la solita sinistra litigiosissima

Avevo dato la mia adesione al progetto Cambiare si può e l’avevo annunciato pubblicamente, sperando che si presentasse davvero un’alternativa per mandare in parlamento qualcuno veramente di sinistra, nonostante il poco tempo a disposizione.
Per settimane ho seguito il dibattito sul sito, come avevo seguito il dibattito su Sel quando quella era la forza politica che più si avvicinava alle mie idee, prima che venisse fagocitata dal Pd. Radicale come sono, non pretendo e non mi aspetto una formazione che mi rappresenti in toto: ci sono cose su cui non transigo e molte altre su cui sono disposta parzialmente a soprassedere, cedere, mentre continuo a fare quello che posso per creare le premesse per un mondo nuovo condividendo il mio pensiero, che comunque è anche un prodotto di pensieri altrui, conosciuti negli anni.
Insomma, tutto inutile: alla fine Cambiare si può è andato a scatafascio, il sito è pieno di spam che nessuno toglie, i promotori sono andati a sfogarsi altrove e gli aderenti non sanno che pensare, e non vale la pena che vi riassuma come è successo tutto ciò, tanto più che non lo so bene, ho capito alcune cose, altre non le so o non le ho approfondite o non c’ero e nessuno me le ha spiegate. Pareva che il problema fosse Rifondazione, o forse Di Pietro, o forse Ingroia, o i partiti in genere che secondo alcuni devono sparire tutti dalla faccia della terra, o non meglio precisati abitanti dell’oltretomba, stando a quanto si legge sul sito. Mi è appena arrivato uno scambio astioso di email tra gente che non conosco e non ho mai sentito nominare prima – promotori del progetto in FVG, ma anche emeriti sconosciuti per quanto mi riguarda. Capisco il voler sbattere le porte, il sentirsi offesi, ma se vai a lavare i panni sporchi davanti a migliaia di estranei (speranzosi, poveretti), vuol dire che il tuo ego è più importante dei tuoi ideali, e ti depenno dalla lista di persone cui dare la mia fiducia. Per non dire dei toni. Toni presuntuosi, antipaticissimi, bellicosi. A sinistra! Sono convinta che i litigi non vadano fatti pubblicamente, ma internamente, altrimenti si rischia di confondere potenziali sostenitori, distrarre dai contenuti importanti e dare una pessima immagine di sé. Ogni sfogo pubblico sottolinea narcisismo e la presunzione che la gente non abbia niente di meglio da fare che parteggiare per l’uno o per l’altro, per le persone, spesso, più che per le idee.
L’unica cosa di cui sono certa al punto da volerla dire qui è che la sinistra partitica e non, in Italia, spesso non combina niente e ormai sta fuori dal parlamento anche perché è il solito guazzabuglio inconcludente di duri e puri, di ‘se-resta-lui-me-ne-vado-io’, di intransigenti, arrabbiati, narcisisti. Tutti contro i personalismi (es: ‘togliamo il nome Ingroia dal simbolo della lista!!’), e poi tutti a strillare: IO non ci sto, fate senza di ME. Ovviamente c’è tantissima gente che non è così, che sa mediare, ascoltare, capire, farsi da parte ma continuare a impegnarsi – ma non basta. Bisogna capire che governare è diverso dall’enunciare principi, che ci si scontra con tante dure realtà e bisogna fare scelte, e qualche errore è anche permesso. La stessa sinistra che si dice anti-giustizialista, che si impegna per i carcerati, per gli immigrati anche quando violano le leggi, che trova sempre spiegazioni che alla fine diventano giustificazioni per ogni comportamento (dei propri beneamati), non perdona a chi le è più vicino, al leader di partito, all’ex ‘compagno’, al mezzo rivale, il minimo sgarro. Un curioso incontro di moralismo per alcuni e lassismo per altri.
Il Manifesto ha fatto la stessa fine: gente che se ne andava incazzata e nessuno capiva perché. Adesso è risorto è nemmeno questo si è capito.
Io penso che ci siano tanti tipi di meno peggio: dall’intollerabile al buonino. Non si vota l’intollerabile, ma si può votare il buonino. Se pretendiamo ogni volta la perfezione, nelle cose della vita, non combineremo mai niente. Soprattutto, se pretenderemo la perfezione dagli altri e ci crederemo sempre superiori – e prima ancora di aver dimostrato qualcosa.
Io non credo di avere il carattere, la pazienza, per fare la politica della delega, cioè per essere eletta – quindi mi impegno in altri modi. Penso inoltre che il ricorso alla delega debba essere più limitato possibile, ma dove c’è, come a livello nazionale, non voglio rinunciare a dire la mia solo perché non credo nel meccanismo. Io alle prossime elezioni voglio votare. Cambiare si può ha raccolto 12500 adesioni, migliaia di euro, ha attirato l’attenzione, e ora ‘non se ne fa più nulla’ e non si capisce perché. E va bene: peggio per loro. Ingroia o altri si prenderanno i loro voti, forse anche il mio, in mancanza di meglio, e quando i promotori di Cambiare si può verranno a chiederceli in altre tornate elettorali, li ricorderemo (se li riconosceremo) come quelli che hanno mollato tutto perché non era esattamente come lo volevano.
La politica ha bisogno di compromessi. Non di vendere l’anima al diavolo, non di venire meno ai propri principi, ma di cedere ogni tanto, su qualcosa. La mia intenzione è di informarmi, valutare, e magari dire pubblicamente chi mi piace e chi no, ma senza pensare che il mondo sia diviso in buoni e cattivi. Arrivata a ventinove anni, io l’ho capito, ma mi pare che a tanta gente questo semplice fatto continui a sfuggire.

