perché non sono vegana

Potrebbe sembrare gratuito e controproducente prendersela con i vegani, quando il problema del pianeta è l’opposto: troppa gente mangia troppa carne o prodotti animali, e il numero di queste persone sembra destinato ad aumentare. Quindi chiarisco subito: generalmente, penso che le pratiche dei vegani contribuiscano a un mondo migliore, riducendo il consumo di risorse necessario per produrre carne, formaggi, uova e altri prodotti animali, e la sofferenza delle bestie* – purché tengano conto anche di altri fattori nei loro consumi alimentari: chilometro zero, stagionalità, riduzione della dipendenza da cibi lavorati industrialmente, e così via.
Io sono grata ai vegani per le loro pratiche, ma contesto le loro filosofie. La mia tesi è che i vegani pecchino dell’antropocentrismo di cui fanno rimprovero ai non-vegani, e manchino di comprensione e rispetto nei confronti dello stesso mondo naturale ed extra-umano che dicono di voler proteggere.
Inoltre, con le loro campagne moraliste, spesso si comportano da crociati e da fanatici, e non comprendono le ragioni di chi non la pensa come loro, trattato da assassino e peccatore. Nel peggiore dei casi, mettono una vita umana sullo stesso piano di una vita animale, svilendo la prima e non capendo il senso della seconda.
La mia obiezione principale ai vegani è quindi questa: non si può pensare che l’uccisione di un animale sia una cosa sbagliata. Non lo si può pensare perché è la legge fondamentale della vita su questo pianeta: mors tua vita mea. È vero che gli esseri umani, non tutti purtroppo, considerano la vita umana sacra e da proteggere fino alla sua morte naturale, preferibilmente di vecchiaia, ma questo è diverso dal considerare tutte le vite animali in questo modo. Il mondo degli animali è complesso e segue leggi diverse da specie a specie, ma io ritengo compatibile con questo mondo accettare che una specie tuteli se stessa. Tralasciando questioni per ora irrisolvibili su cosa rende gli esseri umani diversi da altre specie, e superiori, ammesso e per nulla concesso che lo siano, io dico semplicemente: io faccio gli interessi dell’homo sapiens. Questo è quello che fa ogni specie, anche se alcune, per motivi di sopravvivenza, si sbranano al proprio interno. Naturalmente questo solleva spinose questioni su fino a che punto ci si possa spingere nella difesa della propria specie, dato che io penso anche che il mondo non umano abbia un valore intrinseco – ma anche senza preoccuparci di questo valore, mettendolo da parte per il momento. so che distruggendo l’ambiente che ci circonda non possiamo vivere. Quindi: sono umana, considero la vita umana superiore alle altre, e cerco di preservarla. Al tempo stesso, senza mancare a questo principio, mi adopero affinché la vita umana esista entro dei limiti – difficili da definire, certo, ma indispensabili. Cerco di mantenere uno stile di vita non troppo impattante, di sensibilizzare le persone sui rischi di una crescita senza fine della popolazione umana, e sul valore del mondo non-umano. Penso agli interessi della mia specie, nel nome di questi interessi tutelo l’ambiente in cui la mia specie vive, e intanto gli riconosco anche un indefinito valore proprio indipendente dall’esistenza umana.
Se questa mia premessa non vi torna, guardatela in questo modo: quanti di voi si sentirebbero di mettere sullo stesso piano la vita di una persona e di un cane? E poi di una persona e di una falena? E poi di una persona e di un tonno?
Questo non è incompatibile con l’idea, con cui sono d’accordo, che vadano limitate le sofferenze animali. Qui c’è l’enorme problema del non poter sapere quando e quanto un animale soffre. Naturalmente, gli animali ci mandano dei segnali, acustici, visivi, fisici, chimici, della loro sofferenza. In questi casi, pratiche come quella, in vigore per legge nel nostro paese e in deroga solo per la carne halal, di mandare in coma un animale prima di ucciderlo per la macellazione, così che soffra il meno possibile, mi sembra ragionevole e necessaria, e andrebbe fatta rispettare sempre, o per lo meno finché non troveremo un metodo migliore (se vi interessa, leggetevi qualcosa sul dibattito halal – non halal per quanto riguarda le sofferenze dell’animale… non riesco ad affrontarlo qui).
