invidia e ingiustizia

Ho un paio di pipponi in coda di pubblicazione, su questioni che mi stanno veramente a cuore. Per questo mi ritengo esentata dal raccontare, come pure avevo pensato di fare per quelli a cui interessa, la figura barbina che hanno fatto gli “antifascisti” di Udine nella protesta di venerdì contro la manifestazione di Forza Nuova. Non sento l’urgenza di parlarne perché i manifestanti di FN erano troppo pochi – per ora almeno – per essere presi sul serio, e perché non mi sembra necessario sottolineare, in quanto ovvio, che né gridare “schiavi” ai poliziotti che una volta tanto stanno solo facendo il proprio dovere*, o “merde” ai “fascisti” che non vedono l’ora di ghignare a chi li insulta, né passare il pomeriggio a vuotare lattine di birra invece di pensare a comunicare un messaggio sensato, fanno onore all’antifascismo patrimonio comune. Come non fa onore alla città che gli unici antifascisti in piazza fossero anarchici, studenti e comunisti, ma si sa che la gente non si sgranchisce le gambe tanto volentieri per un ideale.
Detto ciò, cambiamo argomento (ma forse non tanto).

Qualche settimana fa discutevo di disuguaglianze economiche con un gruppo di persone, e uno dei miei interlocutori ha detto: la diseguaglianza è inaccettabile se una parte della società è povera, altrimenti la ricchezza non è un problema. Dire altrimenti è invidia.
Si tratta di un’affermazione banale, ma insidiosa. Non è la prima volta che sento liquidare così i miei discorsi sulla ricchezza. Il vantaggio di affermazioni del genere, superficiali e difficilmente falsificabili, è proprio che fanno molta presa molto velocemente, e riescono abilmente a spostare l’onere della prova da chi le fa a chi le vuole smentire. Infatti sono molte le persone che non vedono nulla di male nell’essere ricchi, e a richieste di redistribuzione rispondono, convinti: siete solo invidiosi. Questo è un corollario dell’idea secondo cui la ricchezza non è un trasferimento dalla società all’individuo, il prodotto di un sistema piuttosto che di un altro, quindi un rapporto sociale, ma una proprietà individuale, frutto del talento o dell’impegno, tanto inalienabile quanto una capacità artistica innata o un bel viso. Che cosa ne penso di questo in particolare l’ho già detto in mille salse, quindi cercherò di non ripetermi. Veniamo piuttosto all’invidia.
Dire che il povero è invidioso del ricco, innanzitutto, sposta il dibattito a una sfera soggettiva ed emotiva. Il problema, in questo caso, è del singolo povero e suo soltanto. Non tutti, infatti, sono invidiosi. C’è chi accetta di essere brutto, triste, insoddisfatto, o magari lavora su queste cose, e chi invece se la prende con gli altri. Non si capisce perché la società dovrebbe farsi carico di una persona invidiosa delle fortune altrui, quindi meschina. Perché redistribuire? Invidiosi: datevi da fare o accettate che a qualcuno è andata meglio che a voi.
Parlare di invidia è fuorviante perché non si affronta il motivo per cui una persona potrebbe covare del risentimento. Se voi nascete con un brutto naso, e vostro fratello è un Adone, odiarlo non vi porterà molto lontano e non è giusto nei suoi confronti. Ma se voi avevate degli oggetti di valore in casa, un ladro vi ha portato via tutto, e lui ora se la spassa in vacanza mentre voi state lavorando per ricomprarvi quello che avete perso, e questo vi fa incazzare, non credo che il vostro problema sia che siete invidiosi – semmai che avete subito un’ingiustizia. Se voi avete talento ma non siete disposti a violare i vostri principi, e un collega ottiene un posto, o fama, andando a letto con qualcuno o pagando o facendosi raccomandare, chi vi dice che la vostra è solo invidia è una persona immorale.
Il discorso della ricchezza non è tanto diverso. Se qualcuno si arricchisce non dico non pagando le tasse, che sarebbe illegale, ma anche solo speculando con il vostro denaro (se ne avete in banca, o in un fondo pensione), manovrando per farsi dare qualche lauto compenso come manager nel settore pubblico pagato con i vostri soldi, o anche solo approfittando di un sistema di ricompensa dei diritti d’autore che crea miliardari ben al di là dello sforzo di un singolo, voi non avete voce in capitolo? Dato che i soldi, gira e volta, sono vostri, avete diritto di chiedere conto di come vengono assegnati e pretendere anche una redistribuzione.
