ancora, val Susa

Mi ero riproposta di non scrivere per un po’, e cercherò di non farlo, ma non sono riuscita a trattenermi davanti all’impressionante macchina di propaganda ancora una volta messa in moto, da media e politica (da destra a sinistra, Sel compresa), contro il movimento no tav in val Susa. So di non potere nulla contro questa macchina, ma devo fare qualcosa.
La potenza di questo apparato propagandistico l’ho toccata con mano ancora una volta ieri, parlando con i miei genitori, che hanno due figlie che sono andate più volte in val Susa, e che quindi conoscono sia le argomentazioni no tav sia la realtà sul campo, diversa da quella che compare su tutti i telegiornali. Eppure, reagivano alle immagini in tv in maniera pavloviana. Mio padre: ‘però avevano le maschere antigas e gli scudi!’ Ma certo! Sapendo che la polizia lancerà gas lacrimogeni, e li lancerà ad altezza uomo e quindi addosso alla gente, chi sarebbe così folle da non attrezzarsi con delle protezioni? E mia madre: ‘ma erano incappucciati e vestiti di nero!’ Anche qui: perché rischiare andando a volto scoperto, farsi identificare, dopo aver capito che basta trovarsi nel posto sbagliato, senza prove di reato, per prendersi anche dieci anni di galera? (vedere come sta andando ai no tav arrestati o com’è andata ai manifestanti di Genova…) E per quanto riguarda il nero, è evidente che quest’aspetto viene sottolineato per far scattare nella mente delle persone l’immagine ‘black bloc’, ma basterebbe ragionare un attimo: se vai a tagliare delle reti di notte e dall’altra parte c’è la polizia, eviterai di trasformarti in un bersaglio mobile vestendoti di rosa o di giallo fosforescente come un ciclista che non vuol essere investito.

‘Violenti’. Altra cosa, è vero, sono i petardi e i bulloni che qualcuno ha tirato. Io non l’avrei fatto, spero in vita mia di non alzare mai il braccio contro un altro essere umano. È anche vero, però, che quelle che sembrano armi aggressive ad alcuni, per altri sono armi di difesa. C’è una certa tragica inesorabilità in tutto questo: tu vuoi tagliare le reti di un cantiere (lo devi fare, non hai più scelta), la polizia dall’altra parte ti aspetta con gli idranti e i lacrimogeni, tu per tenere lontana la polizia gli tiri addosso quello che hai. Ho detto: io non lo farei, ma quando si riduce una valle a una zona di guerra, come la politica ha fatto ignorando le richieste dei valsusini e mandando la polizia a occupare la loro terra, espropriandola e distruggendola, la guerra porta anche a questo. E con tutte quelle botte che hanno preso, con le manganellate di notte sotto le tende, per le strade del paese alla gente che fugge, alle donne, agli anziani, con i lacrimogeni tirati addosso alle persone fino a ridurre i loro volti a maschere di sangue, lanciati di notte in un campeggio inerme con anziani e bambini (l’altro ieri sera, testimone mia sorella), o vicino a una tenda che dovrebbe curare le persone (l’anno scorso, testimone io), con uno dei manifestanti che ci ha quasi rimesso la pelle, mi sembra che i valsusini si siano anche trattenuti. Sottolineo: la val Susa è diventata una zona di guerra. Non lo dico con leggerezza. Ormai la gente considera la polizia una forza occupante, lo dice apertamente. Il rancore monta, l’esperienza collettiva va in una direzione sola: lo stato è un nemico. E non sto parlando di ‘frange estremiste’, sto parlando di gente normalissima, vecchi e famiglie, signore che si attrezzano con le maschere antigas, bambini che portano a casa i tubetti del lacrimogeni come un altro bambino porterebbe una conchiglia: questa ormai è la loro quotidianità.

