una vita senza automobile – parte terza

[Segnalo un interessante intervento di Travaglio sul voto utile]

Il prezzo del mio esperimento inizia a salire: ho rifiutato un invito a passare due giorni in montagna perché non c’era modo di spostarsi con i mezzi pubblici (se vi interessa, la Saf vi può portare anche la domenica fino in val Pusteria – ma c’è solo una corsa di andata e una di ritorno al giorno, e nelle tre ore tra l’una e l’altra non credo di riuscire a salire e scendere da una malga). Ovviamente mi dispiace e mi sento anche un po’ in colpa. Sto organizzando una cena di finanziamento per Radio Onde Furlane e non ho ancora avuto il coraggio di annunciare che non potrò parteciparvi perché per andare da Udine a Premariacco in bicicletta bisogna affrontare o chilometri di statali assassine di notte o il guado del letto del Torre al buio. Naturalmente uno può dire: chi ti obbliga, prendi l’auto solo una volta. Ma il mio esperimento deve essere fatto fino in fondo, altrimenti non ha senso.
Il punto è sempre quello: se non fossi la sola ad oppormi, in casi come questo, all’uso dell’automobile, si troverebbero soluzioni alternative per tutti. Ad esempio, per chi organizza un evento fuori dai centri abitati diventerebbe normale allestire anche un servizio di bus navetta/furgoncini con autisti qualificati e sobri che portino su e giù la gente. Ma siccome tutti hanno la macchina, tutti si arrangino – sperando di scansare le pattuglie della polizia.
Per tirarmi su e dimenticare l’odio che inizio ad attirare, continuo con la mia serie di post in cui mi spiego. Sarebbe adatto passare al libro di Ivan Illich, ora, e a come il trasporto motorizzato oltre una certa velocità deforma lo spazio e lascia indietro chi non ne vuole o può fare uso, e toglie (spoiler) a ognuno la sensazione di vivere al centro del proprio mondo, visto che ne sono un esempio sempre più calzante, però prima c’era la parte sul carburante, quella in cui sostengo che l’utilizzo del mezzo motorizzato privato, soprattutto se su quattro ruote, non è sostenibile su scala globale anche perché non disponiamo di sufficiente energia per farlo andare avanti. Qui il problema è che sono poco competente in materia oltre che pigra e non ho voglia di cercare dati su quanto petrolio è rimasto, anche perché, come ho già scritto in passato, nessuno lo sa con certezza e molti mentono. Per quanto riguarda il riscaldamento globale, non credo abbiate bisogno di un mio post per essere aggiornati sul dibattito. Che l’inquinamento provocato dal traffico uccide e fa ammalare, anche questo lo si sa bene. Credo ci siano cose che si possano dare per scontate, per non reinventare la ruota ogni volta.
Inoltre, non ho idea di quanto acciaio, plastica e vetro pro capite ci siano al mondo. Suppongo che non bastino per un’automobile ciascuno, e conoscendo un ragazzo che lavora in un’acciaieria mi viene da dire che dato il suo costo anche umano l’uso di questo materiale dovrebbe essere limitato allo strettissimo indispensabile, ma anche qui, non ho dati. Se vi interessa approfondire, ho trovato un sito che si occupa solo del mercato mondiale dell’acciaio. Dando un’occhiata vedo che per ora il problema della scarsità non c’è, grazie alla crisi economica, ma che si prevede che la domanda continui a salire. Come tutte le altre cose, anche l’acciaio non è infinito, inoltre serve per le case.
Veniamo ora alle fonti alternative. Mi risulta ci siano due grosse alternative alle fonti fossili, per far andare avanti le automobili (e anche le corriere, per carità).
Un’alternativa, formalmente sostenuta e incentivata dall’Unione Europea, sono i biocarburanti, cioè carburanti prodotti con biomasse vegetali. Anche qui, tutto quello che ho letto va nella stessa direzione: crea più problemi di quanti ne risolve, almeno per ora. A parte il fatto che coltivare consuma energia e molti sostengono che se ne produca meno di quanta se n’è già usata per i mezzi agricoli e la lavorazione, ma questo varia di caso in caso, resta il fatto che i paesi ricchi non hanno abbastanza terra anche per i biocarburanti, e in un mondo affamato, sovrappopolato e dove intere nazioni non riescono a garantire il cibo ai propri cittadini, è immorale utilizzare terra, acqua e altre risorse di questi stessi paesi per coltivare carburante. Un po’ più complessa è la questione dell’accaparramento di terre, o land grabbing, cioè l’acquisizione da parte soprattutto di multinazionali e governi occidentali di grandi estensioni di terre coltivabili sottratte ai contadini e alle comunità di paesi più poveri che ne hanno bisogno per il proprio sostentamento. Questo fenomeno è legato anche alla semplice coltivazione di cibo, non solo ai carburanti. È abbondantemente denunciato e documentato: eccovi un sito, per