rifiuti

L’altro giorno sono stata colta da un raptus e fatto una cosa che credevo non avrei più fatto: ho preso grandi bracciate di vecchi vestiti e li ho portati nei cassonetti della Caritas.
Questa notizia forse può essere più interessante se accompagnata da un antefatto. Come ho annunciato qualche tempo fa, recentemente ho cercato di sbarazzarmi delle mie cose vecchie partecipando al mercatino di Udine Est (e non lo farò mai più, dopo aver scoperto a chi va la quota di partecipazione, e chi è il figlio di questa persona. Gli udinesi mi capiranno). Mentre stavo lì al freddo, guardandomi intorno, pensavo: che schiavitù la roba. Che fatica non solo produrla e comprarla, ma anche portarsela in giro, trovare un posto in cui metterla, tenerla pulita… Soprattutto ora, tra l’altro, che è così facile da acquistare, e così priva di valore quando ce ne si vuole sbarazzare. Nell’ottocento, come insegna un bellissimo romanzo che non cito per non fare un dispetto a chi deve ancora leggerlo, vendendo i mobili di casa si poteva ancora sperare di pagare i debiti, e i vestiti avevano valore. Ora puoi avere anche armadi di ottimo legno, lampade e divani: con la concorrenza di Ikea e simili è già tanto se non devi pagare chi te li porta via. Le cose non valgono più niente, eppure la nostra società va avanti grazie ad esse. Il paradosso del consumismo.
Una parziale consolazione è pensare che puoi dare la tua roba vecchia a qualcuno che l’apprezzerà. Ma, e da qui il mio raptus, ho capito che è questa la trappola. Se le cose avessero un valore, e quindi fossero caratterizzate sia da quantità scarsa che da qualità elevata, come ad esempio l’oro, sarebbe un po’ diverso. Dandone a qualcuno gli faremmo un oggettivo piacere (anche se sempre di carità si tratta): potrebbe tenerle o vendere. Ma ovviamente in quel caso non avremmo tanta foga di liberarcene.
(Tra parentesi preciso che persino le cose di valore richiedono lavoro e risorse per farle arrivare, tramite internet, mercati o passaparola, a chi le può apprezzare. Sarebbe meglio pensarci prima di procurarsele.)
Ma oggi, per la stragrande maggioranza dei beni che possediamo, persino per le nuove case costruite male e che nessuno vuole, per liberarcene non possiamo che sperare nella miseria altrui. Perché qualcuno voglia i tuoi scarti dev’essere più povero di te. Le cose di cui parlo da valore sono diventate spazzatura. Salvo, in parte, dal punto di vista di chi è veramente miserabile.
Le camicie rovinate subito, i bestseller che leggi per moda e dimentichi immediatamente, i pantaloni della tuta, le scarpe fatte dai cinesi, i piatti dei punti del supermercato, le t-shirt brutte, i maglioncini di cui ti sei stufato, l’elettronica obsoleta… chi la vuole quella roba? Solo chi non ne può avere di migliore.
Al mercatino cui ho partecipato c’era un algerino, ma penso siano in molti a fare come lui, che comprava cose a prezzi bassissimi per poi rivenderle ai suoi connazionali. Per quanto riguarda i vestiti che si lasciano nei bidoni della Caritas, ho fatto un po’ di ricerche e sostanzialmente funziona così: la prendono ditte specializzate e la selezionano. La roba non più indossabile viene riciclata per stracci o filati, quella buona va nei negozi vintage dei paesi ricchi, e il resto ai poveri. C’è un documentario che mi ripropongo di vedere nei prossimi giorni, che segue una maglietta dalla Germania fino all’Africa, dove ci sono paesi in cui il 90% della popolazione si veste con abiti di seconda mano.
La me di ieri avrebbe detto: bè, almeno non vanno buttati via. La me di oggi dice: ma perché? perché gli africani devono mettersi i nostri stracci? Perché sono poveri, ecco perché.
Io ho già detto di essere un’esteta. Non voglio essere ricca, però voglio cose belle e buone. Poche, magari, ma belle e buone. Cose scelte da me, che abbiano un senso e un significato, un contesto, una storia. Per anni ho valorizzato i vestiti vecchi altrui, e l’ho sempre considerato un vanto, un modo di evitare sprechi, di recuperare quello che andrebbe perso. Però nell’illuminazione di un momento mi sono resa conto che accettare i vestiti usati che mi davano amici e parenti non faceva altro che permettere a queste persone di continuare a comprare con la coscienza pulita: tanto c’è sempre qualcuno che prenderà tutto questo quando tu te ne sarai stancato. Qualcuno che ti sarà grato, perché è povero. Tu scegli, lui ringrazia. Tu imponi, lui accetta. Come si dice in inglese, beggars can’t be choosers.
Invece c’è una grande libertà e felicità anche nel poter scegliere cosa possedere. Io non vorrei che gli africani indossassero i nostri stracci. Non è giusto. Se fossero ricchi come noi, dove la butteremmo tutta la roba che non vogliamo più? In discariche che ormai non riesci più ad aprire da nessuna parte? Ancora una volta, persino nel donare, ricchezza e povertà non sono realtà inevitabili o indipendenti, ma l’una è necessaria perché esista l’altra. Tanto più che per possedere noi tante cose, deve esistere gente sottopagata che le fabbrica, altrimenti ci costerebbero ‘troppo’. E per potercene liberare, deve esistere gente povera che fa spazio per riprendersele.
Questo discorso vale anche per tutti i rifiuti tecnologici che finiscono in Africa, la spazzatura che mandiamo in Cina, ma non voglio allargare troppo il discorso. Fatto sta che con quest’ultima pulizia del mio armadio, quest’ultimo o così spero viaggio al suddetto bidone Caritas, in cui butterò vestiti che qualcuno ha preferito dare a me anziché buttare di persona, io voglio smettere di essere sia la persona ricca che si lava la coscienza donando ai poveri, sia la persona povera che prende quello che viene perché non può scegliere. Se faranno stracci dei miei vestiti, per pulire che so il grasso di un’autofficina, mi sta ancora ancora bene. Se li danno a chi è povero, sono complice del meccanismo appena descritto – però mi impegno a non prendere mai più nulla che valga poco, nulla di cui stufarmi e da dare via.
Quando ci si riempiono le discariche sotto casa, allora sì che ci accorgiamo che forse la soluzione è consumare meno. Finché i rifiuti se li prendono, più o meno legalmente, i campani, gli africani o i cinesi, il problema nemmeno si pone. I nostri armadi, le nostre case, sono discariche con un buco sul fondo, da cui tutto scivola via dentro bocche affamate. Se non fossero affamate, ci risputerebbero tutto in faccia.