E visto che si dà dei violenti ai valsusini, o a questi famosi infiltrati cattivissimi da cui dovrebbero prendere le distanze, vorrei soffermarmi un attimo anche sui lacrimogeni. Ho già elencato note e documentatissime violenze della polizia: ma non pensate che i lacrimogeni siano da meno. Chi non li ha provati penserà che siano coreografia, come i fumi del concerto: invece sono terribili, sono veleno. Io ero nel bosco, l’estate scorsa, mentre li tiravano. Mi sembrava di impazzire. Mi bruciava la gola e il petto, mi lacrimavano gli occhi, muco mi colava dal naso dentro un limone che mordevo rabbiosamente cercando sollievo, e non ne trovavo, tossivo e maledivo chi li lanciava, pensavo: fuori di qui, fuori di qui. E per me è stato un giorno solo, ma la gente che se li è presa per mesi, anni, che cosa rischia? Come starà? Quando ero in val Susa so che c’era chi tossiva per giorni. Mia sorella dice di aver incontrato una donna che diceva: non posso più manifestare, ho i polmoni rovinati.

‘Manifestate pacificamente’. Questa assurdità, ripetuta sia dal Ministro dell’Interno, quella intollerabile ipocrita, sia da gente che si considera di sinistra, è quella che mi fa più imbestialire. Innanzitutto, le manifestazioni pacifiche ci sono. Ci sono da vent’anni e continuano ancora. Tra serate informative, concerti no tav, marce in cui non vola una mosca (con migliaia o decine di migliaia di persone), scampagnate, veglie di preghiera e pic nic, e il giro delle piazze d’Italia a portare le proprie ragioni, la fantasia e la costanza dei no tav non hanno limite. Sapevate di tutte queste iniziative? Probabilmente no. Perché i giornali non ne parlano! Perché i giornalisti vogliono sangue, quando lo trovano ci marciano per giorni, montano e straparlano, e intanto, mostrandosi scandalizzati, scuotono la testa: ‘che ovvove!’ I giornalisti hanno dimostrato di essere i peggiori di tutti. Chiedevano le manifestazioni pacifiche, e poi le ignoravano. Rimproveravano i valsusini, e quando questi facevano i bravi li liquidavano in poche righe o li snobbavano del tutto. E la politica, idem. Vi rendete conto del gioco perverso? Se ne fanno un baffo non solo delle marce di protesta, ma anche di tutti i sindaci, consiglieri, presidenti di comunità montana no tav, e poi chiedono proteste pacifiche, dicendo ormai chiaro e tondo che non le ascolteranno. Come la Cancellieri, beata lei: ‘il nostro compito è garantire proteste pacifiche e fare la Tav lo stesso’. Questa è la democrazia, signor Corriere della Sera?

‘Delinquenti’. Ormai, i no tav sono dipinti come violenti o ostaggio dei violenti, teppisti, delinquenti. Bene, vi dico che se gli italiani fossero tutti come i no tav che ho incontrato in val Susa, che paese saremmo! Che orgoglio! Non avremmo mafia, corruzione, o ignoranza. A parte la mole di conoscenze e l’impegno politico sostenuto per, ormai, decenni, da loro ho ricevuto una vera e propria lezione di civiltà. Sono arrivata senza conoscere nessuno, una svampitella friulana che girava con i vestiti da città e diceva che i poliziotti non le avrebbero mai fatto del male. Ma mi hanno accolta, mi hanno ospitata, mi hanno mostrato la valle, mi hanno dato da mangiare, da bere, da vestire, da dormire. E così hanno cercato di accogliere tutti quelli che venivano ad aiutarli. Era nel loro interesse, certo, ma anche tra di loro si trattavano con rispetto pur nelle divergenze, uniti, fraterni. Quando ero su, in quella che ormai è zona occupata, c’era sempre da mangiare per tutti, e mai un bicchiere di plastica lasciato cadere, mai una cartaccia per terra: raccolta differenziata, boschi puliti (quelli con le tombe del neolitico su cui è passata la polizia con il cingolato), autodisciplina, una bella atmosfera. Ed eravamo sotto assedio. Per non parlare della campagna di solidarietà per Luca Abbà… Generosi, coraggiosi, solidali: così io ho conosciuto i valsusini, i no tav almeno. Questa è la gente che la polizia sta avvelenando sotto gli occhi dell’Italia. Della stessa Italia che continua a spendere chissà quanti milioni per mantenere l’occupazione militare della val Susa, un cantiere che finora ha combinato poco e niente, della stessa Italia che vuole buttare venti miliardi in un’opera inutile. I valsusini le stanno prendendo anche per gli italiani ingrati che se fosse fatta la Tav ci perderebbero tutti.