Diverso è il discorso della libertà. Io non tengo animali in casa, non sopporto pesci negli acquari, uccelli in gabbia, e nemmeno cani e gatti prigionieri di una casa. Per me gli animali, a meno che non servano per qualcosa di utile, dovrebbero vivere liberi nel proprio ambiente. Quindi non ho animali domestici. Sono pronta a credere che questa sia una mia semplice proiezione: non so se a un animale dispiaccia stare in gabbia o no. La libertà è un concetto umano e controverso tra gli stessi umani. Lessi una volta un libro di Konrad Lorenz in cui l’etologo sosteneva che i pappagallini soffrissero, in gabbia, molto più dei leoni, dato il carattere delle diverse specie. Avete mai visto una mucca su una malga? Mangia, si sdraia, mangia un’altro po’. Una mucca in una stalla fa lo stesso. Io posso supporre che la vacca stia meglio all’aperto e muovendosi piuttosto che al chiuso e ferma, ma non posso saperlo per certo. Dubito tra l’altro che apprezzi gli spettacolari paesaggi alpini tanto quanto le idilliche foto sui prodotti caseari sembrano suggerire. Inoltre, come posso io sapere che è migliore la stressante vita di un capriolo, sotto la minaccia costante di essere cacciato e ucciso, in maniera ben più brutale di quella usata dagli umani**, piuttosto che quella di una vacca, prigioniera sì ma con cibo sempre garantito e la morte che arriva solo alla fine? (preciso che non sto parlando di allevamenti intensivi in cui le vacche muoiono presto e si ammalano di frequente, ma di allevamento in genere, dando per scontato che la salute degli animali sia buona, che questi non vengano percossi e sfruttati eccessivamente)
Facciamo un altro esempio. I metodi biologici di controllo degli insetti, per la produzione di verdure di cui si nutrono anche i vegani. Ucciderli con i pesticidi è inquinante, ma forse non è più crudele di metodi di controllo biologico come farli divorare dall’interno dai nematodi, o attirarli con dei feromoni, per poi fargli trovare una trappola anziché l’agognato partner per l’accoppiamento. Questa è l’agricoltura biologica: crudele! Eppure, l’alternativa è lasciare che gli insetti divorino il cibo che stiamo coltivando per noi stessi, e nutrirci con quel che rimane, se ne rimane. Quindi, a meno che non mi sfugga qualcosa, i vegani non sono vegani se mangiano verdure coltivate, perché per coltivarle bisogna uccidere gli insetti.
Insomma, io cerco di garantire alle bestie un tenore di vita decente, ma so che si tratta di mie proiezioni e supposizioni, basate sulla mia umanità, non su leggi di natura, e su sensibilità moderne. Infatti, a quanto sento raccontare da testimoni del mondo agricolo prima del boom economico, contadini e macellai erano molto meno teneri con gli animali di quanto prescrivano le leggi odierne per gli odierni allevatori.
Le leggi di natura dicono che gli animali si ammazzeranno inevitabilmente gli uni gli altri per sopravvivere. Al di fuori della mia specie, io accetto di vivere secondo queste regole, le regole naturali, anziché secondo quelle stabilite dai vegani, innaturali e assurde, secondo le quali gli animali non devono essere uccisi.
Può sembrare uno strano principio, ma vi chiedo di guardarlo in un altro modo: volete vivere la vostra vita seguendo un obbiettivo non solo praticamente, ma anche teoricamente irrealizzabile? La differenza è questa, facendo un esempio: la pace nel mondo magari non si realizzerà mai, ma è possibile, almeno in teoria. Possiamo immaginare un mondo in cui nessun essere umano uccide un altro: questo mondo potrebbe esistere e anche funzionare. Un mondo in cui gli animali non si ammazzano gli uni gli altri invece è impossibile, insensato e ridicolo. Noi siamo animali.
