editoria a pagamento, autopubblicazione e passaparola

Ero indecisa se affrontare questo argomento sul blog, perché mi sembrava troppo di nicchia, poi ho pensato che se a qualcuno non interessa può semplicemente non leggere, mentre altri potrebbero trovarci qualche spunto.
L’altro giorno sono venuta a conoscenza dell’esistenza di quello che potremmo chiamare un movimento d’opinione, la cui portata non so quantificare, che si schiera contro la cosiddetta ‘editoria a pagamento’. Secondo queste persone, tra cui ci sono anche figure di un certo peso come Sandrone Dazieri [quello che poi caldeggia e promuove Licia Troisi o questa cosa], e che arrivano a usare epiteti piuttosto pesanti e intraprendere serie azioni di boicottaggio contro chi pubblica le proprie opere pagando, epiteti e azioni che potrete trovare voi stessi sulla rete se l’argomento vi interessa, l’editoria a pagamento è sbagliata sostanzialmente perchè: non filtra la qualità, anzi pubblica un mare di schifezze che occupano spazio e disorientano il lettore, squalifica il lavoro di chi ha scritto, anche agli occhi di future case editrici ‘vere’, e abbassa la qualità generale dell’offerta letteraria. Inoltre, è ingiusto far pagare l’autore perché la casa editrice deve assumersi i ‘rischi d’impresa’.
Io ovviamente mi sento chiamata in causa, e voglio dire la mia. Innanzitutto, vorrei capire cosa si intende per editoria a pagamento. Una volta ho presentato la mia prima raccolta di poesie a un piccolo editore, che ha accettato di pubblicarla a patto che io partecipassi alle spese di stampa, mi impegnassi a vendere un certo numero di copie, e dessi a questa casa editrice l’esclusiva su tutto ciò che avrei scritto per un certo numero di anni futuri. Una proposta inaccettabile – anche se l’editore in questione si giustificava sostanzialmente così: ‘abbiamo creduto in [un poeta che poi è diventato molto famoso], ora lui pubblica e vende con una grossa casa editrice, noi ci siamo assunti i rischi e non abbiamo avuto nessun ritorno.’ Posso capire il desiderio di tutelarsi, ma a me la proposta di quest’editore sembrava svantaggiosissima, e ho rifiutato.
Quando ho poi scritto un romanzo e dovevo decidere che farne, un amico mi ha suggerito l’idea dell’autoproduzione, che in questo caso ha significato cercare una casa editrice ‘on-demand’, mandare la mia opera, pagare e vederla stampata (e recapitata a casa mia oltre che disponibile in vendita online). È importante notare che la casa editrice ‘on-demand’, oltre ad occuparsi di impaginazione e stampa, ha svolto un lavoro lungo e secondo me molto buono di correzione bozze e che, anche se nella versione finale qualche piccola svista è rimasta, molte di più sono state trovate e corrette. In caso di un’eventuale ristampa, correggerò questi pochi errori rimasti, e il testo del mio libro avrà la stessa qualità se non una qualità migliore, da questo punto di vista, di tanti altri testi pubblicati da case editrici non ‘a pagamento’. Quindi non è vero che queste case editrici, o per lo meno non questa che è l’unica di cui ho esperienza, pubblicano senza neanche leggere – probabilmente non rifiutano libri basandosi sulla qualità*, ma non è il loro compito: il loro compito è fornire un servizio a chi lo richiede. Per l’editing, che è appunto un servizio e va retribuito, ho pagato io anziché la casa editrice, ma bisogna ricordare, e questo è un punto fondamentale, che io avrò anche i guadagni delle vendite. Per quanto riguarda i libri che ho acquistato, rivendendoli mi sono tenuta la differenza tra il prezzo di copertina e il prezzo che io ho pagato per la stampa; per quelli venduti online prendo il 10%, che è una percentuale superiore a quella che prenderebbe un qualsiasi esordiente. E’ vero, la casa editrice a cui mi sono affidata non fa né promozione, né distribuzione se non su ordinazione – ma non ha mai detto che l’avrebbe fatto. Ben lungi da essere una fregatura, come sostengono molti, mi sembra un patto onesto – e ritenendo io i diritti sulla mia opera, posso recedere dall’accordo in qualsiasi momento.
