sperando che la crisi continui

Non voglio dare l’impressione di essere insensibile alle sofferenze causate da questa crisi economica. Non ne farò una lista per mostrare di riconoscerle: non serve, ne sentiamo parlare tutti i giorni. Dirò invece che, pur rendendomi conto appunto che molte persone pagano un prezzo alto per questa congiuntura, io vedo la crisi anche come un’opportunità, e una parte maggioritaria di me vuole addirittura che continui. Tanto più che, almeno per ora, non siamo alla fame. Abbiamo una ricchezza mai vista nella storia, nonostante tutto, mal distribuita ma non abbastanza da far morire di fame le persone, in Italia dico – quindi ci sono margini, e generosi. Io voglio dire che si può approfittare di questi margini, e dell’esigenza di ripensamento del modello attuale che la crisi porta con sé, per attuare dei cambiamenti necessari, che forse in tempi di prosperità non sembrerebbero prioritari e invece ora appaiono come non più procrastinabili.
La lista che farò è relativa sia a tendenze effettivamente in atto, sia a novità possibili. Spero sia chiaro quando parlo delle une e quando delle altre (e ci sono sovrapposizioni). Mi rivolgo anche alle persone che si sentono vittime della crisi, agli studenti, ai pensionati, ai disoccupati: che si ricordino che un cambiamento è necessario non solo per loro, ma soprattutto per i miliardi di persone che vivono in povertà abietta per colpa di quello stesso sistema economico globale che fa persino di loro, dei pensionati, dei disoccupati, degli studenti in piazza a protestare dei privilegiati e degli sfruttatori – anche se non se ne rendono conto. In così tanti modi che è impossibile elencarli – in quello che mangiamo, nei vestiti che indossiamo, nella benzina che bruciamo, nei guadagni delle multinazionali che sfruttano le risorse dei paesi poveri, in chi lavora nelle nostre case, in chi estrae i metalli dei nostri cellulari, nei canali attraverso i quali i nostri investimenti in banca miracolosamente fruttano, e in mille altri modi ancora. Ricordo che più di un miliardo di persone, un essere umano su cinque, vive con meno di 1,25 dollari al giorno (dato in PPP- purchasing power parity, quindi tenendo anche conto del diverso valore della moneta). Quando diciamo che la crisi è terribile, riferendoci all’Italia, ricordiamoci di cosa vuol dire avere fame.*

