meno Europa

Nell’ultimo post ho fatto delle superficiali affermazioni ‘antieuropee’ che mi sento in dovere di approfondire.

Leggendo quello che riesco dei dibattiti sul futuro dell’Europa, molto accesi ultimamente dato il momento di crisi, noto che prevale un’insidiosa confusione tra forma e contenuto. L’Europa dei diritti, l’Europa liberista, più Europa per controllare le banche, più Europa per frenare le derive autoritarie, l’Europa per la pace, l’Europa per avere un peso nel mondo, l’Europa cristiana, l’Europa per la disciplina fiscale… tutti tirano l’Unione Europea dalla loro parte, chiedendo che cambi, quasi sempre, ma non mettendo in discussione la sua stessa esistenza. Se la criticano, di solito è per i comportamenti che tiene, non per le premesse fondamentali su cui si basa. Qualche eretico propone di uscire dall’euro; molti meno dall’Europa politica. Anzi: ci vuole più Europa perché l’Europa saprà fare le cose giuste; sempre più Europa, mai meno. L’Europa è un’entità in principio positiva, o al massimo che va corretta. A me sembra che gli europeisti, cioè al momento la maggioranza, appoggino l’esistenza dell’Unione Europea non perché pensano che sia un metodo migliore di governo ma perché, implicitamente, si aspettano che sappia imporre su scala più ampia di quella statale le politiche di loro preferenza. Infatti, gli europeisti appartengono a tutti gli schieramenti, salvo forse all’estrema destra nazionalista*. Perché ognuno crede che l’Europa sia o possa essere la realizzazione del proprio sogno. (Eccone qua un esempio) Io invece contesto l’idea di unione europea indipendentemente dai suoi contenuti, che faccia gli interessi dei lavoratori o delle banche, che cacci i governi che non mi piacciono o che imponga standard assurdi su come dobbiamo fare da mangiare, indipendentemente persino dal predominio di Germania e Francia – io sono contro il governo europeo a priori. Sono favorevole alla cooperazione europea su certe questioni, ad hoc, agli scambi culturali e alla conoscenza e all’esempio reciproco, a un’identità comune compatibilmente con le nostre altre identità, e sono anche favorevole a tavoli non solo interstatali ma anche interregionali di coordinazione e collaborazione – per fare un esempio tra i moltissimi possibili, tra Friuli Venezia Giulia, Slovenia e Carinzia. Quello che invece non voglio sono istituzioni europee permanenti che prendono decisioni vincolanti per gli altri governi e per i cittadini dei paesi appartenenti all’Unione. Non lo vorrei nemmeno se prendessero le stesse identiche decisioni che io auspico – così come non vorrei essere governata da un sovrano illuminato, nemmeno se quel sovrano fossi io.

Il motivo è che l’Unione Europea è troppo grande, e l’Unione Europea è complicata. Questo significa che qualunque cosa faccia, la stragrande maggioranza dei cittadini non avrà il tempo o la preparazione per capirlo, se non a grandissime linee e superficialmente. Io mi considero una persona con molto tempo per queste cose e con il tipo di istruzione giusta, e non particolarmente ottusa, eppure mi sfugge la gran parte di quello che succede – e non mi basta farmelo spiegare in breve dall’editorialista del quotidiano che leggo in un tal momento o dal tg che mi capita di guardare. Un giorno ho modo di approfondire, ma il giorno dopo devo pensare ad altro e mi sfuggono passaggi importantissimi. C’è troppa roba.

