boicottando quasi tutto

Non è bello parlare di me ma io sto conducendo su me stessa un esperimento dell’economia che vorrei e la cui necessità e praticabilità iniziano ad apparire sempre più evidenti, e voglio raccontare di questo esperimento. Premessa vagamente numerica: sto ancora vivendo con i soldi guadagnati l’anno scorso con sei mesi di lavoro part-time, e poco altro, e mi mantengo da sola anche se non pago l’affitto. Questo ha un che di miracoloso. Ho ridotto all’osso tutte le spese eppure non mi manca niente – in questi anni ho trovato il modo di vestire bene, mangiare bene e andare in giro, senza pesare su nessuno e dando quello che posso. Sto cercando di creare partendo da me un’economia migliore, di cui non presenterò una teoria sistematica ma farò esempi. Ci sono anche contraddizioni, suppongo, ma tutti questi sforzi vanno grosso modo nella stessa direzione: voglio che la gente lavori meno e viva meglio, che si consumi solo quello che ‘serve’ più qualche sfizio, che si rispetti l’ambiente e il lavoro altrui, che l’economia e la politica tornino a livello locale dove i cittadini le possono controllare, che oltre a protestare contro la finanza le togliamo il terreno sotto ai piedi, che tutto quello che non possiamo capire o gestire direttamente esista il meno possibile, perché se no chissà cosa fanno e cosa prendono sopra alle nostre teste. Ho capito che anche il mio denaro e il frutto del mio lavoro mi danno potere su me stessa e sulla società, e voglio usare questo potere per costruire un mondo che mi sembra meglio di questo, non per permettere a chissà chi di diventare ricco.
Cominciamo con il più grande favore che credo di fare al pianeta: non possiedo un’automobile. Non inquino e non occupo suolo se non con la mia bicicletta, creo domanda per i trasporti pubblici (per cui conduco un’inutile campagna quasi del tutto solitaria da anni), mi mantengo in forma spostandomi (anziché spostarmi per andare a mantenermi in forma), dò il buon esempio, e risparmio denaro che si può spendere meglio… non l’automobile in sè, ma il possesso individuale dell’automobile, è uno dei grandi mali del nostro tempo – io non contribuisco, anzi saboto.
Se posso, uso roba già usata. Ho la fortuna di avere donne (e uomini) di gran gusto in famiglia: non sono la più piccola, ma eredito quasi tutto io. Ho trovato nelle case di famiglia capi degli anni settanta più belli e duraturi delle porcherie che si vendono adesso, e li metto con orgoglio. La mia teoria del vestire è quanto di più attento ed elaborato ci sia, e meticolosamente ragionata. Non sopporto i vestiti di cattiva qualità: consumano risorse, si basano sul cambiare molto e avere tanto, e sono solitamente prodotti da operai che io non posso vedere né conoscere, probabilmente sfruttati; abbassano il livello di bellezza pubblica, durano poco e mi irritano la pelle. Invece metto roba vecchia, fuori moda, rattoppata, addirittura invece che riparare i buchi ho preso a ricamare sui loro lembi, così che li si veda ma non siano troppo brutti. Per me il buco non vuol dire: sono povera e sciatta, ma: credo nella decrescita. Purtroppo non vanno bene dappertutto: se rappresento qualcun altro oltre a me devo lasciar perdere, mi giudicherebbero male.
Metto quasi solo scarpe basse perché i tacchi sono belli ma impediscono alle donne di camminare a lungo e di essere libere di spostarsi e quindi libere. Metto gli scarpez perché sono una cosa nostra. Se posso vado dalla sarta che mi fa le cose su misura perché sono come le voglio io e perché lei stabilisce il prezzo del suo lavoro, e uno dei motivi, pochi, per cui vorrei avere più soldi è per sostenere il lavoro degli artigiani, soprattutto locali. Prendo nota di dove sono e dove lavorano, spesso stanno in montagna dove non c’è molto altro da fare se non turismo, e un giorno spero di dare loro un contributo concreto. Sto studiando il costume tradizionale friulano e non solo, perché come si riscoprono le tradizioni culinarie penso che si dovrebbe riscoprire anche un vestire comune e non globale e omologato, che dica qualcosa sulla nostra comunità oltre che su noi stessi.
Il mio arredamento è usato, i fogli di carta su cui stampo sono usati, le mie tazze sono usate. Siete mai andati ai mercatini dell’usato? C’è roba bella e c’è tutto. Non ho mai capito perché si producano ancora bicchieri: non ci sono abbastanza bicchieri già in circolazione?
Mi trucco niente o poco e soprattutto con quel poco che migliora anziché peggiorare, perché spesso vedo ragazze che sono peggio che se non avessero messo niente, e hanno speso anche soldi. Uso per il corpo solo i prodotti essenziali e più semplici, per ora mi va bene, so che l’olio di lino viene da un campo di lino mentre gli impacchi con mille sostanze dentro richiedono più industria.
Non fumo. I campi di tabacco potrebbero essere boschi. Mangio meno carne possibile, prendo cibo locale e di stagione, cerco di sapere tutto quello che posso su quello che mangio, e quest’anno ho chiesto di veder ammazzare un maiale, perché i salami non crescono sugli alberi.
Vorrei eliminare se possibile gli intermediari tra produttori e consumatori, essendone anch’io vittima ed esistendo l’alternativa di internet; non mi indebito con le banche e non investo: queste cose vanno bene per chi non può fare altrimenti, ma io posso, e come dicevo voglio ridimensionare la finanza e le altre cose potenti che non capisco non perché sono stupida o apatica ma perché pochissimi le possono capire eppure cambiano le nostre vite, e andare in piazza contro di loro va bene ma non basta. Pago le tasse ogni volta che dipende da me, cerco di impedire agli altri di evadere, anche se vorrei che questi soldi fossero spesi più qui possibile, non perché sono leghista ma perché voglio vedere cosa ci fanno (un sacco di porcate, tra l’altro).
Non compro nei centri commerciali perché deturpano il territorio e svuotano di senso il vivere in una città, e nemmeno nei negozi a nord di udine che si raggiungono solo in macchina e hanno parchegghi troppo grandi. Non prenderanno i miei soldi.
Il cinema mi mette in crisi perché voglio dare soldi alla cultura ma non voglio far diventare miliardari gli attori di hollywood, che poi predicano contro la miseria altrui ma hanno ville e jet privati. Nel dubbio spendo soldi per la cultura locale, quella che mi piace. Non compro merce di cui c’è la pubblicità, perché la pubblicità è invadente e fa lievitare i costi in maniera ingiusta: ognuno deve pagare per quello che prende e per qualcosa di comune, non per mandare in onda un programma di canale 5 o far stampare un quotidiano gratuito scritto coi piedi.

