un africano

Oggi ero in merceria, in via Poscolle, a comprare dei bottoni di madreperla, perché non voglio la plastica anche se costa meno.
Ad un certo punto è entrato un giovane uomo africano, chiedendo l’elemosina. Aveva il portafoglio aperto e mostrava la foto di due bambini. La tecnica della pena è usata da quasi tutti i tipi di mendicanti, ed è difficile distinguere quelli in malafede da quelli in buona fede. Che io sappia, gli africani lo fanno perché devono, non per mestiere come altre categorie. Ho guardato in faccia quest’uomo per cercare di capire se i soldi sarebbero andati in alcol o droga, ma non è che io abbia un gran occhio clinico. Non so voi ma io non ho una politica dell’elemosina, decido di volta in volta e magari mi pento. Se vi sembra arrogante interrogarsi su come verranno spesi i soldi che si danno in elemosina, purtroppo il denaro è una forma di potere, tema di cui ho già discusso e su cui tornerò.
Comunque a quel punto la titolare della merceria si è fatta scura in volto e gli ha gridato: ‘fuori! queste cose si fanno fuori!’, indicando la porta. Io capisco il fastidio dei negozianti quando i mendicanti disturbano i clienti, ma avrebbe potuto chiedergli di uscire in maniera più gentile. Io l’ho accompagnato alla porta; mi diceva: “you see, people have no respect”. Volevo rispondergli: ma non è perché sei nero. Mi è anche capitato chi vedesse razzismo dove non c’era. E poi mi diceva: “please, I have no job”. Neanch’io, gli ho risposto in buona fede. Solo dopo mi sono resa conto che non è vero, cioè che ho detto involontariamente una bugia. In quel momento però pensavo: siamo disoccupati tutti e due, con la differenza che io sono nata qui.
Ho letto in molte fonti credibili che gli africani tra gli immigrati sono i più orgogliosi, che non raccontano la verità su come vivono e vengono trattati in Europa, perché non vogliono apparire dei falliti e comunque non verrebbero creduti. Quindi sono costretti a mandare soldi e a perpetuare il mito dell’Europa Eldorado, quello che spinge altra gente a partire, invece che magari migliorare le cose in patria. Un po’ come gli italiani, con la differenza che la situazione per loro è meno tragica. Questo ho letto e sentito dire più volte. Io non so nulla di quell’uomo, ma mi chiedo cosa succederebbe se mettesse via tutti i soldi che gli vengono dati, e si comprasse un biglietto per tornare a casa. Non è un buon momento per stare qui senza lavoro, gli italiani sono a loro volta in difficoltà, anche se nemmeno lontanamente come loro, e comunque questo non giustifica un trattamento aggressivo come quello della signora della merceria, che tra l’altro ha sempre tante clienti.
Io cerco di aiutare i negozi della mia città piuttosto che le catene e i centri commerciali, ma devo dire, come ho già detto in passato, che i commercianti udinesi non se lo meritano. Sono spesso maleducati, per non parlare di tutte le campagne che fanno contro la mobilità sostenibile, credendo che questo li aiuti. In quella merceria, in via Poscolle, ho provato sensazioni veramente sgradevoli, non ci voglio tornare. Adesso non so più in che merceria andare. Anche in quella in viale Venezia o da Mafalda in centro so che trattano un po’ male la gente, ma almeno la gente italiana.

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7 risposte a “un africano

  1. P.S. So che in teoria bisognerebbe prendersi un minimo di cura di persone che hanno lavorato finché possibile e ora non hanno niente. Ma non c’è un reddito di cittadinanza, in Italia, figurarsi un sussidio per tutti.

  2. Ciao Gaia,
    ti segnalo un bel film sulla condizione degli immigrati nell’Italia del sud (in particolare a CastelVolturno, prima città in Europa – pare – per immigrazione africana): Là-bas (Educazione criminale).
    Gli attori del film, tranne Esther Elisha (la protagonista femminile), sono tutti non professionisti, e con le loro storie hanno contribuito alla sceneggiatura del film.

    Prima del film il mio rapporto con gli immigrati era: do loro qualche spicciolo (carità cristiana o zakāt islamica, fate voi), e tiro dritto. Dopo il film ho cominciato a fermarmi e a chiacchierare con loro, e ho scoperto che dietro a ciò che per noi è un problema di ordine geopolitico, in realtà ci sono solo persone, individui.