Gli animali che sono prede producono più prole di quanta ne servirebbe per il semplice ricambio intergenerazionale, proprio perché parte di essa sarà uccisa e mangiata per sostenere altre specie. Quando non viene uccisa, perché non ci sono più predatori naturali o perché c’è uno squilibrio, di solito creato dall’uomo, la specie preda diventa infestante e distrugge l’habitat divorando le risorse disponibili. Non serve neanche che vi faccia esempi, tanto è evidente e noto quello che dico.
Quindi, se i principi dei vegani venissero applicati all’intero mondo naturale, i predatori dovrebbero competere con le prede per mangiare solo vegetali, anche se il loro metabolismo e la loro fisiologia lo rendono impossibile, e le prede dovrebbero praticare qualche tipo di controllo per le nascite. Vedete che questa prospettiva è ridicola. E allora perché io dovrei aderire a una regola tanto assurda? I vegani vogliono che io creda che un pilastro della vita su questo pianeta è sbagliato: quanta arroganza in questo!
Come ho detto, un discorso è limitare per quanto possibile le sofferenze, o, come suggerisce David Foster Wallace, astenersi da pratiche che probabilmente, anche se non sicuramente, causano a un animale sofferenze atroci ed evitabili; un contro è proteggere ogni singola vita animale da una morte prematura.
I materiali sintetici, che i vegani dovrebbero usare al posto di materiali naturali come la pelle o la seta, sono solitamente derivati dal petrolio o lavorati chimicamente e, anche se è difficile fare una generalizzazione, a mio giudizio probabilmente più dannosi per l’ambiente dei loro equivalenti naturali – nonché sgraditi al corpo umano. Io non posso mettere tessuti sintetici, mi danno fastidio. Il mio corpo non si è evoluto, nei millenni, per sopportarli. Le isole di plastica galleggianti nel mezzo degli oceani mi spaventano più delle concerie, che pur so essere inquinanti. Non sono nemmeno contraria alle pellicce, purché: gli animali siano uccisi nella maniera più indolore e rapida possibile, la loro carne venga usata in qualche modo e non gettata via, e le pellicce servano effettivamente per ripararsi dal freddo e non per decorare borsette. Io non ne faccio uso, ma d’altronde non vivo in Siberia. Qui la lana basta e avanza.
Ho letto recentemente una riflessione sulla cosiddetta ‘peace silk’, la seta prodotta senza ammazzare le pupe, che sottolinea tutte le contraddizioni di uno stile di vita vegano. E va bene, i bruchi, con questo tipo di lavorazione, possono diventare farfalle. Poi però faranno le uova, nell’ordine di centinaia, e ovviamente non sarà possibile sfamare tutti i piccoli bruchi che nasceranno. Quindi invece di bollire vive o cuocere le pupe, che ammetto non è il massimo, si faranno morire di fame i bruchetti. L’unica alternativa, è vero, sarebbe non indossare seta. Io però, come ho detto, non tollero i suoi sostituti sintetici. Inoltre, perché le morti dirette di animali sacrificati per noi fanno tanto scalpore, e le morti indirette di animali causate dall’inquinamento e dalla distruzione di habitat conseguenza di attività agricole e industriali come la produzione di materiali sintetici o vegetali no? Gli animali avvelenati dalla plastica nell’oceano o i pesci morti nel lago Aral quando le acque che lo alimentavano vennero deviate per la produzione di cotone non sono forse vittime di una produzione pur vegana?
Ho deciso che per vivere devo accettare la morte degli insetti: se necessario avveleno le formiche che mi entrano in casa, schiaccio i pidocchi sulle piante del terrazzo, e tollero che delle pupe vengano uccise con il calore per i miei vestiti, che in compenso sceglierò con cura e cercherò di far durare il più possibile. Accetterò anche la morte di animali per la mia alimentazione, per il mio abbigliamento e per la ricerca medica se e solo se ne è dimostrata l’efficacia***. Mangio poca carne per non pesare sul pianeta, cerco di controllarne l’origine, ma la mangio. Accetto tutto questo perché penso che se avessi dovuto vivere secondo regole diverse, non sarei nata su questo pianeta.