Baratto quello che ho, cioè i miei libri, cerco di dare una mano dove serve, se non posso dare denaro, faccio girare le cose prima di buttarle via. Ogni viaggio ha uno scopo e non è mai il turismo, cerco di non prendere aerei e auto, anche se i treni sembrano fatti per torturare la gente.
Risparmio energia in casa, stacco le spine, addirittura di notte mi muovo al buio come un gatto, anche se in centro città buio non è mai.
Questi sono princìpi, non sono vanti, anche perché non voglio essere antipatica, e perché c’è sempre il rischio di incoerenza, o alla fine rischi di passare per povero anziché per idealista, non che ci sia una grande differenza.
La gente non capisce perché hai un vestito da centocinquanta euro e sei di sinistra, io penso che dare alla sarta centocinquanta euro per il vestito sia una delle cose più di sinistra che ci siano, ripensando al discorso sull’alienazione che è l’unica cosa che ho capito di marx. Quello che non è dato gratuitamente deve essere pagato rispettosamente. Ho visto una volta operai protestare contro la delocalizzazione indossando vestiti dei cinesi. La gente non capisce perché vado al bar a fare la colazione ma dico che non ho soldi, forse perché fa bohemienne, penseranno, ma la colazione al bar è anche un modo di dire: io voglio vivere con calma, voglio uscire e vedere le facce dei miei vicini, non voglio ingurgitare in casa biscotti del supermercato, se posso farne a meno. La mattina è mia. Devo correre in banca? Che bisogno c’è di tutte quelle banche con tutta quella gente? Non prendo mai soldi in prestito!
Chi lavora otto ore al giorno, anche i miei amici, un po’ ce l’ha con me, lo vedo, loro faticano e io vivo meglio, eppure continuo a insistere che non tolgo niente a nessuno. Io saboto il lavoro degli altri, perché non consumo, e faccio un lavoro che è invisibile, lo scrivere, quindi sembra che non faccia niente se non minare alla base l’economia che se non va bene crolla tutto, però non consumo perché non voglio costringere nessuno a fare cose che non mi servono, e scrivo anche perché vorrei che vivessimo meglio, tutti.

Annunci

51 risposte a “boicottando quasi tutto

  1. Ciao Gaia, una sintesi perfetta del tuo progetto di vita…mi riservo un bel commento prossimamente 🙂 poi magari ne riparliamo a voce.

  2. quanti anni hai ?

  3. strana domanda

  4. Ciao Gaia,

    Ho come l’impressione che la tua filosofia di vita sia un tirarsi in disparte nell’attesa che tutto crolli e che il resto del mondo si adegui al tuo modo di concepire l’economia, ma il metodo che adotti non mi sembra molto efficace; vivere a modo tuo diventa una facenda molto complicata e anche se ti sforzi di comunicare quanto sei felice delle tue scelte dubito che in molti vorranno emularle, a partire dalle premesse: “vivo ancora con i soldi dell’anno scorso” e “non pago l’affitto”, è una fortuna enorme avere una casa. Come puoi sperare che le persone prendano esempio da te se da quello che scrivi si ha l’impressione di non sapere in che modo ti garantirai da vivere di qui a qualche mese, pur essendo seduta sull’oro rispetto alla media dei poveracci che ricorrono al credito a consumo? Nella decrescita conviviale è proprio il fatto che la maggioranza delle persone vivano secondo quel metodo a fare in modo che la decrescita sortisca i suoi effetti positivi: salvare il mondo e rendere tutti più umani e felici. Ma in questo caso essere più umani e felici è un effetto o una causa? Mi sembra che tu ti stia augurando che il resto dell’umanità capisca da sé quanto sia giusto e bello vivere come fai tu e inizi di sua spontanea volontà ad comportarsi in modo giusto e solidale oppure, nell’altra ipotesi, che sia condotta per causa maggiore ad abbracciare quel tipo di filosofia. Ma secondo te il fatto che viviamo in un’economia capitalista che si basa sull’egoismo dell’individuo dipende da un incantesimo o dal fatto che l’uomo è per natura individualista, egoista, avaro, possessivo e tutto quanto di spregevole si possa dirne? Cioè, una volta attuata la decrescita dovranno anche sparire queste caratteristiche dall’animo umano, o si potrà essere decresciuti pur restando stronzi? Perché se non fosse così il tuo sforzo di cambiare il resto del mondo non riguarda le abitudini delle persone ma la loro anima. Ci sarebbero tante cose da dire ma forse non ne sono capace, oppure scrivere al computer non fa per me

    Ciao

  5. Ciao Davide,
    la descrizione del mio modo di vivere è così minuziosa proprio perché personale e non ripetibile; quello che io volevo suggerire non è: fate proprio come faccio io; semmai volevo invitare a riflettere sulle conseguenze economiche di ogni nostra azione e a regolarsi di conseguenza.
    Non credo a una natura universale e immodificabile dell’animo umano – egoista o altruista, stronzo o buono; penso che ci siano caratteristiche ricorrenti e altre plasmabili, che esista una natura individuale in parte modificabile e in parte immodificabile, e che venga influenzata dal tempo e dal luogo in cui l’individuo vive. Sicuramente la decrescita presuppone che le persone smettano di aspirare all’accumulazione materiale e si concentrino su altri ‘valori’ quali la convivialità, l’ambiente, la condivisione. Questo probabilmente accadrà per un insieme di motivazioni egoistiche e altruistiche, come sempre difficilmente scindibili.
    Nessuna teoria economica può promettere la felicità nel senso che le si da comunemente: qualcuno ha forse in tasca il segreto della felicità? Piuttosto la ‘decrescita’ promette uno stile di vita che in molti stanno iniziando a percepire come più desiderabile.
    Riguardo ai poveracci e al credito al consumo, io da un lato so di essere fortunata nel senso che non ho persone a carico, non pago l’affitto, e non devo mantenere un’automobile per andare a lavorare, ma è anche vero che quando sento la gente lamentarsi di uno stipendio di mille euro al mese mi meraviglio: pagassi anche l’affitto, con quei soldi vivrei come una regina. Non sto dicendo che sia uno stipendio giusto: sono assolutamente a favore di una redistribuzione radicale del reddito e delle proprietà in senso lato e penso che ogni rivendicazione dovrebbe partire da lì. E’ anche vero però che lavorando nella grande distribuzione ho visto come la gente (nel mio caso forse soprattutto di reddito medio e basso) butta via i soldi e si indebita per acquisti veramente inutili, come una cyclette che magari neanche userà. Io raccoglievo dalla spazzatura i nastri con cui si legavano i vestiti e se c’era una maglia scucita che un cliente restituiva evitavo che venisse buttata via e la portavo a casa. Come avrebbe fatto un contadino di una volta. So di essere privilegiata, ma rispetto ai miliardi di persone che non hanno accesso all’acqua potabile, non certo rispetto ai miei concittadini.

