idee imprenditoriali

Premetto che io, alla crisi come ce la raccontano, credo fino ad un certo punto. Certo, ci sono stati dei cambiamenti economici e stiamo mettendo in discussione l’assetto attuale, e tante persone si trovano in grande difficoltà per la perdita di commesse o del posto di lavoro, però io penso soprattutto che la narrazione della crisi che ci viene quotidianamente propinata sia solo una delle tante possibili. Se analizzassimo la grande complessità di questo momento storico concentrandoci su un altro aspetto, come quello ambientale, delle diseguaglianze, o dei rapporti tra nord e sud del mondo, cambierebbe la nostra percezione della realtà al punto che i discorsi che sentiamo quotidianamente sui media e al bar perderebbero di interesse se non addirittura di significato.
Detto ciò, siccome c’è bisogno di nuove idee e io non ho i soldi per intraprendere nessuna attività imprenditoriale, suggerisco un paio di cose che mi piacerebbe qualcuno facesse, e che farebbero bene all’economia, nel senso che ci aiuterebbero a produrre cose utili senza doverle importare (so di sfidare con quest’affermazione secoli di teorie economiche, che comunque ho studiato e in gran parte trovo superate). Se poi queste idee qualcuno già le mette in pratica e io non lo so, o se sono impossibili, mi scuso.
1. Ieri ero, e non mi capita spessissimo, dal fioraio. Cerco di non comprare molti fiori, perché quando tu compri, facciamo, una rosa, quasi inevitabilmente compri il lavoro pesante, malsano e umiliante di qualche africano o sudamericano in una grande piantagione, i danni ambientali derivati dall’inquinamento e dalla sottrazione di risorse idriche, l’acqua contenuta in quel fiore che non sarà restituita al paese da cui proviene, giorni di viaggio super motorizzato e refrigerato, compreso aereo fino all’Olanda e dall’Olanda a qua, e le percentuali di mercanti, grossisti, e rivenditori, in numerosi passaggi intermedi.
E tutto questo per una rosa, simbolo per eccellenza della caducità e della breve vita della bellezza. E invece la rosa deve durare molti giorni anche dopo recisa e saltellare tra i continenti, consumando pesticidi, fertilizzanti, acqua e carburante in quantità difficili da immaginare.
I fiori sono come il cibo: ognuno di noi avrà i suoi preferiti, ma in fondo non ci costa poi tanto rinunciare alla disponibilità illimitata per seguire la geografia e la stagionalità. Posso fare a meno dei pomodori d’inverno, dell’uva ad aprile, della papaya ogni giorno sulla tavola. Perché, quindi, se si cerca stagionalità e chilometro zero nel cibo, non fare lo stesso per i fiori? Il (bravo) fioraio di ieri insisteva che non si possono piantare rose in Friuli, non siamo attrezzati, non siamo bravi come gli olandesi, non riusciremmo a produrre grandi quantità in chilometri di serre, e via dicendo. Io non ci credo. Siamo pur pieni di vivai. Se avessi soldi, pianterei le rose e altri fiori e li venderei ai fiorai della zona, e lascerei che gli africani si coltivino da mangiare.
2. La seta ormai viene in gran parte dalla Cina e dall’India. Va bene, hanno cominciato loro, però fino addirittura alla generazione dei miei nonni tantissimi contadini del Nord Italia ancora allevavano in casa i bachi da seta portandogli il loro unico cibo, le foglie del gelso, pianta così adatta alla nostra terra che ormai caratterizza il paesaggio delle campagne in cui viviamo. Va bene, i bachi sono molto delicati, si dice che puzzino, e richiedono un lavoro complesso. Senza dimenticare che io non riesco ancora a superare il mio disgusto per le larve, e sicuramente non sono l’unica. Ma io ho lavorato in una fabbrica di merendine, e puzzava pure quella, al punto che non ho mangiato pan di spagna per mesi. E poi non sono tutti schizzinosi come me. Ricostruiamo la filiera! Integriamo il reddito familiare! Diamo un senso a quelle enormi case in cui la gente vuole vivere, che poi riempie di oggetti inutili perché non sa che farsene delle stanze. Quindi, se avessi soldi, cercherei di ricostruire la filiera, e di produrre seta. Mi piacerebbe anche un telaio: una volta, in Carnia, quasi ogni casa aveva un telaio.
3. Un mio amico che è pastore deve buttare via la lana perché non sa che farsene, ed è anche un rifiuto speciale difficile da smaltire. Qui non entro tanto nel merito perché le sue pecore sono da latte, non da lana, e io non conosco bene le differenze tra i vari velli, ma mi sono informata abbastanza per sapere che la lana ha delle potenzialità come isolante, oppure può essere comunque lavorata artigianalmente, come tra l’altro è tradizione in queste zone fredde. Se avessi soldi, eccetera…
4. Io sono stanca di sentirmi in colpa ogni volta che compro un avocado, visto che l’Italia non lo produce. Però è un frutto buonissimo e nutriente. Con quest’affermazione manifesto tutta la mia ignoranza, ma possibile che, con la varietà di climi che c’è in Italia, non si riesca a far crescere da nessuna parte l’avocado, o addirittura il caffè, il cacao, il tè, o magari qualche varietà particolare di queste piante? Il mais era il cibo dei maya, e da noi cresce bene! Lo dico semplicemente perché l’importazione inquina, e anche se non penso che ogni paese debba autoprodursi tutto, e che sicuramente in certi casi importare è meno impattante che autoprodurre (ammesso e non concesso che la merce importata sia indispensabile) magari potremmo importare meno di quanto importiamo ora, con tutti i vantaggi per l’ambiente, le condizioni dei lavoratori, e la sicurezza alimentare ed economica.
5. La marijuana. Non la fumo, ma se potessi la coltiverei. Non sarebbe molto diverso dal coltivare uva per il vino, contribuirei all’autosufficienza del paese, toglierei soldi alla criminalità organizzata, pagherei le tasse, e integrerei il mio reddito. Peccato: non si può.

