troppi immigrati

Da tempo voglio scrivere un post su questo argomento, e da tempo lo rimando: troppo complicato, troppo ingestibile. Eppure, lo sento come un’urgenza quasi angosciante. Voglio parlare di immigrazione.
Premetto che tratterò l’argomento dal punto di vista esclusivo delle risorse. E’ vero che l’immigrazione può avere un effetto, a seconda, arricchente o destabilizzante, in ambito sociale, culturale, religioso, politico, linguistico… a me questo al momento non interessa. Da un lato, anch’io mi preoccupo per le possibili perdite, dall’altro sono entusiasta dei possibili arricchimenti. In fondo, le culture sono in continua evoluzione, e quello che oggi consideriamo tipico di un popolo (lingua, cibo, abito…) spesso ha origini straniere ed è stato adattato e incorporato. Quindi: rassegnamoci al cambiamento.
Quello a cui non riesco a rassegnarmi invece è il fatto che i flussi migratori in Europa e in Italia (su cui mi concentrerò) continuano ad aumentare la nostra popolazione in un momento in cui, checché ne dicano i continui allarmi sull’invecchiamento e sulle culle vuote (che non esistono), la popolazione dovrebbe avere la possibilità di calare almeno un po’.
Non molto tempo fa mi sono imbattuta in questo articolo del Guardian, un giornale britannico che definirei di centrosinistra. L’articolo dice che, nonostante gli sforzi del governo, l’immigrazione in Gran Bretagna ancora non cala. Quello che mi ha stupito è la normalità e la pacatezza dei toni: si dice che il governo vuole meno immigrati come se fosse la cosa più legittima del mondo, e si dichiara che l’obiettivo non viene raggiunto. Qui in Italia una riduzione dell’immigrazione è chiesta a gran voce solo dalla Lega, un movimento e partito xenofobo, isterico e ignorante di cui io penso, lo dico pubblicamente, tutto il male possibile, anche se in mezzo c’è anche ‘brava gente’ (e questa è la parte preoccupante).
Io ho vissuto a Londra per un breve periodo, e l’ho trovata un posto impossibile, stressante e spietato. Uno dei motivi per cui ero contenta di scegliere di non viverci, oltre al principale e cioè al desiderio di tornare a casa, era che mi rendevo conto che Londra veniva letteralmente invasa di stranieri, con tutti i conseguenti costi di gestione del fenomeno, aumento dei prezzi, competizione per lavori miserrimi, e così via, e che, anche se a molti questo piaceva, per me il risultato era uno stravolgimento di tutto ciò che poteva essere interessante e caratteristico della città, e in compenso solo un gran marasma di culture diverse che contribuivano certo alla metropoli, ma non riuscivano a darle una nuova identità e riconoscibilità tranne quella del ‘di tutto un po”. Roma è internazionale, ma è sempre molto romana. Londra è tutto, e quindi non è niente.
Veniamo all’Italia. Se c’è un vizio mediatico che mi manda su tutte le furie è questo continuo implicito o esplicito allarmare la gente sulla possibilità di un declino demografico, e questo continuo esaltarsi quando le culle si riempiono (cioè continuamente). L’unica cosa che non viene rimproverata ai migranti, che paradossalmente è l’unica che io rimproverei loro come categoria, la cosa anzi per cui vengono regolarmente e pubblicamente ringraziati, è di impedire il declino demografico dell’Italia. Ma l’Italia ha bisogno di un declino demografico.
Prima di spiegare perchè, vorrei liquidare il problema dell’invecchiamento della popolazione. Innanzitutto, risolvere l’invecchiamento facendo più figli vuol dire non rendersi conto che i bambini di oggi saranno i vecchi di domani, e quindi cercare di rimediare un problema attuale creandone uno di natura uguale ma di dimensioni maggiori per il futuro.