* La parola bestia può sembrare offensiva; io invece l’ho sempre sentita usare in maniera neutrale, in contesti agricoli in cui dalle ‘bestie’ si dipendeva per la sopravvivenza. Credo inoltre che il bestis friulano abbia una sfumatura diversa, più domestica, del ‘bestie’ italiano, ma non posso esserne certa e non sono un filologo.
** Una volta ho visto la carcassa di una pecora fatta a pezzi da un orso. O avete visto un gatto che gioca con il topo? Noi non siamo la specie più crudele.
*** Diverso è il discorso della sperimentazione per i cosmetici. Lì sinceramente non vedo utilità e soprattutto non vedo necessità, ma non approfondisco qui perché sono poco informata.

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16 risposte a “perché non sono vegana

  1. “non si può pensare che l’uccisione di un animale sia una cosa sbagliata”

    concordo.. visto che al regno degli animali appartieni anche tu 😉

  2. Faccio solo presente che un vestito sintetico comporta meno utilizzo di energia e di conseguenza meno emissioni di un vestito di cotone o di seta.
    Le tue intolleranze personali rispetto ai vestiti sintetici non vanno generalizzate. E’ tutto da dimostrare che questi siano poco tollerati dagli esseri umani, e se vogliamo parlare di scelte etiche, dovremmo anche mettere da parte il nostro benessere immediato.

    Mi piacerebbe inoltre, ma solo per una questione “ontologica” senza ricadute pratiche, distinguere tra uccisione/sfruttamento immediato dell’animale, che e’ quello che avviene grosso modo in natura (eccezione potrebbero essere gli afidi allevati dalle formiche) e sfruttamento organizzato dell’animale.

    Allevamenti, parchi dei divertimenti, negozi di animali sono luoghi in cui la vita di un animale acquisisce il ruolo di sfruttato, come un’operaio in fabbrica. Quindi la nostra societa’ non vive in base all’uccisione di animali (come qualsiasi altra specie) ma in base allo sfruttamento degli animali.

    Vi e’ quindi una differenza tra l’uccidere degli insetti che cercano di mangiare le verdure che sto coltivando (non li sto sfruttando) ed allevare degli insetti per mangiarmeli.

  3. gaiabaracetti

    Penso che in un senso o nell’altro generalizzazioni su fibre sintetiche vs fibre naturali, per determinare quali abbiano un minor impatto ambientale, non si possano fare, perché dipendono da troppi fattori: di quali fibre stiamo parlando, come e dove vengono prodotte, trattate, lavorate, e quanto a lungo vengono usate. Quindi non ci credo che in generale le fibre sintetiche siano meno impattanti, tutte, di quelle naturali. A quanto so e leggo le fibre sintetiche, comunque, tendenzialmente non sono biodegradabili, anche se so che le cose stanno cambiando, e quelle naturali sì.
    Le mie intolleranze non sono solo personali. Non ne soffrono tutti, è vero, però più giro per medici, negozi, e siti, più scopro che l’uso di fibre sintetiche per l’intimo è universalmente sconsigliato e che moltissime persone soffrono di intolleranze. È una questione di respirazione della pelle.
    Io distinguerei tra allevamento e sfruttamento degli animali per divertimento e altri scopi non essenziali, e alimentazione. Distinguerei anche tra allevamenti in cui gli animali vengono maltrattati e altri in cui non è così. Detto questo, non vedo il problema nell’allevare animali. ‘Sfruttamento’ è una parola che sembra racchiudere un significato negativo, e questo confonde il dibattito. Come dire: non si devono ‘sfruttare’ le foreste. Cioè? Non si può tagliare il legno? Cos’è esattamente che non bisogna fare, e perchè?
    Non si può dire: ‘è sbagliato allevare animali perché li sfrutti’, a mio parere, perché questa frase non ha significato, perché la parola ‘sfruttare’ va definita più precisamente. Se poi tu pensi che sia preferibile uccidere un animale che è nato e cresciuto in natura, anziché allevarlo per ucciderlo, vorrei capire il motivo.

