i ‘miei soldi’

Di recente su questo blog c’è stato un dibattito su cosa sia giusto avere lavorando e cosa si debba dare a chi non lavora. Una delle idee a mio avviso più diffiuse e alle quali io mi oppongo più strenuamente è che se uno guadagna dei soldi, fossero pure tantissimi, non c’è nulla di scandaloso se li considera suoi e se li vuole tenere. Ha lavorato, è stato bravo, gli spettano. Secondo me invece non esiste una chiara correlazione tra merito e ricchezza. Ci sono troppi altri fattori in gioco.
Innanzitutto, uno non guadagna cose, guadagna denaro. E il denaro è una convenzione. In natura non esiste: la sua esistenza e il suo valore sono invenzioni rinegoziabili. Tu dici: io guadagno duemila euro al mese. Cosa vuol dire? Chi ha stabilito il valore di quegli euro, chi ha fatto sì che corrispondessero a tot oggetti, o dollari, o yuan? Chi fa sì che con quei duemila euro tu possa comprare quattro smartphone, perchè chi li ha fatti prende molto meno di te, per vari motivi tra cui che la sua moneta è debole? Non tu di certo. Non ne hai merito.
Non solo il valore del denaro, ma anche la quantità assegnata a ciascun tipo di lavoro non dipendono dal lavoratore (in questo caso, il lavoratore può essere un manager come un musicista milionario. Ormai la parola lavoratore fa subito pensare a un poveraccio). Costui può negoziare entro certi limiti, è vero, ma sarà sempre lo stipendio di un dirigente diverse centinaia di volte quello di un operaio, e non viceversa, un calciatore a essere più pagato di un contadino, e non viceversa… dipende dai rapporti di forza all’interno di una società. Se io voglio fare il professore, trovo un posto manageriale, o sono assunto al comune, so che il mio stipendio oscillerà tra un massimo e un minimo non distanti tra loro e socialmente definiti, per quanto io sia bravo e mi impegni. Non ho merito neanche di questo.
C’è poi un altro aspetto molto importante. Tu sei ricco perchè lavori e guadagni bene, hai avuto una buona idea, un talento vendibile, e così via. Ma tu hai potuto guadagnare bene, vendere il tuo talento, far fruttare la tua idea, perchè la società ti ha messo in condizione di farlo. La lista dei modi in cui questo è successo è così lunga da non poter mai essere completa: vivi in un paese in pace, l’economia funziona, le diseguaglianze non sono eccessive e quindi destabilizzanti, la criminalità è sotto controllo, il sistema legale ti tutela, le infrastrutture ti permettono di spostarti, di produrre e di commerciare, le scuole ti hanno formato, il volontariato altrui o l’intervento statale si è preso cura di problemi che quindi non sono ricaduti sulle tue spalle, l’aria è pulita, l’ambiente non completamente distrutto, il cibo che mangi controllato, la sanità a disposizione, puoi esprimerti liberamente e votare, anche candidarti, eccetera eccetera eccetera.
Tutte queste cose non dipendono da te, se non in minima parte. Contribuisci con le tue tasse, se sei onesto e le paghi, ma non riuscirai mai a ricambiare tutto quello che, nel presente e nei secoli, gli altri hanno fatto anche per te. E anche se la società ti avesse messo i bastoni tra le ruote, anche se non sempre tutto funziona bene, se sei vivo e sei ricco saranno sempre di più le cose positive di cui hai usufruito, perchè un uomo o una donna se ha tutto contro per quanto abile soccombe – oppure si arricchisce in modi violenti e disonesti, come spesso accade in paesi molto instabili – e questo non è un merito. Solo in tempo di pace e in una società ed economia relativamente stabili e funzionanti, in linea di massina, un onesto lavoratore prospera. Quindi non essere arrogante e non pensare di esserti fatto da solo.
Oltre a non poter determinare che valore ha il suo reddito, né, salvo rari casi, entro quali limiti il suo reddito può essere negoziato, oltre ad essere in debito con la società per gran parte di quello che è, il lavoratore/imprenditore è dipendente da tutta un’altra serie di variabili di cui non ha merito o demerito. Le raggrupperò sotto il nome di ‘fortuna’.
Nascere belli, forti o sani, è una fortuna. Certo, la determinazione vuol dire, ma senza certe misure la modella non la puoi fare, senza un certo orecchio musicista non puoi essere, e così via. Non è un merito nascere in una famiglia ricca, stimolante, amorevole – oppure avere un sacco di problemi fin da piccolo e fortificarsi, c’è chi considererebbe questo preferibile. Infine, c’è la sfortuna contingente: una brutta annata, circostanze sfavorevoli, una malattia improvvisa o un grosso lutto a un punto determinante della carriera… c’è chi si risolleva, è vero, ma c’è chi non può farlo.
Naturalmente, non è possibile riparare a tutte le ingiustizie del destino. La nostra però è una società che cerca di prendersi carico della sfortuna: agevola i disabili, risarcisce gli agricoltori per le perdite legate al cattivo tempo, paga le malattie ai lavoratori, manda fondi ai terremotati o almeno ci si aspetta che lo faccia, e così via. Perché redistribuire la sfortuna va bene, e la fortuna no? In fondo, sono due facce della stessa medaglia.
Sicuramente, a netto di tutto quanto elencato sopra, esiste anche il merito individuale. Ma influisce in maniera davvero marginale. Io sono d’accordo con l’esistenza di un po’ di disuguaglianze, perché effettivamente c’è chi si impegna di più e chi di meno. Inoltre, non tutti hanno gli stessi desideri materiali. Se qualcuno vuole lavorare meno, guadagnare meno e godersi la vita, io non ho obiezioni – idem nel caso contrario, se uno vuole farsi qualche ora di lavoro in più per pagarsi ad esempio una vacanza. Però le differenze dovrebbero essere solo queste: diverso impegno porta a diverso guadagno, quindi entro limiti molto ristretti, per cui un’ora di lavoro vale grosso modo lo stesso per tutti.

