputa anche una volta che egli l’abbia cancellata) e, in quanto pubblico autore della medesima, egli è comunque oggetto di giudizi/valutazioni da parte di chiunque ne venga a conoscenza. Si andrà da chi giudicherà assolutamente narcisistica la precedente affermazione (che mi interessa di ciò che ascolti prima di addormentarti?) a chi invece la troverà offensiva se non addirittura lesiva (i fanatici di Lars von Trier intaseranno il blog con flaming contro il neorealismo italiano).

    Chi decide di mantenere una certa ‘privacy’ in rete dimostra un atteggiamento responsabile nell’utilizzo dei social network, o quanto meno la consapevolezza che c’è una grande differenza tra il parlare di sè in un contesto privato/familiare, piuttosto che in un ambiente pubblico/estraneo.
    Internet non è privato. Internet non è familiare.

  17. Infatti. Come ho già scritto, i social network offrono la possibilità di dare sfogo al proprio narcisismo, fino forse a modificare in questo senso la personalità di chi li usa (questo andrebbe studiato) per cui si inizia a ritenere importante ogni piccolo pensiero che passa per la propria testa e ogni piccolo avvenimento della giornata – il mondo deve sapere che adoro l’ultimo film di Tarantino!! Il mondo deve sapere che ho fatto una crostata all’albicocca!
    E si passa da essere magari quello della compagnia che parla sempre di sé, e si impone su un piccolo circolo di persone, ad essere quello che dichiara all’intera umanità quanto bene vuole al suo bambino o quanto è fiera delle nuove scarpe che ha comprato, e si impone su un gruppo ben maggiore. L’amplificazione fornita da facebook o twitter, o dai blog, è potenzialmente immensa.
    Io cerco di usare il mio blog per commenti su questione di interesse e gestione collettiva. Se poi a qualcuno interessa anche altro, ci sono i miei libri, su cui ho già detto qualcosa in un commento più in su.

  18. Tempo addietro lessi un lavoro scientifico (mi serviva per argomentare una discussione ;)) correlante l’indice di narcisismo tra la popolazione studentesca americana e i social network. Gli americani hanno infatti condotto dalla fine degli anni ’80 uno studio statistico sul narcisismo, sottoponendo la popolazione studentesca dei college ad un test a risposta chiusa composto da 40 domande (detto NPI-40). Il punteggio del test dovrebbe fornire un fantomatico «indice di narcisismo» del candidato (gli americani vanno matti per gli indici).
    La sintesi dell’articolo (per chi si annoia) è riportata qui.
    Polemiche a parte, l’unica cosa certa pare sia l’aumento del narcisismo (o quanto meno del suo indice).
    Per quanto grossolani indicatori, sono tendenze che dovrebbero far riflettere.

    Bellissima comunque la battuta di tuo padre sulla figlia amish. Ho continuato a ridere per buoni 5 minuti… 😀

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