mestieri di montagna

Sabato mattina su Ator ator (qui in streaming), dalle 9.30 alle 11, parleremo dei mestieri della montagna. Può la montagna, ora in crisi economica e spesso demografica, sopravvivere senza dipendere dal turismo e dalla grande industria? Quali antiche tradizioni agricole e alimentari, tessili, artigianali, si possono recuperare per creare lavoro di qualità? Che ruolo ha la ricerca? Che prospettive ci sono di autosufficienza energetica?

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12 risposte a “mestieri di montagna

  1. Puoi parlare anche dell’opportunità turistiche offerte dalle ciclovie? Gli austriaci stanno solo aspettando che si finisca il collegamento Cocau-Grado per scendere come gli unni! Altro che quarta corsia sull’A4!

  2. gaiabaracetti

    La puntata è dedicata ai mestieri non turistici, quindi non parleremo di questo. Sicuramente le ciclabili sono l’investimento del futuro, perché ormai la gente ama viaggiare così. Dirò però, con tutto l’affetto possibile per austriaci e tedeschi, che è anche colpa loro se Lignano è ridotta nello stato che sappiamo (chiudermi in un pollaio intensivo mi ispira di più che fare il bagno a Sabbiadoro), e che l’idea di ulteriori orde turistiche che scendono qui non mi entusiasma più di tanto

  3. No Gaia, qui non concordo. Non è colpa degli austriaci, ma dei nostri amministratori (ed anche nostra, le seconde case ndr.) che hanno permesso la cementificazione selvaggia del litorale! Ovviamente in un mercato libero se c’è una forte domanda a breve si avrà una forte offerta (=case). All’epoca (e purtroppo tutt’ora) si pensava nel turismo di massa perché portava lavoro e soldi…

  4. In caso puoi parlare anche di lui: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=186695
    In futuro potresti invitarlo anche in trasmissione.

  5. gaiabaracetti

    Non solo, anche degli austriaci. Nostra, degli amministratori, degli speculatori, di tutti. Secondo me è un’abitudine molto italiana quella di dare sempre la colpa ai politici. A parte che gli amministratori qualcuno li ha eletti, ma se io vado in un paradiso naturale (cosa che Lignano non era, ma capiamoci) e contribuisco alla sua cementificazione e distruzione per il mio piacere, se io compro un prodotto fatto distruggendo l’ambiente o sfruttando i lavoratori, e lo so o lo posso sapere facilmente, io SONO responsabile. Gli italiani, gli austriaci, i tedeschi, volevano andare al mare a Lignano. Nessuno, personalmente, voleva danneggiare la spiaggia, ma collettivamente tutti lo hanno fatto. Se loro non ci fossero stati, Lignano sarebbe ancora intatta. Il turismo di massa è devastante. Il turismo di massa esiste perché ci sono turisti che non si fanno tante domande.

  6. gaiabaracetti

    Ivan: no, ti prego. Hanno creato un caso mediatico, è un bombardamento continuo di questo ragazzo. Non è così che si fa informazione.

  7. Mentre Giovanni Mazzetti, su ‘Il Manifesto’, tuona contro i giovani saputelli che pontificano della decrescita, è un continuo fiorire di individui di tutte le fasce di età ed estrazioni sociali che abbandonano la città e il lavoro per trasferirsi in campagna e dedicarsi all’autoproduzione, al downshifting e quant’altro.
    Hanno molti punti in comune: la maggior parte di loro
    – è così abbiente o da possedere la terra su cui si stabilisce, o da prenderla in affitto;
    – hanno la penna facile, e subito scrivono un libro per testimoniare la loro storia ed elargire preziosi consigli;
    – non hanno figli al cui mantenimento/istruzione provvedere;
    – non hanno mutui/oneri da sostenere;
    – sono anche abbastanza digitali, perché curano giornalmente blog su cui pubblicizzano le loro attività quotidiane (oggi ho fatto la marmellata, le zucchine stanno crescendo bene, mi si è rotta la motosega).
    Questa situazione (i Mazzetti da un lato, i Devis dall’altro), danno l’idea di quanto penoso sia lo stato a cui è giunto attualmente il dibattito culturale in Italia. Ad una vecchia generazione (purtroppo al potere) che continua a pensare e a parlare attraverso schemi mentali che si rifanno ad un passato spesso superato o puramente accademico, si contrappone una generazione di nuove leve cresciute nel benessere che possono permettersi il lusso di andare a vivere da soli in campagna o al mare (magari avessi potuto farlo io!), e ritengono sia un vanto l’imparare a fare la marmellata, o il coltivare pomodori e zucchine. E dai, gente, sveglia! Perché non fate tutti come me?