E veniamo ora al punto fondamentale, quello della qualità letteraria e del ruolo delle case editrici. Forse si potrebbe credere che veramente le case editrici servano da garanti di qualità, ma visto a che punto siamo arrivati, si tratterebbe solo di un atto di fede. In un paese in cui le grosse case editrici spingono Moccia o Fabio Volo, e innumerevoli altre porcherie o mediocrità, perché qualcuno dovrebbe ancora credere che scelgano in base alla qualità e non solo per far soldi e vendere alla gente quello che le piace? Sicuramente, nell’immenso mare di case editrici piccole, medie e grandi, ce ne sono alcune che svolgono veramente un buon lavoro, ma io semplicemente non ho tempo di filtrarle tutte (sono troppe), sceglierne alcune, e passare anni che potrei passare a scrivere a bussare alle loro porte, per poi vedermi magari proporre un accordo come quello di cui sopra, limitante e svilente.
Perché, poi, dobbiamo lasciare a un’élite tutto sommato ristretta e autoreferenziale il monopolio di una delle cose più importanti in assoluto della nostra società, cioè quello che leggiamo? Non sono dentro all’ambiente, ma neanche del tutto fuori, perché mi ci sono affacciata e perché conosco bene persone che ci lavorano. So che gli esordienti solitamente non vengono letti, se non ‘conoscono qualcuno’ (lo so per esperienza diretta), ma vengono cestinati – e ho sentito anche di un racconto proposto, scartato, e poi stranamente ricomparso nella raccolta di una celebrità improvvisatasi scrittrice (non dò altri dettagli perché questa storia mi è stata solo raccontata, non ho motivo di dubitare della sua verità, ma prendetela più come esempio che come fatto). Si pubblica chi è nell’ambiente, chi ha fatto certe scuole, chi bazzica, chi conosce, e poi questi fortunati vengono spinti per bene, pubblicizzati e magari mandati in televisione: lo so per certo come sapeva Pasolini, se mi si concede di scomodarlo, non tanto perché ho le prove quanto perché sto attenta e colgo indizi e movimenti, e il mondo editoriale è così, mi fa abbastanza schifo, non merita il potere che ha, e io non vorrei affidargli le mie opere se posso fare altrimenti; purtroppo, e qui entro in contraddizione come mio solito, mi fido poco anche dei gusti del pubblico. Il pubblico, cioè la grande massa di lettori italiani, legge molto cose che io considero molto brutte; eppure, dovendo scegliere tra case editrici e lettori, preferisco lasciare il mio giudizio a questi ultimi.
Mi rimproverano tutti perché non promuovo abbastanza i miei libri, affidandomi a quel meccanismo imprevedibile, arbitrario e solitamente lento che è il passaparola. Però io penso: se il mio libro vale, non è certo ma è più che possibile che prima o poi verrà fuori, in virtù soltanto della sua stessa qualità. Ho una base iniziale, quelle circa duecento persone che hanno letto il mio primo romanzo perché mi conoscono, perché mi hanno incontrata e sono rimasti incuriositi, perchè qualcuno che mi conosce gliel’ha consigliato, o perché seguono il mio blog. Partendo da questa base, e forse da quei pochi che hanno visto i miei libri per caso (nonostante i giornali non ne parlino e le librerie a volte li lascino nascosti, fine della nota polemica), con una promozione iniziale necessaria ma minima, sono curiosa di vedere se mi leggeranno più persone, oppure il meccanismo si fermerà. Mi sembra comunque di fare affidamento su dinamiche non del tutto giuste e meritocratiche, ma sicuramente oneste e migliori di quelle a cui si ricorre di solito.
Siamo nel 2011, internet è una forza, non sempre ma spesso, democratizzante, anche nella cultura: lascia in mano ai singoli la possibilità di far emergere o stroncare un’opera, di farsi conoscere con pochi mezzi e facendo affidamento sulla qualità e non sulla visibilità, toglie dalle mani dei grandi gruppi, che siano editoriali, mediatici, imprenditoriali, politici o tutte le cose assieme, il monopolio di quello che leggiamo o sappiamo: perché non approfittarne anche nell’editoria? Certo, certi ‘poteri forti’ rimarranno prevalenti, ma la crociata contro chi vuole fare da sè e affida agli altri (al mercato, in pratica) il giudizio su quello che scrive mi sembra del tutto una perdita di tempo e di energie, inutile o controproducente, e anche un po’ cattiva – peggio ancora, quando è calata da gente che si fa promotrice di schifezze o il cui lavoro non è certo perfetto – a certi mi viene da dire: ma tu ti sei letto? ma da che pulpito…?
Ormai in quasi nessun campo la marca è più garanzia di qualità, salvo poche eccezioni, e nemmeno nell’editoria; l’artigianato sta invece prendendo di nuovo piede perchè ristabilisce il contatto umano e premia la creatività del singolo. Io penso che l’autoproduzione letteraria sia una forma di artigianato, penso che i vecchi filtri non funzionino più, e le vecchie garanzie di qualità e di verità non siano più credibili: tentare qualcosa di nuovo mi sembra non una vergogna, ma un esperimento interessante.