esempio, che se ne occupa. È un fenomeno complesso e interessante, che per quanto mi riguarda chiama in questione anche una delle mie idee fisse, e cioè che su un territorio debba vivere solo la quantità di persone che quel territorio è in grado di sostenere dal punto di vista alimentare. Questo non significa essere contrari al commercio, ma pensare che, qualunque cosa accada (salvo eruzioni di vulcani o cataclismi simili), una popolazione debba almeno garantire a se stessa il cibo, e non doverlo sottrarre ad altri. È recentemente emerso che l’Italia non ha questa autosufficienza; inoltre, io definirei ‘territorio’ come spazio un po’ più piccolo di uno stato nazione europeo; non ho una formula, ovviamente, e non credo se ne possano fare, ma per me la comunità geografica e politica immediata per quanto riguarda la gestione delle risorse, nel mio caso, è il Friuli Venezia Giulia, e al limite le regioni e gli stati confinanti.
Torno al carburante. In questo bel libretto divulgativo sul tema dell’energia, scritto da un chimico e da un ricercatore del CNR, trovo il dato che “il cittadino europeo medio usa quasi un terzo dei propri consumi energetici complessivi per spostarsi con qualche mezzo motorizzato” (e che il treno riduce dell’80% il consumo energetico, presumo pro capite, rispetto all’auto). Gli autori procedono poi a fare affermazioni sull’insostenibilità dell’attuale sistema dei trasporti molto simili alle mie :), anche se sono più moderati nella proposta di soluzioni. Forniscono inoltre un grafico che dimostra quanto sia distorta la percezione dei cittadini riguardo ai consumi energetici domestici, secondo un’indagine Eurobarometer del 2007: mediamente gli europei pensano che il 39% vada in luci ed elettrodomestici, che invece prendono appena l’8%, e non si rendono conto del peso enorme di riscaldamento (metà) e automobile (quasi un terzo).
Quello che voglio dire è che chi propugna i veicoli elettrici come la soluzione ai problemi causati dai combustibili fossili dovrebbe spiegare in maniera molto chiara come pensa di generare quell’energia in più. Dove la troviamo tutta questa elettricità?? Prendo solo il Friuli Venezia Giulia, ma quello che dico vale dappertutto: abbiamo paura delle centrali nucleari in Slovenia, ci opponiamo al devastante progetto di elettrodotto della Terna, i contadini sono incazzati perché il mais invece di andare alle persone e agli animali finisce negli impianti a biogas, la gente di montagna non vuole rovinare ulteriormente laghi e fiumi con centrali idroelettriche, e per quanto riguarda i pannelli fotovoltaici, ok, ma non sui campi come già si vede fare, perché i campi servono a mangiare. Con tutti questi problemi, con la necessità di emanciparsi da vecchie fonti energetiche ritenute dannose o pericolose, e non ancora autosufficienti energeticamente, con le centrali a fusione che ancora non ci sono e non ci saranno per un bel po’, come pensiamo di far marcire un parco auto elettrico identico in dimensioni al parco auto attuale? A me sembra follia. Per non parlare dell’eventuale paralisi se salta l’elettricità. Un paio di articoli: questo, in cui si dice anche che la produzione delle batterie per le auto elettriche è molto inquinante, e questo, secondo cui, in Cina, “l’energia necessaria per far funzionare le auto elettriche produce polvere [sic] sottili in percentuale maggiore rispetto a quelle emesse dalle auto a benzina”. Naturalmente questo in teoria non accadrebbe se le auto fossero alimentate con fonti rinnovabili, ma anche produrre pannelli solari richiede materie prime da estrarre, lavorare e smaltire, energia, e spazio. Siamo punto e a capo.
Insomma, biocarburanti o auto elettriche, è sempre la stessa storia: pensare di risolvere ai problemi creati dall’abuso di una tecnologica semplicemente sostituendola con un’altra tecnologica non funziona. Bisogna imparare a ridurne l’uso.
Concludo dicendo che forse dai miei post emerge un tono vittimistico. Se così fosse, vi garantisco che una vita in cui si consuma meno, almeno per me e ovviamente al di sopra di certi livelli di privazione che non vanno bene e a cui speriamo tutti di non dover tornare, è una vita piacevole perché si ha tempo ed energia per altre cose. La frustrazione, semmai, deriva non dal non poter avere cose che non si vogliono, ma dal riscontrare che, in una società in cui quelle cose sono imprescindibili per una vita sociale, lavorativa e familiare normale, e considerate ancora diritti, la maggior parte delle persone non sono disposte a una rinuncia che pure libererebbe il loro tempo e la loro mente, e anzi, senza cattiveria, tendono ad escludere chi questa rinuncia è disposto a farla – anzi, a percepire queste persone come auto-escludentesi.
Ma io mi consolo pensando a questa scena.