    E’ duro/faticoso smettere di applicare comode categorie mentali nel rapportarsi ai nostri interlocutori – fosse solo perché ci garantiscono utili mappe per mezzo delle quali orientarci nella socialità -, però in alcuni casi se si vuole capire davvero un fenomeno, credo sia l’unica strada…

  3. Penso che le categorie mentali scompariranno con le seconde e terze generazioni, miste, a meno che non finiamo come negli Stati Uniti, in cui ancora non hanno risolto la questione della ‘razza’. Ma non credo, io ho fiducia nella capacità dell’Italia di gestire la nuova complessità, essendo già adesso un paese enormemente complesso, e misto, di suo.

    Avevo letto su Narcomafie un’intervista al regista di quel film, che è una delle ‘fonti anonime’ di cui dico sopra. Due stralci dall’articolo, che non si trova su internet:

    “Non volevo che nel mio film ci fosse la scappatoia del personaggio europeo con il quale immedesimarsi” [più unico che raro: gli occidentali non resistono mai alla tentazione di ficcare l’eroe bianco buono tra gli uomini rossi, neri o blu, come se le storie di questi ultimi non fossero da sole abbastanza interessanti, o non fornissero una chiara chiave morale di lettura]

    “L’obbiettivo sarebbe quello di diffonderlo in Africa perché – e me ne sono accorto nel mio viaggio in Burkina Faso di quattro ani fa – la percezione che si ha dell’Europa è tremendamente distorta. I racconti delle persone che arrivano in Italia non sono mai veritieri. Stare ai semafori per lavare i vetri è ritenuto un fallimento, una vergogna da occultare. Ci sono professori di scuola che lasciano il loro lavoro per venire in Italia e qui trovano solamente situazioni di sfruttamento. Ma ai loro parenti e conoscenti rimasti in Africa questo non lo raccontano. Ho saputo, addirittura, di immigrati che si sono fermati a lavorare in Libia ma che hanno raccontato alle loro famiglie di essere arrivati in Italia. A differenza dei cinesi, che creano delle vere e proprie reti di accoglienza, gli africani sono individualisti e molto orgogliosi. Questo fa sì che in Africa passi un’immagine distorta di quanto avviene in Europa. Se si riuscisse a diffondere il mio film, a farlo vedere in Africa, a far capire che cosa accade a un ragazzo che attraversa il Mediterraneo su un motoscafo, probabilmente molti non partirebbero.”

    Tutto questo cosa dice sul mondo in cui viviamo, e sulle aspettative che tutti abbiamo? Quanti giovani italiani mollano amici, famiglia, comunità e anche il ragazzo o la ragazza per un lavoro più pagato all’estero, per gratificazioni professionali sacrificano tutto il resto? Alle volte è voglia di vedere il mondo, o amore per un’altra cultura, ma tante altre volte secondo me è ambizione personale o addirittura materialismo…

    Detto ciò, io sono interessata anche ad osservare il comportamento degli italiani nei confronti degli stranieri – tra cui gli africani sono i più immediatamente riconoscibili. I friulani più che a di dove sei guardano cosa fai, e non è necessariamente un bene. Poi come dici tu le persone sono persone, e in una città piccola finisci per conoscere il ragazzo che vende i giornali, sapere gli affari suoi e salutarlo per strada. Ma non si può ignorare il fatto che tra te e quella persona, oltre alla comune umanità, c’è anche la differenza creata da squilibri globali di cui lui è vittima e tu no! Secondo me tendenzialmente in Friuli non c’è razzismo vero e proprio – se sei africano e lavori, hai rispetto, se magari parli pure friulano, la gente va matta. Ma nessuna pietà per chi non lavora, anche se, come ben sappiamo, non lavorare raramente è una scelta.