‘L’impegno con l’Europa’. A corto di argomenti, i proponenti dell’opera si affidano al più debole di tutti: abbiamo preso un impegno con l’Europa. A parte che è curioso come il popolo più voltagabbana del continente si aggrappi con tale ostinazione alla parola data, diciamo solo che un impegno è una cosa importante, ma non abbastanza da perseverare a tutti i costi nell’errore, un errore madornale poi. Non saremmo né i primi né gli unici a ripensarci: il Portogallo si è già ufficialmente sfilato (non hanno i soldi), la Francia si sa che ci sta pensando seriamente. Le questioni di principio vanno bene, ma bisogna vedere i principi. La libertà di una popolazione di decidere del proprio territorio, la salute (a rischio), l’aria (inquinata), l’acqua (a Firenze la Tav ha fatto sparire falde, fiumi e torrenti), il territorio (deturpato), non sono valori? Non sono principi? E la tanto sbandierata legalità: ma se è sempre più evidente che sulla Tav metterà le mani la ‘ndrangheta!! Leggetevi gli articoli, le inchieste, osservate quanto è marcio il Piemonte, in cui ormai si sciolgono i comuni per mafia come al sud! Vi dirò un altro principio sacrosanto, forse non piacerà a tutti, ma la legge lo tutela: l’autodifesa. Io so che per difendere la vita e la propria terra molti mezzi, che vi piaccia o no, sono leciti.

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12 risposte a “ancora, val Susa

