autoproduzione

Io avevo già, tempo fa, espresso il mio desiderio di una riscoperta dell’autoproduzione in più campi possibili. In quel post facevo discorsi generali: ora ho esperimenti più specifici da raccontare, che potrebbero essere utili come spunti, forse, anche a voi che leggete.
Premessa: adesso ho pochi soldi da spendere e devo farmi bastare quello che c’è. Mi rendo conto che, spostando l’attenzione dal denaro alla materia, su cui è effettivamente basato il mondo in cui viviamo, si scoprono un sacco di cose (o riscoprono… i contadini di una volta le sapevano bene). Non posso comprarmi molto, ma ho la casa piena di stracci (vecchi vestiti, vecchi asciugamani, vecchi grembiuli, vecchie calze…). Con questi si possono fare molte cose utili, come ho sperimentato con risultati più o meno soddisfacenti: ciabatte, accappatoi, presine, borse, elastici… spendo solo i soldi del filo, e spesso neanche quelli: ne ho già a casa e prima di smaltire tutte le cose inutili comprate dalla mia famiglia negli anni, potrei diventare vecchia. E’ incredibile: ho un appartamento, non un palazzo, eppure questo appartamento continua a risputare a intervalli imprevedibili vecchi tesori – l’altro giorno ho aperto una cassapanca ed era piena di tazze e bicchieri, più di quanti riuscirò ad usarne. Con tutte le cose che ci sono nelle nostre case e nei mercati dell’usato, davvero non capisco come possa sopravvivere economicamente l’Ikea (ovviamente lo capisco benissimo).
Ho un appartamento e non posso coltivare del cibo, ma in veranda ho messo prezzemolo, rosmarino e salvia, e sto facendo crescere una piantina di patata – se cresceranno anche le patate, lo scoprirò tra qualche settimana. Ogni mattina torno con apprensione al capezzale del mio basilico, sperando che si riprenda, altrimenti dovrò comprarne un altro (sconfitta).
Ho eliminato quasi tutti i prodotti cosmetici che riempiono le nostre case, con poche eccezioni. In particolare, ho eliminato tutti i prodotti non necessari di ‘bellezza’ di cui ci incantano più gli imballaggi e le descrizioni (marketing) che l’effettiva utilità. Leggo gli ingredienti di tutto, imparo rudimentali nozioni chimiche (l‘INCI), e vedo quante schifezze ci sono nei prodotti industriali. Quindi al posto di maschere per i capelli uso olio di semi di lino o d’oliva, al posto di creme industriali sulla pelle olio di mandorle emulsionato con acqua, al posto dello shampoo secco la farina di ceci – tutte queste cose sono totalmente biodegradabili, derivate da un singolo prodotto naturale e quindi a bassa lavorazione industriale, più sicure ed efficaci; inoltre non creano quella dipendenza perversa dai prodotti cosmetici la cui esistenza io non posso dimostrare, ma che ho constatato su me stessa: meno roba metto, meno il mio corpo ne ha bisogno. Prima, creme su creme, burro cacao, balsami, e non bastavano mai, ora metto un po’ d’olio ogni tanto, e non ho bisogno di altro, il mio corpo fa da sè. Suggerisco di informarsi ad esempio sull’uso dei siliconi nella cosmesi per capire a che tipo di situazione mi riferisco.
Pulisco la casa da sola: ovviamente pagare qualcuno per farlo è fuori discussione, non posso permetterlo e non mi sembra giusto. Penso che ognuno dovrebbe pulire da sè dove sporca, a meno che non sia impossibilitato a farlo, perché magari molto anziano o disabile. So che la gente paga una donna delle pulizie (mai un uomo delle pulizie) perchè lavora tanto: io sono appunto per una riduzione degli orari di lavoro, del salario, e dei servizi a pagamento quando ci si può arrangiare da sè.