 

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22 risposte a “una vita senza automobile – parte terza

  1. Al signor L. spiace il tratto colpevole che colora le parole della signorina G. riguardo il progresso. Centinaia di milioni di persone sono state strappate alla miseria e alla subalternità dalle tecnologie che la signorina G. ritiene responsabili della disfatta del pianeta. Acqua, mobilità, elettricità pare abbiano reso le persone più libere e in grado di articolare un progetto circa il loro destino. Che poi tale mutamento del destino venga indicato come degrado ambientale, al signor L. pare attenga un senso di colpa che la cultura ambientalista ha mutuato pari pari dal cattolicesimo. L’uomo è colpevole. Dunque è colpevole il modo in cui egli manifesta la propria esistenza.
    In passato le società agricole avevano tratti di integrazione con la natura che quelle industriali e post-industriali hanno perduto. Nelle suddette comunità agricole la vita dei molti era però sottoposta al volere del latifondo. In violazione ai principi di liberté, égalité, fraternité, l’individuo non era libero.

  2. A parte che di società agricole ce ne sono talmente tanti tipi che è impossibile fare generalizzazioni, ma comunque la tecnologia non è un pacchetto unico da prendere o lasciare così come ci viene offerto. Bicicletta e automobile sono grossomodo figlie dello stesso tempo e dello stesso progresso, ma io preferisco una all’altra dopo averle conosciute entrambe. Inoltre, una tecnologia può andare bene per certe esigenze ma essere dannosa in altri contesti: si usa l’elicottero per portare soccorsi in zone inaccessibili, non per andare a fare la spesa in città.
    Il progresso di cui noi godiamo, in Occidente (e non tutti), è una faccia della medaglia; l’altra è la miseria in cui vivono tutt’ora miliardi di esseri umani – in buona parte a causa delle diseguaglianze planetarie che permettono a noi di stare bene. Se vogliamo che le loro condizioni migliorino, il nostro tenore di vita deve necessariamente calare di un po’: non ci sono abbastanza risorse per tutti.
    Infine, stiamo andando incontro a una catastrofe ecologica senza precedenti, causata dall’innalzamento delle temperature globali almeno in parte conseguenza del nostro stile di vita. Gli scienziati hanno opinioni leggermente diverse sui tempi e modi di questo evento, ma non si nega che si stia verificando. Preferisco rinunciare a qualcosa e salvare il pianeta, piuttosto che accellerarne la distruzione.

  3. Il signor L. è felice che la signorina G. concordi con lui quando parla di “salvare il pianeta”, ossia quando allude a una salvezza che sta oltre le cose. Era esattamente quello che intendeva dire quando parlava della matrice cattolica della cultura ambientale.

  4. Egregia gaia,
    ma non potresti considerare di farti dare un passaggio per raggiungere queste mete? hai q.cosa in contrario?
    E’ ovvio che, senza auto, molte di queste destinazioni, eventi ecc ecc risulteranno irragiungibili. I mezzi pubblici non potranno mai coprire tutte le nostre abitudini attuali: andare ovunque a qualunque ora. Sarebbe insostenibile. E come sperimenti tu ora, molti dei nostri spostamenti, che ora consideriamo alla pari di gitarelle giornaliere ecc, tornerebbero ad essere viaggi veri e propri. E quindi anche molto più rari e difficoltosi.
    Credo che nel tuo sistema la gita domenicale in malga o la cena a Premariacco di sera diventino, quasi di necessità, eventi impossibili o comunque spesso molto molto difficili. Come una gità sul Montasio ad inizio secolo: 30-35 ore tra treno e marce su sentieri. Decisamente per pochi, allenati e motivati.