    Io penso a tutte le persone che ogni giorno si rompono la schiena per lavorare in qualche posto malsano con sempre meno diritti, e che quella casetta in campagna non l’avranno mai, e non scriveranno mai in un blog quanto sia duro vivere nello squallore della periferia di una metropoli, o stare un’intera giornata davanti ad una vasca industriale di acido.
    Penso a tutti gli extracomunitari che fanno a Rosarno la stessa vita dei Devis, solo che la terra non è la loro, vivono nelle tende senza acqua, nè luce, nè servizi igienici, pagati 20 euro al giorno, praticamente senza diritti. Neanche loro scrivono su blog e pubblicano libri, chissà perchè. E soprattutto nessuno scrive di loro (tranne quando ne trovano i cadaveri), chissà perchè.
    Poi penso alle mie zie, che pure coltivano nei vasi dei loro balconi qualche piccolo ortaggio, spesso fanno in casa la marmellata, il pane e lo yogurt, però per loro «è normale», per cui non si sognerebbero mai di scriverlo o pubblicarlo da qualche parte.

    Cavolo, come siamo messi male.

  8. gaiabaracetti

    Ciao Michele,
    non so se tu mi includeresti tra questi giovani saputelli, comunque il tuo commento è molto importante e voglio sia darti ragione sia sottolineare un paradosso.
    La ragione è che anche a me il fenomeno ‘pecoranera’ e affini dà fastidio: ho un amico malgaro, carnico pure lui, disponibile a raccontarsi certo ma schivo e troppo impegnato a lavorare per scrivere libri con promesse di felicità già nel titolo, grandissima presunzione (eppure a me pare un uomo felice). Non è male raccontare la propria esperienza, ma con umiltà e con la consapevolezza che non è generalizzabile. Dal quel poco che ho letto di Devis, mi pare che lui questo lo dimentichi. C’è una certa arroganza in chi vive ‘nella natura’: la città fa schifo, scappate tutti!
    È anche vero comunque che non tutti quelli che prendono terre in affitto sono dei ricchi: questo mio amico viene da una famiglia assolutamente media, e per allevare gli animali e fare il formaggio (tutto da solo) rinuncia alle ferie e si alza ogni giorno alle cinque.
    È venuto a Udine Maurizio Pallante non molto tempo fa: un amico che c’era mi ha raccontato che all’obiezione provenuta dal pubblico ‘ma non tutti possono permettersi un rustico in campagna’ lui ha risposto ‘l’avete deciso voi di vivere in un appartamento in città’. La cosa si commenta da sè. Questa presunzione e limitatezza è già evidente dall’unico suo libro che ho letto, pur pieno di begli spunti.
    Il paradosso invece riguarda il privilegio. È sbagliato ignorarne l’esistenza, ma anche impedire ai ‘privilegiati’ di sognare un mondo migliore e cercare di attuarlo, magari approfittando di quegli stessi vantaggi di cui godono (purchè siano trasparenti). Personalmente, cerco di essere onesta riguardo al lato economico della mia vita proprio per non apparire ipocrita: sottolineo sempre che non pago l’affitto e che non ho figli, due miei grossi vantaggi economici. Eppure questo stesso privilegio mi permette di sperimentare stili di vita e letture, o anche denunce, per cui forse altri non hanno tempo, di tenere un blog e di scrivere comunicati stampa, per dire, alle associazioni che non hanno tempo o personale libero per farne. La casa che mi hanno dato ha ospitato persone che ne avevano bisogno, per esempio.
    Tra questi giovani digitali e che non si spaccano la schiena in senso letterale, di cui parli tu, c’è anche chi riesce a raccontare di Rosarno. Basta cercare: qualcuno lo fa.
    Il problema non è la colpa collegata alla nascita, è l’arroganza e la cecità nei confronti di chi non ha la fortuna che hai tu. Io ricordo che dopo in una laurea in cooperazione allo sviluppo, in un’università internazionale dall’altra parte del mondo, ho voluto cercare un lavoro sporco e mal pagato perché mi sembrava assurdo studiare la povertà e non conoscere la fatica. Sono andata in una lavanderia industriale, letteralmente in mezzo alla merda altrui. Per molti anche questo era un privilegio: lo facevo perchè potevo, per curiosità, smettevo quando volevo. Ho ancora addosso l’etichetta di borghese. Borghese anche con le scarpe rotte, velleità le mie piante in terrazzo, fortuna le mie privazioni. Gli amici che lavorano in banca mi accusano di potermi permettere di non farlo, anche se poi loro si possono pagare le vacanze, e io resto qui a contare i centesimi.
    Mia sorella ieri diceva: l’università dev’essere gratuita. Ma non è questo un privilegio nei confronti di chi lavora e la paga? E vogliamo andare a spulciare cosa fanno tanti dottorandi tutto il loro tempo, se veramente svolgono un servizio utile? E quanti dipendenti pubblici lavorano, e quanti si sottraggono? E quanti imprenditori piangono miseria oggi, e ieri vivevano nel lusso? E quante eredità aprono le porte a vite di inedia? E quante case tenute vuote per i figli sono sottratte a chi ne avrebbe tanto bisogno? Eccetera eccetera eccetera. Puntarsi il dito a vicenda spacca una società, cercare i meccanismi sbagliati per correggerla la rende migliore.