Avendo meno soldi e più tempo, cucino quasi sempre in casa. Mi sono messa a fare a mano anche cose che solitamente si comprano, come la pasta all’uovo o i falafel (entrambi molto semplici). Per pulire le superfici della cucina uso acqua e aceto di vino bianco, che sgrassa, non costa, e non inquina.
Spero che questo post non sembri la rubrica dei consigli tra massaie (stereotipo di genere voluto), perché io sono convinta che anche così si crei la società del futuro.
Ho scoperto di poter vivere con pochissimo, e di poterlo dimostrare, il che ha una potenza enorme in una società in cui a nessuno bastano mai i soldi che ha.
Però il paradosso di un’economia basata sull’autoproduzione è che, permettendo di vivere con poco denaro, ci trasforma in poveri appena siamo costretti a rientrare in un’economia sprecona e troppo basata sulla moneta. Con i soldi dei libri e dei lavoretti io riesco, anche se a fatica, a mantenermi, e non pagando l’affitto*, indossando vecchi vestiti altrui e muovendomi senz’auto, salvo rari casi, vivo con meno di duecento euro al mese, tutto compreso. Avere un po’ di più sarebbe bello, ma non necessario per il momento alla mia sopravvivenza.
Il problema, oltre all’ovvio fatto che ci sono spese impreviste, è che la nostra società stabilisce prezzi alti per tutto quello che non rientra nella cerchia dei beni essenziali che si possono autoprodurre. Questo perché chi autoproduce nel modo che ho descritto pratica il risparmio e la decrescita, ma lo stato e le aziende raramente, né certi servizi sono totalmente gratuiti, come secondo me sarebbe giusto: e allora costa la sanità, costano i trasporti, sono alte le tasse; le aziende sprecano, in materiali, in servizi, in pubblicità, in stipendi dirigenziali, e allora dobbiamo pagare cari certi prodotti e servizi. Insomma, chi sa provvedere al proprio sostentamento pratico, non monetario, chi sa autoprodurre, è adatto a vivere in una società ideale che però non è la nostra.
Ad esempio: con venti euro posso vivere anche una settimana, ma se devo fare una visita importante per la mia salute, ne spendo il doppio. I figli di medici, come anche ad esempio i figli dei ferrovieri, godono di privilegi, non dovrei dirlo pubblicamente ma lo faccio: ogni categoria professionale (che io sappia) ha una certa solidarietà al suo interno, e io non sempre pago le visite. Questa è un’arma a doppio taglio, mi fa sentire a disagio, alle volte è meglio pagare che chiedere un piacere, anche se tra medici i piaceri sono la prassi. Eppure ci sono visite e controlli che non mi posso permettere e quindi non faccio, certi farmaci costano cari ma se non li prendi peggiori, e pur essendo disoccupata al momento non sarei esente, almeno a quanto scritto sui documenti regionali che ho consultato.
Non sto dicendo queste cose per vittimismo: sono convinta ancora di essere una privilegiata, e gli abbassamenti del mio tenore di vita sono voluti, sono il mio contributo pratico alla teoria della decrescita, la dimostrazione che quello che predico è possibile e anche bello. Vivo molto bene così: scrivo, ho tempo per le cose che mi appassionano, tra cui la vita sociale e di comunità, faccio molta attività intellettuale gratuita (blog, comunicati stampa, volontariato) con cui credo di contribuire alla società più di molti giornalisti pagati e incapaci, che però un posto in redazione e uno stipendio ce l’hanno. E ho il tempo di lavorare ai romanzi.
Con questo post voglio solo sottolineare alcune delle cose che dovrebbero cambiare per una vera società della decrescita. E’ un accenno, ho da scrivere ancora molto.

