cose che ho imparato dall’orto

Come si è anche detto su questo blog, c’è qualcosa di antipatico nell’usare internet per raccontare narcisisticamente del proprio orto e dei propri successi con le piantine: un misto di egocentrismo, saccenteria e orgoglio immotivato – un po’ come chi mette le foto dei propri figli su facebook, ne parla e li loda: non li hai mica inventati tu i bambini.
Non ho finora raccontato del mio ‘orto’ urbano per evitare questo tipo di critiche, ma ora ritengo di poterle neutralizzare in partenza accogliendole appieno. Se vi dà fastidio chi ciancia di pomodori e fragoline, non leggete oltre. Se ritenete invece di poterlo sopportare, qui sotto condivido alcune cose che ho imparato coltivando piante sul terrazzo.

L’orto per me non è un hobby, non credo nel concetto, nel ridurre un’attività vitale a mero passatempo. Il mio obbiettivo primario è risparmiare un po’ del denaro che spendo in cibo, infatti mi sono prefissa di non spendere per l’orto più di quanto risparmierei con quello che coltivo (lo ammetto, i due libri che consulto mi sono stati regalati..). Poi ovviamente facendo questo ho provato gioia e imparato un sacco di cose, cose vitali, appunto.

In realtà, parlare di orto nel mio caso è un po’ ridicolo: ho qualche vaso in terrazza. Ho cominciato in inverno con le patate, e questa è l’idea degli stupidi: le patate non crescono in spazi ristretti. La terra, coerentemente con i miei principi, l’avevo presa sfrattando le piante grasse che erano cresciute spontaneamente in terrazzo (cercare di non provare pietà per le piante è stata una delle tappe del mio apprendimento), e portandone via un po’ dal caotico e fertile giardino di mio padre. Mezza patata con i suoi germogli l’ho messa in un sacco di tela, credendo di poterlo usare come sostituto della juta: è marcito e ho incassato la mia prima sconfitta. L’altra metà l’ho interrata in un vaso di coccio, il più largo e profondo che avevo. È cresciuta rigogliosa per un po’, ma come dicevo le patate hanno bisogno di tanta terra, e per maggio era praticamente morta. Scavando con la foga di un cane che raspa la terra e con un entusiasmo gioioso ho comunque provato a vedere se era cresciuto qualcosa: sotto la superficie ho trovato una manciata di patatine tonde e dalla buccia sottile, che ho mangiato la sera stessa. In pratica, il mio gran risultato è stato trasformare mezza patata del supermercato in altrettanta quantità di patata ma suddivisa in piccole novelle. Non un granchè, ma giuro che erano buonissime. In questo caso, ci ho guadagnato la soddisfazione e una lezione.
Io credo molto nell’autodidattica e nel confronto con chi ha più esperienza: ormai detesto corsi e lezioni, e cerco di imparare tutto per canali spontanei e con esperimenti personali, oppure sfruttando internet. Idem per l’orto.
Dell’insalatina da taglio non ho molto da dire, se non che sarà l’occasione per vedere se posso essere una vera coltivatrice producendo da sola anche i semi; i pomodori, invece, mi danno da pensare. Il mio rispetto per i contadini è aumentato. Ci sono solo due mestieri che non consentono ferie: il contadino e l’allevatore (d’accordo, anche il lavoro in acciaieria non si può fermare, la mia è un’affermazione ad effetto). Devo bagnare i pomodori due volte al giorno, e ancora non basta. Non posso andare via da casa mia. Sono bloccata. Questo significa sopravvivere, questa è la base di ogni economia: che ci sia qualcuno che tutti i giorni, più volte al giorno, fa qualcosa perché gli altri abbiano cibo.
Se voglio sia le ferie che i pomodori, devo pregare qualcuno di farmi un favore e bagnarmeli (gran scocciatura per il malcapitato). Se non ci fossero persone che fanno questo tipo di sacrifici, noi, noi tutti, non mangeremmo. Ora me ne rendo conto molto di più. Idem per gli animali: gli animali mangiano tutti i giorni (e vanno munti, o curati, o accuditi…). Per questo tanta gente è scappata dalla terra, eppure ora ritorna, perché è dalla terra che veniamo.
Gli afidi hanno attaccato le mie piante aromatiche (timo, salvia, prezzemolo, coriandolo), risparimiando finora solo basilico e rosmarino. Anche questa è stata una dura lezione. Coerentemente con i miei principi, sto cercando di coltivare biologicamente. Non so se il sapone di marsiglia rientri o no nella coltura biologica, ma mi è parso il rimedio più innocuo ed efficace. Mi sono anche dovuta mettere, però, a staccare uno a uno tutti i rametti infetti. Mentre lo facevo provavo un senso di sconfitta, di rabbia e di orrore. La sera chiudevo gli occhi e vedevo rametti coperti di pidocchi neri. Non avevo mai combattuto contro un altro animale per proteggere me stessa (tranne forse quando c’erano le pantegane nella mia casa a Londra). Credo che in questa lotta abbia origine l’attavico e imbattibile umano sentimento di schifo.
Secondo invece il principio cardine della mia attività, quello del risparmio, non ho comprato concimi ma mi sono fatta dare pollina da mio padre (vecchia ma non trattata) e letame di cavallo da mio zio. Sto sperimentando con le dosi, il mio principio dell’autodidattica finora regge ma è passato troppo poco tempo. Lascio crescere il trifoglio, che fissa l’azoto nel terreno, ed estirpo tutto il resto. Ho preso due cassette di legno dell’ortofrutta e le ho ricoperte di plastica, per provare a coltivare lì (riciclo, risparmio). Ho piantato solo fiori utili: il nasturzio e la calendula.
Più volte al giorno esco in terrazzo, guardo le piante con la testa china e la mano sul mento, caccio i parassiti, cambio le esposizioni cercando di capire chi vuole sole e chi no, e di fare un po’ di ombra ai maledetti pomodori che non fanno altro che bere. Se questa cosa non mi esaspera – un orto è un lavoro – nei limiti del possibile con il passare del tempo proverò la rotazione delle colture. Siccome mi appaiono troppo laboriose, per ora ignoro le lezioni altrui che parlano di terra così e colà, acida e basica, ricca e povera, in fondo l’agricoltura è il regno del relativo e del tentativo, è un po’ come la medicina, non è una scienza esatta.
L’orto ha un ruolo psicologico importante, l’ho scoperto da sola e l’ho capito leggendo e sentendo testimonianze altrui. Come dicevo, ispira rispetto per i contadini e per chi lavora la terra. Dà la gioia che dà prendersi cura di qualcuno, e vedere le proprie cure ricambiate – forse c’è dell’egoismo in questo, l’egoismo della generosità, ma non voglio entrare in merito.
Insegna la pazienza, l’attenzione, invita a leggere e documentarsi per capire come coltivare al meglio, ispira curiosità nei confronti dell’ambiente, della botanica, della chimica, della biologia. Trae beneficio dallo scambio di idee e materia, rende le persone più necessarie le une alle altre. Stimola la creatività e la presa di responsabilità nel trovare soluzioni ai problemi che si presentano, esercita l’attenzione. Spinge a interrogarsi sulla provenienza del nostro cibo, sull’uso e sul valore della terra, addirittura a guardare con altri occhi le piante esotiche ed ornamentali, che non si mangiano e che occupano spazio. La percezione del mondo e dell’ecnomia cambia.
Forse tutto questo è anche parte della novità. Io stessa ogni tanto mi chiedo quanto andrà avanti questa storia delle piantine, se mi stuferò o no. È certo però che finché sarò viva dovrò mangiare.