Inoltre, io penso che non si possa andare in pensione troppo presto, come si fa ora. L’età pensionabile di adesso è stata pensata in un periodo in cui si viveva molto meno. Non si può stare trenta, quarant’anni alle spese della collettività, neanche se si ha contribuito altrettanto. Ma non si può neanche massacrare il corpo e la mente lavorando quando non ce la si fa più. A questo proposito la teoria della decrescita, che propone la diversificazione dell’attività economica attraverso l’autoproduzione, e la riduzione delle ore di lavoro giornaliere, nonché la gratuità e spontaneità dei servizi alla persona (cura dei bambini, dei malati, degli anziani) permetterebbe alle persone di mantenersi attive e utili fino a età avanzata senza stancarsi con le otto ore al giorno, ma lavorando per esempio part-time, nell’orto, o tenendo d’occhio i bambini piccoli.
Quindi la soluzione al problema delle pensioni non va nella direzione di un incremento delle nascite, che postpone e aggrava il problema senza risolverlo.
Detto questo, vediamolo questo calo della popolazione italiana. Secondo l’ISTAT, nel 2002 i residenti erano 56,993,742. Nel 2011 60,626,442. Questo non si chiama calo, si chiama incremento (e andando a vedere le statistiche anno per anno, si vede che è un incremento costante, di centinaia di migliaia di persone all’anno). Sì, ma solo grazie agli immigrati, mi si dirà. Appunto. Non vi annoio con altri dati, ma sempre secondo l’ISTAT la popolazione italiana, senza l’apporto degli immigrati, sarebbe in calo, e direi anche parecchio. Perché questo dev’essere un male?
Innanzitutto, niente paura: non credo che scompariremo. La gente vuole fare figli ora come sempre, e anche se ne fa uno per coppia, o non tutte le coppie ne fanno, questo desiderio ci sarà anche in futuro. Ci saranno sempre bambini e anche un certo numero di famiglie più numerose (a meno che non ci autodistruggiamo come specie). Inoltre, facendo grosse semplificazioni, i costi di un calo della popolazione sono sempre sociali (che tristezza senza bambini, che incubo un paese governato da vecchi) o economici (meno popolazione in età lavorativa, meno innovazione). I costi della sovrappopolazione possono variare, ma, oltre che sociali (se non si trova lavoro per tutti i giovani, conflitti per le risorse e le eredità) ed economici (scuola, sanità…), e mettiamo anche estetici (un territorio sovrappopolato e senza spazi aperti) sono soprattutto ambientali. E l’ambiente è l’unica cosa da cui dipendiamo senza alternativa. Se non hai lavoro o le ultime tecnologie, in qualche modo puoi sopravviere. Ma se l’ambiente è inquinato, depauperato, se finisce l’acqua, la terra non dà frutti, se il suolo e le falde sono piene di veleni, se non ci sono alberi, o api, o piogge, noi muoriamo, come singoli e se continua così come specie. Esiste un’alternativa a tutto, ma non all’acqua e non al cibo. Per non parlare di disastri ambientali, come le alluvioni, o del calo della qualità della vita dovuto al sovraffollamento. O dell’aumento dell’infertilità dovuto a fattori ambientali.
Non posso qui elencare tutte le conseguenze nefaste del sovrappopolamento, ma c’è una produzione infinita di studi in proposito. A chi dice (e lo si sente dire): ‘c’è cibo per tutti, è solo distribuito male’, rispondo con due semplici obiezioni. Uno: anche se ci fosse cibo per tutti, c’è un limite massimo alla produzione possibile in questo pianeta, e quindi alla crescita demografica: dobbiamo aspettare di scoprire qual è, a nostro rischio e pericolo, o vogliamo autoregolarci prima? Due, e forse più importante: sì, il cibo. Viviamo solo di cibo? E l’acqua, le medicine, i vestiti, i rifiuti, l’energia, i consumi, il territorio, le case, le strade, le vacanze, i trasporti… anche di tutto questo ce n’è per tutti? Tra l’altro, in un pianeta in cui 850 milioni di persone non mangiano abbastanza, per non parlare di altre forme di povertà e privazioni, e in cui la popolazione continua a crescere, io non farei tanto la splendida, mi terrei sul lato prudente della questione. Vogliamo che tutte queste persone mangino abbastanza, e abbiano un tenore di vita decente, cosa che già è negata a miliardi di noi, e che tutti continuino a fare quanti figli vogliono: non è possibile, neanche riducendo gli sprechi e migliorando le tecnologie. C’è un limite a quanto la terra può produrre, e quando l’hai impoverita, alle volte è impossibile farla tornare fertile di nuovo.
