Lione

I no tav italiani sono andati a manifestare a Lione (in corriera – il treno è stato soppresso nel 2003 per mancanza di passeggeri). Ecco cosa raccontano della polizia francese e del trattamento ricevuto.

Aggiornamento: un’altra testimonianza, un po’ diversa.

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6 risposte a “Lione

  1. Cara Gaia,
    trovo davvero preoccupante – perché assolutamente antidemocratica – la tendenza manifestata da un quinquennio a questa parte dai principali governi europei di impedire le manifestazioni popolari in prossimità dei centri di potere.

    Se sono contro la TAV, dove e con chi posso esprimere il mio dissenso? A tavola coi miei figli ancora bambini? Col mio responsabile sul luogo di lavoro? Mentre sussurro parole d’amore alla mia compagna?

    La Police nationale e la Gendarmerie sono tristemente famose per i loro modi spicci e brutali: prima si lavora di manganello e dopo si chiedono i documenti, per intenderci. In maggio, a Francoforte, i tedeschi hanno impedito con un piccolo esercito di più di 5.000 uomini l’occupazione simbolica di un’area attorno alla city economica. Forse più fair-play, ma stesso risultato. A Roma sappiamo tutti come sono andate le cose: appena il corteo (che fuggiva perché caricato) è passato sotto il Ministero di Grazia e Giustizia, sono piovuti lacrimogeni dal tetto, perché gli (stupidi) agenti a presidio temevano che i manifestanti potessero farvi irruzione.
    Oramai è evidente: il «palazzo» teme la folla, soprattutto se (giustamente) rancorosa. Davvero un brutto segno.

    Proprio per rivendicare il *SACROSANTO* diritto a manifestare il proprio dissenso nei modi e nei termini stabiliti dalla legge, è importante che non accadano più fatti come l’assalto alla prefettura di Livorno: prendendo a pretesto queste (davvero) stupide e orribili espressioni di violenza fine a se stessa, alla fine noi cittadini siamo privati tutti del nostro diritto a manifestare, anche quando ciò dovrebbe avvenire pacificamente, perché chi è al potere a tutte le condizioni di nascondersi dietro vaghi motivi di «sicurezza». Sarò anche ingenuo o sognatore, ma credo che valga molto di più alla causa un tuo post di denuncia, che la testa di uno sbirro rotta.
    Se li contestiamo, non comportiamoci come loro.

  2. In linea di principio, ti dò ragione, ma in pratica, cosa cambia? Se manifesti pacificamente, la gente non ti ascolta, e le prendi; se manifesti ‘violentemente’, la gente che prima comunque non ti ascoltava ora ti giudica, e le prendi lo stesso (ma sei più forte). Non si può pretendere che le persone porgano l’altra guancia all’infinito.
    Io non rompo teste di nessuno, non sono così, ma non mi illudo che le mie parole, o le parole di qualcun altro se è per questo, da sole, siano chissà che potenti.

  3. Invece cambia. Cambia l’opinione delle persone e l’eventuale loro sostegno alla causa per cui si combatte. Io credo che lo Stato siamo noi, e quando ci sono parti di esso che funzionano male, le restanti «parti sane» hanno la necessità di diventare un polo di aggregazione per spingere il cambiamento nella giusta direzione. Non si tirano dietro le persone con atti di violenza, soprattutto quando questi sono spropositati e immotivati.
    Tu perchè scrivi/pubblichi/mandi-in-etere le tue convinzioni invece di girare armata con un bazooka a costringere le persone a stili di vita più ecosostenibili? Non è solo… perché sarebbe un reato, ma perché per ogni friulano smaciullato dal bazooka, ce ne sarebbero mille che non solo continuerebbero a vivere non conformemente alle tue idee, ma diventerebbero immediatamente a te ostili, e dunque ancora più difficili da persuadere.
    Spaccare le teste non serve a nulla, se non per leggittima difesa. Farlo per mostrare i muscoli e sentirsi forti è anche peggio: è al contrario un forte segnale di debolezza. Nelle guerre, per vincerle, bisogna sceglierselo da sè il campo di battaglia, e quando si è forti sul piano dei principi non bisogna lasciarsi trascinare nel campo in cui si è deboli, quello dello scontro fisico.
    Ovviamente sono opinioni personali. Però io, che manifesto anche per battaglie che non sono le mie, mi sono sentito dalla parte delle forze dell’ordine durante la visione di quel filmato, e ciò mi ha molto turbato. Perciò dico che è controproducente ai fini della causa.