Il problema è che, quando si parla di ricchezza, ormai i poveri si mettono dalla parte dei ricchi, anche se non lo sono, perché sperano di diventarlo. Vedo una nuvoletta sopra le loro teste (e ogni tanto, devo stare attenta, anche sopra la mia): in questa nuvoletta ci sono loro ricchi, felici e soddisfatti, con un moijto in mano a bordo (della propria) piscina. Quindi pensano: siccome magari un giorno potrei farcela anch’io, perché dovrei prendermela con una categoria a cui potrei trovarmi ad appartenere? Il fatto è che questo sogno si basa su una visione distorta della realtà. Solo pochissime persone, sul totale mondiale (perché viviamo in un modo globalizzato) saranno ricche, quindi le possibilità di ognuno di diventarlo, se non lo è già, sono molto ridotte. Inoltre, chi è ricco (e vive da ricco) poggia sul lavoro di masse di poveri e classi medie. La ricchezza presuppone per definizione la diseguaglianza; in pratica, poiché le risorse sono limitate, presuppone anche la povertà altrui. Una volta raggiunta la posizione di vantaggio, le ingiustizie non cesseranno di esistere: semplicemente il povero smetterà di vederle. Il povero che difende il ricco perché vuole imitarlo è semplicemente una vittima che spera di farsi carnefice – la natura del ‘crimine’ e le sue conseguenze rimangono inalterate. Ecco a cosa porta parlare di ‘invidia’.
Faccio un altro esempio. Ripeto ancora una volta, e chiedo scusa, che la mia situazione economica è in buona parte frutto di una scelta e che io ho avuto la possibilità di rifiutare alcuni tipi di privilegio. Ora parlo da osservatrice, non da vittima, è importante sottolinearlo anche se mi scoccia parlare di me – ma non voglio nemmeno io essere accusata di invidia, per l’appunto.
Conosco persone che hanno lavorato sin dall’adolescenza – molte di loro l’hanno fatto perché dovevano, perché le famiglie non erano benestanti. Queste persone non hanno viaggiato molto, alcune hanno fatto fatica a studiare o hanno dovuto mollare, e tuttora non sono ancora ricche: semplicemente, sopravvivono. Ne conosco altre che hanno lavorato poco o quasi niente, e hanno quasi la mia età. Queste persone probabilmente staranno meglio, economicamente, di quelle del primo gruppo, che pure hanno sudato di più. Questo perché i genitori le aiuteranno a trovare un buon lavoro, e le manterranno finché non l’avranno trovato. Se non mi credete, leggete i dati contenuti in questo libro, che vi ho già consigliato: le diseguaglianze in Italia sono ereditarie, come accade in genere in società poco redistributive.
Ora, quando io sento queste persone di famiglia ricca raccontarmi delle loro lunghe vacanze, dei loro nuovi acquisti, dei loro progetti per lavori prestigiosi e ben pagati, delle case che compreranno con facilità o erediteranno, provo rabbia. Non invidia, perché io quei lavori non li voglio e di viaggi, grazie al mio privilegio passato, ne ho fatti abbastanza: io provo rabbia a pensare alle persone che conosco che si sono dovute sudare molto di più queste cose, o che non le avranno mai. Provo rabbia, e forse ancora di più, quando vedo che si tratta di persone che magari la pensano più o meno come me, che sono di sinistra, e che però godono di privilegi e se ne approfittano. Provo rabbia anche nei confronti di me stessa e della mia situazione: se rinunciassi al privilegio di una casa senza spese, andrei a occuparne un’altra che forse servirebbe a qualcuno, eppure se non vi rinuncio non appaio del tutto coerente. Provo rabbia perché se prendo della ricchezza della mia famiglia, sono parte di quella classe di privilegiati che critico; se non ne prendo, rinuncio all’unica possibilità di redistribuzione del reddito che, paradossalmente, è alla mia portata: prendere da chi guadagna bene ed è disposto a dividere il suo guadagno con me.