  5. Il mio esperimento deve essere estremo per avere un senso, altrimenti non ha molto significato. Se mi facessi dare i passaggi, non riuscirei a dimostrare le vere difficoltà incontrate da chi si rifiuta di usare l’automobile. Inoltre, sarei perennemente in debito e costretta ad adattarmi alle esigenze degli automuniti, non creerei incentivi perché anche queste persone abbandonino l’auto, e contribuirei a un sistema a cui sono contraria. Ripeto: in questo caso la soluzione, almeno per il momento, sarebbe il noleggio di un mezzo collettivo. Se salgo sulla macchina di qualcuno, siamo al punto di prima.
    Riguardo alle distanze: l’automobile copre le distanze che essa stessa crea. I cinema di periferia, i centri commerciali, sono lontani perché ci possiamo andare, altrimenti nessuno si sognerebbe di metterli là: una volta che ci si muoveva a piedi, i paesi e le città erano più piccoli (e belli).
    Riguardo alla gita domenicale, i mezzi pubblici coprono praticamente qualsiasi anche minuscola frazione del Friuli, anche se con orari scomodi. Piuttosto, usare la montagna per passare qualche ora nella natura senza contribuire a curarla, come fa invece chi ci abita, e godendo al tempo stesso di tutti i vantaggi della città da cui i montanari, nella cui terra scorrazziamo impunemente, sono esclusi, ecco questo mi mette a disagio. Mi sembra uno sfruttamento di un paradiso naturale senza pagarne il prezzo, e senza avere il minimo incentivo a rendere migliore, come ambiente, quello in cui viviamo. Un conto è se accadesse una volta ogni tanto, ma d’estate e di domenica le montagne sono praticamente invase dai cittadini.
    Cioè, riassumendo: le infrastrutture attuali avvicinano montagna e città, facilitando il pendolarismo, che svuota i paesi di montagna e distrugge il territorio in mezzo asfaltandolo e deturpandolo, solo per dare ai cittadini la possibilità di respirare aria pulita, anche se mentre vanno a respirare quest’aria pulita sporcano tutta l’aria in mezzo. Inoltre, ognuno vive tra qua e là, non veramente nel luogo in cui abita, che disimpara ad apprezzare e a conoscere veramente. Io vorrei andare a vivere in montagna proprio per non fare la montanara della domenica – ma ora come ora è impossibile, anche se ce la sto mettendo tutta per finire il libro e avere forse una possibilità in più.
    Ma questo è un argomento complesso su cui sto buttando giù idee per un libro, chissà se ce la farò mai.

  6. Riguardo al senso di colpa di cui parla il signor L, io non credo che il paragone tra ambientalismo e cattolicesimo abbia senso. Il senso di colpa cattolico è innato (es. il peccato originale, anche se il discorso sarebbe complesso) e autoreferenziale: io mi sento in colpa perché pecco, perché la mia religione mi ha detto che non andare a messa / avere rapporti sessuali prima del matrimonio / non credere abbastanza è peccato. Non c’è un motivo ulteriore se non gli insegnamenti divini stessi e la morale cui io aderisco essendo persona religiosa. In casi come questi, tutto si svolge all’interno della religione stessa. Invece chi distrugge l’ambiente danneggia non solo se stesso, ma anche gli altri, e in un modo scientificamente dimostrabile (a differenza della casualità stravolta dalla religione, di cui parla ad esempio Nietzsche). L’aria, l’acqua, il terreno inquinato avvelenano tutti. Se gli abitanti del Bangladesh saranno tutti sommersi dall’innalzamento del livello dei mari, di sicuro non è per colpa loro. Se io quando metto il naso fuori dalla città vedo una bruttezza desolante e la devastazione del territorio, è perché qualcun altro vi ha agito sopra. Se i mari sono vuoti, è perché qualcuno ha pescato troppo. Insomma, c’è una bella differenza tra senso di colpa perché qualcuno mi ha inculcato che qualcosa è peccato, e senso di colpa perché sto rovinando la vita delle altre persone.

  7. Per evitare fraintendimenti, preciso ancora: non sto dicendo ‘una volta era tutto meglio di adesso’. Semplicemente comodità e scomodità, vantaggio e svantaggio, cambiano a seconda di come si guardano le cose. Una prospettiva temporale aiuta.

  8. Per quanto possano esserci divergenze di opinione, il signor L. vuole precisare che leggere i post della signorina G. e i suoi simpatici esperimenti è un piacere, per lui. Auspica che a ella non dispiaccia se egli ne apprezza in egual misura l’incanto e la radicalità.