I dati dicono che le emissioni di gas serra in Europa sono calate con la crisi, a partire dal 2009 (numeri più recenti sono difficili da trovare). Meno fabbriche, meno tir, meno consumi. Di inquinamento si muore. Che te ne fai della crescita economica, dell’aumento del Pil, del lavoro, se sei morto? E anche se non muori: quanto costa curare i malati di tumore? Certo, come disse Robert Kennedy e non solo lui, anche quello è Pil.
I dati dicono anche che nel 2011 si sono vendute più biciclette che automobili, come avevo già scritto su questo blog, e che l’utilizzo dell’automobile sta calando da tutti i punti di vista (e guarda caso, nel 2011, anche gli incidenti). Certo, è triste che gli italiani rinuncino all’auto solo se costretti, ma per consolarmi penso che molti anche la prendono perché costretti (da un servizio pubblico insufficiente). In ogni caso, un’ottima notizia: l’auto è, secondo me, uno dei più grandi mali di questo paese (inquinamento, incidenti, consumo di suolo, abbruttimento delle città, stress, consumo di risorse per la produzione e l’utilizzo, costo insostenibile, traffico e intralcio, perdita di tempo, mancanza di esercizio fisico…).
Questa è una mia impressione: che ci sia meno tolleranza verso le diseguaglianze di reddito, l’evasione e gli stipendi faraonici, soprattutto se pagati con soldi immediatamente identificati come pubblici (tutti i soldi sono pubblici). Ora che la gente si sente mancare la terra sotto ai piedi, inizia a fare caso a chi è molto ricco, a chi non paga le tasse, a chi vive nel lusso… e non lo sopporta, e le retoriche del ‘se li è guadagnati’, del ‘purché abbia qualcosa anch’io’, del ‘sei solo invidioso’ iniziano a vacillare. Spero. Anche perché quando Monti inizia a dire che bisogna cambiare la sanità perché non ci sono più i soldi, la gente si spaventa e si accorge che i soldi in realtà ci sono, ma chi li ha non li dà. Se non agiamo sulle diseguaglianze adesso, un’ipotetica fine della crisi potrebbe calmare gli animi e riportare tolleranza nei confronti di evasori e nababbi. Che male ci sarebbe, direte voi. Che i ricchi distruggono il pianeta più degli altri con i loro consumi esorbitanti – e danno il cattivo esempio. Detengono anche potere sulle altre persone, il potere in cui si traduce il denaro. Inoltre, in questo pianeta limitato e con sette miliardi di esseri umani, non c’è speranza di benessere per tutti senza una redistribuzione delle risorse – perché le risorse non sono infinite.
Pare (non metto link, date un’occhiata voi in rete) che l’immigrazione sia in calo in Italia. Può sembrare crudele che io esulti per questo fatto ma, come ho già spiegato in passato, l’Italia è sovrappopolata (ogni italiano consuma oltre quattro volte le risorse a sua disposizione), e non può permettersi di veder crescere la sua popolazione, che dovrebbe invece calare almeno per un periodo. Siccome naturalmente gli immigrati dei paesi poveri vanno dove c’è benessere e lavoro, con buona pace della Lega l’unico modo per scoraggiare gli arrivi è essere più poveri, così meno gente vorrà venire qui, e pare che questo stia succedendo. Naturalmente, un altro modo è ridurre le diseguaglianze a livello globale. Anche questo potrebbe succedere se gli italiani continuano a fare esperimenti di stili di vita più sostenibili. Ho già parlato del cambiamento delle abitudini nel trasporto, ma attorno a me vedo tutto un fiorire di autoproduzione, orti urbani, cibo km 0, insomma tutti quei comportamenti che riducono il bisogno di trasporti su lunga distanza, imballaggi, lavorazioni industriali. Quest’ultimo punto è più controverso: non sono in grado di dimostrare che l’autoproduzione sia veramente più ecologica della produzione industriale, ma osservando me stessa fare le cose a mano senza l’ausilio di macchinari che consumano energia, recuperare tutti gli scarti (ho visto enormi sprechi nell’unica fabbrica in cui ho lavorato), utilizzare materie prime di mia scelta, locali e naturali (burro friulano piuttosto che olio di palma, lana piuttosto che** stoffe sintetiche) ho buoni motivi di ritenere che si tratti di modalità di produzione virtuose.
L’edilizia è in crisi: gli operatori se ne lamentano continuamente. Considerando che, come qualcuno ha detto, l’Italia è una repubblica fondata sul cemento, e che finalmente si inizia a prendere consapevolezza dei danni causati dal consumo di suolo, direi che questo è il momento ideale non solo per ristrutturare il più possibile (le riqualificazioni sono in aumento, guardate il link), ma anche per dirigere le persone che ora si trovano disoccupate verso nuovi tipi di professioni meno impattanti. Infatti io non credo che si possa salvare un’industria solo ed esclusivamente perché c’è gente che ci lavora. Oppure, forse è chiedere troppo ma lo chiedo lo stesso, sarebbe bellissimo retribuire di più, all’ora, chi lavora nell’edilizia, e impiegarlo per meno ore al giorno. Come ho già scritto, la casa accanto alla mia è in fase di ristrutturazione, e io sto letteralmente impazzendo (tachicardia, mal di testa, sonno interrotto, reazioni cutanee) per la polvere e il rumore. Non oso immaginare cosa possa voler dire fare per trent’anni quella vita lì.
Il Portogallo ha già rinunciato alla TAV perché non ci sono i soldi. La Francia non si capisce. L’Italia ancora non ci arriva, purtroppo. Però se fossimo ancora in tempi di grassa, penso che la battaglia no tav sarebbe ancora più dura. Una delle tante frecce all’arco dei valsusini, e purtroppo una delle più efficaci, è proprio questa argomentazione: non ci sono soldi per sistemare le scuole che cadono in testa agli studenti, non ci sono treni per i pendolari, fra poco non si cura più la gente, e voi pensate alla TAV per Lione??
Quest’ultimo punto della mia lista di sfacciata speranza è semplicissimo, ma ancora non ci siamo. Ci sono tanti disoccupati, e c’è tanta gente che si ammazza di lavoro. La logica più elementare direbbe: facciamo lavorare di più i primi e di meno i secondi -> part-time diffuso. Si vive anche meglio con più tempo libero. Sta succedendo? Non mi sembra. Ma se c’è un momento in cui è facile dire che dovrebbe succedere, quel momento è adesso.

*Ci sono contraddizioni, enormi problemi nelle statistiche delle diverse istituzioni internazionali, per quanto autorevoli. Senza entrare nei dettagli, ci basta capire quanto abissalmente ‘fortunati’ siamo noi italiani, ancora (non è fortuna, è sfruttamento).
** Non è bello vedere usare ‘piuttosto che’ nel suo significato originario, anziché nell’orrida accezione attuale di componente di un elenco di alternative equivalenti? Purtroppo non posso combattere questa battaglia da sola (anche se del tutto sola non sono: ringrazio almeno uno, due e tre). R.I.P. uso corretto di piuttosto.

[Avevo scritto John Kennedy, sbagliando. Grazie a chi mi ha corretto e scuse agli altri]

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7 risposte a “sperando che la crisi continui

  1. Vorrei portare un contributo attorno al tema delle opere faraoniche. In molti si chiedono come mai pensiamo di buttare soldi che non abbiamo in cose come la galleria di base o il ponte sullo stretto. La verità è che, per capire un delitto, occorre individuare il movente.