* Questo mi viene rinfacciato spesso: facile per te, hai la casa gratis… in realtà gli affitti a Udine sono abbastanza bassi, e se si mettesse in pratica una tassazione pesante degli alloggi sfitti, e incentivi a chi affitta e a chi ristruttura, potrebbero abbassarsi ancora.

 

[Oggi mi sono trattenuta dal parlare di tav, ma guardatevi, se non l’avete già visto, questo video di Travaglio. Discutibile in qualche punto, imperfetto, ma nonostante questo magistrale.]

Annunci

19 risposte a “autoproduzione

  1. Cara Gaia,
    ho appena finito di vedere la scorsa puntata di ServizioPubblico sui tragici fatti della ValSusa e, planato sul tuo blog, ho trovato il link all’intervento di Travaglio. Aldilà dell’intervento di Travaglio – e del successivo breve alterco verbale con Bersani – mi hanno molto colpito l’altezza dei toni con cui si sono espressi tutti i partecipanti, da entrambe le parti. E’ sempre la stessa storia: ogni volta che si parla della tav scattano accuse reciproche («fascisti! squadristi!» da una parte, e «terroristi! anarchico-insurrezionalisti!» dall’altra) per cui alla fine del dibattito si ha che al 90% si è parlato di come si è comportato questo o quel soggetto, mentre solo al 10% dei termini fondanti della questione (questo, in verità, è ciò che accade ogni qualvolta si trasformano questioni politiche in problemi di ordine pubblico, ma lasciamo perdere).
    Tra gli ospiti della puntata c’era anche tal Irene Tinagli, che non mi è chiaro a quale titolo fosse stata invitata (se come ‘innovativa pensatrice indipendente’ o rappresentante in qualche modo delle posizioni del governo). La cosa che più mi ha colpito della compunta «professoressa» è stata l’assenza di risposte ‘innovative’ e ‘indipendenti’ ogni qual volta Santoro le chiedesse opinioni personali, o proposte per indirizzare o risolvere questo o quel problema del paese. Ha anche fatto un imperdonabile svarione sull’imposizione di una nuova patrimoniale per chi ha cospicui patrimoni edilizi (più di venti case di proprietà), ma questo è un peccato veniale che voglio perdonarle.
    Perchè parlo di lei? Perché mi ricorda tutti i ‘technology enthusiast’ e i fideisti del progresso che non vedono altre strade per lo sviluppo del genere umano, se non quello che loro hanno studiato all’università. Ti dicono che quello che ieri era prodotto da 100 uomini, ora si produce con 8; che quello che prima era mortale oggi si cura; che ciò che prima impiegava ore, adesso richiede solo pochi secondi. E sono sinceramente convinti che ciò sia un processo inarrestabile, e faremo sempre di più e meglio. Se sei sveglio e dinamico, puoi salire sul veloce treno del progresso (ancora tav!) e prosperare in un mondo che migliora; se non ci sali, resti invece ai margini della povertà e dell’arretratezza, e non diteci che non vi avevamo avvertito.
    Lascio da parte le mie prime lezioni di fisica di quand’ero studente, in cui i professori con infinita pazienza ci insegnavano che in natura esistono limiti oltre i quali nessun processo può andare: la velocità della luce per la dinamica, lo zero assoluto per la termodinamica, la lunghezza di Planck per la lunghezza d’onda delle radiazioni in meccanica quantistica, etc. Ci vorranno pure suggerire qualcosa, tutti questi limiti fisici, o sbaglio? L’ottimizzazione di un processo, prima o poi non si scontrerà con qualche limite naturale? Avremo mai un operaio che assembla un pezzo a velocità superiore alla luce, o un nano-processore in cui le informazioni si propagano con lunghezza d’onda inferiore a quella di Planck? Sinceramente io credo di no.
    L’altra cosa che davvero non capisco, è come tutti questi esperti accademici guardino il progresso della tecnologia in un campo lasciando completamente al di fuori dell’analisi tutti i fenomeni collegati (ricordi il numero di ‘Le Scienze’ sulle città?): per cui il nucleare è davvero efficiente e pulito rispetto ad altre energie (e le scorie? E le radiazioni? Fukushima non suggerisce niente?), la tav è indispensabile per velocizzare i trasporti (questo è ciò che è accaduto in Mugello *solo* per quanto riguarda le risorse idriche, ma a noi la storia non ha mai insegnato nulla), il cloud computing è necessario per l’architettura dei servizi informatici (e se la rete va giù? E quanto costa tenere in piedi un intero datacenter?), il PIL deve assolutamente crescere (e la qualità del lavoro? e l’impatto ambientale? e l’indebitamento della popolazione?).
    In definitiva, come si può avere un dialogo/confronto serio con persone che si ritengono depositarie della verità, solo perché esperte in un settore molto ristretto che di quella verità non è nient’altro che una sola di mille sfaccettature?
    Parla di decrescita o di tav, e subito cominciano le guerre di religione… Possibile che più progrediscano le tecnologie, minore sia il numero di strade percorribili per il nostro sviluppo? Non dovrebbe essere il contrario? Che c’è di tanto delittuoso nel risparmiare, o nel scegliere la soluzione meno high-tech ma più ecologica, nella soluzione di un problema?