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12 risposte a “la solita sinistra litigiosissima

  1. Nulla di nuovo nel sottobosco sinistro…

  2. Già 😦

  3. Una grandissima delusione, per me che speravo di aver trovato qualcuno non troppo distante da votare. Ma sinceramente gli interventi di De Magistris prima, e di Ingroia dopo, non potevano non dare una svolta negativa all’iniziativa.

    La verità è che non basta una lista di buoni propositi e un sito web o un blog per mettere in piedi un movimento politico. Grillo docet. Però, dal momento che il termine «partito» è diventato una parolaccia, tutto alla fine si riduce ad iniziative simil-5stelle, in cui fare pesare la propria visibilità e affermare il proprio protagonismo.

    Io web-elettore sono chiamato ad aderire ad un movimento e a votare delle persone di cui non so nulla, ad eccezione del fatto che abbiano forti professionalità/competenze in ambiti specifici, e che condividano N punti di un programma. Ma una volta che io li abbia votati e mandati in parlamento, chi mi assicura su come costoro voteranno su *tutte* le infinite questioni della vita socio-economica di un paese che non erano preventivamente e specificamente contemplate in quegli N punti? (a meno che il manifesto del movimento non sia una lista infinita del Lisp!)

    Sarebbe molto interessante fare un sondaggio – anzi una survey, perché anche «sondaggio» è una parolaccia – tra gli aderenti ad uno di questi movimenti, per capire cosa si aspetterebbero dai loro leader a proposito di «riconversione di ampi settori dell’economia» o di «imposizione fiscale equa ed efficace». Su questi temi, se non si specifica _come_ agire e _cosa_ fare, è come parlare del sesso degli angeli: su 100 persone avrei circa 70 risposte differenti.

    Abbiamo gettato a mare i partiti – che invece continuano a funzionare abbastanza bene negli altri paesi «normali» – e corriamo dietro a leader carismatici, o alla loro associazione in liste, appelli e petizioni. Io sinceramente inizio ad avere nostalgia di quando i partiti producevano (oltre che potere e prebende) anche cultura politica, visioni della società e del futuro, per cui ci si poteva confrontare sui ‘come’ e sui ‘cosa’, e più o meno identificarcivisi. Per vivere assieme ci vuole più di una lista.