Uno potrebbe obiettare che l’operato dei governi si valuta in base alle conseguenze: non serve conoscere tutti i passaggi, basta vedere l’esito. Non è vero. Si può governare bene, per avere risultati tra anni, e quindi deludere l’elettorato nel frattempo. Si può governare male, e la gente non se ne accorge finché non è troppo tardi o c’è un altro governo che si trova con un casino di cui non è responsabile. Si possono prendere decisioni disastrose, gestire male la cosa pubblica, e nasconderlo alla cittadinanza che non può orientarsi su scale ampie e in meccanismi complessi, e quindi magari incantarla dando la colpa a chi non è colpevole o facendo finta che tutto vada bene. Inoltre, anche se i cittadini capiscono di venire fregati, cambiare un governo su scala così grande, o convincere l’amministrazione in carica a cambiare operato, è difficilissimo. Se non mi piace la pista ciclabile della mia città, raccolgo le firme e le porto al sindaco e all’assessore. Ma se non voglio la TAV, sono contraria a un certo tipo di politica di sostegno all’agricoltura (pensate a quella cosa che è la PAC), andare a Bruxelles è complicato e non posso che esprimermi votando. Però devo scegliere tra candidati che, data la complessità della materia, possono avere tutta una serie di posizioni su molte questioni (sempre che siano sinceri e non manipolino la realtà…), alcune delle quali mi vanno bene, altre no – e come fargli capire cosa mi va bene cosa no? Anche a livello locale un politico o un partito può non andarmi bene del tutto, certo, ma almeno lì posso dirglielo personalmente, con altri cittadini – posso partecipare. Farglielo capire via elezioni europee è molto più difficile. Inoltre devo sperare che il mio candidato vinca, che vincano altri come lui in altri paesi, che si batta su tutti i fronti che ha promesso, e che riesca ad ottenere qualcosa a fronte di un groviglio di interessi contrastanti – tutto questo mentre i miei personali contatti con lui sono limitati, perché rappresenta tantissime persone e non può ascoltarle tutte individualmente su ogni cosa. È come cercare di spostare una nave con un bastoncino.

Per questo motivo io ritengo il governo su scala ridotta preferibile: perché è più democratico, più trasparente, più conoscibile. Non nego che grandi scale abbiano vantaggi: maggiore potenza, maggiore peso internazionale, per esempio. Forse, ma solo forse, maggiore efficienza o efficacia, ma ho i miei dubbi – meglio far partire la raccolta differenziata su scala comunale, che aspettare che l’Europa ci dica come. E comunque, per la democrazia e per la libertà di decidere sono disposta a sacrificare i vantaggi di una grande dimensione. Guardate ai prodigi degli imperi nella storia. Hanno fatto cose straordinarie. Infrastrutture, legislazioni che hanno fatto scuola, influenze culturali che permangono ancora, opere d’arte passate alla storia, intuizioni lungimiranti. Ma io non voglio stare sotto un impero.

Siate sinceri: chi di voi sa qual è il budget dell’Unione Europea? Come spende i soldi? Quali sono le sue istituzioni principali e cosa fanno? Chi di voi ha contatti regolari con i nostri rappresentanti in Europa, a vario titolo, o ha mai visto un burocrate? Chi di voi ha la sensazione di potere qualcosa su quello che fanno? Ora rispondete alle stesse domande, ma per il comune o la regione. Credo vada già meglio. Io per esempio ho contatti regolari con qualche rappresentante eletto e accesso ai funzionari, so a chi chiedere se devo sapere qualcosa, e riesco a seguire regolarmente le vicende regionali. Meno quelle nazionali, ma ancora ci sto un po’ dietro. Con l’Europa non ce la faccio. Non ho più tempo, non la conosco, è enorme.

Inoltre: già l’Italia è diversa tra nord, centro e sud, e difficile da tenere insieme. Ma l’Europa ancora di più. Certo, ci sono molte cose in comune tra i popoli europei, tanto più ora in un mondo appiattito e globalizzato. La storia e la geografia ci legano, e questo non lo nego, anzi lo sento con orgoglio. Ma ancora non siamo tutti uguali e le differenze culturali, geografiche, climatiche, etniche, linguistiche, di valori, si traducono anche in diverse esigenze da governare diversamente, con strumenti diversi e con scelte diverse. Non sono folklore da proteggere perché si estingue o da valorizzare perché è pittoresco. Sono realtà fondamentali. Non sto dicendo che gruppi umani diversi non possano governare assieme e coesistere in un’unità politica. Ma hanno bisogno di autonomia al suo interno, e comunque oltre un certo limite, non stabilibile facilmente ma non per questo inesistente, la diversità diventa ingestibile. Ognuno dialoghi con gli altri, ma governi se stesso. Pensiamo alla nostra vita di tutti i giorni. Per non parlare di realtà importanti ma molto piccole come un quartiere, un’associazione o un’università, diciamo che prima incontriamo il comune, poi la provincia (che non serve a molto), poi la regione, poi lo stato, e sono già tanti livelli. Salire ancora mi pare vertiginoso e inutile. Alle volte si può fare: ma non sempre e non per tutto.