  6. Bhe non sei sola per quanto riguarda invogliare la gente ad usare i mezzi pubblici! Io porto avanti la battaglia contro quelli stronzi che parcheggiano sulla ciclabile! P.S: almeno di notte accendi la luce, altrimenti se ti fai male perdi tutto l’energia che risparmi. Altrimenti vaso da notte sotto il letto 😉

  7. l’altro giorno ho rotto le balle a un vigile perchè non faceva mai le multe a chi era in divieto di sosta e praticamente dava ragione agli automobilisti! inizio a pensare che l’unica arma possibile contro le macchine sulla ciclabile sia… no non lo dico

  8. tre commenti lampo:

    1.la gente lavora otto ore, spesso per pagare un affitto
    2.la gente si indebita spesso per comprare una casa (a quanto ne so, è l’unico debito che la mia famiglia ha contratto)
    3.se non dovessi pagare un affitto ad oggi avrei risparmiato 6305 euro

    conclusione: il tuo comportamento non è replicabile, tale e quale, su larga scala. se risolvessi il problema affitto dimostreresti meglio che il tuo stile di vita è un’alternativa valida.

    ps sono un po’ invidioso, certo.

  9. Io penso e ho sempre scritto che la migliore soluzione al problema dell’affitto e della casa in generale sarebbe tassare pesantemente e quindi rendere proibitivo il possesso di una casa vuota. Volevo addirittura iniziare a raccogliere dati sull’argomento e fare delle proposte concrete, ma mi è stato suggerito di aspettare i risultati del censimento.
    Un’altra soluzione sarebbe cercare un modo di far tornare le persone nelle zone abbandonate, in cui sono disponibili grandi quantità di case a basso costo, e questo sarebbe possibile sostenendo o alternative quali il telelavoro, oppure un ritorno alla terra, che sta già avvenendo e io ritengo inevitabile, o all’artigianato, che non richiede grosse industrie vicine ai grandi centri (non sempre, è chiaro). Bisognerà anche riscoprire l’autoproduzione, soprattutto alimentare.
    Inoltre, lavorare molto per pagare l’affitto in una città in cui questo è caro è una scelta, legittimissima per carità, ma non obbligata: a Udine le case costano poco e quindi per stare qui è necessario lavorare meno.
    Detto questo, rimango della mia idea che, per quanto affitto o mutuo possano pesare, i problemi rimangano: il consumismo, che spinge a buttare via i soldi, come riscontro da anni, e una distribuzione iniqua dei redditi per cui alcuni sono pieni di case e altri fanno fatica con una (qui però bisognerebbe vedere dei dati: quanti vivono in case di proprietà? quanti le ereditano? come cambia la situazione da città a città e tra nord e sud? e quanto pesa sul totale l’arredamento della casa, che si potrebbe fare con mobili usati?)

  10. volevo dire praticabile, non valida

  11. nel senso che non ne metto in dubbio la validità, ma la praticabilità

  12. ok, ma è praticabile continuare così, distruggendo il pianeta e affrontando grosse crisi ricorrenti? (ma soprattutto distruggendo il pianeta?)

  13. certo che no. si tratta di cambiare i comportamenti, sono d’accordo. ma bisogna farlo in modo tale che il cambiamento possa interessare il maggior numero di persone possibili, altrimenti non funzionerà. mi sembra che tu sia refrattaria a questo argomento, per ragioni simili a quelle per cui sei refrattaria al marketing.

  14. io penso che il cambiamento debba interessare tutti, in un modo o nell’altro, solo che non si possono chiedere a persone diverse le stesse cose. chi ha deve iniziare a rinunciare: penso che per ora possa ancora scegliere a cosa e come, in futuro non si sa…

  15. Che vita d’inferno… 🙂

  16. Cara Gaia,
    non sei sola! Come compagni di viaggio hai almeno Heidemarie Schwermer (in giro per l’Europa), e Mark Boyle a Bristol.

    In linea di principio sono d’accordo con te sulla necessità di un cambiamento (molto) radicale del sistema economico/industriale/commerciale attualmente in essere; è però sulle modalità di tale cambiamento che nutro molte perplessità. Io – per motivi personali che non sto qui a dettagliare – vivo una vita ridotta all’essenziale. Per me «essenziale» significa avere un posto in cui abitare, qualcosa da mangiare, e informazioni con cui costruirmi una mappa mentale del mondo che mi circonda. Oppure poter ricorrere ad un medico o a medicinali in caso di necessità. Non compro vestiti da una decina d’anni; quelli che indosso mi sono regalati da amici e parenti.

    Eppure spendo per la casa (ho un mutuo), per gli alimenti, per i libri, per la corrente elettrica, per l’acqua e per il gas. E per la linea adsl, senza la quale non starei qui a scriverti. Ho anche un catorcio d’auto, per cui spendo per assicurazione/bollo/benzina. Uso sempre i mezzi pubblici o i piedi (l’auto mi serve perché purtroppo coi mezzi pubblici o i piedi non arrivi dappertutto, e ci sono posti in cui *devo* arrivare) per cui spendo anche per l’abbonamento annuale al trasporto pubblico.

    Dunque spendo. Per spendere devo possedere denaro; per possedere denaro devo o entrare in politica, o delinquere o lavorare. Io ho scelto la terza via, e quindi faccio parte del sistema economico/industriale/commerciale che aborro (anche se dopo tanti sforzi sono riuscito a lavorare in un ente pubblico che fa formazione, almeno questo… diamine!).

    Tutto questo sproloquio per dirti che se non si rendono agibili percorsi di vita differenti da quei pochi che ci sono, tutti – volenti o nolenti – ci si troveranno intrappolati e non potranno più uscirne, a meno di non vivere situazioni «estreme» come quelle di Mark o Heidemarie. Fosse stato per me, avrei fatto lo studente a vita… E invece adesso lo studio è di volta in volta rimandato a quando c’è tempo. La vera risorsa di cui oggi sono tutti affamati è il tempo.

    La questione dello sviluppo sostenibile (personale e collettivo) mi ricorda quella della sicurezza sul lavoro: se ne può fare a meno, finché non accade la tragedia. E come oggi esiste la sicurezza sul lavoro, perché imposta dallo stato per legge, allo stesso modo – a mio avviso – bisognerebbe procedere per lo sviluppo sostenibile. Altrimenti, spontaneamente o virtuosamente, non partirà mai se lasciato all’iniziativa dei singoli.

    Io comunque non ti critico ma ti apprezzo, perché almeno nel tuo piccolo dimostri che si può vivere in modo «economicamente virtuoso» senza scendere a patti col consumismo e tutte le problematiche annesse e connesse. Anzi il tuo esperimento socio/economico mi sembra molto più interessante di quello di Mark e di Heidemarie, proprio perché meno «estremo» e più praticabile da chiunque voglia cimentarvisi.
    Spero solo non ti porti via tempo per la scrittura….