Naturalmente, esistono tanti ricchi generosi. Questa è un’altra trappola: pur non essendo credente, vi rimando a questo passaggio del Vangelo. I ricchi generosi sono tendenzialmente persone che hanno accumulato, magari in maniera immorale o predatoria, hanno soddisfatto i propri bisogni e i propri capricci, e hanno donato quel che avanzava. Un vero ricco generoso -e io non ne ho mai visti- dovrebbe sistematicamente privarsi della quasi totalità dei propri averi, salvo il necessario per vivere dignitosamente con qualche piccolo sfizio, e quindi non sarebbe più ricco: redistribuirebbe. Semplicemente, affidando la redistribuzione a se stesso anziché alla collettività, ha se non altro il potere personale di decidere che bene fare. Ogni tanto penso: se fossi ricca, vorrei essere così: dare via sistematicamente. Così potrei incentivare attività economiche buone e disincentivare quelle cattive, rendere più bella la mia terra, diffondere i miei valori, e così via. E poi mi rendo conto di essere come quelli che sono favorevoli alla monarchia, a patto di esserne il re.
Comunque, parlavamo della rabbia che generano in me le ingiustizie. Una rabbia grande, anche, la provo nei confronti di quella sinistra che non fa propria, o non abbastanza, la causa della redistribuzione della ricchezza. Sono loro che mi costringono alla situazione impossibile in cui mi trovo: se cercassero veramente di redistribuire le ricchezze, io non avrei solo la mia famiglia come amortizzatore, e non dovrei fare la scelta impossibile tra prendere e lasciare, sapendo che ad alcuni miei parenti arrivano redditi esagerati, anche sotto forma di pensioni ben al di sopra del necessario, e che al tempo stesso i miei principi mi impediscono di approfittarmi di questo. Tutto ciò mi fa arrabbiare.
Infine, mi provoca rabbia sapere che persino le persone meno privilegiate, di cui vi parlavo prima, in quanto italiane sono comunque fortunatissime se paragonate al resto del mondo, a quel miliardo circa di esseri umani che vivono in bidonville e non possono permettersi acqua pulita, figurarsi le ferie. Qui non si tratta di merito o di cieca fortuna: sono gli esseri umani ad aver creato un mondo così, con le loro azioni, le loro leggi e le loro scelte. Non c’era nulla di inevitabile.
Le ingiustizie mondiali, al di là di tutte le pur necessarie analisi, fanno rabbia. Rabbia, ho detto e ripetuto, rabbia e non invidia.
La rabbia e il desiderio di rivalsa, che possono essere conseguenze dell’invidia, appartengono anche alle reazioni normali suscitate dall’incontro con un’ingiustizia. Se siete, come me, persone che credono nella redistribuzione e che pensano che le grandi diseguaglianze di reddito non siano mai giustificate dal diverso impegno di un singolo, non fatevi liquidare da chi vuole mantenere lo status quo e vi insulta dandovi degli ‘invidiosi.’

* Per prevenire prevedibili obiezioni: so benissimo che esistono delle sacche di fascismo all’interno della polizia, e che le forze dell’ordine sono spesso colpevoli di gravi violenze o utilizzate per dispiegamenti repressivi del legittimo dissenso. Se il problema sono le violenze, è inutile prendersela con poliziotti a caso che potrebbero non averne mai commesse. Se il problema è l’autorizzazione data alla manifestazione di Forza Nuova, non l’hanno data in singoli poliziotti ma il loro capo a livello locale, quindi sarebbe meglio protestare direttamente con lui. È vero che i poliziotti e i carabinieri stavano eseguendo gli ordini dati a causa di questa autorizzazione, ma accusarli (con la bava alla bocca) di non conoscere la costituzione significa pensare che sia loro diritto o competenza valutare la “fascistezza” di una manifestazione, decidere di voler fare il possibile per impedirla, e quindi rifiutarsi di svolgere il proprio compito che da un certo punto di vista potrebbe essere interpretato come ‘facilitazione’ della manifestazione, ma da un altro come ‘sforzo per evitare che la gente si faccia male’, il che mi sembra uno scopo del tutto condivisibile. È vero che ‘stavo eseguendo degli ordini’ non è mai una giustificazione, ma, almeno fino a quando non me ne sono andata io, i poliziotti si stavano limitando a tenere lontana la gente che spingeva per andare a fare casino dove non era stata autorizzata.
Se poi uno non condivide l’esistenza della polizia come istituzione, ne ha il diritto, ma gli dico solo questo: io non sono credente e vivo male l’influenza che la Chiesa esercita sul mio paese, ma non vado certo fuori dalla parrocchia a urlare “schiavo” al prete.

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