Concludo dicendo che il progetto di pace e cooperazione che sta alla base dell’idea europea è sicuramente bello e potente. Lo condivido. Ma non credo che l’unione politica sia in alcun modo, soprattutto adesso, garanzia di pace. Dove ne sono le prove? Si può dire che si è fatta l’Europa perché c’era volontà di pace, ma anche che questa volontà di pace sarebbe potuta bastare per proteggere il continente da ulteriori guerre, o che sarebbe l’unico requisito necessario per scongiurarle in futuro, al di là di istituzioni che possono anche crollare più velocemente di un’idea. Pensiamo alla Svizzera, che sta per conto suo ma è troppo furba per fare le guerre, oppure alla ex Jugoslavia. Ad un certo punto non ha retto più e si è dissolta violentemente. E ora che la guerra è finita da anni i paesi, risollevandosi pian piano, cominciano a cercarsi di nuovo, a cooperare, a fare affari, a confrontarsi. Questo è dovuto alla geografia, alla lingua comune, alle esigenze economiche, al ricambio generazionale. Non all’unità politica. Quella è stata fatta a pezzi quando non andava più bene. Se la crisi europea continua, non si può escludere che si aggravi e diventi più aspra, fino alla violenza. È da desiderare che non accada e da impegnarsi per questo, ma saranno la volontà e l’impegno, la generosità e la capacità di trattare, non l’esistenza di istituzioni rigide in cui farlo, che ci salveranno da altre guerre.

 

 

* anche se ho appena letto su un sito di Casa Pound affermazioni europeiste, contraddistinte dalla loro solita ambiguità

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9 risposte a “meno Europa

  1. Sto seguendo proprio ora Ballarò, e due rappresentanti della destra e della sinistra (rispettivamente la Carfagna e la Serracchiani), incalzate da Floris che chiedeva loro dove prendere i soldi per salvare dalla loro penosa condizione – tutta Italiana – gli esodati, hanno entrambe risposto (anche se con ragionamenti diversi): dall’Europa!

    Io trovo *intollerabile* che l’attuale classe politica aspetti soluzioni, idee, legittimazione, finanziamenti, programmazione, etc. dall’Europa. Ma allora loro che sono pagati a fare? A questo punto (provocatoriamente) si potrebbe persino abolirli ed eleggere al loro posto un portavoce unico dell’Unione Europea.

    Faccio un’analogia molto pedestre, che però a mio avviso ha un minimo fondo di verità. Nella mia esperienza lavorativa, quando venivano presentate soluzione assurde di cui non si capiva la logica, e di cui chiedevamo dunque lumi al capo ufficio/progetto, l’immancabile risposta era: “Così ha disposto il dirigente/manager”. Interpellato dopo assurde trafile burocratiche quest’ultimo, la risposta alle obiezioni era: “Così ha deciso la direzione”. Punto. E ogni discussione finiva lì, perché la direzione era inaccessibile e, soprattutto, insindacabile.

    Ora che ascoltando i politici è tutto un florilegio di: ce lo chiede l’Europa, la BCE lo impone, è a causa degli impegni europei, è una riforma richiesta dall’europa, ciò è derivato dalla ratifica del trattato europeo, le spese sono nella logica militare comune europea, etc. etc. a me viene immediatamente in mente la pietra tombale di tutte le nostre discussioni lavorative: è la direzione!

    Europa : popolo italiano = direzione : lavoratore infinocchiato

    E’ proprio una brutta proporzione, e mi sta innescando un brutto riflesso pavloviano: ogni volta che sento parlare di Europa, mi si accende nel cervello la spia di «allerta democrazia a rischio». Eppure io ero un europeista convinto…

  2. Una delle argomentazioni ricorrenti pro-tav, oltre a ‘l’ha deciso l’Europa’, ‘se no siamo fuori dall’europa’, e via dicendo, è: ‘viene pagata con fondi europei’. A parte che questi sarebbero comunque una parte non considerevole della spesa totale, sostenuta da Italia e Francia, la mia obiezione principale è: e i soldi l’Europa da dove li prende? E non solo per la Tav, ma per altre spese di dubbia necessità come adesso gli europei di calcio in Polonia e Ucraina. Questi magici fondi europei che giustificano tutto e fanno sembrare tutto gratis, da dove provengono? Ci sono due possibilità:
    1. a Bruxelles c’è un arcobaleno, in fondo all’arcobaleno c’è una grotta piena d’oro, il drago che la custodiva è stato ucciso e l’oro ora è nostro
    2. sono i soldi degli stati membri, cioè delle tasse
    Non vedo molte altre alternative.

