busy

Un’amica mi ha segnalato un’interessante riflessione di Tim Kreider, pubblicata sul New York Times, sulla tipica tendenza moderna a dichiaraci sempre ‘troppo impegnati’ (‘a boast disguised as a complaint’), e a considerare l’iperattività un valore. Personalmente, so che ‘non ho avuto tempo’ non vale mai come scusa per non aver fatto qualcosa o chiamato qualcuno – abbiamo tutti lo stesso tempo, scegliamo noi come impiegarlo. La risposta giusta e onesta sarebbe: ho altre priorità. Tornando all’articolo, io personalmente sono arrivata a un punto della mia vita in cui cerco di non avere troppo da fare. Sono stata anch’io una di quelle persone che correvano costantemente di qua e di là. Ora non voglio. Il tempo è non solo la vera ricchezza, superiore al denaro in valore, ma coincide con la vita stessa. Mi deve appartenere, costi quel che costi. Ho letto da qualche parte che il nostro cervello produce di più durante l’ozio. Fosse vero o no, l’ozio è indispensabile per una buona vita. Ozio e creazione sono necessari l’uno all’altra.

Come l’autore del pezzo, direi: ‘I am not busy. I am the laziest ambitious person I know.’ Cercando, però, come mi pare faccia anche lui, di capire cosa mi appartiene legittimamente e cosa è un privilegio dovuto all’essere nata qui e non in una bidonville in cui dovrei spaccarmi la schiena per non morire di fame. Comunque, nonostante vada contro i miei interessi ad avere spiagge libere dal lunedì al venerdì e forse a mostrare che sto portando avanti un esperimento quasi pioneristico, penso che il mio stile di vita sia almeno un po’ generalizzabile, e che andrebbe esteso. Sono per il part-time, per il tempo libero ma libero da tutto, contro all’obbligo di riempire ogni buco con attività – sono fiera anche del tempo che passo sul divano a fissare vagamente il tappeto, o ancora meglio in un parco a guardare gli alberi. Naturalmente, vivendo pubblicamente in questo modo non posso più rifiutare incarichi e commissioni da parte di persone troppo impegnate per pensarci loro, con la scusa che ho da fare: verrei smascherata subito. È difficile, in una società come la nostra, ammettere pubblicamente di volere molto tempo libero, senza passare per parassiti e scansafatiche. Ricordo ben due lavori part-time per cui ho fatto domanda, e che poi ho ottenuto per aver dimostrato di non volere un part-time per pigrizia, ma perché mi serviva tempo per scrivere. Dire di voler semplicemente lavorare poco fa una pessima impressione.

Ad ogni modo l’articolo che ho segnalato merita una letta, è pieno di osservazioni interessanti* che sottoscrivo con gratitudine. Generalmente gli americani sanno fare autocritica senza autocommiserarsi o ricoprire di insulti il proprio paese, a differenza degli italiani. Si leggono volentieri.

*Come: ‘More and more people in this country no longer make or do anything tangible; if your job wasn’t performed by a cat or a boa constrictor in a Richard Scarry book I’m not sure I believe it’s necessary. I can’t help but wonder whether all this histrionic exhaustion isn’t a way of covering up the fact that most of what we do doesn’t matter.’ Oppure: ‘My old colleague Ted Rall recently wrote a column proposing that we divorce income from work and give each citizen a guaranteed paycheck, which sounds like the kind of lunatic notion that’ll be considered a basic human right in about a century, like abolition, universal suffrage and eight-hour workdays.’