  1. Cara Gaia,
    senza perdere tempo ripetendo e rinnovando il mio appoggio ai NoTav, e sicuramente condividendo le tue osservazioni quanto a stampa, politica, forze dell’ordine, popolazione della ValSusa, etc. etc., sono però dell’avviso che laggiù i nostri compagni stiano sbagliando sia dal punto di vista tattico che strategico. Non me ne volere/te male, ma per quel poco che ne so mi sembra proprio così.
    Tu dici che è una guerra: e credo che tu abbia ragione. Allora analizziamo gli eventi in un’ottica militare. Che senso ha effettuare un’operazione di sabotaggio (chiamiamola così) contro un caposaldo presidiato da forze maggiori per numero, mezzi ed addestramento? Se l’esito del sabotaggio fosse esiziale ai fini della guerra, allora probabilmente ci andremmo *tutti*, anche a rischio di avere qualche punto sulla testa, per porre fine a questa (ennesima) vergognosa pagina di mancata democrazia italiana.
    Ma sappiamo tutti benissimo che non è così: se tu tagli la recinzione, dopo mezza gornata ce n’è sarà al suo posto un’altra nuova, magari più alta e più doppia. I militari ragionano così. Non sarà certo una recinzione divelta o un cancello sfondato a mandare via le forze dell’ordine.
    Allora perché compiere un gesto tale? Come atto dimostrativo, politico, per rilanciare l’attenzione sulla valle o cercare di alzare la tensione in vista di un incerto negoziato? Se questa è la nostra strategia, sicuramente più condivisibile della prima, allora è sbagliata la tattica: non si va di notte e vestiti di nero e con qualcuno armato di bulloni o bombe carta (non mi interessa nè chi nè con cosa, perché tanto poi la stampa strumentalizzerà il tutto e sarà impossibile/inutile provare il contrario, vedi Diaz), a compiere un atto in cui si ha la certezza di essere respinti fisicamente con una carica. Si sa già in anticipo che la polizia caricherà, che le loro cariche saranno legittime mentre le nostre saranno atti terroristici, che se noi saremo in mille gasati coi lacrimogeni ce la saremo voluta, mentre se anche uno solo di loro avrà un graffietto diventerà il giorno dopo il nobile milite al servizio dello Stato, figlio unico di una mamma malata lasciata sola nel remoto poverissimo paesino del sud-italia, che per sostentare l’anziana genitrice si deve vedere violato nel fisico e nello spirito da quei facinorosi violenti e nullafacenti che non hanno voglia di fare un cazzo, che andassero a lavorare e uscissero fuori dai coglioni.
    Se si vuole compiere un’azione che abbia valenza politica, questa deve essere il più possibile limpida: per dimostrare al paese che si combatte una battaglia per la giustizia ed il diritto, e non una guerra in cui si cerca con ogni mezzo di affermare le proprie ragioni indipendentemente da quali esse siano.
    I NoTav hanno poche frecce al loro arco: la ragione della loro lotta, le loro tradizioni, la loro civiltà, l’intelligenza civile e politica, la tenacia e la caparbietà. L’amore per la loro terra e una bella visione di un futuro diverso per il proprio territorio e la loro economia. Sono poche armi, ma sono grosse: è con queste che devono contrastare l’arroganza violenta dello Stato, non scendere allo stesso bieco livello di confronto fisico. Li possono soltanto perdere, o al più aggiudicarsi effimere vittorie di Pirro, trovandosi però poi contro tutta la stampa e l’opinione pubblica italiana, e la quasi totalità delle forze politiche.
    Come la si voglia mettere, a mio avviso lo scontro fisico in ValSusa non paga, e fa solo il gioco dello Stato. E’ una questione di democrazia e di civiltà, e va combattuta e risolta su questi piani, dove si è forti e dove si hanno prospettive di esiti positivi. Se si fa un sit-in con resistenza passiva e la polizia ti sgombra è un conto, ma se si va nottetempo a sabotare il cantiere col pericolo che ci scappi il morto (ovviamente dalla nostra parte) è tutta un’altra storia.
    Puoi anche vincere la battaglia, però perdi la guerra.
    Giusto per dare un’idea della disparità del contesto per le forze in campo: quando, dopo una carica, si contano le teste rotte da una parte e dall’altra, i manifestanti feriti cercano di non andare in ospedale per non farsi schedare/arrestare, mentre i militari ci vanno sempre, anche per danni lievi, fosse solo per avere il certificato da presentare al comando per poi magari assentarsi, o per dimostrare di essersi feriti durante il servizio.
    Il giornalista che va all’ospedale il giorno dopo ha quindi un quadro falsato, dove a fronte delle (molte) testimonianze dei militi, documentate dai referti ufficiali dei medici, si contrappongono le poche e frammentarie dichiarazioni dei manifestanti, corredate nella migliore delle ipotesi da filmati e foto che sembrano sempre di parte, a causa della loro origine.
    Io credo che dopo più di un anno di scontri che non hanno dato frutti, sia necessario cambiare strategia: non aumentare il livello dello scontro (che sarebbe un suicidio), ma iniziare a battere altre vie, forse meno eroiche ed esaltanti, ma con maggiore probabilità di riuscita.
    A volte a scacchi le partite si vincono per un pedone in più o per un lievissimo vantaggio posizionale, e non con un azzardato sacrificio di Donna. Che è molto bello esteticamente e ti dà una grandissima soddisfazione, ma se non mette a terra l’avversario mette fuori gioco te, e allora non ti resta che inclinare il Re e dichiarati sconfitto.