    Inoltre, io credo che a fare di così tanti europei convinti europeisti, come dici tu, sia stata, oltre a una propaganda martellante, anche l’equazione del tutto discutibile unione = concordia. Mentre indipendenza = meschinità / egoismo / discordia. Queste accuse a me pare vengano anche fatte a tutti i movimenti indipendentisti o autonomisti all’intero degli stati – e non parlo delle pagliacciate leghiste, ma di rivendicazioni serie come quelle dei baschi, degli scozzesi, e così via.
    Chiedere più autonomia, più libertà di scelta, più indipendenza, non necessariamente vuol dire odiare gli altri o ritenere di non avere nulla in comune con loro, anche se sicuramente ci sono persone che la vivono così. Il dover accettare decisioni prese dall’alto, o semplicemente prese in ambienti che non conoscono bene la nostra realtà e quindi non la capiscono, non ha nulla a che vedere con tutte le belle parole che vengono associate all’Europa unita. È una questione di scala, non di percepita superiorità o di incapacità di collaborare. Ci si può confrontare, coordinare, mettere d’accordo anche su politiche comuni ad hoc (e preferibilmente da ridiscutere a intervalli periodici), ma non rinunciare alla sovranità – che è la direzione verso cui tutti spingono, sinistra, ahimè, compresa.

  3. Secondo me il fatto che a volte dobbiamo rinunciare alla sovranità è pure un bene. Se fossiamo un popolo mediamente saggio, capace di governarci decentemente allora potrei essere d’accordo, ma purtroppo siamo in larga misura come dei minorenni (o minorati?) che necessitano di tutela sotto molti punti di vista. Che necessitano di imposizioni esterne perchè alcune cose vengano fatte, almeno in attesa di una maturità che prima o poi forse arriverà…. certo non saprei dire se questa “perdita di sovranità” faccia più male o bene, e tuttavia lo stato disastroso in cui versano tante amministrazioni o governi locali mi fa dire che di strada ne abbiamo ancora molta da fare.

  4. Io penso che questo sia un tipo di ragionamento ingiusto e molto pericoloso, di tipo coloniale: il popolo x non è in grado di governarsi da sè, quindi dev’essere sotto tutela di qualcun altro, per il suo bene. Ma qual è il suo bene? L’Europa negli interessi di chi sta agendo? Siamo sicuri stia agendo nell’interesse dei popoli, o piuttosto della finanza e di certe categorie economiche, se non di un’elite che ha tutto l’interesse ad avere più potere nelle proprie mani?
    Quali sono queste cose che secondo te vanno fatte? La TAV? Il salvataggio delle banche? I tagli alla spesa sociale? Chi dice che vadano fatte per forza?
    Una volta i popoli dovevano essere cristianizzati per il loro bene, e si sa quali sono state le conseguenze. Ora l’economia (o almeno una sua parte) è la nuova teologia, e ogni deviazione dai suoi dogmi dev’essere punita. La crescita è il nuovo Dio: e la mia non è retorica. Prova a dire ‘decrescita’ in certi ambienti, e le persone reagiscono come avessero di fronte un blasfemo: increduli e indignati. Monti e i suoi, espressione delle elite europee attuali, guidano il paese in base a questi dogmi: non perché il paese è immaturo, ma perché non concepiscono altra verità e in qualche modo hanno ottenuto il potere di imporre la propria. Basta guardare le regolari esternazioni di ministri e sottoministri.