  4. Una delle cose che mi ha colpito delle mie ultime «conoscenze» africane è proprio la loro dignità. Anche se sostanzialmente chiedono la carità, camuffano la loro richiesta eseguendo ‘formalmente’ alcuni umili servizi come portare la spesa agli anziani, oppure improvvisarsi benzinai ai self-service. Nessuno di loro mi ha parlato della propria famiglia per muovermi a pietà, anzi alcuni si sono dimostrati molto reticenti, ed hanno accettato di parlarne solo dopo vari incontri, quando si era stabilito un clima di mutua fiducia. Parlando con loro, mi sono reso conto della realtà delle parole di Guido Lombardi (il regista di Là-bas), che al cineforum di Ponticelli, oltre a raccontarci di quante peripezie abbiano passato durante le riprese, sottolineava sostanzialmente ciò che tu hai citato: molti di loro fanno debiti e gravano le rispettive famiglie di molti oneri pur di arrivare qui – dove pensano ingenuamente di poter far fortuna -; ma, una volta giunti in Italia, si ritrovano intrappolati in un meccanismo infernale dal quale difficilmente riescono a sfuggire. Ritornare a casa senza aver fatto fortuna equivarrebbe a sancire il proprio fallimento personale e quello del proprio clan familiare, per cui stringono i denti e lavorano come schiavi a Rosarno, nel casertano, nelle periferie dei capoluoghi, etc.
    Ritornando al nostro discorso sul ‘famigerato’ ascensore sociale, qualche giorno fa un mio collega mi raccontava di essersi stupito per aver ricevuto a casa, a causa di un guasto, il suo storico e napoletanissimo idraulico, accompagnato da… un giovane aiutante di colore. Leggendo sul volto del mio collega lo stupore per la «strana coppia», l’idraulico gli ha confessato che ha dovuto assumere il ragazzo extracomunitario (con tutte le noie burocratiche annesse e connesse) perché non era riuscito a trovare nessun giovane locale che volesse fare l’apprendista. Si lavora troppo e si guadagna poco, questa la motivazione.

  5. (Però forse, senza entrare troppo nel merito di scelte personali sicuramente difficili, dire la verità potrebbe risparmiare a molti altri la stessa umiliante sorte… perché continuare a portare avanti un sistema di sfruttamento, pur di non ammettere di aver sbagliato?)
    Qui sarebbe da aprire un discorso potenzialmente lunghissimo sui ‘lavori che gli italiani non vogliono più fare’… con il massimo rispetto per gli immigrati che pur di lavorare li fanno, e contribuiscono così al bene comune, io mi chiedo sempre: e se TUTTI si rifiutassero? Non è che magari i salari e le condizioni, in questi lavori, migliorerebbero? Perché se non trovi nessuno, per forza inizi a pagare di più! Purtroppo, finché ci sono poveri a questo mondo, ci sarà chi se ne approfitta, e ci sarà la guerra tra poveri. Quindi gli italiani non vogliono lavorare per me? Non è che gli offro più soldi o condizioni migliori: prendo qualcuno più disperato. (E se dopo che ho offerto di più ancora nessuno viene, ti garantisco che la gente prima o poi proverà ad aggiustarsi le cose da sola. Ma qui siamo nella fantascienza.)
    Per quanto riguarda la schizzinosità degli italiani, finirà anche quella, uno perché non c’è più lavoro, due perché tanti stanno iniziando a dubitare di quello che dicevano i loro nonni, e a pensare che mungere una mucca possa essere anche meglio di chiudersi in un ufficio… io nel mio piccolo ho un miniorto, evito il cibo industriale, e metà pomeriggio lo passo in poltrona a cucirmi vestiti. Come sessant’anni fa, ma con internet.

  6. Comunque non so abbastanza sulla migrazione per scriverne a lungo. L’intenzione originaria del post era condividere il mio disagio e il mio dilemma sul da farsi quando si vede qualcuno – soprattutto se membro di una categoria considerata svantaggiata – trattato male, cosa molto frequente in questa città, purtroppo. La cosa peggiore era la differenza di trattamento tra il cliente (pagante) e il medicante (scocciatore). Queste scene si vedono spesso qua. In treno mi è capitata una cosa simile: un giovane chiedeva soldi e tutti, italiani e stranieri, guardavano fuori dal finestrino o fingevano di non capirlo.

  7. Avevi espresso (come al solito) molto chiaramente il tuo disagio nell’assistere all’esperienza umiliante toccata in sorte all’immigrato; io ho scantonato un po’ sul tema dell’immigrazione perché sinceramente, fino a qualche tempo fa, invece di vedere persone vedevo «esponenti concreti del problema immigrazione» e non andavo molto oltre al di là dell’umana empatia.
    Mi sono invece persuaso che se iniziamo a vederli prima come persone con una storia, e poi come immigrati, cambia radicalmente il nostro atteggiamento nei loro confronti; e quindi il disagio nel vederli (ingiustamente o meno) maltrattati tende a sparire, per lasciar posto ad altri sentimenti, forse meno benevoli nei loro confronti in alcuni casi, ma sicuramente molto più definiti e motivati.

    Scusa se ho usato il tuo blog forse un po’ come un confessionale, ma credo che a volte parlare dei propri errori possa stimolare intellettivamente gli altri a provare ad agire in modo differente, o comunque ad avviare un confronto con le proprie posizioni: e uno scopre realtà che prima neanche immaginava… a me capita spesso.
    Un abbraccio,

    mk

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