una vita senz’automobile – seconda parte

Conto e sono arrivata a dieci giorni senza automobile: non è chissà che, ma ho superato la prova del pignarûl. Ce n’era più d’uno anche in città, almeno a giudicare dai fuochi che si vedevano dai cavalcavia di Udine est. I no tav/anarchici avevano organizzato un pignarûl nello spazio della caserma dismessa di via Adige, la ex Osoppo, per cui il Comune ha previsto una ‘casa delle associazioni‘, edifici residenziali e strutture di vendita (solo medie, non grandi), ovviamente parcheggi ed eventualmente allargamento di strade. Ieri non ho visto tracce di lavori, nella parte più a est almeno, se non un nastro help tirato tra le erbacce.
Torniamo alle automobili. La volta scorsa ho parlato degli incidenti; un altro motivo del mio boicottaggio è il costo insostenibile che le auto impongono a tutti, anche a chi non le usa. Inghiottono più denaro (e quindi tempo) e spazio di quanto riusciamo a immaginare, abituati come siamo allo stato attuale delle cose.
Partiamo dal costo. Ogni auto è un macigno sul bilancio di individui e famiglie. Calcolarne l’importo dipende tantissimo da che macchina si ha, da come e quanto la si usa, ma ho trovato due stime, che corrispondono abbastanza ai miei calcoli fatti chiedendo ad amici e parenti, secondo le quali un’auto costa 4000 euro all’anno, 7000 se si conta anche l’ammortizzazione dell’acquisto.
Ovviamente non finisce qui. L’auto la paga chi ce l’ha, ma anche tutti gli altri. Purtroppo non so quanto costa mantenere le strade, ma qualche cifra la posso dare, giusto per farci un’idea. Costo del parcheggio interrato di Piazza Primo Maggio, da finanziare con soldi pubblici o soldi di una banca che li scaricherà sui dipendenti o sui clienti: 11 milioni di euro (la SSM, Società Sosta e Mobilità, è a capitale pubblico). Costo previsto della terza corsia dell’A4, sulla cui necessità nutro fortissimi dubbi: 2 miliardi di euro (anche Autovie Venete è pubblica, perché lo è Friulia S.p.a.).
Questi sono solo due esempi, ma ogni strada viene pagata dai cittadini in un modo o nell’altro, e il costo di ogni parcheggio, anche di quelli privati, viene scaricato su tutti o almeno su chi utilizza l’edificazione adiacente (palazzina, centro commerciale). A queste spese vanno aggiunti: i costi, appunto, della manutenzione dell’asfalto, i costi della sanità per l’inquinamento e gli incidenti, i costi della pianificazione territoriale, i costi della repressione di comportamenti pericolosi. Quindi costi pubblici, e ancora altri privati: il costo di tempo passato nell’auto, a cercare parcheggio, a fare manutenzione, i costi del mancato esercizio fisico oppure i costi delle palestre per recuperare il moto che non si fa perché si sta seduti a guidare, il costo del garage o del posto auto, su cui si pagano le tasse.
Se sommassimo tutte queste spese, se quindi potessimo sapere a quanto ammontano, ci accorgeremmo che praticamente buona parte del tempo che passiamo a lavorare serve per mantenere le automobili – e lavorano per mantenere le automobili altrui anche quelli che non le usano. Uno dirà: sì, ma grazie all’auto vado più veloce. A parte che ogni volta che un’associazione di ciclisti o ambientalisti si mette a misurare la velocità in città, si accorge che la bici è quella che arriva prima, e a parte che TU automobilista vai più veloce ma a me crei solo problemi, comunque in ogni caso, come dice Ivan Illich, se al tempo passato a guidare si sommasse quello passato a lavorare per guadagnare il denaro che l’auto risucchia, e il tempo passato a cercare parcheggio, a pulire la macchina o a portarla dal meccanico, a guardare pubblicità di automobili, a scegliere un modello, ad andare dal parcheggio alla destinazione desiderata (persino nei centri commerciali le distanze sono spesso chilometriche), insomma se si sommasse tutto questo tempo e lo si dividesse per i chilometri effettivamente percorsi poi con l’automobile, probabilmente ci si renderebbe conto che si fa prima ad andare a piedi.
Naturalmente anche gli altri mezzi di trasporto hanno un costo. Una bicicletta, però, si può acquistare e tutelare abbastanza efficacemente dai furti con qualche centinaio di euro, e poi non costa nulla di benzina e di bollo e poco di manutenzione; i mezzi pubblici sicuramente costano, inquinano e occupano spazio ma, se utilizzati da molte persone, fanno tutte queste cose in misura molto minore, pro capita, di un’auto: portano decine di volte i passeggeri di una macchina consumando poco carburante in più, sono di proprietà collettiva e quindi ne servono molto meno, e inoltre vanno utilizzati solo per distanze che non si possono coprire a piedi, mentre quando uno la macchina ce l’ha, spesso tende a spostarla per ogni minimo tragitto.
Parliamo ora di spazio. Qui mi gira la testa. Ieri, mentre pedalavo di ritorno dal pignarûl, pensavo: quanto sarebbe grande Udine se i suoi abitanti non usassero e possedessero automobili? Un quarto? Un decimo? Oppure sarebbe uguale, ma al posto di strade larghe e parcheggi ci sarebbero:
– aiuole colorate o orti urbani da cui chiunque possa raccogliere cibo (al mondo esiste)
– allegri chioschi da cui prendere bibite o pietanze di ogni tipo, magari con qualche sedia fuori nella bella stagione
– la roggia, ora tristemente intombata
– alberi
– case, cioè le strade sarebbero più strette come in tutti i centri storici e nei borghi meravigliosi che fanno la bellezza dell’Italia
– mercati, cinema all’aperto
– posteggi per le biciclette (molte di più nello stesso spazio)
– persone
Ognuno di questi utilizzi, tranne quello per le bici, ha più valori: gli alberi sono belli e rinfrescano le case, oltre ad assorbire l’anidride carbonica, e attirano uccelli cinguettanti, che a me piacciono; i chioschi e i mercati rivitalizzano l’economia locale, se gestiti bene, e creano socialità; le persone sono più belle e più allegre delle auto, e poi passeggiando si incontrano. Inoltre, la sicurezza aumenterebbe e i bambini potrebbero giocare per strada, lasciando i genitori più tranquilli e anche più liberi. Gli orti unirebbero le comunità e darebbero da mangiare, tra l’altro in un momento in cui il terreno agricolo a disposizione del nostro paese è insufficiente per sfamare la popolazione italiana. Inoltre, la terra non asfaltata assorbe l’acqua e diminuisce il rischio di allagamenti. Un parcheggio, invece, è sempre e solo ed esclusivamente un parcheggio: un costoso pezzo di terra sigillato e sequestrato, brutto da vedere, bollente d’estate, inutile quando è vuoto, utile ad un solo cittadino quando è pieno.
Perché accettiamo che il nostro spazio, la nostra terra, sia usata in maniera così stupida e limitante? Potremmo vivere in un giardino, in un’opera d’arte, in un parco per i bambini, e lo stesso riuscire a spostarci con i piedi, le bici, i mezzi pubblici*. E per mezzi pubblici intendo anche quelli che non ci sono ancora, come risciò a pedalata assistita, che a Udine non autorizzano, a quanto mi è stato raccontato, perché non si capisce che forma giuridica o che tipo di permesso dare all’iniziativa. Mi piace molto l’idea dei risciò: trasportano anche i disabili, gli anziani o i pigri, e fanno allegria.
Forse non vi ho ancora convinto, comunque questo era solo il motivo numero due: non ho finito. [FINE SECONDA PARTE]