  4. Perché quell’animale è cresciuto in libertà ed ha perso una lotta contro l’animale uomo. Poteva salvarsi, non ce l’ha fatta. Ma non è un’animale che è nato e cresciuto con il solo scopo di essere mangiato. Quanto alle piante, non le farei entrare nel dibattito perché non provano emozioni.

  5. gaiabaracetti

    È vero, però noi non possiamo essere certi che quella condizione che dici tu l’animale la viva con sofferenza. Intanto, le specie allevate in gran parte non esistono in natura, quindi si può pensare che siano state selezionate per tollerare la cattività (e comunque io per sicurezza preferisco animali che si possono muovere e che hanno spazio, e prendo solo uova biologiche). Inoltre, in cambio della carne o del latte degli animali, o della lana, l’uomo offre protezione, cibo e cura dalle malattie. Magari io e te non baratteremmo questo con la libertà, ma che ne sai che per la mucca vale altrettanto? In fondo, gli animali non si ribellano, a meno che non vengano sottoposti a trattamenti molto crudeli.

  6. Che le piante non provino emozioni, io non ne sarei tanto sicuro..
    Lessi in una monografia dedicata ad Eric Kandel ed ai suoi studi pionieristici sulle basi neurobiologiche della memoria un passo molto suggestivo, in cui Kandel citava un famoso fisiologo/biochimico italiano – di cui non ricordo il nome -, relativamente alla rotazione che compie un organismo unicellulare quando a poca distanza da esso viene posta una piccola quantità di glucosio: a causa delle interazioni chimico-fisiche che intercorrono tra la membrana cellulare dell’organismo e il glucosio, la porzione della membrana prossima al glucosio rallenta rispetto alla restante, per cui la cellula comincia a ruotare fino a quando non si porta a contatto col glucosio, per metabolizzarlo.
    E’ come se l’organismo unicellulare si accorgesse di avere dietro di se’ il glucosio, e ruotasse su se stesso per cibarsene. Il fisiologo italiano di cui non ricordo il nome (sono lontano da casa per cui non posso riportare la citazione precisa) indicava nella rotazione dell’organismo “l’espressione di un’emozione: ho fame”. E’ a mio avviso un’interpretazione molto suggestiva, soprattutto se ricordiamo che tutte le funzioni psichicoemotive superiori, nonché le varie funzionalità cerebrali, hanno tutte una base neurobiologica, che segue le stesse leggi cui e’ soggetto il semplice organismo unicellulare. In linea di principio, non possiamo affermare che un organismo non provi emozioni soltanto perché non siamo in grado di comunicare con esso, quale che sia la sua biologia, animale o vegetale. Basti pensare al bellissimo film “Lo scafandro e la farfalla”, per ricordare quante emozioni possa provare un uomo, pur essendo biologicamente impossibilitato nel veicolarle all’esterno del proprio corpo.
    Per me uccidere un vegetale o un animale e’ comunque una vita che finisce: noi ci sentiamo più vicini a questi ultimi perché apparteniamo allo stesso regno, ma non per questo dovremmo bistrattare gli organismi vegetali, a cui peraltro e’ significativamente connesso il nostro ecosistema.