    Ciao

    mk

  17. Ciao Michele,
    come ho scritto prima, io volevo solo fare un esempio e suggerire una serie di riflessioni, non far sentire tutti obbligati a vivere come me, forse questo non l’ho reso in maniera chiara, perché alcune persone mi pare si siano sentite personalmente offese o criticate. Ho una visione del mondo abbastanza precisa ma non penso che ci sia una soluzione adatta a tutti, o a tutti i momenti, piuttosto che ognuno debba costruirsela da sè. Non sono neanche anti-lavoro o anti-denaro, chiaramente, vorrei solo che il lavoro e il denaro non fossero presentati come assoluti, ma che si ricordasse ogni volta che servono a degli scopi raggiungibili in vari modi, e che sono collettivamente e individualmente negoziabili. Quando sento parlare di “far ripartire i consumi”, di crescita come obbiettivo assoluto, come unica soluzione dalla crisi, mi cadono le braccia

  18. Nessun problema: non è che io (lettore del tuo blog) mi senta in qualche modo obbligato dalla lettura del tuo post ad emularti; piuttosto, condividendo le tue idee su economie nazionali e globali, vorrei anch’io poter portare il mio piccolissimo contributo per cambiare qualcosa attraverso il mio quotidiano. Però, trovando (quasi) insormontabili difficoltà a «boicottare quasi tutto», probabilmente perché più soggetto a vincoli di te, testimonio le difficoltà del cittadino italiano medio a portare avanti stili di vita più eco-sostenibili e solidali. A mio avviso il tema è: «Che fare?». O, meglio: «Come fare?»

    Ovvero, se tu suggerivi una serie di riflessioni, la prima idea sollecitata in me dai tuoi suggerimenti è la necessità di una rivoluzione culturale in termini di sviluppo sostenibile che venga diffusa pervasivamente dai media e imposta in modo concreto dallo stato. Invece si sente solo: il problema deriva dal calo delle nascite, dalla contrazione dei consumi, dal deficit di produzione trimestrale delle imprese. Da un po’ di tempo è anche colpa degli speculatori finanziari. La colpa è sempre di qualche variabile fuori controllo o dal comportamento imprevisto di qualche parte, l’intero sistema non è mai posto in discussione. Così ti capita di andare alla manifestazione degli indignados e vedere tipi griffatissimi firmati dalla testa ai piedi e accessoriatissimi di gadget tecnologici che urlano contro il mercato globale. Mah…

  19. quindi.. quanti anni hai ?

  20. ma perché è importante?

  21. l’età è fondamentale per la comprensione.
    premettendo che non rispondere ad una domanda con un altra domanda è una delle regole di base della buona educazione, è palese l’intenzione di una richiesta volutamente non prolissa che attende ad un numero.. presumibilmente a doppia cifra.

  22. ventotto

  23. ciao gaia,
    mi sono imbattuto quasi per caso nel tuo articolo, che trovo molto interessante. Non entro adesso nel merito delle tue scelte. Volevo solo una tua opinione in merito ad un pensiero che mi viene spesso in mente quando si parla di decrescita e temi affini. E cioè, possiamo considerare veramente, realisticamente di decrescere, di cambiare stile di vita, di prescindere dalla “società industriale” o dal capitalismo?? intendo come società nel complesso, non come singoli. Quando penso infatti a come siamo cresciuti, a come abbiamo potuto studiare e formarci una coscienza critica, a quali strutture e servizi di fondo riteniamo indispensabili per un vivere civile, non posso fare a meno di ammettere che essi posso esistere solo grazie al flusso di ricchezza prodotto dal “sistema”. Pensiamo al passato, al Friuli pre-industriale (diciamo così…) degli anni 50-60: una terra da cui si fuggiva in massa per sopravvivere e avere di che campare e non, come oggi, semplicemente per realizzare le proprie aspettative di carriera. Sto semplificando un bel po, ma voglio dire che, se siamo risaliti un po nella scala dei bisogni di Maslow, è innegabilmente merito di questo sistema che, con moltissime ragioni, vorremmo cambiare. Non è che, cioè, anche se pensiamo e cerchiamo di decrescere, non potremo prescindere dal alcune “condizioni di fondo” che il sistema attuale ci garantisce?? Mi piacciono molte le idee di Serge Latouche, ma mi sembra molto vago, generico e approssimativo quando parla di riconversione dell’economia…
    Non sono sicuro che, applicate su vasta scala, queste idee generino i risultati che lui auspica e non creino invece delle condizioni che non vorremmo e sapremmo più accettare.
    Mi auguro di essere stato abbastanza chiaro!

  24. ciao mauro,
    secondo me un sistema economico che ci ha portato fino ad un certo punto apprezzabile non necessariamente per questo non è sostituibile da qualcosa di meglio. più che chiederci dove saremmo se non ci fosse stato il capitalismo penso sia più utile e urgente riconoscere i limiti del sistema economico attuale, e pensare a come cambiarlo, imparando certo dal presente e dal passato.
    non bisogna neanche dimenticare che se stiamo “meglio” (economicamente, e in quanto ad aspettativa di vita) di cento anni fa è anche grazie a progressi scientifici e tecnologici che non ritengo reversibili: una volta che una cosa la sai o la sai fare, perché dovresti dimenticarla?
    sicuramente le teorie di latouche e di chi la pensa come lui (ci sono infiniti dibattiti e varianti) richiedono di rinunciare a cose che diamo per scontate e che magari ci appaiono indispensabili, ma la storia è piena di casi di passaggi di intere società da un sistema economico o culturale o sociale all’altro, anche in breve tempo – non faccio esempi perché praticamente questa è l’intera storia umana. rimangono strascichi del passato ma alla fine il nuovo sistema si afferma.
    l’altro giorno mio nonno ha detto, portando via non so cosa dalla cucina: guai se non ci fosse la raccolta differenziata – e non intendeva dal punto di vista ambientale, ma come comodità e abitudine. ha quasi novant’anni, ed è passato dalla miseria prebellica al boom e ora ad una nuova era ecologista, e si è sempre adattato, e come lui lo può fare chiunque

  25. Di nuovo ciao,
    concordo con te sul primo punto che esponi: il sistema non è immutabile e cambiare si può e prima o poi, volenti o nolenti, si dovrà farlo.
    Non sono affatto invece sicuro che il progresso tecnico sia “sganciabile” e isolabile dal sistema attuale, anzi credo che ne sia la caratteristica fondamentale. Un progresso che mi sembra “acefalo”, ovvero spesso non giudato da alcun criterio se non quello economico.
    Ma è quanto esponi nell’ultimo paragrafo che mi suscita più dubbi. E’ vero, la storia è piena di cambiamenti anche radicali, ma non saprei quanti di quest cambiamenti siano stati voluti e quanto invece non siano stati “subiti” in maniera traumatica. In estrema sintesi, ciò che temo è che forse questa decrescita, che ora tanto ci auguriamo, sia sì inevitabile e per molti versi auspicabile (come il cambiamento di abitudini che tu pratichi ogni giorno…) ma forse niente affatto “felice” come la si presenta e come ce la vogliamo immaginare.