  9. Non mi dispiace, anzi mi fa piacere il dibattito. Mi scuso ma ho un po’ di difficoltà con la terza persona, manterrò la prima 🙂
    Ho visto adesso il commento sulla salvezza del pianeta. Salvezza è una parola fondamentale nella cultura cristiana, ma ha anche altri significati. Se qualcuno sta annegando e lo ripesco dall’acqua, l’ho salvato – niente di trascendente. Il salvataggio del pianeta significa anche dare a noi stessi una possibilità maggiore di sopravvivere come specie – è una cosa di questo mondo, non di un altro. Io, che sono agnostica anche se affascinata dalle religioni pre-cristiane, che pure non conosco bene, tra i miei principali rimproveri alla religione cristiana annovero l’aver distolto l’attenzione dal mondo che ci circonda verso un mondo intangibile e non conosciuto, di là da venire, superiore – sminuendo così questo, che invece è l’unico che conosciamo e con il quale possiamo interagire. Sicuramente c’è anche un ambientalismo cristiano, ma non è il mio – il mio, piaccia o no, è un materialismo abbastanza estremo.

  10. Vi sono molte questioni che andrebbero poste, signorina G. Se si mettono 100 palline sopra un tavolo da biliardo, quante probabilità ci sono che la 62° finisca in buca? Come faccio a evitarlo (a salvarla)? E se il numero delle palline passa a 1.000 o a 10.000, che cosa succede?
    Il signor L. allude alla matematica dei fenomeni non lineari applicata alle scienze ambientali e alla possibilità di prevedere i cambiamenti dell’ecosistema o di innescarne la regressione. Perdoni la brutalità, ma il suo esperimento di negazione della mobilità individuale in rapporto alla mobilità di 7 miliardi di persone pare avere scarse possibilità di successo. E, nel materialismo estremo di cui parla, non ha alcun rilievo l’aspetto soggettivo della sua scelta. Ella desidera cambiare il mondo, par di capire, non esprimerne l’intenzione.

  11. A me pare che la tua esperienza abbia senso solo come l’hai definita tu, un esperimento estremo. E come tale, almeno stando alle considerazioni e ai desiderata da te espressi, buona per delle proiezioni ideali, ma non per dei reali sviluppi pratici. Almeno non così estremi. A me, da ex storico, viene in mente l’espressione “medievalismo”, per intendere il vagheggiamento di un ritorno spinto a un mondo”chiuso”, locale, a-tecnologico come soluzione a tanti dei mali del nostro tempo. Io penso che tra la realtà attuale e il medievalismo vi siano una possibilità di soluzioni intermedie più accettabili e realizzabili……basterebbero?? 🙂

  12. Sicuramente io non sono per un ritorno al Medioevo, ma per una situazione che si può definire ‘intermedia’, in cui si scelgono le tecnologie che migliorano la nostra vita e non hanno un impatto eccessivo sull’ambiente, e si scartano o si limitano le altre. Naturalmente non c’è nulla di oggettivo in questo, è un processo complesso in cui ci saranno sicuramente opinioni diverse e in cui non si può annullare del tutto l’impatto umano sull’ambiente, ma in cui al tempo stesso si capisce la necessità di mantenerlo al di sotto di una certa soglia molto difficile da stabilire.
    Io non nego la mobilità individuale, ma esercito una forma di mobilità individuale alternativa – in modo estremo, certo. Infatti io mi muovo, solo che mi muovo in modi minoritari nella nostra società, ma maggioritari in altre. Ci sono molte città e paesi europei in cui le mie scelte non verrebbero viste come così radicali. Ho sentito dire, ad esempio, che nel paese basco è normale andare con i mezzi pubblici anche nei paesini più minuscoli – per non scomodare le solite Germania, Austria, ecc. Naturalmente, essendo la popolazione friulana molto dispersa, bisognerebbe pensare a mezzi di trasporto pubblico più piccoli, e puntare molto anche su bicicletta e piedi. Inoltre, bisognerebbe che i paesi avessero di nuovo i servizi minimi essenziali: un alimentari in centro, una farmacia, un asilo…
    Per quanto riguarda i cambiamenti climatici globali, nessuno nega che sono di una complessità talmente straordinaria da renderne difficile la previsione. Però più leggo, più vedo che gli scienziati non sono divisi sul ‘se’, ma sul ‘come’, ‘quanto’ e ‘quando’. Già stiamo vedendo importanti cambiamenti, e la siccità dell’anno scorso dovrebbe insegnarci qualcosa (so che non è l’unica siccità della storia, ma questa fa parte di una tendenza confermata e destinata a peggiorare).
    Infine, il mio obbiettivo è soprattutto di testimonianza: non posso costringere nessuno a fare come me e non è quello che voglio. Però spero di convincere almeno qualcuno a riflettere e a cambiare le sue abitudini. Il mio impatto personale è minimo, ma anche una sola persona che fa come faccio io è un’automobile in meno per le strade, e un paesaggio un po’ diverso.