Mettere in pratica quest’utopia non è facile: penso sia più semplice redistribuire le ricchezze una volta guadagnate che intervenire sull’accumulazione di per sé: per esempio, a quante ore di lavoro ammonta un libro? Non sapendolo, meglio tassare uno di più quanto più guadagna, piuttosto che cercare di misurare le ore immesse in un certo prodotto. Una tassazione molto pesante per guadagni molto alti lascerebbe comunque quel minimo in più a chi guadagna in più, ma al tempo stesso non consentirebbe le diseguaglianze eccessive derivanti dai fattori che elenco sopra, slegati dal merito.
Il campo creativo in realtà è particolarmente difficile: un libro brutto non merita gli stessi soldi di un libro bello (eppure, guarda caso, quanto spesso rende di più?). E il rischio di chi avvia un’attività, va ricompensato? E come? Le questioni del rischio imprenditoriale e del talento e successo sono più complesse di quelle delle ore di lavoro. Ne parlerò, non in questo post che è già troppo lungo.

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12 risposte a “i ‘miei soldi’

  1. Mah Gaia…
    onestamente non condivido le tue posizioni. Secondo me parti dalla costatazione di eccessive discrepanze di reddito, accumulo di ricchezza e conseguenti storture del mondo attuale (tutte cose incontestabili e vere) per giungere però a soluzioni a volte draconiane, che forse è meglio rimangano utopia. ben venga una maggiore tassazione sui redditi alti, ma frasi come “diverso impegno porta a diverso guadagno, quindi entro limiti molto ristretti, per cui un’ora di lavoro vale grosso modo lo stesso per tutti.” non le capisco. Un ora di lavoro non può valere lo stesso per tutti perchè mansioni, responsabilità e rischi non sono gli stessi, ne le competenze necessarie per svolgere certe mansioni. Poi sul fatto che un dirigente non dovrebbe guadagnare 6500 volte la paga dell’operaio siamo d’accordo.
    ………..(to be continued…devo tornare al lavoro….)