    E poi, quali sono i popoli saggi che possono governare gli altri? Gli italiani hanno questo spaventoso complesso di inferiorità nei confronti degli altri occidentali, il che li porta solo ad autocommiserarsi o autoinsultarsi, a spingere i giovani a scappare dal paese, senza invece capire i veri punti di forza e i punti di debolezza, e lavorare serenamente. Ci lamentiamo sempre ma non ci rendiamo conto che le cose potrebbero andare infinitamente peggio, e che se ancora siamo vivi, in salute e liberi, pur con tutti i problemi, merito di qualcuno sarà.
    Io sono italiana e non me ne vergogno, ho girato abbastanza per vedere che l’erba del vicino è sempre più verde.
    In Gran Bretagna hanno problemi, in Spagna hanno problemi, in Germania, in Francia hanno problemi… forse un problema che non hanno è quello di sentirsi continuamente incapaci e inferiori a qualcun altro.
    Ci sono amministrazioni comunali, in Italia, esemplari per partecipazione, tutela dell’ambiente, lungimiranza – e altre disastrose. Ci sono persone capaci e oneste e altre corrotte, ci sono cattive abitudini e pratiche virtuose, insomma c’è un po’ di tutto – non siamo affatto messi così male da dover essere commissariati in toto, da meritare che venga tolta da noi addirittura la libertà, cioè la possibilità di decidere per noi stessi. Ma scherziamo? Fare l’Europa per perdere la democrazia?
    E la sovranità, una volta ceduta, è molto, molto difficile da riprendere. Guarda tutti i movimenti indipendentisti e autonomisti che vengono continuamente denigrati e repressi. E non perché non sono abbastanza maturi per governarsi: semmai perché mettono in discussione lo status quo. Meglio pensarci prima.

  5. Troppo carina l’ipotesi del tesoro ai piedi dell’arcobaleno: mi hai fatto sbellicare dalle risate.

    Quanto al mio europeismo, è proprio come dicevi tu! Per me valeva l’equazione europa = concordia, che si concretizzava quando andavo a prendere all’uscita dell’asilo il nipotino germanico: era bellissimo vedere tutti quei piccoli tedeschi, giapponesi, turchi, indiani, italiani, polacchi, iraniani parlarsi e scherzare tra loro con un linguaggio fatto all’80% di tedesco e al 20% dalla loro lingua paterna o materna. Mi sembrava di avere il privilegio di assistere ad uno scorcio di futuro, e mi dicevo: tra 10 o 20 anni, se l’Europa andrà in porto, saranno così molte grandi città: multietniche, felicemente multietniche ed integrate. Con i giovani genitori di questi piccoli che lavorano ben retribuiti in qualche stato, la loro casetta piccola ma confortevole, il welfare garantito, i figli che crescono in un contesto europeo, etc. etc. Insomma, una specie di “sogno americano” in salsa europea.

    Invece è stata solo una grandissima ubriacatura finanziaria, e adesso è finito l’effetto della sbronza: le città ricche e mitteleuropee sono rimaste tali, mentre quelle povere si sono impoverite e svuotate ancora di più. Per cui, per chi non ha la «fortuna» di vivere in uno di questi rarissimi luoghi pieni d’opportunità pur essendo rimasti ancora a misura d’uomo, l’europa resta solo un obiettivo asintotico, al cui irraggiungibile obiettivo tributa un costo sociale altissimo, caricato quasi tutto sulle fasce più deboli della popolazione.

    Io vorrei chiedere a qualsiasi politico italiano: al di fuori della moneta unica, di Schengen, di Basilea I, II e III, del trattato di Lisbona e di quello di Nizza, del MES e via dicendo, quanta europa c’è a Napoli, a Roma, a Torino, a Milano, a Palermo o a Sassari?

    C’è solo tanta economia, tanta finanza, tanto diritto internazionale e costituzionale a formare una sovrastruttura comune, eppure siamo così lontani per tutto quanto il resto!

    Forse – come in ogni relazione interpersonale – dovremmo prima chiarirci chi siamo noi italiani, prima di capire se quella con l’europa è una storia che ha una progettualità, un futuro. Per me, più che ‘meno europa’, bisognerebbe retrocedere ancora un passo prima e chiedersi: ma noi italiani, chi siamo?

