“fronte dei porci”

Riflessione di Guido Viale, per il manifesto, sulle (non) politiche ambientali del nuovo governo. Non mi è tutto chiaro e non condivido tutto*, ma quasi, e questa parte di sicuro:

“Scienziati di tutto il mondo, riuniti nell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) insistono nel mettere in guardia i governi che il tempo per evitare una catastrofe irreversibile che cambierà i connotati del pianeta Terra e le condizioni di sopravvivenza della specie umana sta per scadere; e che misure drastiche devono essere adottate per realizzare subito un cambio di rotta. Ma a Durban, come a Cancun (2010) o a Copenhagen (2009) non succederà niente. … Se stampa e media avessero dedicato alla minaccia di questa catastrofe imminente anche solo la metà dell’attenzione dedicata allo spread, il 99 per cento della popolazione mondiale sarebbe scesa in piazza con i forconi per costringere i rispettivi governanti a prendere provvedimenti immediati.”

* Soprattutto non sopporto la retorica ora così di moda del 99 per cento vittima dell’un per cento: funziona e contiene un po’ di verità, ma complessivamente è cieca e deresponsabilizzante. Non viviamo in un mondo feudale in cui si poteva essere uccisi per aver osato disubbidire al signore, ma in democrazie di mercato che per quanto viziate, ingiuste e distorte lasciano comunque considerevole spazio alla libertà dei singoli e della collettività. Chi ha votato e sostenuto le elite che ci hanno portato alla crisi e alla rovina? Chi è andato in piazza e si è sempre informato, e chi no? Chi si è indebitato per comprare oggetti inutili? Chi ha preso d’assalto i centri commerciali, chi ha preteso di vedere i soldi crescere in banca senza fare fatica, chi ha voluto utilizzare l’automobile a tutti i costi, andare in vacanza lontano, mangiare sempre carne e cambiare vestiti ogni anno? Chi si è rincoglionito davanti alla televisione e ha voluto tutto quello che gli mostrava? Chi ha devastato il pianeta con stili di vita irresponsabili? Noi, sempre noi, il 99 per cento, e se l’uno se n’è approfittato, dovevamo stare più attenti.

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Una risposta a ““fronte dei porci”

  1. Oggi sul manifesto c’è un altro articolo a proposito della Conferenza Mondiale sul Clima a Durban. Rileggo – come nel pezzo di Viale – le stesse trite e ritrite riflessioni da dieci anni a questa parte: previsioni sempre più apocalittiche da parte dei climatologi; incapacità nell’aggredire il problema (e scarso interesse) da parte dei governi nazionali; rabbia di attivisti, verdi e cittadini semplicemente responsabili e lungimiranti; infine i soliti titoloni tra il catastrofico e il disincantato da parte della stampa ufficiale.
    Perché proprio quest’anno le cose sarebbero dovute cambiare?
    Senza voler tirare in ballo i soliti Weber, Schumpeter e Crouch, e senza gridare necessariamente al complotto pluto-giudaico-massonico, mi sembra che quasi tutti i governi dei paesi partecipanti a Durban siano diretta espressione del finanz-capitalismo, i cui unici interessi sono il mercato, le borse, la produzione e il PIL. Le elezioni e il mandato legislativo ai parlamenti ‘sovrani’ costituiscono brevi e oramai vuoti simulacri di democrazia, che ci vengono elargiti per illuderci di poter in qualche modo incidere sulle sorti dei nostri rispettivi paesi. Maurizio Landini lo scorso giovedì a «Servizio Pubblico» sottolineava che è quanto mai necessario oggi chiedersi: «Chi è che decide cosa si produce oggi in un paese? Chi è che decide dove lo si produce? Come lo si produce? E in che quantita?». Quando l’ho sentito, per nessuna di queste domande mi ha mai sfiorato – neanche per un attimo – l’idea dello Stato, del Ministero per lo Sviluppo Economico, dei Sindacati, del Parlamento Italiano o di quello Europeo. Invece mi sono venute subito in mente JP Morgan Chase, General Electric, Exxon Mobil, ICBC, Monsanto, Novartis, Motorola, Samsung, Nestlé, Fiat… solo per citarne qualcuna. Sono loro che decidono cosa si produce, dove lo si produce e quando e come (e anche chi, in ultima analisi). Le banche ne finanziano la produzione, le borse speculano sui mercati da esse generati, i governi mediano tra questi sistemi chiusi (e autoreferenziali) e il popolo bue – il famoso 99% – che, invece di vivere il proprio lavoro e il mondo della produzione come un mezzo per esprimere se stesso, risulta ridotto, all’inverso, unicamente ad un mezzo con cui conseguire il sacro graal della produzione e dell’aumento del PIL. Noi (popolo bue) contiamo in quanto o forza lavoro (senza di noi nessuno produce le merci che finiscono negli ipermercati) o capacità di consumo (senza di noi nessuno acquista le merci finite negli ipermercati). Questo è l’ambito che ci è concesso; la politica e le ideologie sono una cosa del secolo scorso, oramai fuorimoda anche perché – a detta di tutti – hanno fallito, dunque meglio disfarsene.
    Quando i cittadini hanno rinunciato alla faticosa lotta per un mondo migliore, barattandola con l’universo patinato e ovattato alla ‘Mulino Bianco’ o alla ‘Barilla’; quando la classe politica si è oramai genuflessa al mondo finanziario; quando chi gestisce mercato, produzione e finanza la fa da padrone senza quasi nessun controbilanciamento politico e sociale, perché mai il mondo dovrebbe andare diversamente da come lo pretende chi gestisce le leve del potere? L’ecologia, lo sviluppo sostenibile, la tutela e il rispetto della natura e dell’ambiente sono assolutamente ostative all’aumento della produzione di merci e dunque alla crescita del PIL: perché dare dunque loro dignità di urgenza improcrastinabile? Parliamone ancora… dopotutto non è poi così grave… c’è ancora del tempo… se riduciamo la produzione proprio ora entreremo in recessione…
    Mi ricorda tanto quello che è successo con la cancerogenicità delle sigarette: che siano cancerogene e tali da indurre dipendenza nei fumatori, le multinazionali del tabacco (e qualche parte ‘malata’ del mondo della sanità) lo conoscevano fin dagli anni ’50; però perché arrestare un’industria tanto fiorente? Il meccanismo si è rotto quando gli stati e le compagnie di assicurazione sanitaria hanno scoperto che andavano in perdita spendendo di più per curare le patologie broncopolmonari indotte dal tabacco, di quanto ricevessero indirettamente per avallare e tutelare il suo mercato. Lo stesso – a quanto pare – sta accadendo oggigiorno con i cellulari e gli apparecchi a radiofrequenza; per cui mi sa che ci toccherà aspettare, per una ‘svolta ambientale’ del pianeta, fino a quando il peggioramento delle condizioni climatiche globali inizierà a pesare economicamente nei bilanci delle multinazionali e degli stati in cui esse albergano. Oppure quando il famoso 99% insorgerà rivendicando i propri diritti: ma visto che ciò comporterebbe, tanto per citarti, la fine di …automobile a tutti i costi, andare in vacanza lontano, mangiare sempre carne e cambiare vestiti ogni anno… rincoglionirsi davanti alla televisione e volere tutto quello che mostrava… devastare il pianeta con stili di vita irresponsabili…, ci credo in verità assai poco. Faranno prima le aziende a scoprire (nei loro bilanci) il peso del deterioramento globale del clima, e allora sì che diventerà un’emergenza mondiale.

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