  2. gaiabaracetti

    Michele, tanti osservatori ben intenzionati e moderati (ebbene sì, scopro che Nichi Vendola è un gran moderato) chiedono il dialogo tra le due parti sulla tav. Naturalmente in teoria questo sarebbe buono e auspicabile, e il movimento l’ha sempre chiesto, ma in pratica la vedo dura. Questo per due motivi. Innanzitutto, i no tav non vogliono la tav, punto. Questo non solo è un punto imprescindibile, ma li definisce, è la loro ragione di esistere come gruppo. I no tav non vogliono che si costruisca quella tratta (anche se sono favorevoli a interventi di manutenzione e miglioramento dell’esistente). Dall’altra parte, il governo ha sempre detto: la tav si farà. Punto, fine. Si è posto come si tav senza se e senza ma. Cos’hanno da parlare queste due parti? Tempo fa, certo, un dialogo sarebbe stato possibile. Magari lo è ancora e mi sbaglio, e penso anche che mi farebbe piacere sbagliarmi su questo punto.
    Inoltre, il motivo per cui si discute sui metodi e non solo sui contenuti è che in questo caso (ma non solo) i metodi corrispondono ai contenuti. In val Susa non si scontrano solo due fazioni sull’opportunità o meno di fare un treno, come potrebbe essere se si parlassero due esperti o ‘tecnici’, ma anche due diverse concezioni di cosa pubblica, di territorio ed economia, di gestione della partecipazione, della politica e del dissenso. Non si può parlare di tav senza dire come operano i no tav, né dimenticando come si comporta lo stato. Non sono guerre di religione ma contrapposizioni radicali che vanno capite e analizzate. Una democrazia come la nostra, una democrazia corrotta, mediatica, una democrazia della crescita, produce un sì tav. Una comunità come quella valsusina, non in toto ma in grande parte, produce no tav. Perché da un lato ci sono una serie di interessi economici determinanti, di filosofie sulla crescita e lo sviluppo, di poteri forti; dall’altra altri interessi, visioni, metodi, idee di vita e di lotta.
    La questione della gestione del dissenso è fondamentale, ed è per questo che si tirano in ballo anarcoinsurrezionalisti e fascisti. Non si può parlare solo del treno, isolare il dibattito dal suo contesto. Forse vent’anni fa si sarebbe potuto, ora l’assenza di dibattito e dialogo ha gettato luce sulle falle della nostra democrazia, ora sono scese in campo forze che vivono nella nostra società e ne condizionano il funzionamento, e non si può ignorarle.
    Detto questo, sono d’accordo che i dibattiti vadano fatti sulla base di dati e usando la razionalità di cui tutti siamo dotati; in questo post volevo contribuire al dibattito sulla decrescita mostrando come vivo e quali ostacoli incontro. E sottolineo, relativamente a un dibattito che si era creato relativamente a un altro mio post, che sto in mezzo a una città e non in montagna.

  3. Cara Gaia,
    io credo che la democrazia consista prevalentemente nella composizione dei conflitti. Il muro contro muro è fisiologico in tutte le democrazie, l’importante è l’epilogo. Se le due parti iniziassero un dialogo, questo già significherebbe la sospensione temporanea dei lavori => il blocco temporaneo dei cantieri => la fine dei blocchi autostradali notav => la fine degli atti di violenza da parte delle forze dell’ordine. E’ questa sarebbe una prima vittoria tattica a breve termine (blocco dei cantieri e blocco dei bernoccoli).
    A mio avviso, l’unica opportunità che hanno i notav di far valere le proprie ragioni è quella di riuscire a tirare dalla loro la maggior parte della popolazione. E credo/spero che ce la faranno, perché la ragione è tuttta dalla loro parte.
    La forza delle manifestazioni non-violente di disobbedienza civile (come la marcia del sale di Gandhi, ad esempio) non sta tanto nella presenza o meno di una platea a cui indirizzare il proprio messaggio, quanto nella consistenza numerica dei manifestanti: se si è in poche centinaia di persone si viene trasportati via di peso o manganellati, anche se si ha la platea a disposizione; se invece si è in centinaia di migliaia se non in milioni, è impossibile per le forze dell’ordine tradurre via tutti. E’ per questo che l’Inghilterra dovette piegarsi a Gandhi: non potevano arrestare o manganellare un’intera nazione.
    Se i notav riuscissero ad avere il sostegno della maggior parte della popolazione, oppure quello *concreto* dei partiti politici di sinistra, le cose andrebbero diversamente. Pensa solo a quanta gente andrebbe ai presidi/manifestazioni se solo ci fossero pullman organizzati dai partiti; le manifestazioni di una certa entità richiedono una logistica che i notav locali, con tutta la buona volontà che pure dimostrano, non potrebbero mai conseguire. Volente o nolente, il governo dovrebbe capitolare.
    Lo stesso dicasi per la proposizione come modelli di sviluppo della decrescita o dell’autoproduzione: fino a quando non ci saranno forze politiche che faranno proprie queste idee e le divulgheranno tra le persone, proponendole come modelli di sviluppo futuro per la società, esse resteranno limitate a poche comunità o a persone eccezionalmente avanti rispetto ai tempi in cui vivono, e costoro saranno additati o come ‘persone originali’ (nel migliore dei casi), o come luddisti o antiprogressisti (nel peggiore).
    L’assenza della rappresentanza politica in Italia si sta facendo sempre più allarmante ed esiziale… fino a dove vogliamo arrivare?