p.s. Adesso finirò nei guai per i link che ho messo. Mi è venuto in mente dopo.

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10 risposte a “rifiuti

  1. I miei vestiti non arrivano neppure alla caritas, ne faccio direttamente stracci io… 😉

  2. Ci ho pensato anch’io, ma poi non saprei che farmene. In realtà ho ricavato un paio di ciabatte da vecchi vestiti, stoffe e sciarpe, una presina da una bandana, elastici dalle calze… ma non basta. Mia sorella ci ha fatto un animaletto di pezza da regalare. Solo che non tutte le stoffe hanno un potenziale di riutilizzo.

  3. ma stefano salmè è quello dell’ottimo volantino di alcuni anni fa? devo ancora fargli i complimenti per l’apertura mentale e gli splendidi disegni.
    comunque il tuo ragionamento sui vestiti fila solo dando per scontato che siamo tutti esteti. ma la verità è che ben poche persone lo sono. la maggioranza degli acquirenti di roba di prima o seconda mano preferisce la quantità alla qualità. meglio avere cinque gonne di colore diverso piuttosto che solo una e buona. quindi il mercatino dell’usato ha più che senso, nella misura in cui è alla fine un mero scambio di roba più o meno valida tra persone che vogliono varietà negli armadi. -che è una fissazione consumista bella e buona eh, ma mitigata da un compromesso.
    io stessa, che cerco di acquistare sempre meno e all’usato, mi accorgo di quanto mi scoccerebbe spendere gli stessi soldi per un capo solo.
    insomma, ce n’è tanta di strada da fare. . .

