una vita senz’automobile – prima parte

È tempo che penso che le automobili siano uno dei principali problemi della nostra società, le uso meno possibile e da anni mi batto (come posso) perché siano incentivate forme alternative di trasporto, ma mi stupisco io stessa di essere arrivata, in questi giorni, a una decisione assolutamente drastica e apparentemente fanatica: fare di tutto per non salire mai più su un’automobile. Naturalmente so che dovrà succedere, che è troppo promettere che non lo farò più, e che una singola violazione di questo proposito non rappresenterebbe in sé qualcosa di cui dovermi vergognare. Eppure, voglio provare a vedere se una vita senza automobile è possibile o se, come dice Ivan Illich (che mi ha involontariamente dato l’idea) siamo completamente schiavi della mobilità motorizzata. Per ora, mi sembra che sia vero che i motori, invece che liberarci, ci hanno intrappolati: chi non ne possiede uno proprio rimane socialmente e lavorativamente indietro. Vedremo come andrà il mio esperimento. Siamo al 3 gennaio, e finora ho tenuto duro.
Comincerò con un motivo, il più semplice ma non il principale (il libro che mi ha spinta a questa scelta radicale addirittura non lo nomina). Gli incidenti. Prima di cominciare preciso che, se dovrò ricorrere in qualche occasione al trasporto a motore privato e se sarà possibile, cercherò di prediligere mezzi costruiti in modo tale da non superare una certa velocità. Spero che in questo e nei prossimi post diventi chiaro perché.
Ora guardiamo i dati dell’Istat per il 2011 sugli incidenti stradali. I dati mi sono stati passati dall’ACU, l’Automobile Club di Udine, e la fonte è l’ISTAT. Probabilmente, a ben cercare, li trovate su entrambi i siti, altrimenti dovete fidarvi di me o chiedermi che ve li mandi.
Il numero totale di morti in incidenti stradali, in Italia, nel 2011, è la folle cifra di 3860. Ogni anno migliaia di persone muoiono, non ci sono più, per colpa del modo che scegliamo per spostarci. Ben un terzo degli incidenti mortali sono dovuti alla velocità; un quinto alla distrazione. I feriti sono stati 292 019. Le statistiche non lo dicono, ma si può supporre che tra queste persone ce ne siano molte che non si riprenderanno più, che abbiano perso arti o siano finite in sedia a rotelle. Dei morti, 1744 sono deceduti in incidenti in strade urbane o comunque dentro l’abitato. Quasi la metà. Ben 561 dei morti totali erano pedoni (di cui almeno la metà non responsabili, e almeno il 36% corresponsabili). I pedoni sono innocui in sé stessi, rappresentano un pericolo solo in quanto vi sono anche veicoli sulla strada. In una città di soli pedoni, sarebbe impossibile farsi male, a meno che la gente vada in giro pogando; in una città di pedoni e biciclette, sarebbe difficilissimo. Idem se ci fossero solo mezzi pubblici che procedono lentamente. Ma i gestori vogliono competere con l’automobile e, almeno a Udine, invece di lavorare sulla frequenza si propongono di farlo sulla velocità.
Secondo le statistiche sul ‘rischio di mortalità’, la bicicletta è uno dei veicoli più pericolosi, meno della moto ma più addirittura dell’automobile, ma è evidente che si tratta di una statistica ingannevole: il ciclista molto difficilmente fa danni ad altri, e comunque non gravi, solo raramente a sé stesso, ma è molto vulnerabile nei confronti di mezzi più grossi e veloci. Se ci fossero meno di questi mezzi sulle strade, anche andare in bici sarebbe meno pericoloso. Il 42,76% degli incidenti è tra auto e auto; il 22,28% tra auto e motociclo; al terzo posto, ma meno del 10%, tra auto e ciclomotore, e al quarto tra auto e veicolo commerciale o industriale (tipo tir). La stragrande maggioranza degli incidenti dei ‘velocipedi’ (biciclette) sono con automobili. Insomma, le due ruote tra di loro non si fanno quasi mai niente (lo 0,23% degli scontri totali). Il problema sono sempre loro: le macchine.
So che non è solo il trasporto che fa morti: si può morire davvero per ogni genere di incidenti – cadendo in montagna o mentre si fanno i lavori domestici, annegando, per una stufa difettosa, e forse è meglio che vi risparmi la lista per non deprimervi. Si tratta di capire cosa si può evitare e cosa no, e tra le cose evitabili, cosa rende la vita migliore e cosa è superfluo, cosa rappresenta un rischio solo per noi stessi e cosa coinvolge anche gli altri.
È anche vero che guidando più prudentemente gli incidenti calano. Ma come si fa a convincere tutti a essere prudenti? Campagne e corsi di guida sicura non bastano, né la repressione può colpire tutti sempre: ci sarà sempre il singolo che si crede un pilota e fa sorpassi azzardati, corre, non rispetta le regole, e la passa liscia. Inoltre, un attimo di distrazione può capitare a tutti, e basta un abbaglio dato dal sole su una strada cittadina per ammazzare due pedoni (mi è capitato di andarci vicinissima, non ero io alla guida, ma una persona che ‘non li ha visti’). Anche la stanchezza e la fretta di arrivare a casa giocano brutti scherzi. Infatti basta guardare le statistiche: la fascia oraria che fa più morti è tra le 14 e le 17, seguita da quella tra le 10 e le 13. Tarda mattinata e primo pomeriggio: quando ci sono un sacco di veicoli sulla strada, e la gente è di corsa.
Comunque, come anticipavo, gli incidenti sono solo uno dei tantissimi motivi alla base della mia decisione. Gli altri li dirò nei prossimi post.
[FINE PRIMA PARTE]

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2 risposte a “una vita senz’automobile – prima parte

  1. Egregia gaia,
    ma non potresti aprire l’anno con un post di quelli tutti rosa e fiori?? pieni di pensieri dolci e delicati, ottimisti, positivi?? dico uno all’anno, mica di più! 🙂
    E poi hai deciso se candidarti o meno al comune? io attendo il famoso buffet!
    Buon 2013

  2. Haha, mi dispiace! Bè, il mondo non è finito, questa è una buona notizia.
    Non mi candiderò: ho guardato le regole e l’unica possibilità sarebbe fare una lista con me come capofila, e trovare una ventina (non ricordo il numero esatto) di persone disposte a candidarsi da consigliere. Questo non è possibile. Comunque aspetto di vedere chi si candiderà e dirò la mia, almeno quello.
    Per quanto riguarda il buffet, se riesco a finire il libro che sto scrivendo, potrei offrirne uno. Ma non dire gatto finché non ce l’hai nel sacco.

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