  7. gaiabaracetti

    Il punto è questo, come ho scritto nel post: noi non sappiamo. Anch’io avevo letto che le piante comunicano tra loro. Il fatto è che ogni essere vivente cerca di proteggersi, nutrirsi, riprodursi, risparmiarsi sofferenza… anche gli organismi semplicissimi. Ma non è detto che a tutte queste reazioni e azioni biologiche corrisponda quella ‘coscienza di soffrire’ che invece sicuramente gli esseri umani hanno. Noi possiamo trovare le reazioni chimiche che indichino stress o dolore, ma è molto più difficile trovare prove della consapevolezza di questo dolore in una sede senziente nell’organismo stesso.
    Deto ciò, se tutti gli esseri viventi fossero in grado di provare sofferenza, la mole di sofferenza in questo mondo sarebbe insopportabile (e anche di gioia, ma più di sofferenza visto quanti soccombono). Questo però non sposterebbe la mia filosofia di vita: non creare sofferenza inutile, ma non fare l’impossibile per evitare quella inevitabile. Io per esempio mi arrabbio quando le persone stanno sedute in un prato e strappano l’erba. Perché devi strappare l’erba? Beviti una camomilla se sei nervoso. Però se devo estirpare le erbacce dai vasi lo faccio. Mi dispiace per ogni piccola morte, ma lo faccio. Per il motivo che ho scritto nel post: perché se fosse un obbligo morale non provocare in nessun caso la morte di un altro essere vivente, allora non potremmo stare in questo mondo. E dopo – non volevo scriverlo ma non resisto – aver letto e forse parzialmente frainteso l’Anticristo di Nietzsche ( ❤ ) sono ancora più radicata nella mia convinzione che non può esistere un ordine morale che stravolga la realtà e l'esperienza delle cose di questo mondo.

  8. Io molto più prosaicamente penso come te che come il ragno non uccide le mosche per cattiveria, ma per restare in vita (prendiamocela con madre natura se non l’ha reso erbivoro), cosi noi non uccidiamo la mucca o il maiale per sadismo, ma perché la nostra dieta necessita anche di proteine animali. I miei figli mi ridicolizzano sempre quando invece di uccidere insetti impiego decine di minuti per riportarli nel loro habitat; pero’ se devo mangiare uno spaghetto alle vongole o una bistecca non posso farci nulla: sono onnivoro per specie. Il nostro apparato digerente e’ piuttosto diverso da quello dei ruminanti, e questo forse basterebbe a dirimere ogni questione. Poi, che uno per scelta individuale scelga di eliminare le proteine animali dalla propria dieta, non vedo il perche’ debba imporlo anche agli altri.
    Il vero problema e’ che da una parte vogliamo essere in tanti su questo piccolo pianeta, vivendo comodi, sprecando quantità industriali di acqua, cibo, risorse naturali; dall’altra poi siamo contro le culture intensive, il depauperamento delle risorse, l’inquinamento. La vogliamo prendere o no una direzione, visto che come civiltà oramai non siamo più cosi giovani?

  9. gaiabaracetti

    D’accordo con te. Penso che non bisogni confondere l’ambientalismo con l’animalismo: anzi mi stupisco quando persone consumiste e straricche professano il loro amore per i cuccioli… Occupare il nostro posto nel mondo nel rispetto di questo mondo non significa non uccidere altre vite (non umane) quando diventa necessario. Il veganesimo dà l’illusione di purezza, ma porta a tante contraddizioni, secondo me, quanto la ricerca di un equilibrio tra gli eccessi della vita moderna (e non solo), e l’autodistruzione, altra strada che non mi va bene.