  4. gaiabaracetti

    Forse tu credi nella democrazia attuale più di me. Io sono molto critica e disillusa, anche per quello che ho visto con i miei occhi.
    La democrazia vera non è solo voto, governo della maggioranza. E’ anche altre cose, tra cui: informazione, e: diritti delle minoranze.
    Informazione: se non funziona non si può parlare di democrazia, anche in presenza di regolari elezioni. Nel caso della tav l’informazione è stata asservita ai poteri forti. I no tav hanno contrattaccato, utilizzando soprattutto internet, ma non è bastato. Questo è stato il primo fallimento democratico. E se la democrazia cade a pezzi, si apre lo spazio per strade nuove.
    Minoranze: siamo tutti minoranze in qualche contesto. I valsusini sono la maggioranza in val Susa, per definizione, ma la minoranza in Piemonte, Italia ed Europa. Per questo io credo in governi più locali possibili: per evitare che una maggioranza schiacci una minoranza, prendendo decisioni a tutto svantaggio di quest’ultima, ma in un contesto apparentemente democratico. Quando si sente dire dai pro tav che le decisioni sono state prese da governi democraticamente eletti, non si sente specificare che a Roma o a Torino questi governi avrebbero, in teoria, i numeri per decidere qualunque cosa, diciamo che in val Susa bisogna far passare dieci ottovolanti fino in Francia, e questa sarebbe una decisione perfettamente e allo stesso tempo per nulla democratica. Ora sono previsti dei processi per coinvolgere gli enti locali, purtroppo però ci sono anche mille scappatoie più o meno legali, e a decidere purtroppo sono ancora i rapporti di forza e quindi anche le dimostrazioni, come le occupazioni delle autostrade.
    I valsusini hanno fatto il possibile per tirare dalla loro parte più gente possibile, e sono riusciti a organizzare manifestazioni con settantacinque mila persone d’inverno, in una valle lontanissima da quasi tutto il resto d’Italia, e in tempi di crisi. Lo scorso luglio, quando partecipai anch’io a una grande manifestazione in Val Susa, non riuscivo a credere a quanti pullman fossero arrivati dall’Italia intera. Inoltre le manifestazioni no tav ci sono state in moltissime città d’Italia, Udine compresa. E tutto questo senza partiti: sono tante le forze che agiscono in una società, e meno male. Quello che tu suggerisci, Michele, i no tav l’hanno già fatto, ma non basta. E basta ancora meno con questo governo non eletto, che non ha nulla da perdere se non le proprie future prospettive d’impiego nella finanza o nelle istituzioni internazionali, non certo no tav.
    Gandhi ha fatto quello che ha fatto in India, una nazione popolosissima, e perché contro di sè aveva gli inglesi, non dei pacifisti certo, ma neanche tra i più feroci, e comunque una nazione che di lì a poco avrebbe rinunciato al suo ruolo coloniale nel mondo (lasciamo stare il neocolonialismo, quello in India c’è anche adesso). Fosse nato nella piccola Cecenia, e si fosse trovato contro l’enorme e repressiva Russia, sarebbe durato proprio poco.
    I partigiani potevano fare i nonviolenti contro tedeschi e repubblichini? No.
    Con questo non voglio dire che devi prendere le armi ogni volta che non sei d’accordo con qualcuno. Solo che se la democrazia della delega e dei partiti non funziona, e il livello di scontro si alza, bisogna adattarsi, anche per autodifesa. Inoltre, un dialogo con questo governo è impossibile, finché continua a dire, e continuerà, che la tav si farà e basta. Cosa c’è da parlare quando ti senti dire così?
    E penso anche che, se ogni tanto la si smette di aspettare che i partiti facciano tutto per noi, o di pensare di poter delegare il potere a qualche rappresentante e lasciare che faccia quello che gli pare tanto è stato eletto, tanto di guadagnato. Io credo sempre meno nella rappresentanza e sempre più nella responsabilità individuale e comunitaria, senza intermediari e senza vertici.

    Concludo con una precisazione: i cantieri sono finti, i lavori non sono iniziati.

  5. gaiabaracetti

    p.s. Michele spero di non averti offeso. Io ogni tanto ritocco i miei commenti di risposta per rimuovere sarcasmi o acidità involontari…