    In questo caso il movente è semplice: la crisi che ha affondato l’edilizia ha inciso sul piatto più ricco tra quelli che danno da mangiare ai ricchi in Italia. Berlusconi ha cercato a più riprese di propinarci il suo insensato ponte perché doveva aiutare Impregilo. Bersani ha la sua Cmc da difendere. Man mano che la bolla immobiliare frana, i politici devono trovare contratti per i loro sostenitori; le grandi opere sono solo un ricettacolo di calcestruzzo altrimenti invendibile. Forse era inevitabile.

    Per la prospettiva storica: negli anni ’80 gettavamo le eccedenze di cemento ed acciaio nei fiumi, arginandoli con calcestruzzo. Una idiozia che abbiamo successivamente rimosso a caro prezzo. Anche allora la crisi aveva messo in panne il partito dei cementificatori. Chi non ricorda la storia prima o poi la rivive?

  2. Qui usano la pietra piasentina, pregiata, per fare gli argini dei fiumi. Distruggiamo le montagne (non rinnovabili) per sprecarne i prodotti in opere che probabilmente fanno solo danni (altro esempio: la pavimentazione di via Mercatovecchio a Udine, inutilità e sperpero di denaro spacciati per intervento per la mobilità sostenibile). Il monte San Lorenzo è stato abbassato dall’attività di cavazione – per cosa??
    Purtroppo, localmente, queste battaglie sono difficili da fare. Ci sono molti comitati contro le grandi opere inutili (elettrodotto, autostrade, TAV), ma faticano a trovare rappresentanza politica: pensiamo a Tondo vs Serracchiani l’anno prossimo, non c’è scampo.
    Inoltre pochi intervengono sul fronte delle materie prime, dove il vero orrore si sta compiendo, perché stiamo distruggendo per l’eternità le nostre montagne bellissime.

  3. Per non parlare dell’ecomostro dell’Hypobank, autorizzato dal comune di Tavagnacco in cambio di una piscina, e adesso un fardello che nessuno vuole.

  4. Una triste conferma del fatto che dove non arriva l’impegno dei cittadini, riesce la crisi:
    http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/12_dicembre_8/crisi-costruttori-romani-stop-progetti-2113073014656.shtml

  5. Leggo nell’artico del Corriere che “… l’Ance, l’Associazione nazionale dei costruttori, ha calcolato un calo anche del 30 per cento nelle compravendite…”.

    Non so cosa intendano quando dicono 30 %. Al momento secondo i dati di compravendita del catasto abbiamo compravendite a Roma città per 7201 unità per i primi sei mesi del 2012; da confrontare con le 35.079 vendite del 2007. Se la tendenza troverà conferma stiamo parlando di ben più di un dimezzamento, e si noti che in genere la provincia fa anche peggio. Fin quando i nostri amici palazzinari riusciranno a trattenere il fiato?

  6. Non c’entra del tutto ma l’altro giorno, su Narcomafie, dove hanno una rubrica dedicata agli imprenditori che denunciano pizzo o usura, c’era la storia di un imprenditore edile romano che dopo aver molto pagato si è ribellato. L’articolo riportava che il malcapitato aveva perso, a causa dell’usura, le sue diciotto case in Sardegna. Diciotto case in Sardegna?? Questo particolare ha un po’ eroso la mia partecipazione emotiva alla sua storia, o meglio l’ha spinta in un’altra direzione. D’altronde io so di un lontano parente di cui mi si dice abbia un centinaio di proprietà, tra appartamenti, garage, e non so che altro. Chissà se con l’Imu ne sta vendendo un po’.
    Tanti di coloro che per un motivo o per l’altro adesso piangono miseria, hanno fino all’altro giorno accumulato ricchezze immense, a spese di noi comuni mortali e del nostro povero territorio.
    A proposito di palazzinari, temo che a pagare non saranno loro, ma gli operai e la gente che nell’edilizia ci lavora. Oppure, nel loro nome e per contrastare la disoccupazione troveranno il modo di organizzare altri scempi, loro o i loro referenti politici. Sarebbe bello si ricorresse al part-time o a lavori effettivamente utili, ma mi sembra che ci siamo molto lontani.

  7. Personalmente credo che il miglior riassunto di tutta questa situazione si ritrovi nel film “Goodbye Lenin”. Quando il ragazzo figlio della signora in coma trova un appartamento per sé e la ragazza, e le dice qualcosa del genere “..era quasi impossibile trovare casa, e invece guarda adesso come abbiamo fatto presto a farci affittare questo appartamento così grande e bello…”. La questione è vedere di capire che stiamo probabilmente vivendo il nostro collasso sovietico!

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