  13. Segnalo un intervento comparso sul Fatto Quotidiano a proposito della quasi assenza del tema del clima dal dibattito elettorale:
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/22/campagna-elettorale-dove-e-finito-clima/476779/

  14. tema troppo complesso per me questo! 🙂
    Troppe variabili, troppe cause e troppe conseguenze. Il mio sforzo intellettuale del mese si è esaurito nel coniare il termine “medievalismo”.
    Piuttosto, egregia Gaia, che libro stai scrivendo??

  15. Il mio terzo romanzo; il primo, nelle mie intenzioni, di una trilogia. Vorrei finirlo nei prossimi mesi ma non so se ce la farò. È molto impegnativo.

  16. Se ti trovassi qui a Napoli, le istituzioni ti darebbero una mano quanto a realizzazione del tuo esperimento… dopo i treni anche i bus 😦

  17. Terribile. Comunque anche qui gli autobus scarseggiano, il che rende più difficile il mio esperimento: i mezzi li prenderei volentieri, ma non ci sono.

  18. > un servizio di bus navetta/furgoncini con autisti qualificati e sobri
    Ahaha

    Io sono arrivato ad usare la mia auto diciamo due o tre volte in due settimane e sto cercando di scendere ancora, condividendo le uscite in milonga.
    In realtà il problema principale per me (causa tango) è la mobilità notturna di ritorno dalla città (ultimo treno alle 22 e qualcosa).

    Devo anche ammettere che per andare in montagna o in posti selvatici (a bassa antropizzazione) l’auto rimane ancora il mezzo principe, ma in quel caso la usiamo sempre condivisa.
    Muoversi con i soli mezzi pubblici è spesso impossibile.
    Eppure sono i mezzi pubblici (e il treno in particolare) ad essere il futuro.
    Penso che ci sia anche un’avversione neoricchista (neocafonal) degli italiani nei confronti dei mezzi pubblici e del treno in particolare.

    Quando parli di odio che “generi” posso capire.
    L’auto è un feticcio, uno dei più dispotici.

  19. Il paradosso dell’auto per andare in montagna è proprio che per andare in un posto (relativamente) selvaggio e pulito si finisce per inquinare, fare rumore e occupare spazio, abbruttendo la bellezza che si va a visitare.
    Proprio per questo a maggior ragione io vado in montagna senza auto ma con bici, mezzi e a piedi, e ce la faccio sempre. Se si fa tardi, le poche volte che mi capita, resto a dormire lì. So che mi farò molti nemici, ma ho intenzione di sostenere che le scampagnate in montagna siano intrinsecamente sbagliate (un giorno, spero, spiegherò bene perché) e che è solo un egoismo voler vedere dei posti rovinandoli, perché non si vuole accettare di vederne meno o più di rado ma preservandoli.

  20. Riguardo ai collegamenti serali con le città, non capisco perché non ce ne siano. È una battaglia che faccio da anni, quasi inascoltata.

  21. Gaia, non posso che concordare.
    Il recarsi in montagna in auto è impattante.
    Come tutte le cose che hanno contro ha anche pro, come scrivevo
    stamani.
    Anche per questo io ribadisco la necessità che la popolazione di homo scenda ad un decimo dell’attuale. Per diminuire l’impatto sul Pianeta Vivente.
    Certo, con tempi più ampi si potrebbe andare in montagna a piedi, tornare pellegrini nel rito spirituale primario che era il camminare nella Natura.
    In Valle Grande incontrammo Gianfranco (Gianfri o Gianfry)…
    Io cerco di diminuire, per quanto possibile, questo impatto.
    Non sono purtroppo radicale quanto te.

    Collegamenti con le città.
    Perché le neoreligioni del privatizzare, dei trasporti su gomma, l’autossicodipendenza sono ostili ai mezzi pubblici e ad approcci razionali alla mobilità.

  22. Pingback: Modelli di vita alternativa: tre lauree e una vita fra i monti | Repoptage - Storie da una società impopolare

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