  4. (sì, è lui. ma non mi risulta un suo coinvolgimento diretto nel mercatino)
    Il mercatino dell’usato va bene perché se nessuno vuole la tua roba te la tieni, e ci rimetti: legge della domanda e dell’offerta. Quello che va meno bene è buttare via grandi quantità di roba con la coscienza pulita e anzi con la sensazione di fare del bene. Se io fossi un cittadino africano povero, e avessi la possibilità di scegliere, dubito che vorrei gli scarti degli europei.
    Dovremo iniziare a pensare di nuovo alla qualità, non alla quantità. E a quanto è prezioso anche più spazio libero in casa…

  5. penso che molte di noi sono affette da shopping compulsivo, per cui compriamo cose di cui potremmo fare a meno senza pensarci tanto: entriamo in un negozio, vediamo una cosa carina e se possiamo ce la compriamo.
    Tornate/i (sono + le donne ad esserne affette) pensiamo che ne potevamo fare a meno e rimpiangiamo il momento in cui abbiamo ceduto..
    Ogni tanto penso che non dovrei entrare in alcuni negozi nè magari neanche passarci davanti, ma è diffcile/impossibile.
    Io trovo che gli outlet siano i posti più a rischio: ci sono cose anche belle ma di cui non abbiamo bisogno.
    Consiglio: comprare solo dopo un attento esame di quello che abbiamo e quello di cui abbiamo VERAMENTE bisogno, a meno che vediamo una cosa che, come dice una mia amica, ci invita: comprami,comprami (e non capita spesso).
    I vestiti si deteriorano col tempo-poi io, che ogni giorno ho una divisa e gli zoccoli, li consumo ancora meno, per cui quello che compriamo spesso ci segue per anni..con gli eventuali rimorsi per aver speso in una cosa che non ci soddisfaceva granchè.

  6. Non sono solo le donne: conosco anche uomini con questo problema. È un modo per colmare dei vuoti e sentirsi in controllo di almeno qualcosa – le cose.
    Innanzitutto bisogna stare alla larga da posti che, come i centri commerciali, non solo bombardano i sensi con le loro offerte ma sono completamente privi di senso per chi non compra (o sogna di comprare): creano un mondo in cui quella è l’unica attività possibile e l’unica attività che abbia un significato.
    Comunque, un ottimo antidoto contro lo shopping compulsivo è non avere una lira. Magari chiedendo un part-time, chi può, al posto di un tempo pieno. All’inizio sarà difficile non potersi permettere le cose che desideriamo, piano piano però la vita si riempirà di altre attività e di altre soddisfazioni, e dopo un po’ non ci accorgeremo nemmeno che negli ultimi dodici mesi non abbiamo comprato niente, e non ne sentiamo la mancanza.

  7. Oltre al basso reddito, un ottimo deterrente per gli acquisti inutili è la mancanza di spazio: se non hai spazio dove riporre le tue cose, anche se te le regalano, ma a te non servono, le rifiuti perché non sai dove metterle. A me capita spesso di non comprare anche per questo motivo, e alla fine mi accorgo sempre di aver fatto la cosa giusta (l’unico problema restano i libri, verso i quali purtroppo continuo ad avere un comportamento un po’ compulsivo… ma a questo penserà Monti 🙂 )

    Quanto alle tue riflessioni, le trovo giuste globalmente, però forse localmente/singolarmente io la vedrei un po’ diversamente: guarda che fa davvero comodo a chi non se lo può permettere di avere qualche abito usato (visto che quelli che si utilizzano quotidianamente si usurano).
    Se la tua condizione economica non ti permette di scegliere il vestiario (e ti assicuro che ci sono tanti casi anche in Italia), ti accontenti di quello che c’è, perché la scelta è tra l’andare in giro nudi (o vestiti da straccioni), e l’indossare capi usati che – anche se magari non sono nel nostro stile – però salvaguardano almeno un minimo di dignità.