  10. L’articolo non dice molto, sicuramente da qualche parte c’è la fonte originale, comunque si può considerare dimostrato, mi pare, che le aragoste e i crostacei provano sofferenza e che le aragoste immerse nell’acqua bollente soffrono.
    http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/13_gennaio_16/aragoste-provano-dolore-acqua-bollente_5b14df82-5ff4-11e2-9e33-1d7fb906e25e.shtml

  11. Sto leggendo un saggio (Natura Incompleta, di T.W.Deacon) davvero entusiasmante, in cui l’autore rovescia la metodologia riduzionista di tanti processi epistemologici, mettendo in risalto che in quasi tutti i processi fisici che ci circondano e che hanno effetti causali, ciò che conta è assente fisicamente, o risulta difficilmente spiegabile in termini meramente fisici (ad esempio: la lettura di un libro può cambiare le idee di una persona, ma in questa dinamica non c’è nulla di fisico, nel senso che l’informazione del libro non passa fisicamente nel cervello del lettore – gli atomi di inchiostro restano lì dove sono! -, però nel cervello del lettore l’informazione della pagina è comunque elaborata per diventare contenuto mentale. Non c’è traccia dei processi chimico-fisici da cui siamo partiti, eppure essi avvengono: in qualche modo il cervello di chi ha letto è fisicamente diverso rispetto alla sua condizione fisico-chimica pre-lettura).

    Chiunque abbia la fortuna di assistere all’ecografia dell’utero della propria compagna gravida, sa bene che quei piccoli puntini luminosi, quei piccoli ammassi di cellule, sono vivi, anche se non sono nient’altro che gruppetti ben organizzati di chimica organica (dna, citoplasma, ribosomi, etc.). Come emerge la vita dalla chimica organica? La scienza non ha ancora risposte precise, ma è chiaro che succede. Su questo concordiamo tutti.

    …Allo stesso modo, credevo fossimo tutti concordi sul fatto che ‘soffra’ qualunque organismo evoluto dotato di sistema neurovegetativo che venga gettato in un liquido a 100 °C e oltre, o sottoposto a correnti elettriche a media/alta tensione.
    Non sono riflessi condizionati, sono spasmi di dolore! Forse bastava guardare le aragoste mentre lottano per deporre le uova: quando arretrano per i colpi di chela, è perché avvertono dolore, e non per un riflesso neurologico. Il buon Mainardi sosteneva da anni che soffrissero, addiruttura emettendo ‘stridulazioni’ misurabili.
    Se abbiamo bisogno di ‘verifiche sperimentali’ anche per questo, siamo proprio messi male… abbiamo perso non solo il buon senso, ma anche la capacità di interpretare la natura e gli altri esseri viventi.

  12. Ho letto alcuni commenti all’articolo che ho linkato. Alcuni insultano gli autori dello studio, che secondo me hanno il merito (ma sottolineo la mia conoscenza limitata dell’argomento) di aver tolto il dubbio che si trattasse di reazioni automatiche non collegate alla sofferenza. Un altro lettore paragona questo tipo di morte a quella di un pollo cui si tira il collo. Non tutte le morti sono uguali: alcune sono lunghe e atroci, altre brevi. Ora cercherò di capire come muoiono gli altri crostacei, che ogni tanto mangio, perché le aragoste in ogni caso non le ho mai mangiate e invito tutti a fare altrettanto, a meno che non ci siano modi rapidi e indolori di ucciderle. Ah: per i motivi detti all’articolo che hai linkato, non mangio neanche fois gras. Non che, ovviamente, mi si presenti ogni giorno la scelta.

  13. Se ti interessa sapere come gli animali «pensino» o comunque si creino delle mappe cognitive, qui c’è un bel video di Mainardi al festival della mente di Sarzana, molto fruibile (Mainardi è un ottimo divulgatore)

  14. gaiabaracetti

    Un interessante aggiornamento sulla questione della macellazione rituale: http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2017/05/hypocrisy-religious-slaughter-ban-170507093018384.html. Condivido il senso dell’articolo, ma non la sua conclusione che l’unica soluzione sia il veganesimo. Anzi: siccome ci sarà sempre gente che mangia carne, la soluzione migliore sarebbe rallentarne e diminuirne la produzione al fine di dare agli animali una vita e una morte migliori.

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