Torniamo all’Italia. Gli italiani l’hanno distrutta: inquinata, cementificata, spopolata di specie animali e vegetali, svuotata di risorse ittiche, deforestata, eccetera. Di questo abbiamo esempi diversi ogni giorno, non posso elencarli tutti qui. Inoltre, e questo è il punto saliente, gli italiani hanno fatto tutte queste cose anche alla terra degli altri. Come? Importandone le risorse.
C’è un calcolo che si chiama impronta ecologica, che definisce “l’area biologicamente produttiva di mare e di terra necessaria per rigenerare le risorse consumate da una popolazione umana e per assorbire i rifiuti corrispondenti“. E’ un dato fondamentale, anche se difficile da misurare. Se una nazione supera l’area disponibile, significa che sottrae risorse ad altre popolazioni o al futuro, perché ci vuole tempo affinché le risorse si rigenerino. Secondo la Global Footprint Network, questa è la differenza tra quanto consumano gli italiani, e quanto hanno a disposizione. L’Italia dispone di 1,1 ‘ettaro globale’ per persona (e la disponibilità è in calo), e ne consuma 5 (e il consumo è in crescita)*. Quindi è in grosso deficit. Ci vorrebbero quasi cinque Italie per mantere lo stile di vita della nostra popolazione attuale (per maggiori informazioni sui calcoli, vedete il sito). In pratica, per ‘starci dentro’ con le risorse, cioè per non toglierle né ad altri paesi né alle generazioni future (entrambe cose che stiamo facendo attualmente), la popolazione italiana dovrebbe o ridurre i suoi consumi a un quinto, oppure scendere a circa 12 milioni. Se la seconda opzione è impensabile a meno di porre in atto un genocidio, anche una riduzione così drastica dei nostri consumi, pur con tutto il risparmio energetico e i vegetariani e le biciclette di cui siamo capaci, sarà parecchio dura. In questo contesto, la cosa peggiore da fare è aumentare ancora la popolazione.
Siccome molti dei migranti provengono dai paesi cui noi sottraiamo le risorse, in forma di petrolio, per dire, di prodotti agricoli, mangimi per animali, minerali, cibi esotici e via dicendo, il mio sforzo di riduzione dei consumi è fatto anche per equità globale, e in nome dell’equità invito tutti a fare altrettanto. Certo è però che questi stessi migranti, naturalmente con paradossali eccezioni quali l’Europa dell’Est, spesso vengono da paesi con alti tassi di crescita demografica. Quindi io penso: noi “paesi ricchi” riduciamo i consumi, voi cittadini dei “paesi poveri” (e non solo) riducete il tasso di crescita demografica.
In tutto ciò, è giusto impedire ai migranti di entrare in un paese già sovraffollato? Paradossalmente, la libertà di movimento, diritto riconosciuto, entra in conflitto con la libertà degli abitanti di un territorio di decidere come gestirlo, diritto problematico ma fondamentale. Inoltre, l’unico modo per respingere chi viene qui è la violenza o la discriminazione, entrambi inaccettabili per buona parte della popolazione e in contraddizione con i diritti della persona. Che fare? Bisognerebbe trovare un compromesso, è ovvio, e agire sulle cause delle grandi migrazioni. Ma innanzitutto bisognerebbe non bollare come razzista chi si oppone all’immigrazione per motivi ambientali, come sto facendo io ora. E chi viene qui dovrebbe rendersi conto dei nostri problemi, come io mi rendevo conto di contribuire ai problemi di Londra, e rispettarli.