* Spero che questa prospettiva idilliaca soddisfi chi trova i miei post troppo pessimisti :).

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6 risposte a “una vita senz’automobile – seconda parte

  1. La prospettiva idialliaca mi soddisfa, greazie!
    La città con le rogge riaperte sarebbe bellissima……

  2. Questo significa avere una visione di come dovrebbe essere il tessuto urbano!

    Anche io a volte ho fatto il calcolo di quanto mi costa l’auto, e se non fosse per motivi familiari per cui mi è indispensabile, la toglierei di sicuro: pensa che soltanto di assicurazione – è un vecchio scassone ma in provincia di Napoli i prezzi sono alle stelle – se ne va ogni anno un’intera mensilità. Cioè io dedico un mese intero del mio lavoro solo per pagare l’assicurazione dell’auto. E’ assurdo, ed è impossibile darti torto.

  3. Il problema, e spero di riuscire ad affrontarlo degnamente nei prossimi post, è che in una società organizzata in base all’automobile chi non ce l’ha rischia di non riuscire a far niente. Sai quante volte sento dire: se potessi la venderei! Però se la vendi perdi il lavoro, non puoi portare i figli a scuola, e così via. Ma comunque io penso che ci siano molti margini, più di quanti non si pensi, e sto cercando di dimostrarlo con il mio boicottaggio spinto.

    Per quanto riguarda l’assicurazione, ultimamente ho pensato a un’altra cosa: le assicurazioni cosa ci fanno con i nostri soldi? Finanza. E si sa che finanza ormai significa speculazione, estrazione delle risorse da chi lavora verso chi ha soldi da investire o chi è manager di banche e fondi, destabilizzazione dell’economia e dei governi, aumento delle diseguaglianze, scarsa trasparenza, e così via. Però se hai l’auto senza assicurazione, per legge, non puoi stare. E le assicurazioni, a quanto mi risulta, sono sempre private. Anche i fondi pensione complementari, altri gran bastardi della finanza, fra poco diventeranno praticamente obbligatori, ma questa è un’altra storia.

  4. Gaia, bello il tuo esperimento e la tua cronaca.
    C’è ancora molto da fare, per supportare chi vuole vivere senza automobile. Io lavoro a 50 km da casa, con l’auto riesco a stare fuori casa solo 11 ore, con i mezzi pubblici 15!
    …la trasformazione, si può fare, ma è lenta.
    In un “Paese” come l’Italia, non è previsto purtroppo ancora nessun incentivo per abbandonare l’auto!

  5. Grazie. Come ho scritto spesso, i mezzi pubblici sono insufficienti (e sempre peggio, mi pare), e molti ambientalisti, almeno qui, vedono solo la bicicletta, lasciando che i pendolari sulle lunghe distanze si arrangino.
    Quindi chi è costretto a spostarsi ogni giorno per lavoro non ha molta scelta. Qui però bisogna fare un’obiezione più profonda all’automobile, e spero di arrivarci quando parlo di Ivan Illich: com’è che è diventato normale lavorare a decine di chilometri da casa? Non è che anche il sistema di trasporto è responsabile, non è che, anziché aiutarci a percorrere le distanze, non ha finito per estenderle all’infinito?
    Con il telelavoro, molti lavori si possono fare da casa, e il ritorno alla terra che mi sembra si stia verificando rende ogni posto che non sia completamente cementificato un potenziale ‘luogo di lavoro’. Scuole, ospedali, persino centri di ricerca, si potrebbero distribuire diversamente, perché ognuno sia davvero ‘al centro del proprio mondo’, e non a decine di chilometri dall’altra metà della propria vita.

  6. Pingback: Modelli di vita alternativa: tre lauree e una vita fra i monti | Repoptage - Storie da una società impopolare

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