  9. Ciao Gaia,
    io non ti includevo affatto tra i ‘giovani saputelli’, e quando ho letto l’articolo sul Manifesto ho pensato fosse un pesce d’aprile, visto che è stato pubblicato il primo di aprile. Invece, purtroppo, l’autore dell’articolo era molto serio.
    Lungi da me l’idea di colpevolizzare chi ha degli ideali e cerca, con tutte le fatiche annesse e connesse, di realizzarli nella propria vita: per me costoro sono solo persone coerenti, giusti o sbagliati che siano quegli ideali. Quanto al case study ‘Gaia Baracetti’, sai bene quanto apprezzi il tuo pensiero (altrimenti non leggerei il tuo blog!) e soffro fisicamente ogni volta che ti scopro a «discolparti» (non ho affitto da pagare! non ho figli da sostenere!), perché per me il tuo personale regime economico non c’entra assolutamente nulla con i discorsi che porti avanti. Potresti anche avere i soldi che ti escono dalle orecchie e vivere di rendita in una reggia dorata: se uno dice cose giuste, dice cose giuste, punto. Però fai bene a farlo, per evitare sterili polemiche che trascinerebbero tragicamente in basso il livello della discussione.

    Tornando a noi, pur rispettando le persone come Devis che hanno la fortuna di vivere secondo i propri ideali, ciò che contesto loro è l’implicazione logica: lo faccio io => tutti possono farlo, anzi dovrebbero. Osserva la differenza che c’è tra il tuo modo di proporre pragmaticamente soluzioni (come fare per non snaturare l’economia delle comunità montane? Segue dibattito su ciò che è possibile realizzare concretamente) e quello di questi «divi del downshifting», tutto inperniato sul sè, su quanto siano valorosi nel difendere quegli ideali della natura, e quanto siano sfortunati a vivere in una società di bruti che non solo non li capisce, ma la natura la violenta.
    Per me non propongono proprio un bel nulla, ma mi comunicano solo: guarda come sono bravo io a vivere così. Però, a mio avviso, la società non si cambia facendo, come si dice a Napoli, «o’ gallo ‘ncoppa a munnezz’». Mica possiamo tutti abbandonare la città e dedicarci totalmente alla campagna, è banalmente impossibile. Allora a che serve creare queste icone? Per me i media stanno trasformando in moda, in un trend, un discorso molto serio; e questo è molto grave. I Devis, non se ne rendono conto, ma si prestano ad un gioco molto pericoloso: quello della banalizzazione dei principi della decrescita, della ecosostenibilità, etc. E’ come per la Camila Vallejo, che viene tanto pubblicizzata principalmente perché è caruccia, e poi per le sue idee (di solito gli articoli parlano del suo personaggio e mostrano molte foto, dedicando solo una minima parte a quello che dice. Io non lo tollererei assolutamente).