* E questi dati mi sembrano quasi ottimistici, vedendo che l’Australia, che so soffrire di enormi problemi ambientali, risulta avere un saldo positivo.

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14 risposte a “troppi immigrati

  1. Reblogged this on Su Seddoresu.

  2. Cara Gaia, non è che confondi il problema dell’immigrazione con quello della (incontrollata) crescita demografica dei paesi da cui origina l’immigrazione?
    Tutti i fattori negativi che adduci riguardo all’immigrazione in realtà mi sembrano tutti riconducibili all’incremento della natalità nei paesi sottosviluppati (che è cosa diversa dall’immigrazione).
    Come paradosso osservo: ma allora, se per magia riuscissimo ad evitare completamente l’immigrazione (permeabilità zero!), mica si risolverebbero tutti i problemi da te sollevati (mancanza risorse, sovraffollamento, etc.): essi sarebbero solamente traslati in percentuale nel paese di origine dei migranti, ma nel bilancio planetario globale l’effetto sarebbe lo stesso.
    Sarebbe come ignorare un problema solo perché non si presenta localmente, mentre in realtà sta esplodendo appena fuori i nostri confini.
    Perciò, se mi dici che siamo in troppi su questo piccolo pianeta, ti capisco al volo; ma se mi dici che sono troppe le persone che entrano in Italia, inizio a seguirti di meno…
    ‘Notte.

    mk

  3. gaiabaracetti

    Io, come ho scritto nel post, penso che la crescita demografica globale dovrebbe fermarsi, e che l’impegno dei paesi ricchi a ridurre il consumo di risorse pro capita dovrebbe verificarsi in contemporanea all’impegno delle popolazioni ad alto tasso di crescita demografica a fare meno figli.
    Detto questo però, rimane il fatto che l’Europa non può assorbire la popolazione in eccesso degli altri paesi. Tra l’altro, chi migra in Europa adotta tendenzialmente livelli di consumo europei, non africani, e quindi aumenta immediatamente la sua impronta ecologica.
    Non credo di confondere crescita demografica e immigrazione perché la prima non necessariamente ha come conseguenza la seconda, e il mio post si riferiva soprattutto alla seconda.
    Forse, limitandosi all’Africa, si può dire che molti paesi di questo continente, se gestiti meglio, potrebbero assorbire la popolazione in eccesso, almeno per un po’, perché ci sono dei margini; sicuramente invece non può farlo l’Italia.
    I fattori negativi che adduco in realtà si riferiscono all’Italia e all’immigrazione qui: se ci sono posti in cui la popolazione può crescere, il nostro paese sicuramente non è uno di questi. Inoltre, non tutta l’immigrazione proviene da paesi ad alto tasso di crescita demografica: in molti paesi a est del nostro la popolazione è in realtà in calo, eppure tanta gente emigra qui. Quindi dire che non possiamo accogliere immigrati non significa necessariamente dire che questi paesi, in particolare, dovrebbero fare meno figli.
    La consapevolezza della natura globale del problema secondo me non è in contraddizione con un’analisi a livello di paese (Italia) che porti alla conclusione che non c’è posto per immigrati qui, dal punto di vista delle risorse.

  4. Dico la mia. Secondo me stai analizzando una situazione planetaria (crescita demografica) sperando di trovare la soluzione prendendo a riferimento i confini italiani. Un problema planetario lo puoi solo risolvere in maniera planetaria. E’ evidente che ci sono zone della terra ad alta concentrazione demografica ed altre a concentrazione molto bassa. Nonostante siamo in 6 miliardi il pianeta regge e a mio viso reggerà per una sorta di autoequilibrio imposto. E’ evidente che in italia non potrà mai viverci un miliardo di persone e man mano che ci si avvicina al collasso abitativo, il territorio stesso, autoequilibrandosi, comincierà ad espellere la gente in più che andrà a concentrarsi da un’altra parte e poi da lì ancora da un’altra e via dicendo. Sarà un processo naturale ed estremamente lento che noi non vedremo mai.
    Il problema di fondo sono le nostre tare mentali che ci obbligano (ancora nel 2012) a vedere il mondo delimitato da confini che in realtà non esistono. O meglio, esistono solo a livello di indici territorializzati e non mondiali. Certi fenomeni naturali vanno considerati in maniera planetaria, nascite e flussi migratori compresi. D’altronde, mica l’ho deciso io di nascere dove sono nato. mandi.