  26. Sicuramente il progresso scientifico e tecnologico, allo stato attuale, è legato al sistema economico e consumistico del nostro tempo, ma:
    – mi riferivo al fatto che le scoperte finora acquisite non sono reversibili, non che in un contesto di “decrescita” questo progresso avanzerebbe allo stesso ritmo, anzi lo ritengo improbabile
    – ci sono scoperte o ricerche che io ritengo più utili e importanti di altre (vaccino per l’aids vs touch screen), e queste potrebbero continuare con finanziamenti pubblici
    Io non posso prevedere il futuro e non so se la decrescita sarà veramente felice o meno, certo è che prima iniziamo a prepararci più possibilità abbiamo di evitare il disastro e di arrivare pronti e attrezzati a quello che appare inevitabile sempre di più, cioè un cambiamento radicale del nostro stile di vita. Più di così non possiamo fare. Se poi dietro l’angolo c’è l’apocalisse, chi può dirlo con certezza?

  27. Su cosa sia il progresso e sulla sua necessità varrebbe la pena di aprire un altro thread separato… Io mi interrogo anche sulla percezione che hanno le persone del progresso. Ad esempio, è così necessario avere sempre più memoria sul telefonino, quando poi la maggior parte delle persone non ne utilizza che una minima percentuale? Eppure ogni megabyte di memoria in più ha un bel costo in termini di ecosostenibilità. Però sul mercato il prodotto è più appetibile se ha più memoria a bordo, per cui vai coi gigabyte, anche se poi non saranno utilizzati che al 15%… Su ogni prodotto andrebbe riportato il costo in termini di ambiente; anzi tale costo dovrebbe andare a concorrere al costo finale del prodotto, così da scoraggiare l’acquisto di merci ad elevato impatto ambientale. E invece per tutti «progresso» è anche avere il telefonino con giga e giga di memoria a bordo. C’è qualcosa che non mi torna.
    E poi: chi veramente contribuisce al progresso della nostra società? E’ morto Steve Jobs, che è diventato una specie di santo grazie ai suoi i-Cosi, e se ne è parlato per almeno una settimana; dopo qualche giorno è morto Dennis Ritchie, uno dei grandi padri dell’informatica moderna, e la notizia è passata quasi sotto silenzio tra i non addetti ai lavori. Se non ci fosse stato Ritchie, oggi non esisterebbero cose come il linguaggio C, unix, linux, freebds, google, facebook, gli i-cosi della apple, e via discorrendo.
    Allora mi sembra sempre più che il termine ‘progresso’ sia in realtà il sinonimo di ‘progresso del mercato’. Se una scoperta o una nuova tecnologia comporta invece una contrazione del mercato, non si parla più di ‘progresso’ ma di una ‘invenzione’, da confinare nel laboratorio di qualche ricercatore come semplice curiosità scientifica.

  28. tra qualche anno non avremo più bisogno di memoria sui nostri dispositivi: saranno solo dei terminali, tutti i calcoli e le memorizzarioni verranno fatti in remoto (esempio: google docs, già esistente, utile, gratis).
    supponendo per un attimo che questa tecnologia possa essere un progresso dal punto di vista ambientale (razionalizzazione dell’uso della memoria), indovinate chi ci sta lavorando, tra i molti altri? apple.
    è solo une sempio di quanto la realtà sia complessa, di quanto le soluzioni possano arrivare nei modi e momenti più inaspettati.

  29. sì ma io non ho capito, forse perché non me ne intendo, che vantaggio avrei a lasciare tutti i miei dati “in remoto”, piuttosto che conservarli a casa mia dove io li custodisco e rischio di perderli solo in caso di furto o incendio. mi si potrebbe rispondere: già le tue mail non le conservi tu ma gmail o chi per lei, cosa che sicuramente presenta dei vantaggi (posso accedervi da ovunque), ma anche degli svantaggi, e da molto tempo penso di fare un gigantesco back up di tutte le mail più importanti perché non si sa mai. di sicuro non lascerei a google o a chicchessia le bozze dei miei romanzi o poesie, o le mie foto, per lo meno senza poterne avere una copia anch’io sul mio computer, cartacea, o su chiavetta. quindi sinceramente non mi attira questo nuovo futuro che la apple ci prospetta e di cui sento parlare da un po’, cioè un futuro senza scelta tra le due opzioni.
    dubito infinitamente anche che questa tecnologia presenti un vantaggio ambientale: dovremo cambiare tutti i nostri computer, la ricerca avrà inquinato, e poi chissà cos’altro inventeranno. non posso dire di oppormi al progresso tecnologico, ma dev’essere proprio a questo ritmo? e davvero vale la pena, che so, buttare via tutti i lettori dvd per sostituirli con quelli dei blue ray? non dimentichiamo poi che alcune novità tecnologiche falliscono: prima di arrivare ai lettori mp3, ricordo altri tentativi con microcosi di cui neanche ricordo il nome e che poi nessuno ha adottato. per carità, forse questo è inevitabile…
    riguardo alla gratuità, una delle prime lezioni dell’economia è “there is no free lunch” – “non esiste un pranzo gratis”. ci sono delle eccezioni, c’è chi fa qualcosa senza essere pagato (linux, se non sbaglio, è stato creato così), ma di certo non la apple, o google, o facebook. noi li paghiamo, e profumatissimamente, e non sappiamo nemmeno come.
    senza entrare nel merito di come i siano stati costruiti i prodotti della apple (avevo già messo qui un link ai suicidi di operai cinesi in una fabbrica che produceva ipad*), è comunque ovvio che niente è veramente gratis. piuttosto che pagare tramite pubblicità, anche se è contro il mio interesse perché non acquisto merce pubblicizzata, preferirei pagare persino per l’email, almeno so a chi vanno i miei soldi, direttamente

    *ma eccone altri che ho rintracciato adesso su due piedi, 1 e 2

  30. altro esempio, un paio di gg fa leggevo che è stata costruita una centrale solare a concentrazione ad altissima efficienza, tanto da far pensare che forse il solare a concentrazione (sostanzialmente, degli specchi che concentrano la luce) tra qualche anno potrebbe diventare competitivo tanto quanto i pannelli fotovoltaici. la lega metallica che hanno usato è stata concepita per la costruzione di aerei da guerra.
    è chiaro che non sacrificherei mai una sola vita per una centrale solare, meglio stare al buio, però questa cosa mi ha fatto molto riflettere.

  31. tu come singola persona magari non ne hai grande vantaggio. ma pensa a delle persone che devono lavorare insieme. possono farlo usando una cosa tipo office che non è presente sul tuo pc, vi possono accedere da ovunque, i documenti si possono condividere. meglio di così! non devi cambiare il pc, è tutto softweare.

  32. ogni tipo di ricerca porta a delle scoperte potenzialmente utilissime, quindi non c’è motivo per cui la ricerca militare non dovrebbe fare altrettanto. è anche vero che facendo ricerca direttamente sul solare, o sui trasporti civili, probabilmente quella lega prima o poi l’avrebbero scoperta lo stesso.
    e poi, ragionando così, si potrebbe pensare a quante cose buone nascono da tragedie, a quante buone intenzioni si rivelano infruttuose, ma non può essere questo un modo di concepire la vita e la società! noi basiamo le decisioni sulle opzioni migliori e sulle informazioni disponibili oggi, non sulle infinite eventualità future. pensa che se non fossero morti migliaia di schiavi non avremmo le piramidi, e ora è ininfluente che siano morti o meno, in un certo senso, e siamo contenti che ci siano le piramidi, ma se mi dicono: vuoi che costruiamo qualcosa qui che farà morire migliaia di persone, io rispondo: sono certa che c’è un altro modo, oppure: no, grazie.

    non sarà mai così semplice la storia, ma non per questo devo beatificare steve jobs e tutto l’ambaradan della apple, o applaudire senza fare domande a ogni loro novità

  33. e proprio perchè there’s not such a thing as a free lunch che è normale che in un modo o nell’altro chi fornisce questi servizi abbia un ritorno economico. dopotutto c’è molto lavoro dietro. e noi rispettiamo il lavoro.