  2. Ciao Mauro,
    manca un pezzo al mio post, in cui affronto anche la questione del rischio, quindi rimando la mia risposta a fra qualche giorno. Dico però che, se decidiamo che tutti i lavori sono necessari, non c’è un vero motivo per cui la sproporzione tra quanto viene retribuito uno e quanto viene retribuito l’altro sia così marcata.
    Prendiamo il medico, che penso possiamo essere d’accordo sia uno dei mestieri più utili, rischiosi e per cui è più difficile prepararsi. Tra l’altro i miei genitori sono medici, e io e mia sorella abbiamo sempre vissuto nel benessere per questo, cosa di cui sono grata ma che pure non trovo giusta: di certo non è un merito per me, essere nata da loro e non da altri.
    Comunque, anticipando un po’ quello che spero di scrivere in futuro:
    – rischio e responsabilità: dipende dalla specializzazione, comunque per i medici il rischio e la responsabilità sono certo alti, ma ci sono altri mestieri in cui un errore può avere conseguenze mortali, e che vengono retribuiti molto meno. Il colpo di sonno di un autista, una trave assicurata male da un operaio, una malattia non curata all’interno di un allevamento, possono avere conseguenze mortali. E allora perché non retribuiamo bene anche camionisti, operai e allevatori? Inoltre: dove sta scritto che se uno guadagna bene ha più rispetto per la vita altrui, e se percepisce uno stipendio solo medio fa il suo lavoro male? Dubito che esista una simile correlazione.
    – preparazione: i miei spesso dicono: io ho studiato per fare il medico. Vero. Ma chi non ha i genitori che gli pagano l’università non farà mai medicina (ci saranno anche le borse di studio, ma di sicuro coprono una piccola parte degli studenti: tutti gli studenti che conosco io non ne hanno). Sarebbe meglio pagare chi studia medicina, vincolando lo stipendio a certi risultati, e pagarlo normalmente dopo, anziché il contrario.
    Inoltre, il fatto che i medici godano di stipendio e status superiori a molte altre professioni costituisce un incentivo distorto. Data la natura del mestiere, sarebbe meglio non creare questo tipo di incentivi, e lasciare che a fare il medico sia solo la passione (e uno stipendio decente nonché condizioni di lavoro accettabili, certo, ma questo vale per tutti).

  3. Aggiungo che mi rendo perfettamente conto che quello che dico può apparire radicale e persino assurdo, perché mette in discussione cose che diamo per scontate. Ma se ci mettiamo un attimo a riflettere sullo stato attuale della nostra economia, ci renderemo conto che è la realtà ad essere assurda, non le utopie: perché un calciatore prende decine di milioni di euro all’anno, e un’infermiera neanche duemila? Perché chi lavora nella finanza, che secondo praticamente tutti gli osservatori è la grande responsabile della crisi in cui ci troviamo, continua a prendere molto più di chi coltiva il cibo che mangiamo? Perché una velina prende più di giornalista antimafia? Perché permettiamo queste cose?
    Il mercato, mi si dirà. Beh, come ho già detto, il mercato va corretto. Un mercato del tutto libero non esiste: decidiamo quindi di correggerlo meglio.

  4. Mi pare che tu abbia un concetto quasi “punitivo” della fortuna. In base alle tue idee se io guadagno bene, grazie alla fortuna e alle circostanze più che al merito, dovrei venire in qualche modo punito e stra tassato per non creare invidia sociali (perchè di questo al fine, secondo me si tratta…). Ma llora anche Tizio che, per fortuna sua e circostanze, ha una salute di ferro o Caio che, sempre per fortuna e geni, nasce bellissimo e fa il modello dovrebbero venire “tassati” perchè hanno qualità non guadagnate ma ricevute dal fato.
    Io direi piuttosto che è meglio accettare che ognuno ha la sua dose di fortuna e sfiga, dispensata dai capricci degli dei, e che se quindi io guadagno 10 volte più di te ma devo curare continuamente lo stress alla fine le cose si riequilibrano almeno in parte.
    Quanto al mercato, certo che regola in parte le retribuzioni! perchè non retribuiamo medici e camionisti in maniera simile? Perchè per fare il camionista ti basta una patente e la terza media, per essere medico 6+3 anni di università….!
    quanto a veline e calciatori hai ragione, anche questo è mercato, ma un mercato delle vacche dove i compratori (noi) sono dei grandissimi pirla…. 🙂