  6. Concordo in tutto e per tutto con la tua analisi su informazione, minoranze, Valsusa, etc. Concordo anche sullo stato comatoso della democrazia in Italia. Però non concordo sul paragone tra notav e partigiani: i primi resistono a scelte del governo del proprio paese, i secondi resistettero a forze straniere d’occupazione. Anche per la Cecenia il paragone non regge: in India l’azione fu condotta dalla quasi totalità della popolazione, in Cecenia dalle fazioni separatiste (che se non sbaglio – non ricordo quasi nulla dei fatti in Cecenia -, quando erano unite all’inizio vinsero strappando a Eltsin il riconoscimento dell’autonomia). Quello che voglio dire è che se si è uniti si vince, se non si è uniti si diventa minoranza e si viene (facilmente) calpestati.
    Tutti coloro con cui mi trovo a parlare sono contrari alla tav, soprattutto adesso che siamo in crisi. Allora mi domando: è mai possibile che se la maggioranza degli italiani (così mi pare) sia contraria alla tav, quest’opera debba essere eseguita per forza?
    Per come è strutturato il nostro sistema politico, sono i partiti che portano la volontà delle persone nelle stanze dei bottoni: per questo insisto sul fatto che debbano funzionare, e rappresentarci. Io sono contrario alle deleghe, però se è così che funziona il sistema, o lo cambiamo completamente, oppure restiamo uniti per avere più peso sulle scelte di politica nazionale. Non credo serva a molto la resistenza di pochi o la lotta armata, quando il nemico è più grande, più grosso e più numeroso di te. Muori da eroe, ma perdi la guerra. Se vuoi vincere devi muovere le masse. I mercati questo l’hanno capito, così come le multinazionali e i mezzi di informazione: e infatti stanno prevalendo proprio perché riescono ad influenzare e controllare le masse. Io credo più nell’approccio alla Ivan: aderire ad un soggetto politico nel quale ci si riconosca e cercare di smuovere il numero più alto possibile di coscienze. Il cambiamento deve avvenire dal basso, ma se non è organizzato si disperde e non raccoglie nessun frutto. Sono anni che siamo pieni di Lilliput, PopoloViola, SeNonOraQuando, NoQuesto e SìQuellAltro, però non è cambiato nulla. Io credo perché tutti questi movimenti non abbiano trovato uno sbocco politico, e siano rimasti allo stadio di opposizione a qualcosa. Se non riesci a portare nessuno lì dove si decide, o non convinci nessuno lì dove si decide, non cambia nulla, è tutta energia sprecata.
    La mia rabbia deriva proprio dal vedere/sentire la voglia di cambiamento e di democrazia che c’è in giro, e constatare che non viene raccolta da nessuno e fatta pervenire lì dove serve. La trovo una situazione molto pericolosa. Perciò spero che qualche movimento politico – anche nuovo – sia capace di fare da collettore.

  7. I miei paragoni volevano solo dire che è problematico prendere un esempio storico e pensare che sia applicabile sempre. Dire che Gandhi non poteva essere Gandhi se nasceva in Cecenia o che i partigiani non potevano essere non violenti significa solo che quello della nonviolenza gandhiana è un modello che non può essere applicato in qualsiasi situazione di conflitto (sottolineo comunque che l’ANPI locale è solidale coi no tav. Riguardo alla contrapposizione nazionale-straniero: le forze dell’ordine, anche se non di propria iniziativa, anche se italiane e non straniere, hanno di fatto militarizzato il territorio e si comportano in val Susa come una forza occupante. L’unica cosa che non hanno fatto è uccidere, ma tutto il resto c’è, e la gente vorrebbe vederli andare via. Inoltre la storia è strapiena di esempi, più o meno estremi, in cui un governo opprime parte della popolazione all’interno dei propri confini, magari col consenso del resto del paese, e non per questo è sbagliato resistere).
    La val Susa è unita, e pacificamente, però non abbastanza popolosa da determinare le elezioni provinciali e regionali, il che sarebbe già qualcosa, in termini di stanza dei bottoni. Per quanto riguarda l’opposizione alla tav nel resto dell’Italia, evidentemente non si è fatta abbastanza sentire (molti dicono: sono contro ma non posso farci niente), oppure c’è qualcosa che spaventa i partiti molto più del perdere voti, qualcun altro a cui devono rendere conto, e questo la dice lunga.

    (Riguardo a ‘popolo viola’, ‘se non ora quando’, gente coi post it e altre recenti novità, mi sembrano movimenti mediatici estemporanei che non hanno alle spalle anni di lavoro ed esperienza, e per questo ottimi per il sito repubblia.it ma per il resto poco credibili)