    Purtroppo viviamo in una società basata sull’immagine e sull’apparire, per cui in tanti contesti sociali diventa davvero difficile rivendicare le proprie scelte di vestiario (ad es.: se vai vestito da straccione a parlare a scuola dalle maestre dei tuoi figli, immagino che dopo esse chiamino subito l’assistente sociale; oppure se cerchi di proporti ad un cliente e sei malvestito, nel 98% dei casi questi preferirà il tuo concorrente con la giacca, la cravatta e l’iphone, perchè «è vincente»).

    Perciò io dal tuo discorso salverei il «donare a chi non può permettersi neppure di scegliere»: gli fai davvero cosa utile e gradita, indipendentemente da quanto il gesto possa poi essere vissuto come un mettersi in pace per i prossimi acquisti.
    Quella è un’altra storia.

    Comunque un bel post, che fa riflettere.

  8. Ciao Michele,
    è il disorso della carità, della beneficenza: nell’immediato è una cosa buona, perché aiuti una persona in difficoltà, ma vista nel suo complesso è un’accettazione e un meccanismo di perpetuazione di un sistema ingiusto, attraverso vari canali: la percezione di tollerabilità dello status quo e quindi il ruolo di deterrente verso un vero cambiamento, la dipendenza che crea in chi riceve, il compiacimento di sè e il senso di superiorità in chi dà, il creare uno sfogo per gli scarti dei ricchi che così non devono gestire i propri rifiuti (o addirittura si fanno belli donando come le star di Hollywood, o non pagano le tasse con le donazioni come in America), e così via. Io parlavo di questo contesto, non dell’atto di donare in sè, che può fare anche comodo anche a chi riceve oltre che a chi dà. Io stessa ho approfittato dei vestiti e degli oggetti usati altrui, finché ho iniziato a capire che così diventavo la scusa di queste persone per comprare con la coscienza pulita, come ho scritto nel post, nonché per percepire come necessario il proprio sostanzioso stipendio per continuare a mantenere uno stile di vita consumistico, di cui poi magari vedevano o credevano di vedere beneficiare anche me. Con una redistribuzione dei redditi (sempre lei), ognuno penserebbe a comprare per sè quello di cui ha bisogno, scegliendo liberamente e prendendosi le proprie responsabilità.

  9. Hai spiegato in modo molto chiaro (come al solito) il tuo punto di vista, che nel contesto sociale (è proprio brutto doverlo constatare) trova tantissimi riscontri nella realtà. E’ proprio come dici tu.
    Quello che volevo ricordare – perché a volte la tua fredda lucidità soffia come un vento gelido che cristallizza le abiezioni della nostra società nell’istante delle loro nefandezze – è che a volte il dono, o la carità, o la beneficenza (dalle le vesti che vuoi) sono davvero gratuite e volte al solo scopo di aiutare chi le riceve.
    Anche io sono contrario alla carità eretta a sistema: mi scombussolò tutte le idee Mirella La Magna (la moglie di Felice Pignataro, il fondatore del Gridas: se vuoi davvero conoscere la realtà di Scampia – e una bella persona -, invece di Saviano guarda questo storico documentario su Felice), quando affermò di essere contraria alla carità cristiana, in quanto per lei aiutare qualcuno non è un «bel gesto» per cui aspettarsi la riconoscenza dalla società, ma un preciso dovere morale nei confronti di coloro i quali subiscono le ingiustizie della redistribuzione dei redditi (sempre lei, come dici tu).
    Fatta questa premessa, mi premeva porre l’accento sul donare inteso nel senso di Mirella: non per pelosa carità cristiana, nè per fare posto nel proprio armadio; bensì per aiutare chi è rimasto indietro mentre nel frattempo cerchiamo di cambiare queste orribili storture. Donare come quando si ama: lo fai perché senti di farlo, senza aspettarti nessuna contropartita.

  10. Grazie, sono molto curiosa di vedere il documentario!
    Sono d’accordo con te, penso che diciamo più o meno la stessa cosa. Certamente ci sono tipi di dono molto belli, come atto di giustizia ma anche semplicemente come ricerca di qualcuno che apprezzi un oggetto più di noi. Mi è capitato di dire: questo starebbe meglio a una mia amica, vediamo se lo vuole. E altre amiche lo hanno fatto per me. Ma questi sono scambi personalizzati e su piccola scala, da pari a pari, come si dovrebbe essere.

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