una piccola analisi di genere

Con sabato 22 dicembre si è conclusa la serie di approfondimenti radiofonici che ho curato quest’anno, e in parte anche lo scorso, per Radio Onde Furlane. Se qualcuno fosse interessato, si trovano online: prima il programma si chiamava Ator Ator, poi è diventato Dret e Ledrôs.
Quando dovevo scegliere chi invitare, gli unici criteri erano la competenza e la pertinenza. Cercavo le persone che secondo me avrebbero avuto le cose più interessanti, precise, e attinenti da dire riguardo al tema scelto, o che ne erano maggiormente coinvolte. Questo per dire che non ho operato secondo un sistema di quote, non mi sono posta il problema: ci sono poche donne, bisogna trovarne qualcuna. Penso che farlo avrebbe distorto il programma, inoltre fatico a ragionare in questi termini. Quindi invitavo ignorando completamente il sesso degli ospiti.
Tra amministratori, ricercatori, rappresentanti di comitati e associazioni, gestori di servizi, politici di opposizione e giornalisti, ho contato che sono state invitate nel nostro studio 94 persone (di cui alcune, ma poche, due volte). Di queste, 72 erano uomini e 22 donne (il 23%). Il mio non è un campione significativo: cento persone su un milione (circa la popolazione del FVG meno Trieste) sono lo 0.01%. Però se io ho passato un anno a cercare, riguardo a una vasta gamma di temi (dal consumo di suolo al tribunale di Tolmezzo, dalla sanità all’acqua), le persone più competenti, influenti, e naturalmente disponibili a partecipare, e gli uomini risultano essere stati più di tre volte le donne, non può essere un caso. Sappiamo che in Italia la percentuale di donne che lavorano è al di sotto della media europea, e che le donne sgobbano più degli uomini tra impiego salariato e lavori domestici; non trovo dati per il Friuli Venezia Giulia. Qui però non si parla di lavoro, ma di potere: le persone che sanno, amministrano, o sono semplicemente più localmente conosciute, sono le persone con potere. Perché ci sono ancora più uomini che donne? Per me è molto semplice: non si tratta di competenza, ormai l’abbiamo visto, ma di divisione dei compiti. Tante donne stanno ancora a casa con i figli, o a fare i lavori domestici. Naturalmente io sogno un mondo in cui ‘stare a casa con i figli’, o pulire la casa, non solo è fatto sia da uomini che da donne, ma non vuol dire molto in sé, perché ognuno costruisce la propria attività liberamente e secondo le proprie esigenze, e non bisogna più scegliere tra lavoro e famiglia o attività politica e sociale. Adesso, però, con le 8 ore di lavoro o niente, e i dipendenti part-time o aspiranti tali considerati generalmente dei fannulloni, la situazione è di disparità di genere, ancora: le donne hanno meno tempo libero degli uomini e generalmente meno potere.
Non posso prendere un semplice numero che ho tirato fuori da un’esperienza mia, e dargli chissà che importanza. Ma è l’ennesimo stimolo a guardarci in giro, a seguire con gli occhi le donne che conosciamo o le donne che loro impiegano per svolgere compiti ‘femminili’, a chiedersi come passano la propria giornata, paragonandole ai loro fratelli e mariti, e a vedere quanta strada c’è ancora da fare.

[Ma a proposito di parità di genere, per favore smettiamola con i doppi plurali, soprattutto a sinistra. Non ne posso più di sentire: ‘buonasera a tutte e tutti, grazie di essere venute e venuti ad ascoltare le relatrici e i relatori di questa sera’. Tranquilli: mi sento salutata anche con un generico ‘ciao a tutti’. L’italiano prevede un plurale maschile per ogni situazione tranne quelle in cui il totale è una somma di soli femminili. Non è perfetto, ma ci risparmia metà parole. Facciamocene una ragione.]

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