  4. Non sono solo i cittadini comuni e approssimativamente informati ad avere il dente avvelenato: parlando con persone dei ‘movimenti’, si sentono accusare i partiti di ogni sorta di soprusi e nefandezze storiche. Mah.
    In questo caso specifico, per me la colpa non è di Ingroia, o non solo, ma delle persone che si erano messe in testa di fare tutto in brevissimo tempo e da sole, in un momento difficile per il paese e la politica e senza una struttura in piedi, e per di più hanno finito per insultare chiunque non facesse esattamente come volevano loro, anche se si offriva di collaborare. Infatti sono alcuni dei promotori di Cambiare si può a non voler più trattare con Ingroia anche dopo che gli aderenti all’appello avevano votato favorevolmente – non viceversa. Tutto questo è molto strano: l’avevano chiamato loro. Mah, anche qui.
    Sinceramente penso che Ingroia con la sua lista un po’ di voti li prenderà, e non solo perché ha carisma o perché piace, ma anche perché, non so da dove, ha tirato fuori gente che gli dà una mano e si impegna senza fare tante storie. Ho dei dubbi su di lui, ma la sua schiettezza mi fa anche ben sperare.
    E comunque, come ho già detto, il paese non si fa solo in parlamento, per fortuna.

  5. A me è dispiaciuto l’ingresso di Ingroia in politica. Credo avrebbe dovuto seguire l’esempio di Landini che – strattonato da più parti per candidarsi – ha sempre rifiutato, dichiarando che continuerà a sostenere le sue lotte in fabbrica. Io concordo, in questo caso, con le opinioni della Milella e con quelle di Peter Gomez. Iniziando un percorso politico ha virtualmente screditato sui media il proprio (importante) lavoro da magistrato, perché adesso tutti daranno una connotazione di parte alle sue inchieste. Ma soprattutto: e adesso chi continuerà la sua opera? Insomma, mi faceva più piacere saperlo a combattere iniquità nel paese reale, che non in parlamento.

    Quanto a De Magistris, ti ho già scritto come la penso. Peraltro è un ulteriore esempio di (buon) magistrato indipendente che finisce per fare cattiva politica, come del resto successe anche per Di Pietro.

    Concordo assolutamente con le critiche dei movimenti ai partiti; del resto sono ovvie, perché i movimenti si formano proprio perché in tanti non riescono a trovare posto per sè e per i propri problemi nei partiti. Io però credo che non si debbano fare fuori i partiti solo perché funzionano male: bisogna solo riformali e fare in modo che perseguano quelli che dovrebbero essere i loro fini istituzionali, cioè rappresentare in tutte le istituzioni le istanze dei propri elettori. Adesso sono solo «comitati d’affari», marxianamente parlando. Forse la vera rivoluzione sarebbe proprio questa: restituire i partiti (e dunque la politica attiva) alle persone.

  6. In tanti infatti hanno chiesto a Ingroia di non candidarsi proprio per questi motivi. Il punto però è che se uno non può abbandonare un lavoro che sta facendo bene per candidarsi, e la gente odia ormai l’intera categoria dei politici di mestiere e non li vuole votare, chi si candida? Uno che stava facendo male il proprio lavoro? Uno che non stava facendo niente?
    È anche possibile che un magistrato si renda conto che gli strumenti legislativi a sua disposizione per contrastare la criminalità (dei potenti) sono insufficienti, e voglia contribuire a dotare il proprio paese di altri, perciò si candida. Io ragiono più in termini di obiettivi, che di mestieri. Forse perché io personalmente vivo così: e infatti ci si trova dei bei conflitti di interessi, anche se sono interessi altruistici. Non è facile.
    Comunque non si può dire ‘ognuno faccia il suo mestiere’, se poi la politica non è un mestiere: allora chi la fa? E se lo è… abbiamo visto i risultati.

  7. Aggiungo che sono d’accordo che i partiti debbano ritrovare la loro funzione: ma la gente è disposta a faticare per riprenderseli? Io non ce la faccio, per esempio: lo ammetto.