  34. A mio avviso il cloud computing non è un vero progresso (se non in termini di mercato); ci sono grosse controindicazioni sia dal punto di vista ambientale (vedi qui), sia dal punto di vista informatico (qui le opinioni di Stallman, qui invece tre critiche abbastanza comuni, qui infine qualche pdf più specifico).
    Ovviamente sono opinioni molto personali – io non lascerei mai le mie informazioni su server gestiti da terzi (uso Amazon EC2 solo se me lo richiede il committente, io lo sconsiglio vivamente) – e ritengo che ognuno sia libero di fare ciò che ritiene; nel mio post volevo solo sottolineare che molta della nuova tecnologia viene spinta fondamentalmente perché c’è una ricaduta commerciale (vedi apple) sui produttori, e non perché effettivamente essa produca un miglioramento a livello globale. La cosa che più mi intristisce è che i produttori di tecnologie (che a mio avviso mirano essenzialmente a diffondere i loro prodotti per fare profitto), vengano percepiti dalle persone come dei «benefattori del genere umano», che commercializzano le loro innovazioni non per se stessi, ma (sic) ‘…per migliorare la qualità della vita delle persone’. E così Dennis Ritchie (la cui prima versione di “The C programming language” è conosciuta nella comunità hacker come «L’antico testamento», mentre la seconda versione come «Il nuovo testamento», tanto per capirne la portata), dicevo quel Dennis Ritchie che ha dato la possibilità a tanti programmatori di esprimersi (gratis) e ha contribuito all’esplosione dell’informatica nel mondo, pare oggi aver fatto per il genere umano molto meno di Jobs (che a mio avviso ha solo ingegnerizzato la tecnologia pre-esistente in dispositivi molto accattivanti – vedi qui per un’analisi analoga).
    Mi scuso (soprattutto con Gaia) se sono andato parecchio off-topic, però forse se vogliamo veramente boicottare tutto, dobbiamo iniziare a vedere il mondo con occhi che non siano solo quelli del mercato. La realtà è davvero molto complessa, ma non sempre le soluzioni che il mercato offre sono soluzioni al problema, per il semplice motivo che la loro prima ragion d’essere è (quasi sempre) semplicemente quella di arrecare profitto a chi le propone.

    Ciao

    mk

  35. chiaro, i nazisti hanno fatto esperimenti crudelissimi, che hanno in qualche modo un’utilità (ad esempio sappiamo che se uno non dorme dopo un po’ muore). non volevo portare l’argomentazione alle estreme conseguenze, solo evidenziare che non c’è una legge generale. e che non si può applicare un’ideologia in modo monolitico.

  36. ma scusa di che, anzi aspettavo proprio un tuo intervento informato 🙂 ci vorrà un po’ per leggere tutto ma ho già trovato cose molto interessanti. la gente pensa che se una cosa appare immateriale (internet, l’informatica), necessariamente lo sia, e si dimentica che tutto ha un costo, e che l’energia è una delle grosse sfide ambientali del nostro tempo, e lo sarà sempre di più

  37. grazie michele, poi guardo

  38. riguardo alle controindicazioni ambientali, interessante il report di greenpeace, da notare, però che “Of course, more study is needed on the ways e-business and virtual conferencing have cut energy consumption”, quindi non so che pensare alla fine.
    riguardo alle preoccupazioni per sicurezza e privacy, io la vedo in modo semplice: se la gente li userà, vorrà dire che avrà voluto farlo, e che l’avrà ritenuto vantaggioso.

  39. sì e no – con l’introduzione di nuove tecnologie, chi rifiuta di adeguarsi spesso resta fuori – e se un cellulare vecchio può andare bene per le telefonate e i messaggi tanto quanto un iphone, in molti altri casi adeguarsi è praticamente un obbligo
    inoltre, se i costi di queste nuove tecnologie vengono scaricati sui consumatori delle vecchie, sull’ambiente o sui lavoratori cinesi, non mi basta rimettermi alle (manipolabilissime!) decisioni del mercato

    (non sto distinguendo tra software e hardware… credo che ai fini di questa discussione si possa fare)

  40. stavo parlando di affidarsi alle decisioni delle persone esclusivamente per quanto riguarda sicurezza e privacy.

  41. Sono d’accordo con te, Antonio, quanto alla necessità di ulteriori studi sui consumi e l’impatto ambientale dei data-center. Per fare un’analisi seria ci sarebbe bisogno di campionature scientificamente valide, e invece trovi chi spinge a passare tutto sui cloud, magnificandone l’ecosostenibilità (ad. es. Microsoft); chi ci ricorda invece che con l’avvento dei nuovi data-center per il cloud-computing sono significativamente aumentate le emissioni di CO2 (Greenpeace); e chi, infine, studia come progettarne l’efficienza proprio in termini di ecosostenibilità, dal momento che: «…Cloud computing business potential and contribution to already aggravating carbon emission from ICT, has lead to a series of discussion whether Cloud computing is really green. It is forecasted that the environmental footprint from data centers will triple between 2002 and 2020, which is currently 7.8 billion tons of CO2 per year…» (Dipartimento di Informatica ed Ingegneria del Software dell’Università di Melbourne, Australia). Come al solito, quando ci sono forti interessi in campo, le analisi sono davvero poco obiettive, per cui è difficile fare previsioni.
    Aldilà di queste questioni molto tecniche (su cui ho scarsissima conoscenza), quello che volevo esprimere è che spesso siamo indotti a utilizzare tecnologia di cui non abbiamo effettivamente bisogno, con il risultato che le aziende produttrici si arricchiscono, il nostro ecosistema peggiora, e noi ci riempiamo di gadget che siamo costretti a buttar via dopo soltanto qualche anno, perché non esistono più i ‘consumabili’ necessari al loro funzionamento. Conosco amministrazioni pubbliche che hanno in magazzino decine di migliaia di euro in toner che non possono più riutilizzare perché è cambiato il parco stampanti nel giro di qualche anno; io stesso un anno fa ho dovuto cambiare il cellulare (me l’ha regalato mio fratello), perché di quello precedente non esistevano più le batterie.
    Sebbene conoscessi già nell’ambito del software dei sistemi operativi il concetto di «obsolescenza programmata», non immaginavo che l’industria IT avesse traslato tale paradigma anche all’hardware:

    (il documentario è un po’ lungo, ma interessante 😉 )

