pubblicità

Io penso che la pubblicità sia una forma disonesta di finanziamento. Penso che sia giusto pagare: a) per un bene o servizio di cui si desidera direttamente usufruire b) per un bene o servizio destinato ad altri ma finanziato con soldi pubblici a seguito di una decisione presa pubblicamente e democraticamente. Non penso sia giusto costringere la persona che acquista un prodotto o paga per un servizio a finanziare indirettamente un altro prodotto o servizio di cui magari non le importa nulla o che addirittura disapprova. Non capisco perché comprando uno yogurt io devo dare soldi alla Mediaset, o con un’acqua minerale arricchire ulteriormente un calciatore, o con il mio conto in banca sostenere il sito di un giornale che secondo me non merita una lira, e così via. Infatti, faccio tutto il possibile per non comprare merce pubblicizzata, e tra l’altro sono anche molto contenta della qualità dei prodotti, soprattutto locali, che non lo sono, e del senso di libertà e intimità a non avere la casa piena di marchi invasivi, e di sentire un legame onesto e semplice con la latteria friulana da cui prendo i formaggi o con i porri di una contadina che conosco personalmente.
Il finanziamento dei mezzi di comunicazione è sempre più (a occhio però: non ho dati per sostenerlo) dipendente dalla pubblicità. Vediamo ormai addirittura le città piene di giornali gratuiti, di qualità solitamente pessima salvo alcune eccezioni, finanziati interamente, carta e distribuzione compresa, dagli inserzionisti. Ormai aprire il sito de Il Corriere o de La Repubblica, o guardare un video, richiede di trovarsi qualcos’altro da fare nell’attesa che la pubblicità iniziale finisca.
Fare informazione, stampare la carta, comprare un’antenna, o tenere acceso un server perché alla gente sia possibile accedere a un sito in qualunque momento, costa. Il problema è questo: è difficile convincere le persone a pagare per qualcosa che pensano di poter avere gratis. Ne so qualcosa grazie all’esperienza giornalistica che ho, e in particolare grazie alle fatiche delle raccolte fondi per Radio Onde Furlane, che ha il pregio di essere una radio con un legame fortissimo con il territorio e di non rincoglionire chi la ascolta con minuti e minuti di pubblicità squillanti – ma il difetto di essere cronicamente senza fondi.
La pubblicità condiziona, è ovvio: se io parlo male della Fiat, la Fiat avrà meno voglia di pagare la pubblicità sulle mie pagine, e sono soldi. Per non dire di quei giornali che blaterano di decrescita nelle pagine comprese tra la reclame di un’auto e quella di una borsetta. Cosa capisce il lettore? Ma anche il finanziamento dei singoli lettori o ascoltatori ha delle conseguenze potenziali sui contenuti, perché non tutti i generosi sostenitori hanno la stessa disponibilità economica (e cui il discorso va molto più a monte). Se il dirigente di un’azienda che ha un contratto pubblico, mettiamo, sfodera – pur in buona fede – duecento euro per sostenere la radio, come mi comporterò io quando viene invitato in trasmissione? Idem se c’è un assessore con quattro anni di carica davanti a sé che può togliere fondi a piacere, tra l’altro (qui parlo invece di finanziamento pubblico). Naturalmente, i condizionamenti non sono sempre automatici, non sono sempre voluti e non sempre si verificano. Più che altro è una fatica costante essere indipendenti intellettualmente quando non lo si è economicamente.
Infine, la pubblicità è invadente, distrae e abbruttisce, anche quando ha un suo valore artistico, come spesso accade. Dico sempre: immaginiamoci se nei musei, accanto per dirne una alla Primavera del Botticelli, ci fossero foto di Suv o barattoli di Nutella. L’esperienza del quadro non sarebbe la stessa.
Con tutte queste premesse, capirete che per me accettare che sul mio blog compaia ogni tanto della pubblicità (fatto di cui ero all’oscuro fino a qualche mese fa) è una netta incoerenza. Giustamente però, chi mi dà lo spazio non può farlo del tutto gratis e copre le spese così. L’alternativa è che io scucia trenta dollari all’anno per tenere il sito libero da pubblicità. Finora non l’ho fatto perché, come sa chi mi legge, per me non è una spesa da poco.
Però ho deciso di farlo oggi e di farlo così. Innanzitutto, di pagare velocemente e in una specie di stato di trance così da non aver modo di pentirmene. Poi di dirlo pubblicamente per avere soddisfazione. Ho deciso anche di non chiedere un aiuto economico (volontario) a chi legge, perché non è che io faccia chissà che lavoro costoso d’inchiesta. Sto al computer, metto link, racconto di esperienze che avrei avuto comunque. Chiaramente ci perdo del tempo ma se c’è una cosa che non mi manca è quella, e non mi sembra il caso di chiedere denaro – anche se, data la natura volontaria di questo tipo di donazioni, tutti sarebbero liberi di continuare a leggere senza dare niente, ed è questo sia il bello che il brutto di questo tipo di sostegno, secondo me il più legittimo. Comunque non mi serve e non credo neanche di meritarmelo tanto, in tempi di crisi soprattutto.
Infine, ho deciso di approfittare dell’occasione per fare uno dei due unici tipi di pubblicità che io considero legittimi. Uno, che non faccio sul blog perché non è per questo che scrivo, è il consigliare alle persone qualche prodotto o ditta o servizio di cui si ha una sincera buona opinione. L’altro, quello che farò, è l’auto promozione, attività per cui io sono completamente negata. Fatti salvi un paio di episodi maldestri in cui io dicevo ripetutamente a una stessa persona che era uscito il mio libro, vergognandomene poi per anni a seguire, sono stata completamente incapace di promuovermi – pensavo che se un libro è bello, si promuove da sé. Mi sono finalmente convinta che un po’ di promozione, sincera e autogestita, non può essere male. Però non l’ho ancora fatta – anche perché dico sempre: finisco questo libro e poi lo promuovo, finisco questo libro e poi vado a lavorare seriamente, e poi finisco il libro e mi accorgo che voglio scriverne un altro, che ci sono cose che non ho ancora detto, e quindi addio promozione (e lavoro serio).
Comunque, scrivere libri è un vero lavoro, a tempo pieno, che prende tante ore tutti i giorni per tanti mesi, e per cui invece mi sento di chiedere denaro, se qualcuno ovviamente può permetterselo ed è interessato a quello che scrivo (a chi non ha soldi mi è capitato di regalare un libro, e comunque si trovano in un paio di biblioteche). Quindi: qui trovate i tre libri che ho scritto, con alcune recensioni. Un’altra recensione si trova anche su anobii, e sul sito della mia casa editrice c’è anche un romanzo in pdf, che non è molto comodo, ma farlo in epub costa troppo.
Ecco, ho fatto la mia pubblicità maldestra. Se siete arrivati fin qui, approfitto per ringraziare chi legge quello che scrivo qui sul blog. Non lo faccio mai perché mi sembra un po’ stucchevole. Però sappiate che apprezzo molto.