* loro sostengono di leggere e valutare i libri che pubblicano; sul quanto sia severa la selezione, a ciascuno il suo giudizio

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22 risposte a “editoria a pagamento, autopubblicazione e passaparola

  1. L’argomento è molto interessante, cara (mi permetto) Gaia. Ne approfitto per dire la mia. Da oggi sono tornato a scrivere su un blog, attività interrotta anni fa per inseguire il sogno di pubblicare con un editore. Missione Compiuta? Macché…però ho conosciuto gente, nel frattempo, gente che mi ha spiegato come funzionano le cose negli uffici dei direttori editoriali. Mi viene da ridere, a sentir parlare il solitario dei numeri primi e la Avallone (lei, almeno, molto brava a mio modesto avviso), sostenitori della tesi per cui “se vali, ti pubblicano anche i grandi”. Siamo seri, neanche una casa piccola come la Coniglio probabilmente prende in esame i manoscritti non segnalati. E’ così scandalosa, dati i presupposti, l’editoria a pagamento? Mah…in fondo si tratta di autoproduzione, modalità conosciuta già da Dino Campana, che proprio l’ultimo dei mentecatti poeti non era.

  2. Infatti, per essere pubblicati bisogna conoscere qualcuno, che poi questa conoscenza sia del tutto innocente, è un altro discorso. Io so cosa è successo alle mie poesie: quando le mandavo alle varie case editrici, ingenuamente, non ricevevo mai risposta – appena una persona di mia conoscenza le ha passate a qualcuno che conosceva, per restare sul vago, sono state pubblicate su un’importante rivista letteraria. Lo dico senza problemi perché so per certo che sulle mie poesie il giudizio di questa persona, e di tutti gli altri che decidevano la pubblicazione, era sinceramente positivo. Non le ha certo pubblicate per farmi un piacere. Quando poi sono stata invitata, tramite questi canali, a leggere le mie poesie a Roma, c’era anche la Avallone (che a me sinceramente non piace, ma dei contemporanei che conosco non mi piace quasi nessuno, magari un giorno spiegherò perché). Dopo poco, lei era dappertutto: giornali, tv… non dico che abbia fatto qualcosa di male, ma di certo qualcuno che la spingeva c’era, è evidente, funziona per forza così. Se io avessi mandato il mio libro alla Dandini, credete che l’avrebbe letto?

  3. Odio la censura. Di qualsiasi tipo: se condotta dal potere politico, dal mercato o da qualsivoglia soggetto esterno. Per questo motivo sono assolutamente a favore dei «samizdat». Se X è autore di un prodotto artistico, e per qualsiasi motivo nessuno lo pubblica, a mio avviso X deve essere in grado di autopubblicarsi in qualche modo. Sarà poi il tempo e il valore intrinseco dell’opera a decretarne la fortuna.
    Fatta questa (doverosa) premessa, devo però riconoscere che molte delle critiche esposte qualche mese fa da ‘Minima & Moralia’ sul self-publishing non è che fossero proprio così fuori luogo… Il self-publishing non è proprio una vergine vestale, mettiamola così.
    Probabilmente sarò anche il solito vetero-comunista, ma a mio avviso dovrebbe essere lo Stato a promuovere la pubblicazione di opere letterarie (come ad esempio fa per il cinema), non solo perché la promozione della cultura è sancita nella costituzione, ma anche perché la ricaduta della pubblicazione (sia nei confronti dell’autore, che dei fruitori) sarebbe significativa. Però, dal momento che siamo guidati da economisti, se un progetto non genera immediatamente ca$h o mercato, allora semplicemente non esiste. Quindi… vai col mercato del libro, sia micro che macro, con tutto ciò che ne consegue. Ma che fine ha fatto la politica? Il saper vivere insieme (anche letterariamente parlando)?