  6. Io ho un’amica che lavora a livello europeo su progetti di scambio tra giovani di vari paesi, e penso che questo genere di iniziative non debba presupporre un governo comune, ma solo un po’ di coordinamento, e possa favorire il tipo di incontro e di concordia che dici tu.
    Per quanto riguarda il discorso ‘multiculturalità’, o interculturalità – non sto a entrare nel merito delle definizioni – io ho una visione abbastanza contro corrente che addirittura potrebbe apparire incoerente o chiusa, per cui starò attenta a cercare di esporla bene.
    Perchè vi sia diversità, ci dev’essere identità. Non può esserci incontro di culture se le culture finiscono per assomigliarsi tutte. L’esempio di quello che intendo è Londra: è talmente multiculturale, talmente mista, che non è più niente, non è interessante perchè ha perso tutto quello che la rendeva unica e caratteristica. Preferisco una capitale come Roma, ancora romana, ancora distinta dalle altre grandi città europee che hanno di tutto un po’, e che finiscono per essere quasi interscambiabili. Chi va a vivere a Roma da fuori, e ce n’è tanti, comunque entra a contatto con quella ‘romanità’, nelle sue varie declinazioni, che rende la città interessante.
    L’Italia secondo me ha un’inestimabile ricchezza in termini di identità locali: un napoletano e un romagnolo, un friulano e un sardo, hanno caratteristiche distintive che sono un grande arricchimento per il paese e per l’Europa. Queste identità locali possono essere un’opportunità anche per gli immigrati, perché offrono qualcosa a cui legarsi su scala piccola, nella vita di tutti i giorni, portando il proprio bagaglio a un contesto locale senza però snaturarlo. Mi viene in mente il dj senegalese di Radio Onde Furlane che, oltre al francese e a un paio di lingue africane, aveva imparato anche non uno ma più dialetti di friulano, anzi di carnico.
    Senza questo, secondo me le città multiculturali finiscono per somigliarsi tutte: tot italiani, tot turchi, tot tedeschi, tot cinesi ovunque tu vada. Insomma, la diversità a tutti i costi annulla se stessa. Gli assortimenti diventano uguali gli uni a gli altri. Nessuno rappresenta più nessuna cultura – perché una cultura, per esistere, deve avere un minimo di omogeneità. Oppure, certe culture vengono rappresentate a spese di altre che accogliendole si perdono in una diversità eccessiva. La mia amica di cui dicevo sopra, che sta a Bruxelles, dice che Bruxelles non ha quasi nulla di belgo.
    L’Europa non si può paragonare all’America che è stata fatta quasi da zero (sappiamo cos’è successo ai suoi abitanti originari), e le cui identità locali si sono create dopo l’immigrazione, non prima.
    Per questo io non voglio un’Europa in cui è indifferente studiare a Barcellona o a Torino, in cui incontri lo stesso tipo di gente a Stoccolma o a Monaco… questo non è un sogno, è una prospettiva grigia.
    Fare l’Italia, in cui comunque io credo, ha portato all’umiliazione e ai tentativi di cancellazione di lingue e dialetti locali – il friulano è stato bandito dalle scuole, trattato da lingua da contadini ignoranti, umiliato. Io stessa non lo parlo, perché nessuno ha mai pensato di insegnarmelo al di là di qualche parola. Ora si assiste a un ritorno anche di queste cose, perché si vede che se ne sentiva la mancanza. Per un periodo c’è stato bisogno di sentirsi italiani, e quindi di accantonare il resto; ora bisogna essere europei, e il discorso è lo stesso.
    Inoltre, anche l’Europa ha i suoi confini. Riunire le persone all’interno ha significato anche decidere chi doveva stare fuori: turchi, russi, albanesi… che magari possono avere più in comune con certi paesi dentro la UE di altri con cui questi ultimi si trovavano accomunati…
    Io credo nelle identità multiple, cioè nel non dover scegliere una sola appartenenza. Posso essere italiana, friulana, udinese, europea, donna… simultaneamente. Certo, non c’è posto per tutto, non puoi avere identità illimitate. Un’identità prevale su un’altra a seconda del momento: a Singapore mi sentivo occidentale, in Canada europea, a Londra italiana, a Roma friulana.
    Ma poi di tutto questo portare una bandiera mi sono stancata, e ho preferito tornarmene da dove sono partita, dove c’è gente con un forte senso della propria identità, che è anche la mia. E a chi pensa che questo significhi chiusura vorrei ricordare un’esperienza come quella del Liet International, l’anno scorso, che ho contribuito ad organizzare: ad accomunarci con saami della Finlandia, croati dell’Austria, asturiani, ladini, vepsi della Russia, e tanti altri, a darci qualcosa di cui parlare e a farci riconoscere vicende comuni non era l’idea di Europa o qualche altro pacchetto pronto, nè l’obbligo del multiculturalismo, ma la comune esperienza di essere minoranze in stati nazionali. Per dire quanti volti ha l’identità….