  2. Ciao Michele,
    tu dici che gli scontri non hanno dato frutti, e in effetti da un certo punto di vista è così. Purtroppo però, come ho già scritto tante volte, nemmeno vent’anni di proteste pacifiche hanno dato frutti. Ti elenco, senza neanche fare ricerche ma man mano che mi vengono in mente, le ‘altre vie’ che hanno battuto i no tav in vent’anni:
    – elezioni di rappresentanti no tav, rapporti istituzionali
    – eventi informativi in loco e itineranti (anche in giro per l’Italia)
    – concerti
    – pubblicazioni di libri, volantini, documenti scritti / audio / video
    – campeggi estivi
    – marce su marce su marce, moltissime completamente pacifiche
    – cene, pic nic, gite, giornate per le famiglie
    – veglie di preghiera
    Eccetera. Tutto questo non ha spostato di un millimetro né lo stato italiano, né il governo del Piemonte (la democrazia!). Inoltre, ha attirato poca attenzione mediatica.
    Loro continuano a fare tutte queste cose, e sabato ci sarà un’altra manifestazione, pacifica. Però, se non funzionano, bisognerà provare qualcos’altro.
    Tu dici che non bisogna combattere una guerra ‘in cui si cerca con ogni mezzo di affermare le proprie ragioni indipendentemente da quali esse siano’. In linea di massima, le idee si affermano convincendo le persone, non imponendole, sono d’accordo. Ma qui non si tratta, lo sottolineo ancora, solo di idee: si tratta di sopravvivenza. I danni della tav sarebbero talmente grandi, gravi e irreparabili, da compromettere la qualità della vita e forse la vita stessa delle popolazioni coinvolte (la salute, in fondo, altro non è che vita – e se ti va, giusto per aggiungere un altro tassello, leggi il reportage di Rumiz che ho linkato sul deserto fatto al Mugello dalla tav: fiumi scomparsi, alberi seccati, pesci morti…).
    Quando quello che devi difendere non è solo un’idea, ma anche la tua stessa sopravvivenza e quella dei tuoi figli, mi dispiace, hai a disposizione più mezzi leciti di chi sta cercando di convincere qualcun altro di una sua idea allo stato puro. Questo gli italiani non lo capiscono un po’ perché non è ben chiara la situazione, un po’ perché il disastro ambientale sembra sempre un problema minore, rispetto che so a perdere il lavoro o la pensione (senza sminuire queste due cose ovviamente). Invece il disastro ambientale ha conseguenze enormi e spesso irreversibili. Quindi bisogna combattere con tutti i mezzi, prima istituzionali, pacifici, comunicativi, ma poi, se la situazione si fa disperata, anche con altri.
    Volevo farti l’esempio dei partigiani, che nel Nord Italia operavano principalmente con sabotaggi e scontri completamente impari ma efficaci, perché la guerriglia solitamente lo è, ma poi dovrei stare a spiegare che so benissimo che i poliziottti italiani non sono i nazisti, e finirei per impelagarmi.
    Dico solo che il senso di un attacco al cantiere può essere – non c’ero quando è stato deciso quindi azzardo: prendere ancora tempo per ritardare l’opera; mandare un segnale comunque di forza, perché in qualche centinaio disarmati (con qualche eccezione, e con armi di poco conto) i no tav hanno fatto grossi danni; oppure rendere sempre più costoso e lento il progetto, e invivibile l’atmosfera a chi lo esegue o ne difende l’esecuzione. Forse si può addirittura sperare che i poliziotti si stanchino di star lì, lontano da casa, a prenderle in continuazione e scontrarsi con la gente, invece di fare qualcosa di utile, e protestino tramite i sindacati. Mi direte: ma questa è intimidazione! eh, sì. Mi dispiace. Ma cosa rimane?

  3. E naturalmente, si potrebbe sperare che gli italiani si stanchino del costo economico e umano sempre crescente dell’opera, e protestino sul serio. Purtroppo mi pare che dentro tanti dei miei connazionali si agiti ancora il demonietto fascista: ‘dagli! dagli ai ribelli e fai il treno!’

  4. Un’intervista molto interessante al presidente della comunità montana della val Susa Sandro Plano, in cui dà risposte sui temi che stiamo discutendo qui. Notare come il giornalista insista, ossessivamente, anche quando la conversazione prende una piega costruttiva, sul tema della violenza. Vogliono parlare di quello, lo vogliono per tanti motivi tra cui che fa audience e forse anche che è troppo faticoso leggersi le carte del politecnico o capire cosa si intende per ‘democrazia assembleare’…
    http://www.notav.info/movimento/intervista-a-sandro-plano-presidente-della-comunita-montana-della-valle-di-susa/