  4. Ciao Michele,
    io sinceramente penso che l’idea di promuovere opere letterarie, o culturali, con soldi pubblici, non sia veramente auspicabile. Conosco tante persone che fanno qualcosa di artistico, e in mezzo c’è gente di talento, così come persone sinceramente non brave a mio giudizio, che ‘dovrebbero’ fare altro… come si fa a discernere? Finché si tratta di dare soldi per eventi, o testate giornalistiche, radiofoniche, o a teatri, e così via, sono anche a favore, con i dovuti controlli: si dà visibilità a molti artisti diversi, si offre una selezione in mezzo alla quale il pubblico può scegliere, si creano degli ambienti culturalmente ricchi e stimolanti. Anche fondi una tantum, per esempio ai vincitori di un concorso, ci possono stare. Ma dare soldi ad un autore per pubblicare, quando questo magari è solo bravo a compilare bandi o conosce qualcuno, oppure a un film, come a un cinepanettone che viene finanziato con soldi pubblici, non mi va bene. Io sinceramente non ho neanche cercato fondi per il mio romanzo, nonostante mi fosse stato consigliato più volte. Non mi sembra giusto. Preferisco che a separare me da altri autori sia il giudizio del pubblico, per quanto poco informato o condivisibile io lo trovi, piuttosto che del denaro calato dall’alto, perché diciamocelo, nelle nostre democrazie la distribuzione di fondi pubblici è ancora poco trasparente e molto arbitraria. Si può pensare di democratizzarla, si deve, ma a quel punto non è meglio lasciare che il trasferimento di denaro avvenga direttamente dal singolo? In fondo non stiamo parlando di qualcosa che si può e si deve standardizzare, come la sanità o la tutela ambientale, ma di un mondo in cui tutto è relativo e identificare criteri è impossibile. E se io fossi un’inetta che non sa mettere una parola dietro l’altra, ma la racconta bene? Se io mi credessi una grande attrice, e facessi porcherie che non guarda nessuno? E’ molto relativo, lo so, è un argomento difficilissimo. Tornerò sull’argomento dell’autofinanziamento con un post dedicato, penso…
    Per quanto riguarda l’autopubblicazione (preferisco usare il termine italiano), ho letto gli appunti di minimamoralia, e già dalle prime righe noto termini che denunciano pregiudizio e mancanza di obiettività: pseudo, vanity press, illusione… (e questo tono continua per tutto il pezzo).
    Io ilmiolibro.it lo avevo scartato subito, perché era promosso dagli stessi grandi gruppi e ‘poteri’ che hanno in mano l’editoria, e quindi non aveva nulla di liberatorio e alternativo, a mio giudizio. Per quanto riguarda i libri scritti a caso e mandati alla casa editrice di autoproduzione per vedere cosa faceva, dubito che quella con cui ho pubblicato io li avrebbe accettati, ma anche così fosse, non è un problema mio: io ho scritto dei libri molto curati. Se qualcuno vuole spendere soldi per pubblicare pagine senza senso, il problema è suo, degli alberi, e in piccolissima parte della collettività perché quel libro verrà registrato con un codice e un titolo, di cui c’è comunque e in ogni caso un’abbondanza che stordisce – nessuno comprerà quel libro, e fine. Quello che i critici del sistema non sembrano capire è che chi pubblica da sè promuove anche da sè: se io ho stampato una schifezza, ho buttato via i soldi; se io ho stampato una cosa buona, avrò dei riscontri. Se sia una cosa buona lo lascio decidere a chi ha avuto in mano il libro, non pretendo che sia determinato prima.
    Tutto questo schifare chi investe di tasca propria, poi, davvero non lo capisco. Tra l’altro, nell’autopubblicazione il censo non è discriminante (per quanto mi riguarda, costa più scrivere un libro che farlo stampare) e la stampa non è proibitiva: io veramente sono un esempio di squattrinata grave, eppure me la posso permettere, rinunciando magari a qualche altra spesa inutile; inoltre con le vendite rientro delle spese, e poi inizio a guadagnare. A proposito di chi deve assumersi il rischio economico, rispondo: da quando in qua dev’essere solo una casa editrice? Se sono un piccolo imprenditore o artigiano e credo in quello che faccio, cosa c’è di così vergognoso nello sborsare del mio, anzichè aspettare che qualcuno che è già qualcuno, lo stato o un grosso gruppo, mi dia i soldi?
    Per quanto riguarda infine il narcisismo e l’incapacità di fare autocritica, forse è vero che adesso chiunque crede di saper scrivere (di saper recitare, di dover essere famoso…) ma è colpa dell’autopubblicazione, o della società in cui viviamo? E anche così fosse, la storia è piena di inetti sopravvalutati dal proprio tempo, e di geni visionari incompresi in vita: è uno dei rischi intrinsechi dell’arte, non si può eliminare. Essendo io convinta che, tra tutti i criteri per stabilire il valore di un’opera, il tempo sia il più affidabile, non resta che impegnarsi molto e cercare di diffondere quello in cui credo, mio o altrui.
    Insomma, in questa crociata contro l’autopubblicazione vedo soprattutto snobismo culturale, interesse a mantenere uno status quo deludente, e paura del cambiamento.

    [Tra l’altro il pezzo si conclude in maniera surreale: “rivendichiamo la bontà della pratica reale di autoproduzione come modalità di accesso alla “vera” repubblica delle lettere: oggi esistono innumerevoli strumenti per un’onesta autopubblicazione, e ancor più ne esistono per far conoscere il proprio lavoro a un pubblico virtualmente illimitato: blog, social network, riviste underground, comunità di lettori, sono gratuiti e liberi banchi di prova” – ma un libro pubblicato tutela i miei diritti intellettuali in una maniera che ritengo molto più sicura, e mi dà da vivere…]