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6 risposte a “idee imprenditoriali

  1. Un intervento pro-liberalizzazione delle droghe leggere da parte procuratore generale di Firenze, Beniamino Deidda, pubblicato sul Sole 24 Ore. Io spero che un giorno ci arriveremo tutti.

  2. Punto 1) la quasi totalità dei fiori viene dall’Olanda…
    Punto 2) coltivare qui alcune cose costerebbe di più in termini energetici che produrle dall’altra parte del mondo e farle arrivare qui.

    Cmq hai ragione, bisogna ricostruire una catena produttiva che si è spezzata negli ultimi 40 anni. Io la definisco autarchia produttiva, tenti di fare il più possibile a casa tua con quello che hai, se poi ti manca va bhe, viva l’importazione. Ora come ora invece importiamo e non produciamo, per quanto tempo possiamo andare avanti?

  3. Certo…..sono tutte proposte proponibili ma difficilmente attuabili.
    Fino a che la gente “consumatrice” acquisterà le ciliege che sono prodotte in Turchia o le cipolle che provengono dall’Egitto (vera verità) sarà difficile anche solo “pensare” ad una svolta.
    La sensibilità e l’attenzione’ nel non acquistare , anche solo le banane di qualche multinazionale, è ancora un “privilegio” di pochi.
    Necessita – instancabilmente – diffondere la cultura sulle colture a km zero/biologiche e sui prodotti/oggetti di bassa “impronta ecologica” pensando al riclico.

  4. Il chilometro zero sta prendendo molto piede, e così anche i mercati dei contadini. Però i mercati dei contadini dovrebbero essere più frequenti: a Udine sono il lunedì mattina in centro, quando la maggior parte della gente lavora.
    Ivan: il fatto che i fiori vengano dall’Olanda non significa che siano prodotti lì – spesso sono coltivati in Africa, e in Olanda sono solo rivenduti nelle aste e distribuiti. È un tema molto interessante, dai un’occhiata al link che ho messo.

  5. Ciao Gaia,
    ho appena finito di vedere «L’economia della felicità», un bel documentario sugli effetti della globalizzazione e del libero mercato.

    Nel documentario sono trattati molti dei temi che tu proponi sul tuo blog, e sono condivise molte delle tue osservazioni (…ad un certo punto mi aspettavo che comparisse anche uno dei tuoi interventi taglienti! 🙂 ).

    Se hai difficoltà a reperirlo in rete, fammi sapere che cerco di inviartelo in qualche modo.

    Buona domenica,
    mk

  6. Grazie della segnalazione! Cercherò la versione inglese..

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