  4. Quello che io voglio dire è che la maggior parte degli italiani (non tu, né io, credo) si comporta con incredibile egoismo e indifferenza nei confronti delle battaglie altrui. Non spinge il cambiamento nella direzione giusta, o se lo fa agisce in maniera molto blanda e intermittente – quindi insufficiente. Che ne so: gli italiani indignati vanno ai girotondi. Vanno alle primarie e votano Bersani per paura di Renzi, anche se Bersani è per Monti e per la TAV. Srivono su facebook che sono stufi. Firmano petizioni online. Capirai!! Anche scandalizzarsi non serve a molto, se poi non si porta un qualche tipo di sostegno – partecipare alle manifestazioni ma veramente in massa, fare donazioni, fare pressione sui politici… guarda la Val Susa: decenni di mobilitazioni creative e pacifiche non hanno fermato il treno, e molti italiani, anche a sinistra, continuano a dirsi ‘non molto informati ma favorevoli all’opera’ – e votano Bersani. Così non si va da nessuna parte – e la valle intanto è invivibile e occupata militarmente. In questa situazione, autodifesa può anche voler dire scontri – i bersagli sono i cantieri, non le persone, ma sempre di uso della forza si tratta. E non credere che in questo campo si sia più deboli: il sabotaggio è esattamente l’arma ideale per forze numericamente e militarmente inferiori, ma che agiscono in casa propria. Infatti ora anche per un buchino per terra le ditte devono andare accompagnate da mille poliziotti. Quanto possono andare avanti così?
    L’aggressione per esprimere rabbia, secondo me, non serve a molto. Ma, quando le altre strade hanno fallito, l’azione fisica mirata per me serve – e parlo di casi estremi. Questa è l’autodifesa, in fondo.
    Aggiungo anche un’altra cosa: le manifestazioni pacifiche sono una dimostrazione di forza. Cioè: chi scende in piazza non scende solo per esprimere un pensiero, ma anche, pur in forma molto blanda, indiretta e forse neanche conscia, per intimidire. Non si tratta di minacciare chissà che crimini, ma di dire: guarda quanti siamo. Devi temerci.
    Mi dispiace, ma è così. Chi ha il potere molto di rado si fa convincere dalle belle parole: agisce perché teme di perdere qualcosa – che può anche essere un posto in consiglio regionale o in parlamento, per carità, non parlo di perdere la vita. Ma deve temere le conseguenze del non ascolto. Altrimenti perché agisce? Perché convinto nell’intimo, all’improvviso? Non è tanto facile. Tu dici: la gente deve essere convinta con le idee. Sì. Poi deve usare i propri numeri, la propria forza, per far capire a chi detiene il potere che gli conviene darle retta. Altrimenti: perde i voti, perde i soldi, perde la faccia. Ma deve perdere qualcosa.
    Il campo delle idee è fondamentale, ma ci sono casi in cui non basta. Io penso sempre ai partigiani. Non sto invitando nessuno a sparare, per carità, sto solo dicendo che più estrema diventa la situazione, più precluse le vie pacifiche, più imminente o spaventosa la minaccia, più è comprensibile e addirittura doveroso il ricorso alla forza. In val Susa la forza è tagliare le reti, bloccare le strade, fare rumore e dare fastidio. Spero non sia necessario andare oltre. Ma il treno minaccia la stessa sopravvivenza fisica dei valsusini. È una pistola puntata.