  8. Sicuramente non ho la tua conoscenza dei fatti della ValSusa, e tutto quello che ne so l’ho letto su qualche giornale, o visto su qualche sito, per cui prendi le mie affermazioni per quello che sono. Quello che più mi ha fatto male, vedendo i video di ServizioPubblico e ascoltando le interviste ai manifestanti, è stato l’avvertire personalmente la presenza delle forze dell’ordine come quella di una forza di occupazione: mi ha subito richiamato alla mente le immagini dei contingenti militari in Afghanistan, o dei militari israeliani a Gaza. Per me è terribile, perché quando penso alle forze dell’ordine penso a qualcuno che dovrebbe difendermi, non a qualcuno da cui difendermi.
    Ritenendo articolazione dello Stato anche la ValSusa, mi sembra folle avere due parti dello stesso corpo che si fronteggiano e si combattono tra di loro, come se fossero tessuti di uno stesso organismo in preda ad una crisi autoimmune. Perciò, anche se la pancia mi dice l’esatto contrario, mi sforzo e mi impongo di pensare alle forze dell’ordine come ad una parte dello Stato molto male diretta, che sta sicuramente sbagliando, ma che è sempre e resta parte del nostro corpo. Non una forza d’occupazione.
    Nel 1970 a Reggio Calabria scoppiò una rivolta anche lì per un muro contro muro, tra il governo che non voleva concedere il capoluogo a Reggio, bensì a Catanzaro, e i Reggini che si aspettavano questo e altro. La rivolta durò ben dieci mesi, e si concluse solo con l’invio dei carri armati dell’esercito italiano sul lungomare della città. Ci pensi? I carri armati dell’esercito italiano inviati contro altri italiani. Finita la rivolta, i morti, i feriti e gli incarcerati rimasero tali, il capoluogo rimase a Catanzaro, il governo cercò di «compensare» i reggini elargendo cospicui finanziamenti e poli industriali fasulli che ingrassarono mafie e signorotti locali, lasciando la povertà della gente e del territorio nelle stesse condizioni di prima.
    Anche se storicamente le differenze tra le due proteste sono tantissime e molto rilevanti, io credo che alzare i livelli di conflitto serva solo al governo come pretesto per aumentare la repressione e ridefinire la questione della ValSusa come un problema fondamentalmente di ordine pubblico. Per me l’unica via di uscita resta politica, per questo sarei ben felice se qualche forza politica si accollasse la lotta dei notav, o quantomeno facesse da mediatore tra il governo e i notav. E – ancora mi secca dirlo – credo che in un paese normale questo sarebbe già successo da parecchio tempo.

  9. Uh scusa ho letto solo adesso il tuo precedente post-scriptum… purtroppo per seguirti faccio i salti mortali e ti leggo anche da dispositivi assurdi. Sono io che invece spero di non angosciarti troppo, ma quello che succede in ValSusa mi fa troppo contorcere le budella ed è tutto sbagliato. Allora ho bisogno di qualcuno che mi aiuti a riflettere perché gli eventi si dipanano in un ordine troppo lontano dalla mia logica. La tua schiettezza aiuta a capire, non ti preoccupare di sarcasmi o toni presunti acidi: quelli servono appunto a scetare il cerebro : )

  10. gaiabaracetti

    Sì, il senso è questo: non si è discusso ma si è imposto, e ora si cerca di presentare la questione come una non di merito ma di ordine pubblico, ed è incredibile quanta gente ci casca. Non voglio dire della prima pagina del Giornale di ieri (quando vedo la gente passeggiare con Il Giornale sotto braccio, e in centro ce n’è parecchia, penso: Gaia stai calma, è il prezzo della libertà), ma anche dei commenti dei lettori al sito del Corriere, tutti astiosi verso i ‘ribelli’ e impazienti di vederli zittiti una volta per tutte. A queste persone imporrei la scelta tra due punizioni: avere un cantiere sotto casa per dieci anni, e poi un treno supersonico che li tiene svegli la notte, oppure fare Torino-Lione su e giù in giornata almeno una volta alla settimana, visto che ci tengono tanto. E notare: nessuna di queste due cose prevede un cancro per amianto, uranio, o polveri sottili (quest’ultimo lo rischiamo tutti tutti i giorni in realtà).

  11. gaiabaracetti

    Michele, non del tutto a tema, ma ti consiglio di leggere questo intervento di Claudio Fava, molto lucido e onesto, su quanto appena successo alle primarie a Palermo. A proposito di partiti. Interessanti anche i commenti dei lettori, soprattutto quello del sig. Franco Astengo e del sig. Giovanni Lamagna.
    Forse lo spunto più interessante è questo: le primarie decidono sul singolo, sull’individuo, sul volto. Che poi questo individuo si porti dietro tutta una concezione di politica è innegabile; non sarebbe meglio però prima definire dei contenuti, in maniera partecipata, e poi affidarli a delle persone (plurale! non la fa il sindaco la città!), piuttosto che ridursi a tifo per questo o per quello, e chi vince piglia tutto? Troppa enfasi sul candidato, troppo poca sui progetti e sulle squadre, secondo me.
    (L’intervento in realtà si concentra su altro… ma a me viene in mente questo. Che faceva Honsell da solo alla guida di Udine? Proprio niente.)