  5. Aggiungo alla filippica un’altra osservazione per nulla secondaria: pubblicati o autopubblicati, strada facendo s’impara e ci si perfeziona, di solito, e i commenti ricevuti da persone che hanno letto il mio primo libro sono stati estremamente istruttivi e mi hanno aiutata a migliorare nella stesura del secondo. Uno potrebbe dirmi: non potevi avere e seguire questi cosigli prima di pubblicare? No, perché per me una volta finita (dopo mesi o anni di lavoro) un’opera è immodificabile, è esattamente così per un motivo, e cambiarla sarebbe stato una forzatura, al massimo si cambia da principio con la prossima; perchè non sarei riuscita a far arrivare il mio libro a così tante persone senza pubblicarlo (pochi leggono sul computer o su fogli a4, per quanto strano sembri); e perché gli addetti ai lavori sono stati molto meno disponibili e molto più vaghi nelle loro osservazioni dei ‘miei’ lettori, che tra l’altro spaziano da persone con livelli di cultura considerati alti ad altre che leggono poco, e comprendono gente di tutti i gusti – altro che sottrarsi al confronto!!

  6. “le grosse case editrici spingono Moccia o Fabio Volo, e innumerevoli altre porcherie”
    Fossi in te, dopo questa frase, mi guarderei le spalle. Un orda bacchica di studentesse liceali o under 25 potrebbe volere il tuo scalpo… 🙂

  7. 🙂 fossero solo quelle…

  8. Cara Gaia,
    scusa per la latenza nella risposta ma questa settimana è stata davvero tosta. Ritornando alla questione dell’editoria a pagamento, vista la mia notoria (e cronica) incapacità di espressione, faccio delle esemplificazioni telegrafiche:

    – per ‘..sostegno dello stato alla promozione di opere letterarie’ non intendevo il finanziamento stataletout court della pubblicazione di qualsiasi operara letteraria (altrimenti qui a Napoli diventeremmo tutti scrittori!), bensì trasparenti sistemi premiali (ad esempio il «Premio Italo Calvino») per pubblicare i più meritevoli. Mi pare, infatti, che tutti i maggiori premi letterari italiani siano appannaggio di fondazioni private, spesso legate al mondo della grande editoria, e ciò – a mio avviso – non è un bene;

    – ho premesso all’inizio del post di essere contro qualsiasi censura, e a favore della pubblicazione di qualsiasi lavoro: perciò non sono aprioristicamente contro l’autopubblicazione, anzi. Però devo ammettere (da quel che leggo, non ho alcuna esperienza diretta in proposito) che si sono sviluppate tantissime società di self-publishing che fanno leva esclusivamente sul desiderio di aspiranti scrittori di essere pubblicati, per spillare loro un bel po’ di quattrini, e lasciarli successivamente nell’oblio. A mio avviso, affinché sia fecondo, il rapporto editore/scrittore dovrebbe essere molto intenso e collaborativo: l’editore dovrebbe segnalare (se esistono) i punti deboli dell’opera all’autore, e questi – *autonomamente* secondo la propria sensibilità artistica e intellettuale – decidere o meno se porvi rimedio o lasciare tutto com’è, anche a costo della non pubblicazione dell’opera sotto quell’editore. Invece mi pare che le nuove start-up editoriali ragionino secondo la logica economica del: più pubblico (anche immondizia) più guadagno, per meri fattori moltiplicativi; mentre i nuovi aspiranti scrittori (non sto parlando di te, lo sai benissimo!) non vogliano, o peggio non siano in grado, di reggere un salutare ed utile confronto con l’editore (che li farebbe maturare molto), ma piuttosto cerchino la facile scorciatoia di una pubblicazione immediata dietro compenso. Posso ben Immaginare che avere a che fare con un (cattivo) editore sia cosa ardua come un (cattivo) rapporto di coppia (Richard Yates arrivò persino a minacciare di morte il suo); però penso sia comunque un male necessario, soprattutto se si vuole vivere la scrittura non come mero sfogo personale, ma come produzione di ‘L’etteratura. Il solito Yates diceva: «Non voglio il successo, voglio lettori!» e questa affermazione credo sintetizzi il desiderio di qualsiasi scrittore: raggiungere quanti più lettori possibile per comunicare loro le proprie emozioni, il proprio mondo interiore, la propria creatività. Ma si realizza davvero tutto ciò, quando SaraiLoScrittoreDell’Anno.com al costo di XXX,99 euro pubblica il tuo capolavoro in un numero esiguo di copie che però non raggiungono alcun efficace canale di distribuzione (tra cui annovero anche l’essere inseriti in una lunghissima lista in qualche remota pagina web contenente altre migliaia di titoli) ? Io sinceramente credo di no… Compito di un buon editore è anche la promozione del libro: altrimenti a che serve stamparlo in tante copie? Sarebbe anche contro l’economia sostenibile! Tutto questo sproloquio per dire che l’autopubblicazione è cosa giustissima e democratica (è l’ultima spiaggia quando nessuno vuole pubblicare la tua opera così com’è!); però è anche vero che un vero/serio ruolo di editore è parimenti indispensabile per fare emergere e sostenere i validi scrittori esordienti, e non soltanto per promuovere i ‘casi editoriali dell’anno’ buoni solo a fare cassa (altrimenti saremmo unicamente sommersi da «Tre metri sopra il cielo» o «La solitudine dei numeri primi», che Dio ce ne scampi). Questa è almeno l’idea che mi sono fatto da lettore… spero di non aver detto troppe castronerie! Ciao
    mk