  7. Egregia Gaia,
    non sono riuscito a leggere tutto il tuo post, sei una scrittrice troppo volenterosa e io un lettoro troppo pigro… Comunque tu dici:
    “Io penso che questo sia un tipo di ragionamento ingiusto e molto pericoloso, di tipo coloniale: il popolo x non è in grado di governarsi da sè, quindi dev’essere sotto tutela di qualcun altro, per il suo bene. Ma qual è il suo bene?”
    Io effettivamente credo che in alcuni casi il popolo non sia in grado di governarsi da se e non sappia quale sia il suo bene…non lo sa spesso l’individuo, perchè dovrebbe saperlo una folla con 1000 teste e pensieri contrastanti? Prendi alcune regioni del sud….il meccanismo democratico è così corrotto e deviato da essere una dei principali strumenti delle ingerenze mafiose, con voti che si comprano per una borsa della spesa. Bene, io penso che sì, in queste condizioni una parte del processo democratico possa essere temporanemanete sospeso per attuare una rigenerazione forzata di almeno alcuni meccanismi virtuosi che possano dare spazio agli onesti e ai volenterosi, che sono quelli che più pagano l’ingiustizia del sistema…
    Vengo poi brevemente alle tue preferenze per il localismo e alla tua avversità per Eurolandia. Sotto alcuni aspetti ti do ragione, ma mi sorge un dubbio…il localismo non sarebbe forse un ritorno a una sorta di medievismo? Il medioevo, età del particolarismo per eccellenza, era caratterizzato da endemici contrasti interni ed esterni…non diventeremo più litigiosi anche noi, insistendo sul particolare e sul locale ? Senza contare che spesso i motivi alla base di molti movimenti “indipendentisti” o localisti (e non ti cito la Lega dei celoduristi…) erano di natura prevalentemente socio-economica, più che culturale e politica…

  8. Ciao Mauro,
    ti rispondo per ordine.
    Il bene di un popolo o di un individuo non è un dato oggettivo, ma soggettivo (a parte casi rari di persone con gravi patologie psichiatriche, per esempio, ma mi sembra che noi italiani non siamo a questo punto). Imporre la propria idea di bene a un altro è una violenza nei suoi confronti, anche se animata dalle migliori intenzioni. Riprendendo l’esempio del Sud, la triste realtà è che a una grande parte della popolazione va bene così. La mafia sta attecchendo adesso anche al Nord perché a tanta gente al Nord la mafia conviene. Quindi: io posso sostenere i meridionali onesti e che si battono contro la mafia, e facendo noi parte di uno stato unitario con delle leggi antimafia ci sarà sempre anche un elemento di coercizione e uso della forza per far rispettare delle leggi e fermare / arrestare i corrotti (non tutti, s’è visto), ma comunque secondo me il cambiamento deve partire dal basso e soprattutto dalla testa della gente. Altrimenti è una violenza, e non ha molto futuro. Forse ne avrebbe se fossimo un popolo obbediente e disciplinato, che prende ordini dall’altro. Ma è evidente: non lo siamo. Quindi se non cambiano le teste, imporre è inutile. Gli italiani sono furbi e troveranno un altro modo di fare come gli pare.
    La storia del Medioevo non la conosco bene, ma se non ricordo male per la prima parte del lungo Medioevo gli italiani non si autogovernarono nel senso che intendo io, ma furono soggetti al disfacimento dell’impero romano, a sequenze di invasioni barbariche, e, nel nord e al centro, alla conquista carolingia e alla sottomissione al papato.
    Per quel poco che so, l’Italia dei comuni medievali fu un periodo dinamico e vivace, lontano dai secoli bui che uno si immagina. Pensiamo poi al Rinascimento, che nacque e si sviluppò in un’Italia frammentata.
    Io non ho niente contro l’unità d’Italia, in cui anzi mi riconosco, ma non credo che unità nazionale e forme di maggiore autogoverno a livello locale siano incompatibili.
    Quanto alla litigiosità, si litiga anche quando si è costretti a stare assieme ma si sta male. La Lega, che io tra l’altro disprezzo, è nata perché c’erano dei problemi di convivenza tra Nord e Sud, non li ha creati lei.
    Infine: società, economica, cultura e politica non sono compartimenti stagni, ma definizioni date a vari aspetti interconnessi della stessa esperienza di vivere comune, e quindi spesso si sovrappongono o vanno nella stessa direzione.

  9. Pingback: Carta d’intenti | gaia baracetti

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