  5. E’ questa la deformazione che non mi va giù: che sulla stampa si parli della ValSusa solo per episodi di violenza. Oramai l’opinione pubblica è condizionata: manifestazione NoTav = violenza.
    So bene che in quella zona fanno tantissimi incontri, manifestazioni, tavoli di discussione, etc. ma di questi eventi non parla nessuno, se si eccettuano i siti dei NoTav. Sono convinto che se le fontane a Chiomonte versassero sangue per protesta, non ne scriverebbe comunque nessuno (al più trafiletto in 15ma pagina prima dei necrologi).
    Parecchio tempo fa in rete c’erano alcuni video in cui distinti signori di mezza età – qualcuno molto più avanti negli anni – parlavano pacatamente delle ragioni dell’inopportunità della Tav (che, date le attuali condizioni economiche, dovrebbero essere oramai palesi anche ai cocci, ma tant’è). Adesso quei video sono quasi introvabili, ci sono solo filmati di lacrimogeni, cariche, botte, insulti e così via.
    Visto che abbiamo quasi tutti i media contro, io cercherei di evitare a tutti i costi lo scontro fisico. Non sono un esperto di guerriglia o di militanza attiva, però sono convinto che i giovani tra i NoTav abbiano abbastanza inventiva per ideare delle forme di protesta che diano comunque fastidio ai lavoratori/militari nel cantiere, senza però essere violente.
    Chessò, rovesciare uno o due camion di letame per ostruire le vie di accesso al cantiere, ripetere incessantemente sit-in/fiaccolate per rallentare il passaggio dei mezzi, promuovere azioni legali anche inutili contro il cantiere o le società coinvolte, insomma dare quanto più fastidio sia possibile per boicottare i lavori.
    Qualunque cosa vuoi, basta che sia non-violenta. Anche perché – com’era facile attendersi – la reazione è scontata (tra un po’ passeranno all’iprite e al gas nervino).

    Quanto all’intervista a Sandro Piano, il passo «…Non sono d’accordo con azioni come quelle dell’altra sera, ma non sono in grado di impedirle…» io lo trovo molto grave. Quando si fa una manifestazione in quel clima, la prima regola è il servizio d’ordine per evitare strumentalizzazioni. Un’affermazione siffatta è a mio avviso una palese autodenuncia di perdita di leadership nel movimento.
    Non si può affermare un rigo dopo che a guidare il movimento NoTav sono «i comitati», quando nel rigo immediatamente precedente si è ammesso candidamente che non si è in grado di controllare le azioni dei manifestanti. Allora cosa guidano questi comitati, l’ordine dei posti ai tavoli di riunione?
    Se continuano così a mio avviso sono avviati ad essere ridotti ad un problema di ordine pubblico, che è proprio ciò che non deve accadere. Per me l’obiettivo prioritario dei comitati dovrebbe essere il non essere ridotti ad una questione di forze di polizia, proprio per poter parlare della Tav, dove hanno ragione da vendere.

  6. Buone le tue idee, credo che qualcuna l’abbiano già anche tentata, ma non ho notizie di camion di letame…
    Sandro Plano non è leader dei comitati, che sono gruppi di cittadini fattisi avanti da sè. Una cosa bellissima, e a cui purtroppo i media danno poco risalto, è che in val Susa il movimento funziona anarchicamente nel senso più alto, cioè gestisce se stesso: non ci sono ordini ma scelte condivise che la gente rispetta da sè, non ci sono capi ma al massimo persone più carismatiche e più frequentemente intervistate, tutti prendono la parola e tutti rispettano le scelte altrui. Una ‘democrazia assembleare’, come la definisce lui. Un esperimento straordinario.
    Sandro Plano è leader della comunità montana, non dei no tav, quindi nel movimento non controlla niente: la gente ha deciso collettivamente di usare anche i mezzi dell’aggressione al cantiere, chi non è d’accordo non partecipa e non va ma rispetta le decisioni prese a maggioranza.
    Questo è difficile da capire al di fuori, dove siamo abituati a mezzi comunque coercitivi: lì non ce ne sono. Tu dirai: bella roba, se il risultato è di fare azioni come quella. D’accordo. Per me invece il processo in atto, di cui sono stata io stessa testimone, è una cosa meravigliosa, un esempio di come principi apparentemente impossibili possano funzionare in pratica.
    Su tutto il resto ti faccio solo una domanda: se i metodi pacifici e i ragionamenti non sono bastati finora, perché dovrebbero iniziare a bastare ora?