  5. Ciao Mauro,
    ti ringrazio sinceramente per i tuoi commenti, sono contenta di discutere queste cose e confrontarmi.
    Secondo me una cosa che è sfuggita o che forse io non ho espresso in maniera chiara, è che la fortuna economica è qualcosa di diverso da tutte le altre fortune nella vita. Questo perché le risorse sono limitate e quello che uno prende, un altro non ha.
    Ci sono cose nella vita che creano felicità e/o ricompensano una persona dei sacrifici fatti, come la soddisfazione personale, la gratitudine e stima altrui, una famiglia felice, un lavoro ben fatto, un’amicizia vera, la serenità, e così via, che non devono essere redistribuite perchè ce ne può essere per tutti (poi ovviamente non è esattamente così, però la quantità di affetto e stima all’interno di una società può aumentare o diminuire, mentre le risorse grosso modo sono fisse: né la terra né l’acqua nascono dal nulla).
    Per questo io tratto la ricchezza in questo modo. Un ricco ‘preleva’ risorse da beni che io immagino innanzitutto come collettivi, perché tutti nasciamo sullo stesso pianeta, e quindi secondo me la proprietà privata può e deve essere regolata socialmente. Tra l’altro, già è così: io auspico solo una regolamentazione più equa. Come nessun talento e nessun duro lavoro ti autorizzano, ad esempio, a commettere violenze contro gli altri, così nessun talento e nessun lavoro ti autorizzano a prelevare una quantità di risorse tale da lasciare gli altri con nulla o con troppo poco.

    Il mercato delle veline: non posso entrare nei dettagli, ma per i favori che Berlusconi si è fatto attraverso il governo per mantenere il proprio impero mediatico, e per il fatto che la Rai è gestita in maniera molto discutibile e non di certo democratica e popolare, le retribuzioni non sono quelle che la gente vorrebbe dare se potesse scegliere.
    Il mercato dei calciatori: ok per i biglietti allo stadio, ma il calcio si finanzia grazie anche alle sponsorizzazioni. Se tu vuoi quel paio di scarpe, comprandolo paghi il calciatore, tuo malgrado, e così per infiniti altri prodotti, anche alimentari. Puoi cercare, come io cerco, di boicottare prodotti che sponsorizzano lo sport, ma è un procedimento piuttosto tortuoso che richiede tempo, e chi ha tanto tempo da dedicare a queste ricerche?
    Inoltre, se vado in un bar che paga Sky per vedere le partite, nella mia birra è compresa una percentuale che andrà alle squadre e ai giocatori. Non posso scegliere: certo, potrei boicottare quel bar, ma se avessero tutti (com’è a Udine, quasi) uno schermo e un abbonamento? Non è tanto semplice boicottare un bar che paga i diritti per vedere le partite, e al tempo stesso condurre una vita sociale e magari convincere gli amici a fare altrettanto. Ripeto: il mercato è tortuoso.
    Infine, ti ricordo che le società calcistiche sono sottoposte, come spiega qui un economista (ma la questione è molto complicata, mi pare), a regole particolari diverse da quelle delle altre società.
    D’altronde qualsiasi mercato è molto, molto regolato, anche nei paesi più capitalisti. Se così non fosse, non esisterebbero controlli sanitari, leggi contro il lavoro minorile, tasse e agevolazioni, sussidi…

  6. p.s. riguardo all’idea che chi più studia più dev’essere pagato, non sono assolutamente d’accordo. Tra le varie cose che mi piacerebbe scrivere, c’è un riassunto di ‘Descolarizzare la società‘ di Ivan Illich, in cui, tra le varie cose, viene criticata (già nel 1971!) l’istruzione come meccanismo di accesso a status e retribuzioni maggiori rispetto a chi non ha seguito lo stesso percorso accademico prestabilito. Altro che riforma Gelmini e compagnia bella: cosa svilisce di più il sapere che l’agganciarlo necessariamente a una maggiore retribuzione (aspettativa che esiste da decenni, se non di più, e che viene condivisa anche dagli studenti che scendono in piazza contro la mercificazione dell’università…)?

  7. Egregia Gaia, sei una scrittrice di post troppo prolifica e volenterosa per le mie forze…non riesco a tenerti testa 🙂
    Mi piacerebbe leggere Illich e mi piace lo spirito dei tuoi post, me credo che le utopie, pur nel loro slancio generoso, debbano necessariamente essere temprate da un brutale realismo….
    Se mi sento in forma leggo Illich e ti scrivo cosa ne penso (ammesso che abbia dei pensieri, ovvio 🙂 )