  5. Il fatto che i confini siano arbitrari non significa che non abbiano senso. Altrimenti è impossibile gestire qualsiasi cosa umana. Perché io non posso votare nelle elezioni di tutti i paesi? Perché vivo qui e conosco questa realtà, e qui ho più responsabilità. Se fossi nata altrove il discorso varrebbe per quell’altrove. Avrò più voce in capitolo per quanto riguarda il mio paese / territorio / regione, che non per quanto riguarda gli altri, pur non escludendo analisi e collaborazioni globali. Perché uno si occupa della propria famiglia e dei propri amici, e non dell’umanità intera? Perché uno lavora in un ufficio e non in tutti? Per lo stesso tipo di motivi. Ogni delimitazione è arbitraria, ma senza delimitazioni, per quanto flessibili, non si può gestire una vita o una società. I confini non sono tare mentali, sono strumenti.
    Il fatto che le cose vadano avanti non significa che vadano bene o che abbiano raggiunto un equilibrio. Una popolazione eccessiva può distruggere un ambiente senza ritorno, è successo in passato e succede ancora. Si arriva, si abbattono tutti gli alberi, si mangiano tutti gli animali, e poi si muore di fame. Ci sono casi simili nella storia, non tutto si risolve da sé. Perché aspettare che questo accada, prima di intervenire? E perché prendere come limite massimo una situazione come il collasso, in cui molto di ciò che è prezioso è andato perduto, e non scegliere prima di fermarsi quando la qualità della vita è ancora buona?
    Io non credo in questo equilibrio naturale che dici tu. Nel libro (chiedo scusa se lo cito spesso) Collasso di Jared Diamond, il genocidio in Rwanda viene presentato, convincentemente, come in buona parte dovuto alla sovrappopolazione. In questo caso il processo ‘naturale’ ha significato massacri della gente ‘in più’, identificata in un certo modo. L’autore si auspica che si trovino metodi di controllo della popolazione meno brutali. Idem per la Cina: se non avesse adottato la politica del figlio unico, viste le sue dimensioni non credo sia esagerato dire che l’intera umanità ora starebbe molto, molto peggio. L’equilibrio ‘naturale’ può anche passare per massacri o carestie di massa. Non voler intervenire prima, aspettando che le cose si ‘autoregolino’, è secondo me irresponsabile e superficiale.

  6. Per quanto riguarda il fatto di avere “più voce in capitolo per quanto riguarda il mio paese / territorio / regione”, non sono della stessa idea. Dipende che cosa intendiamo per “mio”. Tutti si possono spendere per tutto. Il fatto che generalmente ci si spenda per zone vicine al luogo in cui si abita o si è cresciuti è dovuto alla geografia, al fatto di conoscere gente che vive nelle zone limitrofe, non al fatto di “appartenere ad una zona”. Secondo me le persone devono sentirsi appartenere al pianeta terra nel suo insieme, ma questo purtroppo non accade ed è per questo che siamo qui a discutere.
    Mi sono espresso male quando parlavo di equilibrio. Intendevo dire che siamo sempre alla ricerca di un equilibrio (che non raggiungiamo mai) ed è questo che ci porta a migrare e cambiare sempre.
    Le politiche imposte sulla natalità credo siano deleterie. Come si fa ad impedire ad una coppia di avere dei figli?!? Quì siamo al medioevo! Perchè invece non applichiamo una politica di LIBERA circolazione delle persone. Le merci e i capitali sono molto più liberi di noi in questo senso. Ti sembra una cosa giusta? Perchè non facciamo una buona volta il libera tutti? Tutti possono andare dappertutto. Che succederebbe? Secondo me non ci si ammucchierebbe come succede ora. Le risorse verrebbero sfruttate in maniera omogenea. Più rispetto del territorio (che è di tutti). Si svilupperebbe la consapevolezza di appartenere tutti allo stesso posto, si avrebbe una maggiore responsabilità. Il punto cruciale ovviamente sarebbero le regole. Quali sarebbero le regole? Ovviamente parlo di un processo non attuabile da oggi a domani ma di un qualcosa di graduale, a cui non possiamo fare a meno di puntare. Ogni tanto mi immagino il futuro fra non so quanti anni quando sui libri di storia rideranno al fatto di sapere che “un tempo esistevano addirittura dei confini, delle linee immaginarie autoimposte dalle popolazioni locali”. Io ci penso spesso a questo e, sarò stupido io, ma mi viene da ridere già adesso.mandi.