  7. Le rivoluzioni pacifiche non si fanno in un solo giorno… io ti ribalto la domanda: se gli scontri (fisici) sono iniziati nel 2005 e non hanno portato ancora a niente (se non ad una cattiva reputazione dei NoTav), perché proseguire?
    Io non ho soluzioni pronte – magari le avessi, le avrei già spedite a chi di dovere -, però ho una mia convinzione, maturata quando ero bambino sulle strade (a volte violente) dell’hinterland vesuviano: se ti scontri fisicamente con una gang, ed essa è più forte di te – per numero, per bicipiti o per equipaggiamento -, allora o sei sicuro di spuntarla e puoi farti sotto, oppure è meglio spostare il conflitto su di un altro piano su cui hai qualche chance, anche se remota. L’eroismo è inutile se non porta alla vittoria, la storia (cioè il tuo futuro) lo fanno i vincitori.
    Se i NoTav continueranno con la guerriglia, i militari alzeranno il livello del conflitto (avranno anche la giustificazione fornita su di un vassoio di argento, come hai già potuto constatare con gli urticanti), ed ai NoTav non resterà che o inasprire ancora di più la lotta – il che porterebbe ad un’escalation che li vedrebbere infine soccombere, visto che non hanno un esercito regolare -, oppure ritirarsi per non combattere una guerra già persa in partenza.
    Ai NoTav – è sempre il mio giudizio – non serve l’escalation… quello è il gioco che stanno facendo la polizia e il governo: aspettiamo che facciano qualche stronzata, così poi abbiamo il pretesto per chiudere la partita una volta per tutte. Sai quante persone stanno lì ad aspettare che si possa parlare di terrorismo, per poter poi utilizzare tutti gli strumenti che la giurisdizione e la forza pubblica può utilizzare in questi casi? Non mi meraviglierei se ad un certo punto si scoprisse su in valle qualche deposito di armi arrugginite con qualche volantino con la stella a cinque punte… Abbiamo già visto alla Diaz cosa è successo quando il pretesto non è arrivato tempestivamente: mi domando, allora, perché a fornirglielo dobbiamo essere proprio noi? E’ autolesionismo allo stato puro.
    Io sono per una «guerra di logoramento»: continuare a dare fastidio sperando che la UE, visto il periodo di vacche magre e dopo il dietrofront di Portogallo e Francia, ci ripensi su e abbandoni il progetto.
    Ancora una volta, assodato che in questo benedetto paese non esiste più la politica, mi trovo a sperare (ma solo per la Valle e i suoi abitanti), che la soluzione venga dall’esterno (sic).

    Quanto alla democrazia assembleare, che 2 volte ho seguito on-line dopo i tuoi bellissimi post dalla valle, io credo che per il bene del movimento i NoTav dovrebbero trovare una linea comune condivisa da tutti: o scegliere il no assoluto per gli atti di violenza, dimodochè sia rispettato da ogni manifestante, nessuno escluso, oppure scegliere di utilizzare anche forme di lotta fisica, ma in quel caso essere in grado di gestirla. Non si può andare allo scontro in gruppi divisi, ciascuno con le sue iniziative di lotta, perché quando poi 1 su un milione tira la molotov e ammazza il poliziotto, allora la colpa ricadrà su tutto il movimento (fatto da 999.999 persone per bene, ma da un’unica testa di carciofo che diventerà poi per tutta l’Italia l’icona violenta del movimento).
    Il movimento si identifica con tutti i suoi partecipanti, oltre che con i suoi leaders (l’hai detto tu); per questo è bene fissare regole di ingaggio e limiti di azione condivisi da tutti.
    Ricordi lo studente fermo davanti alla colonna di carri armati a Piazza Tienanmen?

    [http://www.youtube.com/watch?v=9-nXT8lSnPQ]

    I NoTav avrebbero bisogno di qualcosa del genere, non delle bombe carta o delle maschere antigas. In Cina gli studenti persero la guerra (perché avevano di fronte un esercito vero e il popolo pavido non li seguì nella lotta), però in tutto il resto del mondo hanno vinto loro, e questa vittoria prima o poi ritornerà in Cina, è solo questione di tempo…

  8. io sono d’accordo con Michele, rompere le scatole lo si può fare con vari mezzi ma non con bulloni, fionde, lacrimogeni vuoti lanciati da loro e rilanciati indietro..cose varie che possono far male.
    Bisogna essere creativi nella lotta senza dar loro un appiglio per dire sempre le stesse cose, che ci sono i noTAV buoni e i manifestanti infiltrati cattivi che vanno lì per “squadrism di sinistra”; così ha detto mi sembra Fabrizio Cicchitto..certo che anche loro non possono fare una carneficina di manifestanti, perchè dopo quello che è successo e ogni tanto continua a succedere (v. recentemente i poliziotti che hanno pestato senza motivo un signore a Milano, ripresi e condannati dalle telecamere) sono anche le forze dell’ordine nell’occhio del ciclone e non solo i noTAV..