  9. No ti eri spiegato benissimo, almeno io credo di aver capito cosa intendevi dire, e sono in parte d’accordo, forse più di quanto potrebbe lasciar trasparire la mia insopprimibile voglia di continuare a trovare da ridire 🙂 Penso che le nostre posizioni siano chiare e non voglio annoiare tutti ripetendomi, ma aggiungo che io sono un po’ diffidente nei confronti del sistema del ‘premio’, e preferisco l’idea di rassegna, dove si sottintende che chi si presenta abbia già superato una selezione. Dare a una giuria di ‘esperti’, nell’esperienza che ho di concorsi di vario tipo e livello (non parlo per acredine personale dato che io non partecipo praticamente mai), il potere mediatico ed economico di promuovere un autore non mi convince. La qualità di un’opera non si può quantificare, e forse non si può neanche valutare nel presente, in base a criteri prestabiliti e determinate aspettative quando l’arte veramente innovativa è spesso il rovesciamento di questi criteri e queste aspettative. Poi la diffidenza è un pregiudizio, e io non ho dati, anche se mi piacerebbe molto, su quante opere che hanno fatto la storia della letteratura non abiano vinto premi, e viceversa.
    In generale, sarà una fase della vita, sarà la puzza di chiuso che si sente in Italia in molti ambienti, pur con le numerose eccezioni, ma ultimamente mi sento sempre più anti-istituzionale, e intendo istituzioni in senso lato: la giuria è un’istituzione, l’editoria è un’istituzione, il mercato nel senso di meccanismo distributivo, pubblicitario e di vendita, è un’istituzione. I finanziamenti pubblici sono un’istituzione. Le istituzioni radunano il potere in poche mani e deresponsabilizzano gli altri (e per ora parlo solo di cultura, non chiamatemi anarchica perché ne so troppo poco). La creatività individuale non è un’istituzione, e nemmeno la comunità di persone a cui ci si rivolge lo è. Perchè non provare almeno ora a fare a meno di qualche intermediario, in un campo in cui si può, cioè la letteratura? Anche se il prezzo da pagare è forse la confusione e sicuramente un mare di porcherie, io sono interessata agli esperimenti con l’autopubblicazione, l’autofinanziamento, l’autoproduzione, insomma il guardare in faccia le persone a cui ti rivolgi e ascoltare il loro parere – non come ultima spiaggia in caso di anni di rifiuti, ma come nuovo esperimento. Da questo punto di vista, le case editrici che pubblicano in cambio di denaro, premettendo che comunque la mia il testo lo corregge e non penso sia l’unica, non mi sembrano altro che strumenti, non certo idealisti animati da chissà che senso di missione.

  10. p.s. naturalmente esiste la possibilità che la strada che indico sia un peggioramento dell’attuale situazione in cui tutti credono di saper scrivere e nessuno legge. può essere. rimane il fatto che lo status quo è abbastanza pessimo da non sentirsi in colpa nel non difenderlo.