    Non volevo accusare nessuno, ma soltanto rimarcare che relativamente al dibattito sulla ecosostenibilità mi pare si usino metodologie abbastanza discutibili (il divismo da parte dei protagonisti, costrutti filosofici antiquati da parte di politici ed economisti). Quanto a Rosarno, se ne parlerà pure, ma a mio avviso sempre troppo poco (pensa ad esempio al calcio, o al ‘Grande Fratello’).

  10. Un discorso simile a quello che stiamo facendo su Devis (gli fischieranno le orecchie, povero) qualcuno l’ha fatto, mutatis mutandis, su Saviano. Consiglio a proposito il libro Eroi di carta di Dal Lago, tanto criticato ma secondo me intelligente e coraggioso. Il rischio è lo stesso: identificando una questione con un personaggio solo, isolandola dal suo contesto che invece è determinante, appiccicando a un uomo l’etichetta di eroe e ignorando tutti quelli che contribuiscono alla lotta come lui (o lei), e quindi privandosi di molti apporti sfaccettati, di storie e analisi, si banalizza la questione e si assolve la collettività: stai con il virtuoso e sei a posto, non devi fare nient’altro, non devi sporcarti le mani con questioni complicate o inoltrarti in un ginepraio di complicità e meccanismi perversi.
    Riguardo alla Vallejo, in una società maschilista e dominata dall’immagine se sei una ragazza così bella (o anche meno) non è facile farti notare per i contenuti. Lei, da quel poco che ho letto o sentito, è preparata e una buona comunicatrice; ho anche letto però una sua ammissione: sono bella, non l’ho deciso io e non è un mio merito, ma tanto vale usare anche questo per portare attenzione alla causa, che invece è una mia scelta.
    Io ho cercato di far sparire le mie foto da internet, tranne alcune che purtroppo non riesco a cancellare, e sui miei libri non ne metto: non sto cercando di attribuirmi chissà che avvenenza, solo di dire che per una ragazza giovane e non brutta usare la propria faccia per farsi notare è facile, nasconderla non è bello, e arrivare alla conclusione che va nascosta, almeno per un certo tempo, non è immediato. Siamo tutti un po’ vanitosi. E anche gli altri due personaggi di cui stiamo parlando sono due bei ragazzi. Se non lo fossero cambierebbe qualcosa? Chi può dirlo.

  11. Un’ultima cosa: so che i ‘decrescisti’ rischiano di idealizzare un passato che era anche di miseria e privazione, e da cui molti dei loro genitori o coetanei hanno fatto di tutto per sfuggire. Tornerò sull’argomento dopo che avrò letto (se ce la farò) Il mondo dei vinti. Preciso comunque che i più lungimiranti vogliono il meglio del passato e il meglio del presente, non ricreare un mondo che non c’è più, nè può più esserci.

  12. Io ce l’ho sempre con i giornalisti: se sei nata carina, mica ti puoi deturpare o mettere il burka, perché così non distrai l’interlocutore… e ci mancherebbe!
    Però rendere conto di un’assemblea o di manifestazioni di lotta pubbliche della Vallejo e dedicare il 20% dell’articolo alle rivendicazioni, e l’80% alle foto e alla sua vita mi pare appena un po’ sbilanciato… Rovesciando la domanda, se fosse brutta, cambierebbe qualcosa?
    Così si perdono di vista le idee, e si focalizza l’attenzione solo sulle persone. Per me non è un bene (per le idee, ovviamente)

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