  7. Cara Gaia,
    non per essere polemico, ma a mio avviso non puoi dimostrare una correlazione diretta tra immigrazione e aumento del deficit dell’impronta ecologica. Se ad esempio consideri i casi di Italia e Germania, puoi notare immediatamente che anche se la Germania ha più immigrati dell’Italia nel 2010 (in assoluto e in percentuale pro capite), ciononostante dimostra un’impronta ecologica migliore dell’Italia. Se consideri i dati Eurostat del 2009, la Svezia risultava al 5° posto in Europa per immigrazione pro capite (l’Italia era al 12° posto), eppure la Svezia presentava un credito di impronta ecologica positivo, mentre in Italia il saldo era negativo.
    A mio avviso l’immigrazione è un fenomeno molto complesso e dipendente da un grande numero di variabili indipendenti; lo stesso vale per l’impronta ecologica… come esperimento concettuale mi domando cosa succederebbe se una nazione introitasse un gran numero di immigrati, e li integrasse subito in processi volti al miglioramento dell’impronta ecologica della nazione. Se il credito di impronta ecologica prodotto dalla sommatoria di tali processi fosse superiore al debito di risorse creato dagli immigrati, l’impronta ecologica della nazione migliorerebbe.
    Concordo certamente con te sulla necessità di porci domande e limiti sulla natalità incontrollata, sullo sfruttamento delle risorse, sulla mancanza di serie politiche di gestione dei fenomeni migratori; anche per me – che vivo quotidianamente il sovraffollamento di un’area metropolitana cementificata – è costante l’idea che se fossimo di meno si starebbe tutti sicuramente meglio; nonostante ciò, però, l’implicazione logica:

    +(immigrazione) => +(deficit di impronta ecologica)

    a mio avviso è una forzatura concettuale. Per me più che l’immigrazione, il nodo centrale è l’integrazione degli immigrati, e fino a quando nel mondo ci sarà un forte differenziale di qualità della vita tra aree geografiche differenti, non esisteranno cortine o fili spinati capaci di contenere la naturale aspettativa di ogni essere umano a lasciare il proprio paese per raggiungere un posto dove vivere meglio.