  42. ciao michele,
    mi sembra di abusare del blog della gaia, è che non ho la tua mail per risponderti. grazie per il link, poi guardo.

    al di là degli esempi che abbiamo portato, quello che volevo dire è che, fondamentalmente, ho fiducia nel progresso tecnologico come una delle soluzioni al problema della ecosostenibilità delle nostre economie.
    questo perchè la tecnologia è una materializzazione della nostra intelligenza e creatività, e ho fiducia nella nostra intelligenza e creatività.
    che poi il progresso tecnologico sia mosso anche da interessi economici, mi sembra innegabile, ma credo anche che sia, entro certi limiti, naturale e forse anche salutare.

    dico questo perchè ci sono secondo me, qua e là, dei segnali incoraggianti.
    veniamo agli esempi:
    ieri ho scoperto questa cosa:http://www.nest.com. un termostato innovativo, inventato dall’inventore dell’ipod. oltre ad essere molto bello, dovrebbe razionalizzare automaticamente i consumi domestici. magari è più l’energia che si spende a tenerlo acceso che quella che farebbe risparmiare, non lo so, ma se non fosse così sarebbe una bella invenzione.
    ora, supponendo (da verificare) che sia un prodotto che permetta di abbattere gli sprechi energetici domestici (parlano del -20/-40%, chiaramente è un giudizio di parte), è chiaro che le tecnologie impiegate sono le stesse sviluppate precedentemente da altre aziende e se avrà successo sarà anche grazie all’uso di tecnologie frivole come il touch screen. questo a sostegno della mia fiducia nelle tecnologie, e nel modo in cui possano dare vita in modo imprevedibile a soluzioni intelligenti.

    altro esempio. google è una delle aziende che consuma più elettricità al mondo, anche a causa dei suoi data center. contemporaneamente google sta investendo pesantemente in energie alternative (quasi 1 miliardo di dollari in giugno http://www.smartplanet.com/blog/intelligent-energy/googles-clean-energy-investments-nearing-1-billion/7250). uno potrebbe dire: greenwashing. però un miliardo è davvero tanto, in fondo avrebbero potuto anche investire in un impianto a carbone, meno costoso. che ci credano davvero?

    apple sta facendo lo stesso (http://www.macrumors.com/2011/10/25/apple-building-solar-farm-at-north-carolina-data-center/) proprio per diminuire la sua dipendenza energetica, in vista del passaggio al cloud, credo.

    non credi che investimenti così massicci in tecnologie così avanzate avranno un effetto positivo sulla ricerca, attireranno investitori e capitali su queste tecnologie, si rafforzerà l’economia delle rinnovabili? e magari, un giorno, i data center (e non solo quelli) saranno alimentati al 100% dalle rinnovabili?

    mi pare che nella tua mente (non voglio essere presuntuoso) ci sia un conflitto tra tornacconto economico (male) e progresso sociale (bene). non è detto che le due cose siano così antitetiche, secondo me.

    (non esagerare con le parentesi, lo so)

  43. il blog è fatto apposta! e penso queste cose siano interessanti per tutti..
    comunque qui non c’era un dibattito pro o contro la tecnologia in sè. io personalmente penso che la tecnologia, come la conoscenza, sia moralmente neutra: il giudizio lo applico al prezzo pagato per acquisire la conoscenza o sviluppare la tecnologia, e all’uso che se ne fa. se io sviluppo tecnologia per fare soldi, ovviamente non per questo faccio del male all’umanità, ma forse le persone prima di credermi ciecamente dovrebbero chiedersi e chiedermi: oltre a permettere di guadagnare a te, questa cosa in che modo migliora le nostre vite/la nostra salute/lo stato del pianeta? cosa ci costa? è una diffidenza giusta.
    per quanto riguarda le energie rinnovabili, non sono la soluzione a tutti i mali. innanzitutto, se una nuova tecnologia consuma più energia della precedente, non mi rassicura che questa energia sia prodotta dalle rinnovabili, perché queste rinnovabili potrebbero essere utilizzate per i consumi di prima, come elettricità nelle scuole o illuminazione stradale, invece che sostenerne di nuovi.
    inoltre, non esiste un’energia, almeno che io sappia, che non abbia un costo. i pannelli solari non sono fatti di buona volontà, ma di materiali che devono essere estratti, trasportati, lavorati, montati e smaltiti. l’idroelettico mi suscita perplessità, un po’ lo confesso perché detesto vedere ingabbiata l’acqua (tranne che per i mulini di campagna, ma questa è la hippie intransigente che parla), e un po’ perché se non fatto correttamente può causare danni ambientali. le pale eoliche vanno bene, ma alcuni le trovano brutte e gli uccelli potrebbero ammazzarcisi contro. Per non parlare dei biocarburanti, definiti da Jean Zigler dell’Onu “crimine contro l’umanità“. Spero sia chiaro, comunque non sto dicendo no a priori a queste cose, sto solo dicendo: non sono a costo zero.
    Quindi io ad Apple e a Google chiedo non solo che tipo di energia usano, ma anche se non possono proprio usarne di meno, visto che servirebbe anche a noi…