  8. Allora, per quanto concerne che chi studia di più poi guadagni di più, direi che il mondo attuale ci mostra sempre più il contrario: disoccupazione dei laureati, stage eterni, paghe da fame ecc. mantre un Corona prende 10.000 euro a sera per mostrare i tatuaggi in discoteca. E questo è uno dei problemi più attuali, specialmente dopo anni in cui si è lamentato in ogni dove che non ci sono abbastanza laureati, che dobbiamo fare la società del sapere ecc ecc…
    Poi onestamente credo che una buona attrattiva economica sia l’unico modo per fare si che un numero sufficiente di persone pratichino certe professioni o mestieri necessari e utili….non tutti i lavori si fanno per passione viscerale!
    Questo non vale solo per le professioni qualificate, ma dovrebbe (dico dovrebbe) valere anche per mansioni più semplici e umili. E poi l’agganciare a un percorso formativo delle migliori prospettive economiche è senza dubbio stato uno strumento di avanzamento sociale per moltissimi, almeno finchè la società dava questa possibilità. Non tutti hanno il genio imprenditoriale o fortuna o qualità strepitose , ma studiando con impegno e acquisendo una buona professionalità hanno potuto campare bene e fare campare bene i figli. direi che non è affatto poco. E comunque, come detto, lo studio è solo uno degli elementi tramite cui, se si vuole, tentare di migliorare il proprio reddito. Fortuna, abilità, intuito (e qualità meno nobili…) possono portare molto più lontano di qualsdiasi qualifica accademica. Ma a me lo studio pare un sistema molto più di massa e quindi democratico! su illich segue…

  9. Io penso che studiare sia stata la strada per l’emancipazione di una generazione, grosso modo quella dei miei genitori. Però già dopo pochi decenni, la dominanza del modello: ‘studia e troverai un buon lavoro’ mostra già i suoi limiti e le sue conseguenze negative:
    – il disprezzo per i lavori artigianali e manuali, verso cui i giovani non sono stati più indirizzati, se non alcuni nelle classi ‘basse’ per cui lo studio era economicamente proibitivo o mal visto
    – la frustrazione di masse di laureati, che era impossibile trovassero tutti un’occupazione adatta alle loro aspettative, ma nessuno ha trovato il coraggio di dirlo
    – lo sfruttamento di immigrati, laureati e non, chiamati a colmare i vuoti occupazionali causati, tra le varie cose, dalle ambizioni eccessive della mia generazione
    – l’arroganza di chi ha studiato nei confronti di chi non l’ha fatto: la pretesa di uno stipendio superiore e un trattamento lavorativo migliore
    – lo svilimento del sapere, che ha perso sia il proprio valore intrinseco sia la propria dignità indipendentemente da dove fosse acquisito, per diventare uno strumento per ottenere reddito e status attraverso canali obbligati (le università)

    Illich per certe cose è esagerato persino per me, ma la sua analisi è straordinaria. La nuova avanguardia ora è quella che torna alla terra, alla manualità, e secondo me anche all’apprendimento deistituzionalizzato, autonomo, dal basso.

  10. Egregia Gaia, come ho detto, mi piace lo slancio ideale dei tuoi post, e anche in parte lo condivido. Tuttavia penso che sia necessaria, mi ripeto (ho poche idee,e anche quelle confuse 🙂 ) , una brutale analisi realistica delle idee che si vagheggiano. Il ritorno alla terra, all’Arcadia non sono sicuro che sia un modello praticabile per tutti, ovvero una soluzione che possa offire sostentamento dignitoso a tutti. Se è in grado di farlo, articoliamolo e pianifichaimolo in maniera chiara e razionale. Se non è in grado di farlo, allora non è la strada giusta, dato che le soluzioni da cercare devono essere di massa e universali, altrimenti non le considero valide. Non mi interessano soluzioni “elitarie”, per pochi adepti o illuminati o intelligenti o come vuoi.
    in questo vedo, da quello che ho potuto leggere dal link, il limite di Illich. Che finirebbe per essere elitario. Apprendimento conviviale e deistituzionalizzato? bene, ma non tutti possono avere un Platone o un Socrate come insegnante. E chi ha una caprone? e il figlio del mafioso? Il sistema istituzionale, classico ha secondo me il merito incontrovertibile, e che lo pone al di sopra di tutte le alternative, di offire, in maniera coercitiva, un minimo, un po di strumenti a tutti. Al figlio dell’avvocato di Milano e a chi ha una famiglia che se ne strafrega. Va a stanare il disgraziato dovunque si nasconda e lo porta su un banco di scuola. Omologherà, ma almeno crea uno standard minimo di cultura. Poi ha tutti i suoi limiti, che tu hai elencato e che condivido, ma diamo a cesare ciò che è di cesare….