  12. Sono davvero avvilito. Deluso soprattutto da Napolitano che dimentica di essere anche il presidente dei comuni che non vogliono la tav. Quanto ai fatti di Palermo, nulla di nuovo sotto il sole. Anche a qui a Napoli fu più o meno la stessa cosa. Il PD, dopo aver cancellato la ‘S’ di sinistra dal suo acronimo, dovrebbe cancellare anche la ‘D’, visto che di democratico oramai non c’è rimasto più nulla al suo interno. Hanno mutuato pratiche e sistemi dagli USA importandone in realtà solo i difetti, e lasciando all’estero i pregi. La politica è diventata, come sostiene Colin Crouch, un agone mediatico in cui candidati espressi da vari poteri sono proposti al voto dei cittadini come fossero detersivi. Per me democrazia è rappresentanza, ti voto perché conosco il tuo programma e lo condivido, e soprattutto perché tu ti impegni a realizzarlo *assieme* agli altri. Al termine del mandato si è chiamati a rispondere su quanto si è fatto e, soprattutto, su quanto *non* si è fatto. Non esiste la politica dei singoli, non esiste la politica dei leader.
    Giovanni Lamagna è una di quelle persone che mi invece mi ridanno fiducia nei partiti. L’ho conosciuto all’assemblea regionale di SEL e ci siamo scambiati le email. Da allora mi invia quasi quotidianamente il suo ‘diario politico’, in cui commenta i principali avvenimenti di politica nazionale e locale. E’ spesso critico nei confronti del suo partito, perché ha una personale visione del mondo e della società che vorrebbe rappresentata politicamente da SEL.
    Il problema dei partiti è che sono finite le ideologie… mi sembrano tanti contenitori vuoti, oramai rappresentano se stessi e non la gente. Mi sa tanto che sta a noi riformarli e ridare loro dignità, visto che quelli che stanno in alto hanno dimenticato cosa sia la politica e la rappresentanza.
    Molti dei temi del tuo blog, per esempio, sarebbero ottimi come pietanze con cui alimentare la pancia vuota di un partito; così come anche alcune idee di Giovanni. Allora mi domando: perché devo ascoltare da tutti i media sempre le stesse (inutili) cose, mentre per trovare veri temi (anche) di politica devo leggere il tuo blog o le email di Giovanni? Lo ‘spettacolo della politica’ ha preso il posto della politica, e quest’ultima è stata relegata alla buona e personale volontà di singoli che, vuoi per indole, vuoi per formazione culturale, vuoi per generosità verso il prossimo, si impegnano singolarmente per cercare di cambiare qualcosa.
    A me la parcellizzazione di tutta questa OTTIMA energia/volontà/capacità di cambiare in meglio le cose mi fa stare male, e penso a come sarebbe bello se esistesse un soggetto politico capace di fare da collettore e convogliare tutte queste istanze di cambiamento in qualcosa di fortemente concreto.

  13. paola galassi

    ok ragazzi dite un sacco di cose interessanti e condivisibili ecc. ma lunghe..un po’ di sintesi non guasterebbe, ci si mette tempo anche a leggere oltre che a scrivere..

  14. scusa Paola, hai ragione… pensa però che mi autocensuro tante precisazioni per non dilungarmi troppo e non sembrare polemico… è che queste discussioni andrebbero (a mio avviso) fatte attorno ad un tavolo, dietro ad un buon bicchiere di vino, ma tant’è. E’ uno dei limiti della rete… però meglio così che niente!

  15. Ciao Gaia,
    ti volevo segnalare che c’è il presidente dell’Uruguay che ti sta plagiando tantissimo. Io una telefonata interlocutoria la farei…

    Dimmi la verità: sei tu la sua ghost writer!

  16. Non solo: sto cercando anche di convincerlo a vendere la sua Volkswagen del 1987 e comprarsi un mulo 🙂
    (quanto ci piacerebbe in Italia un premier così?)

  17. Quando qualcuno dimostra con l’esempio del proprio quotidiano che tante idee non sono farneticazioni etico-accademiche e che molte scelte non più procrastinabili sono invece banalmente praticabili, mi metterei subito in viaggio per correre ad abbracciarlo. Anche se fosse all’altro capo del mondo.

    Che bella, poi, un’intervista seduti nell’intimità di un angolo della cucina, col chiocciare della gallina che arriva da fuori, e il mezzo bicchiere di rhum venezuelano (quello cubano è troppo caro!) al termine della conversazione, per rilassarsi e dismettere i panni “professionali” di intervistato/intervistatore.

    L’inestimabile efficacia della forza dell’esempio.

  18. Con i miei piccolissimi eccessi mi sento proprio un moderato. Meeerda, che vergogna!
    Ti lovo sempre di più, Gaia.
    Ahahah
    🙂

    In quanto all’intervento di Travaglio, l’ho voluto rilanciare. Con alcune considerazioni a margine interessanti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...