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Una risposta a “pubblicità

  1. Ecco un altro post che sotto la candida veste di «semplici riflessioni ad alta voce» pone in primo piano lo spinoso (e annoso) problema dell’indipendenza della stampa – e in generale dei media.
    Appena l’ho letto, mi è subito tornata alla memoria un’intervista radifonica a Conchita De Gregorio all’alba del suo divorzio dall’Unità: nel corso dell’intervista le sfuggì (o forse fu un sassolino tolto dalla scarpa) che i dissapori con l’editore erano cominciati (e si erano protratti) quando, a seguito di alcuni editoriali abbastanza critici nei confronti dell’ENI dovuti ad iniziative imprenditoriali dal forte impatto ambientale dell’azienda, quest’ultima aveva deciso di non acquistare più spazi pubblicitari sul giornale, causando seri problemi al finanziamento della testata.
    Sarà anche un caso, ma la De Gregorio è andata via dall’Unità, mentre le pubblicità dell’ENI sono tornate…

    Per questo io tengo in gran conto l’autofinanziamento laddove possibile: non dover dire ‘grazie’ a qualcuno vuol dire essere liberi e indipendenti. E proprio in periodi come questo, l’informazione libera e indipendente vale oro!

    Quanto al finanziamento del tuo blog da parte di noi lettori, che hai sempre negato: guarda che noi lo faremmo egoisticamente a nostro favore! Sia perché così non avremmo più la pubblicità, sia per sdebitarci in qualche modo del tuo tempo e del tuo lavoro (checché tu ne voglia dire e per quanto ti possa piacere, pubblicare qualcosa richiede sempre tempo e un minimo di lavoro di auto-revisione) e sia perché è incredibilmente gratificante sostenere «chi fa la cosa giusta»: sai che quell’attività (quel blog, quel sindacato, quella distribuzione linux, quella onlus) fanno qualche centimetro anche grazie alla tua piccola goccia di benzina, e in un certo senso le senti anche un po’ tue. Si sviluppa un senso d’appartenenza e comunità che riscalda molto.

    «Lo scrittore è un ingegnere dell’anima umana». (J. V. Stalin)
    Se non vuoi essere pagata come ingegnere, almeno come operaio edile… 😀

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