  8. D’accordissimo con te sulla fatica di cambiare i partiti dall’interno (io provo una repulsione atavica ad entrare in qualsiasi sezione di partito). Meno d’accordo sulla questione dell’incandidabilità: il «mestiere» di giudice non è un mestiere come tutti gli altri. Un buon programmatore, un buon panettiere, un buon ingegnere o un buon avvocato che iniziano a fare politica non devono rendere conto a nessuno, mentre un giudice sì.

    L’art. 98 della Costituzione sancisce l’impossibilità di iscrizione a partiti politici per i magistrati (e le forze dell’ordine e i diplomatici). I magistrati sono soggetti «soltanto alla Legge» sempre secondo la Costituzione, non sono normali cittadini come tutti quanti gli altri. Perciò non puoi portare in analogia al paradosso l’incandidabilità di un giudice con quella di qualsiasi altra professione. Se un panettiere è fascista, ciò non inficerà la bontà del suo pane, mentre se un giudice è fascista, forse non giudicherà proprio imparzialmente un NoTav con la maglietta del Che che fa un sit-in.

  9. Uh Gaia, ho trovato nel blog del buon Zucchetti su ‘Il Manifesto’ una «sintesi commentata» del travaglio interno a CambiareSiPuò.

    Peccato se andrà tutto in malora, perché come iniziativa era davvero interessante.

  10. Il discorso dei magistrati penso sia estremamente complesso. Mi viene in mente Caselli e come il movimento no Tav si sente perseguitato da lui, mentre, sostiene, tutte le prove fornite dai no Tav di illegalità nel cantiere e di abusi della polizia non sono seguite da indagini. In teoria i magistrati dovrebbero limitarsi ad applicare la legge, ma lo fanno? E se questo contrasta con il loro senso di giustizia o la loro visione del mondo?
    Al di là di questo, io parlavo dell’opportunità o meno di lasciare un percorso per intraprenderne un altro, dando per scontato che il taglio sia netto, anche se effettivamente dal mio commento sembra che io dica il contrario. Se la costituzione richiede una separazione chiara, a maggior ragione, anche se poi io penso che sia molto difficile separare quello che uno fa da quello che uno crede – in questo senso, le idee rimangono anche se una posizione ci chiede di subordinarle ad altro. Altrimenti si è mercenari. Ci sono mestieri, come il diplomatico, appunto, o il poliziotto, che in teoria e per quanto ne so richiedono soprattutto di eseguire ordini, o nel caso del giudice di applicare la legge, ma io penso due cose:
    – che non mi presterei mai, proprio perché non riuscirei a tal punto a mettere da parte le mie convinzioni
    – che si vede quanto imparziali siano poi, nei fatti, molti rappresentanti delle istituzioni…
    Io penso che il giudice, o il poliziotto, sia fascista, o comunista, o quel che è, indipendentemente dal fatto che scenda in politica o meno – lo è da prima. E alle volte uno fa un certo percorso istituzionale anche in base a come la pensa e da che parte sta, o almeno così mi pare di osservare. Chiaramente scendendo in politica deve abbandonare la professione che esercitava prima, ma non dovrebbe essere così anche in altri campi? Un imprenditore, per dirne una a caso?

  11. Ho letto l’articolo di Zucchetti e mi pare esemplifichi bene il disordine dell’iniziativa Cambiare si può: lui prevede un ‘no netto’ come esito della votazione, in cui però ha vinto il sì con oltre il 60%. Infatti a quel punto i promotori hanno mollato perché non erano d’accordo, e nessuno, se non localmente, qua e là, ha preso il loro posto. A me questo non è andato giù, non perché a questo punto ci credessi ancora chissà che, ma perché non si può partire in quarta parlando della miglior democrazia possibile, e poi appena si vede un risultato di consultazione contrario alle aspettative tirare fuori scuse e andarsene tutti. Addirittura, mi sono sembrati più seri e democratici i partiti che loro volevano fare fuori.

  12. Ciao Gaia,
    ti segnalo un bell’articolo di Don Gallo in cui ci sono le tue stesse considerazioni sul prevalere del protagonismo personale sull’interesse comune.

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