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7 risposte a “busy

  1. Effettivamente quella di mostrarsi o dichiararsi sempre impegnati e oberati di cose da fare è una sorta di moda….una persona figa, tosta, in gamba, vincente, al passo coi tempi ecc ecc DEVE essere sempre impegnata, incasinata, di corsa…
    Non saprei bene per quale motivo l’iperattivismo sia diventato così di moda. Di certo ci sono fattori oggettivi a rubarci del tempo: proprio negli USA la gente “comune”ha dovuto aumentare a dismisura il tempo lavorato per cercare di mantenere il proprio tenore di vita, a fronte del continuo calo del potere d’acquisto dello stipendio (immagino che tu Gaia disapprovi, ma così va..).
    O per reggere alla pressione competitiva sul posto di lavoro: proprio l’altro giorno parlavo con un ex ricercatore di una università americana….100 ore alla settimana erano la norma!!
    Forse da questa situazione oggettiva, attraverso la lente trasfigurante della TV piena di professionisti rampanti stra-impegnati, si è arrivati al “busy” come valore in se.
    Qualcuno (non so chi…forse Pascal…) diceva che si è veramente felici se si può stare soli in una stanza vuota senza annoiarsi…. 🙂

  2. Ferma restando la mia invidia nei tuoi confronti per il tuo tempo libero – sei davvero molto ricca: per me il vero indice della ricchezza e’ il tempo, e non il denaro – ti esorto nuovamente a leggere l’etica hacker di pekka himanen, dove troverai interessanti riflessioni sul tempo, il lavoro e gli stili di vita. Ci sono moltissime analogie col tuo pensiero, anche se so che se lo leggerai lo criticherai per tantissimi punti. Ciao
    Mk

  3. gaiabaracetti

    Io ho sentito molti amici lamentarsi del fatto che chi va via quando finisce il suo turno, e non si ferma oltre, fa la figura del fannullone, però un’altra mia amica che lavora nel nord Europa mi raccontava di come invece nel suo ufficio chi faceva gli straordinari era mal visto, perchè voleva dire che non riusciva a completare i compiti nel tempo assegnato, e che metteva in difficoltà gli altri facendosi vedere a lavorare di più. Per dire come cambiano le prospettive.
    Un lavoratore dovrebbe essere prezioso per la qualità del suo lavoro, non la quantità. So che molti lavorano per guadagnare di più, perché altrimenti non ce la fanno, ma secondo me hanno solo l’impressione di non farcela, visto che si può vivere con davvero poco. Inoltre la corsa al guadagno, agli straordinari, e di conseguenza al consumo, è stata uno dei modi in cui si è distratta la gente dal chiedere invece maggiori retribuzioni orarie e una distribuzione più equa delle ricchezze.
    Ho sentito gente addirittura lamentarsi: non mi conviene lavorare di più, pago solo più tasse. E allora magari lavorava a nero… di accontarsi di meno soldi non se ne parlava.

  4. Si si, e’ proprio quello. Se vuoi ti posso inviare l’ebook in PDF pero’ io ho la versione italiana. Fammi sapere

  5. ..poi ci sono quelli che sniffano cocaina per fare due turni di lavoro invece che uno, e sono persone comuni..perchè due turni di lavoro invece che uno?e non è che siano lavori creativi..alla base c’è la paura (inconscia) di riempire i vuoti, l’idea di guadagnare di più per poter consumare di più, il fatto che se uno lavora molto è perchè lo/a cercano, quindi è bravo, poi la sera si diverte..ho un’amica che lavora tutto il giorno poi si vanta di uscire tutte le sere..si vede che è come prosciugata da tutta questa fatica, mai un momento di riposo, la lettura di un libro, la cura di sè..guadagna in nero soldi con cui compra appartamenti all’estero e ha un commercialista molto bravo nel consigliarle tutti i trucchi per evadere senza problemi. Lei pensa di godersi la vita! Quanti italiani vorrebbero ancora essere al suo posto? Finchè non c’è la condanna sociale=morale di certe persone come ad es. nei paesi nordici dove se si sa che uno evade e si compra la villa viene considerato con riprovazione l’Italia non potrà fare grandi passi avanti

  6. tanti lavorano il doppio anche per paura di perdere il posto… a quanto so è un ricatto, esplicito o implicito, molto comune

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