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5 risposte a “cose che ho imparato dall’orto

  1. Per le bestioline Maria Grazia raccomanda anche il macerato di ortiche da spruzzare sulle foglie, dopodiché i pomodori assetati possono trarre giovamento dallo stare sotto una bottiglia di plastica infilata nel terreno sopra la piantina dopo averle tagliato il fondo. Al suo interno si crea un ambiente caldo-umido che mantiene idratate le foglie in tua assenza. In più hai utilmente riciclato una brutta bottiglia in PET che diviene invece una mini serra per pianta singola con tappo di regolazione e possibilità di praticarvi fori a piacere per il passaggio dell’ aria

  2. I miei ringraziamenti a Maria Grazia per i consigli! Temo che per i pomodori sia troppo tardi: sono diventati enormi e non starebbero sotto una bottiglia. Forse però si può usare la stessa tecnica con un grosso pezzo di quelle plastiche da scoppiettare…

  3. Non immaginavo fossero già così cresciuti. Allora ci vuole uno stecco che sostiene un sacchetto trasparente. Esistono in commercio quelli fatti apposta x le piante di pomodoro, ma si possono benissimo assemblare sacchetti normali con dello scotch

  4. Grazie! proverò!

  5. Ciao Paolo, se vedi questo messaggio: mi manderesti il tuo indirizzo email? Dovrei chiederti una cosa riguardo a un programma che sto preparando per la radio. Grazie!
    gaiabaracetti@yahoo.com

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