  11. Hai centrato il nocciolo di quello che (per me) è il problema: la mancanza di autorevolezza delle istituzioni. Non a caso ho parlato di ‘ruolo’ serio/vero dell’editoria, e non di editori. Concordo pienamente con le tue analisi, che saranno anche tristi e deprimenti, ma sono purtroppo vere: anche io nutro una sana diffidenza nei confronti di giurie, comitati, dicasteri, etc. etc. e mi si contorcono le budella ogni qualvolta vedo che viene assegnato un premio ad un’opera inconsistente, quando invece tanta gente che ha davvero qualcosa da dire resta nell’ombra. Per non parlare dell’aria putrescente (altro che puzza di chiuso, sei stata troppo signora!) che appesta tantissimi circuiti intellettuali autoreferenziali e totalmente blindati verso l’esterno.
    Però delegittimare o annichilire il ruolo rivestito dalle istituzioni (statali e non) nella promozione e diffusione della cultura e della letteratura, mi sembra “gettare via il bambino con l’acqua sporca”: mi pare parte di quel percorso che porta l’individuo da ‘membro di uno stato’ a ‘semplice consumatore’. Perché mai, una volta preso atto della latitanza delle istituzioni e della pessima grande editoria italiana, l’aspirante scrittore di talento deve necessariamente fare tutto da sè? Così non è più parte di una società che dovrebbe garantirgli il diritto a fruire/contribuire egli stesso al tessuto culturale del paese, ma si trasforma nel consumatore che semplicemente richiede dietro pagamento i servizi di imprese commerciali (le famigerate aziende di auto-publishing). Il mio timore, insomma, è che se ci incamminiamo ognuno per conto suo in ciascuno degli ambiti in cui il sistema-paese non funziona, spoglieremo lo stato (e dunque noi stessi) di tutte le attività che sono alla base di una società, per delegarle ad aziende di profitto la cui attenzione nei confronti degli individui si esaurisce nel momento in cui essi hanno finito di pagare quel servizio a cui prima – direttamente o indirettamente – provvedeva lo stato.
    Quanto confronto, quanta cultura, quanta contaminazione si perde il giovane scrittore costretto all’auto-publishing, a cui invece potrebbe attingere se solo fosse coinvolto dal proprio editore in circoli, conferenze, simposi, dibattiti, lezioni, etc. etc. ? Io trovo molti punti in comune tra gli scrittori e gli studiosi di matematica pura: entrambi possono produrre se lasciati in tranquillità e armati di sola carta e penna (o di un personal computer, a seconda delle preferenze). Entrambi possono fare tutto da soli, prendersi il tempo che vogliono, e pubblicare quando lo ritengano più opportuno. Però credo che un matematico cresca molto di più se abbia la possibilità di confrontarsi con le varie accademie, così come uno scrittore con contesti letterari stimolanti. E se è vero che gli editori istituzionali siano sempre più assenti nell’alimentare quel mondo intellettuale e letterario che dovrebbe nutrire e da cui dovrebbero attingere i nuovi scrittori, è però pur vero che con le aziende di auto-publishing proprio quel mondo mi sembra destinato del tutto a sparie, per far spazio all’onnipresente e oramai iper-pervasivo mercato dei prodotti. Perciò – da lettore – lancio un appello: facciamo qualcosa per salvare lo spazio letterario comune e l’indipendenza dell’editoria (che per me sono le due facce della stessa medaglia). Il mercato lasciamolo ai maledetti economisti…

  12. Va bene, ma perché un cittadino che si sgancia dall’esistente non può avere altri punti di riferimento, quale ad esempio la propria comunità, geografica o virtuale (preferisco la prima ma è preziosa anche la seconda), obbligata o d’elezione (entrambe servono)? Io non credo nella dicotomia stato-mercato, perché ci sono tanti altri livelli, e credo anche nell’equilibrio dei poteri: nella fattispecie, forse un’editoria che si vede contestare la sua supremazia si mette in discussione, così come, per fare un esempio, i blog e siti dei no tav, il passaparola, i racconti di chi è stato in val susa, potrebbero costringere i grandi giornali a modificare la propria linea? In questo caso, che avrete capito mi sta molto a cuore, forse l’esistenza di strutture permanenti e alternative di informazione, che non si fanno inglobare, agiscono da pungolo sull’informazione di massa. Questo io spererei…

  13. He he he io aspettavo la fine di IFBOOKTHEN a Milano per leggere gli atti dei capoccia più importanti e discuterne con te, ma non sono stato capace finora di leggerne nemmeno una riga 😦
    Appena posso ci do uno sguardo per farmi un’idea di come la vedano i guru dell’editoria on-line (o di come ce la propinino, dipende dai punti di vista).

  14. Sono con te Gaia! Perchè editare con contributo? Perchè le case editrici non investono su autori novelli. Il fenomeno in Italia è presente da decenni. Lo stesso Moravia ha pubblicato a pagamento poiché nessuno pare fosse interessato a pubblicare il suo primo scritto. L’editoria a pagamento può essere definita come “a doppio binario” quando l’autore per contratto è obbligato all’acquisto di un certo numero di copie o con il “book on demand” in cui l’autore può avvalersi dei servizi di una casa editrice pur pagandone gli oneri di “editing” (correzione) e stampa. Questi non vanno confusi con servizi di stampa su richiesta (print on demand), un diverso segmento di mercato in cui gli autori commissionano direttamente la stampa del libro a un editore o a una tipografia. L’aspirazione a pubblicare una propria opera è legittima, anche quando quest’opera non susciti l’interesse commerciale o culturale. Il ricorso quindi ad un editore a pagamento, che pubblichi l’opera con qualità tipografica adeguata, fornendo all’autore la necessaria consulenza affinché il suo lavoro, pur con una diffusione modesta, sia presentabile ed apprezzabile, fossero anche soltanto gli amici e conoscenti, resta legittima. Ecco il marcio, che se non uccidi non riesci a pubblicare gratis, se non sei un rivoluzionario non riesci a pubblicare gratis, se non sei una velina o un calciatore, non ti prendono in considerazione … allora, vogliamo fare la differenza e pubblicare (ok, a pagamento) ma cose di un certo valore? Cose che resteranno nella storia, nero su bianco, perchè i libri da me editati, vanno alle 3 biblioteche nazionali, perchè spingo e non poco per l’estero; affinchè nella storia noi ci saremo, per forza di cose. A pagamento, è vero … meglio così che classificarci come inutili analfabeti ma con un “titolo” di tronista. Nessuna casa editrice al momento che io sappia, ha preso a cuore il progetto estero, ad esempio … cosa che io, povera scribana sto facendo, a mie spese e ne sono felicissima. E aggiungo, le persone che mi seguono e mi leggono dicono: “Non mollare Raffaella! Un abbraccio! Fa più rumore un albero trafitto e squarciato da un fulmine che un’intera foresta che vive e respira.” … e non c’è gioia migliore che aiutare le persone a rendere reale un sogno; non c’è gioia migliore di poter aiutare le persone in difficoltà tramite l’Arte e la Poesia. Orgogliosissima di poter fare questo.
    Raffaella Amoruso