  44. @ Antonio:
    Innanzitutto grazie per il bellissimo link che hai postato: non avevo mai visitato quel sito! Il video è davvero ben realizzato e coincide quasi totalmente con la visione che mi sono fatto sullo stato dell’attuale sistema economico/produttivo relativamente all’ecosostenibilità. Mi hanno molto colpito le percentuali snocciolate dalla speaker (paurose!) e i valori chiave per far ripartire un ciclo produttivo/economico virtuoso, gli stessi che Gaia predica da sempre (almeno da quando io la seguo su questo blog). Quanto ai tanti conflitti che imperversano tempestosi nella mia mente (mi permetto di essere ironico e autoironico perché ho notato che in ogni tuo post non c’è la minima traccia di vis polemica, sei sempre molto garbato ed acuto, magari fossero tutti come te in rete… per cui mi lascio andare sapendo di non dare adito a fraintendimenti o malintesi), – dicevo – tra i conflitti della mia mente non c’è assolutamente quello tra ‘tornaconto economico’ vs. ‘progresso’, in quanto per me il progresso comporta sempre una ricaduta economica positiva, e dunque come plusvalenza anche un tornaconto in chi lo realizza. La questione che io pongo è: ma il «progresso» è sempre tale, in ogni contesto? Non sta divenendo piuttosto un dogma con cui sdoganare anche pratiche economiche molto poco etiche? Per essere più chiaro voglio fare un piccolo esempio, legato al mio vissuto professionale: alla fine degli anni ’90, nel mondo del software, esplose la moda delle web-applications, che oggi sono oramai ovunque. Che si possano pubblicare in rete servizi e funzionalità (in tal modo centralizzandoli) cui possano attingere client più o meno stupidi (basta un po’ di ram e un web browser) è certamente un progresso; tralascio i dettagli relativi ai benefici dell’architettura perché sono stranoti, evidenti a tutti, e noiosi da elencare. La diffusione di questo paradigma di sviluppo di sistemi software fu però pompata allora così tanto, che *ogni* qualsiasi programma, anche il più banale, doveva essere una ‘W’eb-‘A’pplication: se un cliente ci chiedeva ad esempio la classica ‘calcolatrice’, il mio boss dell’epoca lo convinceva a mettere su in azienda un web server su cui c’era installata la mia web-application (WebCalculator oppure NetCalculus!) a cui puntavano tutti gli host della rete. Il cliente era dunque costretto ad accollarsi l’onere dell’acquisto di un web server, della sua manutenzione, dei gruppi di continuità, del potenziamento dell’infrastruttura della sua rete locale, etc., quando io avrei potuto benissimo scrivere – come avevo fatto fino a 5 giorni prima – un semplicissimo e leggero programmino in C++ che avrebbe girato leggero su tutti i client, senza consumare inutilmente risorse di rete, risorse di sistema – locali e non – e quant’altro. La domanda è: le web-applications hanno costituito un progresso per il mondo dell’informatica? Assolutamente sì (basti pensare alle prenotazioni on-line, ai social network, etc.). Ma *in quello specifico contesto* costituivano un progresso? A mio modesto avviso no, perché è vero che il committente poteva vantarsi con gli amici di avere una web-application in azienda, ma in realtà aveva sprecato (e continuava a sprecare) il triplo in termini di risorse per un sistema che poteva essere più semplice, più snello e più funzionale. Mi piace sempre ricordare che per inviare nel ’69 il LEM sulla luna gli americani utilizzarono l’AGC: un sistema di controllo con poco più di 68 Kb di memoria e un processore a 0.043 Mhz. Oggi per sfogliare una pagina web *devi* necessariamente avere un processore almeno quad-core, con minimo 2 Gb di ram, per non «…diminuire la tua user experience» (sic!). Come è possibile che ora (che siamo più progrediti!!!) c’è bisogno di maggiori risorse per un compito insulso, rispetto a quelle necessarie 50 anni fa a… mandare l’uomo sulla luna?! Perché il mio pc consuma 400 Watts mentre l’AGC solo 55? Perchè oggi non posso salvare file e programmi sul mio pc, ma devo necessariamente memorizzarli in un datacenter in texas? Per carità, non ho nulla contro i datacenter… ma io li immaginavo come back-end per i centri di ricerca, per le multinazionali, per le web-application enterprise; non per i miei mp3, o per i cartoni per i bambini, o per le email che mando ai miei amici. Con tutta la scarsità di risorse che c’è in giro, mi sembra tanto un lusso che non possiamo permetterci. Allora mi ritornano in mente le percentuali del video del tuo post (gli USA: il 5% della popolazione mondiale che consuma il 22% dell’energia elettrica mondiale) e mi rendo conto che non è importante quello che stiamo facendo al nostro pianeta, bensì che noi consumiamo di più e che l’economia cresca, perché questo è il progresso (ogni critica sull’opportunità o il merito è soltanto luddismo). Poi sono c**zi tuoi se nasci nel sud del mondo, o ovunque, ma tra 200 anni. Hai semplicemente perso il meraviglioso treno del progresso…

    @ Gaia: te l’avevo detto che ci voleva un thread a parte (hi hi hi). Illuminante il tuo ultimo intervento, vai subito dritta al cuore del problema. Quanto all’immagine dell’acqua ingabbiata, a me diede una fitta lo scoprire le maree di Saint-Malo intrappolate nella centrale mareomotrice. Come si può anche solo pensare di arginare il mare? (lo dice anche Battisti!)

  45. ciao michele, è molto ironico notare che i nostri pc consumano tanto per poter vedere e per poter realizzare, ad esempio, il video che ti ho postato, e che riteniamo entrambi illuminante. mi sono fatto l’idea che in economia non regge la logica causa-effetto, che è lineare. bisogna pensare in termini circolari (feedback?), un po’ come la catena di produzione spiegata dalla tipa.

  46. Vai pure nel mondo con un sacco a pelo e dormi alcune centinaia di volte sotto un tetto o un cielo diverso. Scopri che la tua felicità non è legata al denaro e fa in modo di avere almeno 21 ore al giorno per te, per vivere appunto. Inventati una tua autonomia economica scolpita nell’onesta e nella creatività e allora sentirai ogni giorno la brezza della vita carezzarti il volto. (silvano agosti)

  47. grazie marco 🙂
    (ma la causa effetto è in contraddizione con un sistema di feeback?)

  48. Su Wired lo scorso mese era riportata una demo di Intel su di un nuovo chip sperimentale (Claremont), alimentato solamente con un’unica cella solare delle dimensioni di un francobollo (!), con il solito linux come sistema operativo. E’ tutto ancora molto di là da venire per un sistema completamente stabile (il resto dell’hardware dovrebbe lavorare sulle stesse soglie di voltaggio – il minimo standard attuale è di 1 Volt mentre il processore riesce a girare tra i 400 e i 500 millivolt, per cui ci sono problemi di signaling), però il messaggio è chiaro: «…It (il processore) could run on anything that has power, like lemon juice, or perhaps a potato… The key message is the low power and how much more transistors would be power-efficient running at near-threshold.» Il processore consuma meno di 10 mW (milliwatt) quando il carico computazionale è basso. Se la ricerca fosse tutta concentrata sulla riduzione dei consumi, invece che su tecnologia spettacolare (che però vende di più), oggi probabilmente avremmo elaboratori meno accattivanti di quelli della Apple, ma sicuramente molto, ma molto più ecologici. Però per quale motivo un imprenditore dovrebbe spendere milioni di euro in ricerca che ha bassa ricaduta in termini di vendite, quando invece può spendere molto di meno per tecnologie che hanno maggiore mercato? E’ lo stesso sistema perverso dell’auto ad idrogeno, o della tv: se mando in onda un ottimo documentario sull’ecosostenibilità, cala lo share e quindi la pubblicità e dunque i profitti; se invece faccio qualche siparietto con vallette siliconate e inquadrature ginecologiche, lo share sale e così pure gli introiti pubblicitari. Cosa è importante oggi? La cultura? L’ambiente? Sbagliato: è il profitto. Per cui un ‘buon’ manager investe sull’iphone, e non sul chip ecosostenibile. Io credo che se lo si volesse davvero, potremmo vedere video carini sul web anche senza bruciare 400 Watt ciascuno… non dico di arrivare ai milliWatt, però si potrebbe abbattere di parecchio il consumo. Il problema è che non lo vuole nessuno: i produttori perché devono spendere per riprogettare ed implementare ex-novo tutti i cicli produttivi, i consumatori perché hanno prodotti leggermente meno performanti o un po’ più scomodi da utilizzare. Perciò continuiamo (comodamente) a consumare in maniera spensierata, tanto poi il problema sarà dei posteri. Il «boicottare tutto» di Gaia io lo intendo perciò come un invito a ripensare i nostri stili di vita, per renderli più antropo-centrici e meno mercato-centrici, con grande beneficio per tutto il pianeta.

  49. intel? una di quelle multinazionali che mirano solo al profitto?;)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...