  8. gaiabaracetti

    Ciao Michele,
    forse non ho fatto bene la distinzione, o l’ho data troppo per scontata, tra impronta ecologica individuale, media, e totale. Un africano, mettiamo, venendo in Italia ha l’esigenza di vivere ‘all’italiana’, e anche se tendenzialmente guadagna e consuma meno di un italiano medio, quasi sicuramente consumerà più risorse di quando stava in Africa, anche perché è venuto per quello, per avere accesso a un maggiore benessere. Ciò non è in contraddizione con il fatto che l’impronta ecologica media di un paese invece possa diminuire come conseguenza dell’immigrazione, perché gli immigrati stanno in cinque per macchina, in dieci per casa, spendono poco… Questo però non è un fattore positivo, se il paese è già sovrappopolato, perché alla diminuzione dell’impronta ecologica media corrisponde anche una diminuzione della disponibilità media di risorse, e il problema si aggrava anzichè migliorare.
    Tu puoi dirmi: anziché vedere gli immigrati imitare il nostro stile di vita, potremmo noi essere parsimoniosi come molti di loro. Sì ma, a popolazione attuale, dovremmo essere cinque volte più parsimoniosi per starci tanti quanti siamo adesso, non di più. È un cambiamento enorme, e presuppone zero crescita della popolazione per riuscire senza sacrifici ulteriori.
    La Germania ha una gestione del territorio migliore della nostra, a quanto so, e una migliore politica energetica. Non posso fare troppi discorsi su cose che non conosco bene, ma so che in Germania il discorso sul consumo di suolo è molto più avanzato che da noi. Inoltre, la sua popolazione è in leggero calo, quello che io auspicherei per il nostro paese.
    L’Italia ha duecento abitanti per chilometro quadrato, la Svezia 21, un decimo. Ci credo che loro hanno un credito positivo! E beati loro, che hanno un margine a disposizione, foreste e natura incontaminata da godersi, e possono anche fare un po’ di posto per qualcun altro.
    Io non voglio chiudere gli occhi davanti ai problemi globali, anzi, ma con questo post volevo spiegare perché secondo me bisogna iniziare a dire che l’Italia è satura, onestamente, prendendo atto della complessità della situazione, ma senza buonismi e tabù.
    Riguardo al differenziale tra qualità della vita in paesi ricchi e poveri, uno dei grandi obiettivi della mia vita è ridurlo fino a renderlo vicino allo zero, quindi non posso che darti ragione. Bisogna anche dire, però, che bisogna mettersi d’accordo su cosa significa vivere meglio. Certo è facile per me fare prediche, a me non manca niente, ma anche perché ho rinunciato a cose che i miei coetanei qui considerano insdispensabili. Molti immigrati fuggono da vera miseria o conflitti, ma molti altri, e io sospetto siano la maggioranza, sono vittima di ideali consumistici per cui vivere meglio significa guadagnare di più. Ho letto qua e là di africani cui sin da bambini viene detto che nel loro paese non c’è nulla, cui viene inculcato un senso di inferiorità che porta all’immigrazione – un po’ come ai giovani italiani istruiti, in realtà. Così vengono qui a fare lavori sottopagati, stipati in piccoli appartamenti e preoccupati perché devono mandare soldi a casa, e quando perdono il lavoro si trovano spesso a chiedere l’elemosina per strada. Qui nel nord est è così, e qui si sta anche bene. Ci sono donne dell’Est Europa, professoresse, presidi di scuole, musiciste di successo, che vengono qui a fare le badanti per mandare soldi a casa a figli che crescono senza di loro. Tutto questo è vivere meglio?

  9. p.s. Mi è stato fatto notare che dire ‘la Svezia ha un decimo della nostra densità’ non significa molto; sono andata a controllare e gli svedesi hanno nove volte la nostra biocapacità (ettari disponibili) pro capita. Non sono più virtuosi: sono solo di meno.
    La Germania è comunque in deficit, soltanto leggermente meno di noi. Inquinano di più, ma hanno più foreste e meno pascoli e pesca, stando a questi dati.

  10. …Riguardo al differenziale tra qualità della vita in paesi ricchi e poveri, uno dei grandi obiettivi della mia vita è ridurlo fino a renderlo vicino allo zero..
    Che bella questa aspirazione.. ti fa molto onore. Grazie ancora una volta per avermi chiarito con pazienza il tuo pensiero.

  11. INECCEPIBILE !! oohh finalmente un post encomiabile !!
    farti i complimenti è riduttivo.. 😉

  12. Bè, grazie a entrambi. A me piacerebbe che ogni post fosse l’inizio di una discussione; spesso è così e trovo commenti che mi colpiscono moltissimo per intelligenza, accuratezza e importanza. Sono molto contenta.

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