  11. Perchè una soluzione per essere valida deve essere universale? La storia dovrebbe averci insegnato che non esiste un modello che vada bene per tutti. Nei limiti della convivenza civile, e non è dire poco, le strade sono moltissime.
    Comunque, parliamo di elite: in questo caso penso siano solo persone che imboccano una strada per prime, una strada su cui poi si incammineranno anche gli altri. Non sono privilegiati, solo pionieri. Non c’è niente di male.
    Sul ritorno alla terra, consiglio il bel libro di Franca Roiatti, che è stata nostra ospite in radio, La rivoluzione della lattuga. Non solo non si tratta di una cosa elitaria, ma riprendere a coltivare cibo è spesso una scelta obbligata per molti poveri del mondo. Né un lusso, né una moda.
    Sulla scuola, il discorso è troppo complesso per risponderti in breve, e ci sono troppe cose da dire. La verità non è da una parte sola, e ci sono veramente troppe variabili. Non dico che il sistema scolastico non abbia fatto del bene, dico che lo diamo troppo per scontato.
    Il link che ho messo è giusto per far vedere che il concetto di descolarizzazione esiste, ma la sua argomentazione è complessa. Leggendo Illich però pensavo, e per ora mi limito a questa, alla mia esperienza personale – quindi non generalizzabile, da prendere per quello che è.
    Io sono molto grata delle scuole in cui ho potuto studiare, non voglio apparire ingrata. Però ho cercato di fare una lista delle cose fondamentali che ho imparato nella vita. Leggere e scrivere. Usare il computer. Sviluppare un pensiero critico. Approfondire certi campi che mi interessavano particolarmente. Usare l’italiano in maniera creativa. Ora, coltivare le piante. Nessuna, nemmeno una di queste cose l’ho imparata a scuola – con l’eccezione forse degli esercizi di sintesi e raccolta informazioni, utili in campo giornalistico. L’unica esperienza accademica che mi abbia dato qualcosa di duraturo, dal punto di vista appunto intellettuale e non umano, è stato un master di storia a Londra, quindi intrapreso quando ero già adulta e per mia liberissima volontà, in cui eravamo tre per classe, e la stragrande maggioranza del tempo lo passavamo a leggere da soli e prepararci per l’ora settimanale di discussione con il professore e gli altri studenti. Questo è esattamente il tipo di apprendimento che propone Illich. Sembra elitario solo se accetti che chi insegna debba avere un titolo, un permesso, per farlo. Se pensi invece a quante persone sarebbero in grado di guidare gli altri all’apprendimento, ma stanno al di fuori di un’istituzione, e non ne hanno il permesso, il modello proposto da Illich è l’esatto contrario di elitario.

  12. Gaia, io intendo elitario nel senso che, se una cosaa non è uniformemente ed egualmente disponible per tutti, sarà usufruibile in magior grado o con migliori condizioni solo da alcuni, i quali, in virtù di fortuna, caso, condizioni varie, saranno privilegiati rispetto agli altri nel godimento di questo bene, come l’istruzione.
    Se il sistema non è istituzionalizzato chi mi garantisce che tutti abbiano, almeno in linea teorica, pari accesso al sapere? Chi mi garantisce le conoscenze di questi pretesi maestri, il cui narcisismo e l’ascendente sulla gente potrebbero essere le qualifiche di maggior spicco??
    E poi ti chiedo, come sei giunta a scegliere il tuo master a Londra, se non attraverso un percorso istituzionalizzato che ti ha orientato poco a poco verso una scelta simile? Il master in se è un percorso istituzionale (anche io ho studiato in UK, so cosa vuoi dire…una figata!), ma con una didattica diversa adatta a studenti avanzati con competenze pregresse già acquisite…..
    Tutte le cose che elenchi come utili sono prodotti diretti o indiretti di un percorso formativo istituzionale. Non che non ci possano essere percorsi formativi integrativi o successivi, svolti da persone al di fuori delle istituzioni. Già ci sono, mi pare.
    Ognuno può fare come crede, in fondo la gente è sempre alla ricerca di guru e guide.
    Ma deve esserci un minimo comune denominatore, le condizioni di partenza devono essere uguali per tutti. Su questo tema basta.

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