  9. Appunto. Io penso che ci sia una parte di italiani che è stufa anche degli abusi della polizia: di Genova (ora finalmente la verità si può sapere e molti la sanno), delle morti ‘misteriose’, delle manganellate, dei cori fascisti… Per quanto riguarda gli italiani che continuano a credere alle storie del governo e dei politici sugli infiltrati, sui violenti*, sui blac bloc, e così via, la loro opinione mi interessa, ma pesa fino ad un certo punto. Questi italiani che si sentono di dare lezioni ai no tav su come condurre la loro lotta, promettendo che se saranno buoni li aiuteranno (o addirittura sentendosi troppo poco informati per esprimere un’opinione, ci sono anche quelli) finora non hanno mosso un dito per loro. E per muovere un dito intendo anche scrivere ai politici, ai giornali, agli amici, fare campagna, scendere in piazza nella propria città, andare in val Susa alle manifestazioni pacifiche… quindi perché rinunciare all’azione, per fare un piacere a gente che tanto comunque non ti sta aiutando, e che quindi voce in capitolo non ne ha?

    (per inciso, io spero come Michele che lo stop definitivo arrivi da fuori, visto che questo governo va avanti dritto come un carrello in discesa, e non sente ragioni su niente)

    * Preciso che, a quanto mi risulta, l’idea di attaccare il cantiere sia largamente condivisa, ma che ci siano anche persone che non sono d’accordo ma lasciano fare (vedere le dichiarazioni di Plano e Perino, che ricordiamoci devono anche stare attenti a cosa dicono). La mia interpretazione è questa: se chi non è d’accordo cercasse di impedire agli altri di andare, il movimento si spaccherebbe e si ritorcerebbe contro se stesso. La soluzione trovata, se la mia interpretazione è giusta, mi pare quindi ottimale. E non lo dico perché voglio lodare tutto quello che queste persone fanno, ma perché lo penso.

  10. Il problema, a mio avviso, siamo sempre noi italiani… Se è vero che nessuna forza politica appoggia pienamente i NoTav (e questo è molto grave e deludente, sopratttutto per la sinistra italiana, ma lasciamo perdere), allora perché si muovono sempre «i soliti noti»?
    Come sarebbe bello se ad un sit-in davanti al cantiere fossimo così in tanti che la polizia non riuscisse a spostarci per semplice inferiorità numerica… invece siamo tutti nelle nostre casette (mi ci metto pure io, che non sono mai andato lassù) a pontificare su quello che andrebbe fatto e quello che non.
    Che rabbia.

  11. @ Paola: qualche settimana fa, a Monaco di Baviera, in strada c’era una madre col bambino che faceva i capricci (credo non volesse andare a scuola). E’ passato di lì per caso un agente di polizia, e la mamma, stremata, ha minacciato il bambino dicendogli che se avesse continuato a fare i capricci, il poliziotto lo avrebbe arrestato.
    Il poliziotto, che era quasi passato oltre di qualche metro, ha captato la conversazione ed ha subito fatto dietro-front. Ha ripreso la madre, dicendole che non doveva dare un’immagine sbagliata al figlio “…perché la polizia è al servizio della gente”, e poi si è piegato verso il bambino cercando di rassicurarlo sulla benevolenza dei poliziotti.
    “Se hai un problema” – gli ripeteva – “vieni subito da noi, che ti diamo una mano!”

    Anche a me sono venute in mente le atroci immagini di Milano… in Italia abbiamo davvero tante cose da cambiare.

  12. A proposito di polizia, un bel documentario di Lucarelli (non recentissimo) su Genova: http://www.youtube.com/playlist?list=PLBCF9C18C6EB36145

    Alberto Perino e altri sulle prossime manifestazioni, iniziative pacifiche e cantiere: http://www.notav.info/top/conferenza-stampa-notav-sulla-marcia-di-sabato/

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