  5. Cara Gaia,
    sono d’accordissimo con te per quanto riguarda la ValSusa: fino a quando le operazioni sono di guerriglia/sabotaggio ai cantieri nulla da eccepire. Anche io creerei barricate o mi incatenerei da qualche parte se minacciassero la mia terra o la mia casa. Come ben fai notare, anche se sono azioni condotte proattivamente dai manifestanti, in realtà sono ascrivibili a forme di resistenza passiva, perchè incentrate sulla difesa del territorio.
    Lì dove mi convincono di meno le tue parole è sul carattere anche di manifestazione di forza di chi scende in piazza. Non lo dico per essere pedante, ma perchè a mi avviso si è spezzato un meccanismo di rappresentanza molto importante, che può dare luogo a gravi cortocircuiti. Mi spiego meglio: un tempo si scendeva in piazza anche per dare sfogo alla rabbia, per affermare la propria identità, per mostrare i muscoli; ma soprattutto per contarsi. Portare in piazza milioni di persone, significava dimostrare di essere in grado di coordinare e rappresentare una grande fetta del popolo riconoscentesi nella dirigenza che organizzava la manifestazione, la quale, forte dell’enorme sostegno elettorale che sarebbe seguito alla manifestazione, aveva la capacitá di tutelare gli interessi dei manifestanti nei luoghi deputati alla fase decisionale. Si era felici di essere in tanti, perchè si sapeva che la propria numerosità avrebbe avuto un peso, avrebbe contato.
    Ora mi pare proprio che questo meccanismo democratico si sia inceppato: io personalmente ho partecipato a manifestazioni nazionali oceaniche che, anche se non organizzate da partiti politici, hanno visto sfilare tra i manifestanti i principali leader dell’opposizione… Uno allora si dice: bene! Dunque il partito X o il gruppo Y che ha aderito alla manifestazione ci sosterrà nel dibattito istituzionale, oppure nascerà un nuovo soggetto politico che intercetterà questi bisogni popolari, se nessuno dei partiti esistenti vuole accollarsene l’onere…. e invece niente! Non succede proprio un bel niente, e tutto torna come prima. Questo a mio avviso è molto grave perchè se i vari soggetti politici non riescono più ad intercettare i bisogni delle persone, le spingono a gesti sempre più estremi che hanno l’unico risultato di trasformarsi in inutili tragedie, visto che chi è nella stanza dei bottoni continua ad andare per la sua strada, mentre chi è stato protagonista o partecipe dell’atto di protesta estremo ci rimette le penne o la fedina penale.
    A mio avviso ciò a cui dovremmo mirare è riportare le dinamiche democratiche nei loro giusti ambiti; quando in passato ciò non ha funzionato, c’è stata un’escalation di violenza che alla fine non ha giovato a nessuno. Scusa lo sproloquio, ma la cosa mi sta molto a cuore.

  6. Anche a me, e infatti anch’io penso che una dimostrazione di volontà popolare dovrebbe tradursi in risultato elettorale e di governo, di conseguenza. Quando questo non accade, ovviamente il rischio è il ritorno della violenza, l’arma di chi si sente impotente e di chi vede bloccate altre strade. Ma di chi è la colpa se il meccanismo si è inceppato? Secondo me di due categorie di persone: di chi vota male, perché disinformato o superficiale, e di chi, eletto, rappresenta interessi che non sono quelli dei suoi elettori e/o della collettività. A quel punto chi stava facendo il suo dovere di cittadino, manifestando e partecipando, si ritrova ignorato e privato di voce, oppure lasciato parlare perché tanto non ne consegue nulla. A questo punto che fa? La risposta non è facile. Sicuramente, si fa ancora più informazione, si cerca di trascinare dalla propria parte chi non capisce. Ma alle volte non basta, o non c’è tempo.
    Riguardo alla manifestazione di forza, pensa ad esempio a uno sciopero. Uno sciopero è il rifiuto di lavorare unito alla minaccia di continuare a non farlo. Non è violento, ma è efficace perché chi lo attua ha la forza di contare – fa paura. Non parlo di terrore, ma di timore. ‘Se non accontento quei lavoratori, non lavorano più, e io perdo tutto’. Le conquiste che ora chiamiamo diritti sono passate anche attraverso questi meccanismi.
    Io non penso che la vita politica inizi e finisca con elezioni e raccolta di consenso: la società è troppo complessa, i centri di potere vari. Se poi sogniamo una società anarchica e autogestita, probabilmente cambia tutto – ma questa società ancora non c’è.

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