  15. gaiabaracetti

    Molto bello quello che dici. Io autopubblico direttamente, senza neanche prima bussare alla porta di case editrici. E vedo che vengo presa sul serio – da poche persone, ma sul serio. Non mi sono assolutamente pentita, anzi voglio continuare a fare così.

  16. Brava Gaia, “E se distanze mentali ci sono e ci sono, orgogliosamente vado avanti, così come sempre ho fatto, donando il massimo di me in ogni occasione … consapevole che le distanze mentali non si accorceranno, ma sicura, che altre anime, cocciute e determinate, al mio fianco troverò.” Raffaella Amoruso http://invololibero.jimdo.com/

  17. Autoproduzione per essere liberi da condizionamenti.
    Filiera corta nelle arti, affinché non ci siano speculazioni su di essa.
    Arte in povertà perché essa è l’unica che permette alle sole autentiche passioni di sopravvivere.

    Sì, forse un po’ utopistico.
    Lo so.
    Specie per coloro, come te, che hanno un parte di reddito che deriva dalla loro attività artistica.
    Ma questo tuo è un luogo di meravigliose utopie, Gaia.
    E non c’è nulla di meglio di queste oasi per scappare dalle nefaste, orribili, disgustose, tumorali, necrofore distopie di massa che imperano, dilagano, crescono ovunque.

  18. gaiabaracetti

    Io non credo nell’arte in povertà così come non credo nell’agricoltura in povertà, o nell’ingegneria in povertà. Non avere soldi può essere uno stimolo, può aprire gli occhi su certe realtà, ma al tempo stesso può limitare certe scoperte che costano denaro. E poi è crudele. Non è bello essere poveri, a meno di non volerlo proprio.
    Dovremmo essere noi a premiare, anche economicamente, l’arte buona e ignorare quella senza valore. Altrimenti i soldi continueranno a fluire a chi fa porcherie e non a chi fa cose belle.

  19. Attenzione: non è che io scrivo povertà e tu intendi miseria?
    Avere i giusti mezzi per una vita dignitosa.
    Tutte le cose importanti, belle, richiedono sacri-ficio e l’arte non è esclusa.

  20. La ricchezza è una questione mentale.
    La frugalità abbondante, tanto per intenderci.
    Bauman (ma penso anche altri) sottolineano una cosa abbastanza evidente: perché i ricchi sono miserabili? Perché per quanto essi possiedano sono sempre nella situazione mentale che esso sia insufficiente, sia poco.
    Una delle connotazioni quindi della miseria ricca è proprio la perenne frustrazione che ciò che tu hai sia insufficiente.
    Se hai assicurato il sufficiente e pure qualcosa in più (bisogna trasgredire alla sobrietà, all’asuterità per apprezzarle, per voler bene loro) e mentalmente ricca sarai ricca e più che sodisfatta dalla vita.
    Farai cose belle,.
    Parlavo con un’artista, sabato. Per “arteggiare” devi passare anche per stati d’animo diciamo non stabili, irrequieti.
    Insomma, non sedati dall’opulenza.
    Poi ci saranno eccezioni.

  21. Non credo che si possa identificare un legame diretto tra qualità dell’arte e situazione economica di chi la produce. Sull’irrequietezza sono d’accordo; forse ogni singolo essere umano è irrequieto, non lo so, ma di sicuro si può essere poveri e sereni e ricchi ed irrequieti, e viceversa. Se penso ai libri che mi sono piaciuti di più, molti sono stati scritti da scrittori già affermati e con disponibilità economiche – che poi sono impazziti o finiti suicidi o morti giovani, ma i soldi non c’entrano.

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