dopo il Liet

Non ho scritto niente questi ultimi giorni perché ero troppo impegnata nell’organizzazione del Liet, il festival europeo della canzone in lingua minoritaria. Mentre correvo qua e là cercavo di tenere appunti mentali per il blog, ma è molto difficile fare generalizzazioni interessanti e non troppo grossolane su quello che succede quando si incontrano persone che hanno in comune il fatto di parlare lingue minacciate. C’erano certi temi ricorrenti: molti, come i Sami o la cantante irlandese, raccontavano che la loro lingua era stata scoraggiata perché considerata inutile o associata a stereotipi di arretratezza; un cantautore scozzese si lamentava di come gli adulti si rifiutassero di parlargli in gaelico nonostante lui dimostrasse di saperlo; i careliani parlavano della gratitudine del loro pubblico quando li sentivano cantare anche in vepsiano, mentre i baschi si facevano portavoce di una protesta contro la repressione molto più radicale. Non si dovrebbe generalizzare, dicevo, ma pare che, mentre i nostri genitori cercavano di dimenticare la terra e la miseria, sia la nostra la generazione che vuole guardarsi di nuovo intorno, recuperare lingue che rischiano di andare perdute per sempre, che trova per esse nuove forme espressive che escano dai cliché folkoristici, e che nel fare questo dimostri anche una curiosità entusiasta e un rispetto per le lingue e le battaglie altrui, anzi, che proprio perché difende la sua identità si interessa e riconosce le persone in situazioni simili e che provano un simile amore per la propria terra, lingua, comunità. Inoltre, le identità possono essere multiple e sovrapporsi – forse il momento più emblematico del festival è stato quando il piccolo palco dell’afterparty ospitava dei croati del Burgenland, un fisarmonicista careliano, un irlandese con un bodhràn, due rapper friulani e uno occitano francese, che suonavano tutti assieme… curre curre guagliò. In tutta questa Babele l’inglese (purtroppo?) emerge sempre di più come lingua franca, a maggior ragione perché le lingue parlate da poche persone sono difficilmente conosciute all’estero, ma in tanti sapevano l’italiano, il romancio pare somigliasse abbastanza al friulano, e l’asturiano si capiva sapendo un po’ di spagnolo.

Concludo dicendo che la canzone friulana di apertura del concerto è stata Tu tramontis, vecchio canto di ribellione dei contadini friulani…

Tu tramontis tu soreli, tu tu cjalis par ducj cuancj
Sestu bon di saludami là ch’al è il gno cjâr amât
Sestu bon di saludami là ch’al è il gno cjâr amât

E a cjantâ no è fadie sa no si è plui che malâts
E a cjantâ si fâs ligrie par chei zovins disperâts
E a cjantâ si fâs ligrie par chei zovins disperâts

E jo cjanti cjanti cjanti, e no sai un biel sol parcè
E jo cjanti solamentri che par consolami me
E jo cjanti solamentri che par consolami me

E jo no, no pensi nuje di vô bulo cortesan
O ai in cûl la vuestre entrade, us rifiudi il vuestri pan
O ai in cûl la vuestre entrade, us rifiudi il vuestri pan

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