ebook

La fuga e l’addio, il mio secondo romanzo, è in vendita come ebook, in formato pdf (per l’epub, a meno che non conosciate un modo per convertirlo, bisogna aspettare l’autunno). Costa 3 euro. Mi dicono che non si può stampare. Se la cosa funziona penso che metterò in vendita così anche l’altro.

Annunci

18 risposte a “ebook

  1. Ben fatta!

  2. Ehehehe, non si può stampare… come no!

  3. boh, così mi han detto… tu hai provato e si riesce?

  4. Dovrei avere prima il file…

  5. Ci sono riuscito con il file che ti forniscono in anteprima. La stampa non è delle migliori ma leggibile… cmq è roba che uno che usa il pc per facebook non riuscirà mai a fare…

  6. Considerazioni su varie vulnerabilità dei file PDF possono essere scaricate da qui.
    Io sinceramente non credo molto nella sicurezza dei file PDF, quali che siano i proclami di Adobe. «…Effective print protection is impossible if you want to distribute your files» (Thomas Merz di PDFLib GmbH). E’ solo questione di tempo e numero di cicli al secondo del processore. Comunque, come dice Ivan, fortunatamente il 90% dell’utenza non si applica o non ne ha le capacità. Se vuoi, appena scarico il libro ti faccio sapere quanto ci impiega la mia macchina.
    Ciao

    mk

  7. Grazie, comunque a me spaventa più la possibilità di modificare un file, che quella di stamparlo, anzi mi sembra anche giusto che una persona che ha comprato il libro se lo possa stampare, poi certo il rischio è che il file inizi a girare, non ho idea di come funzioni e vedrò cosa succede – pubblicare il mio libro in pdf è una specie di esperimento, quando poi ci sarà l’epub sarà un altro esperimento ancora

  8. Scusa Gaia ma quale rischio che il file inizi a girare? Ci manca pure la consulenza informatica dell’hacker di turno sulla sicurezza del pdf e sulla possibilità di stamparlo o meno. Non c’è protezione che tenga e lo sa anche un quattordicenne. Magari tutti i documenti che si scaricano da internet fossero in pdf! Fossi in te lo pubblicherei in licenza creative commons lasciando al lettore la possibiltà di diffonderlo come gli pare, lo metterei sul blog, in pdf, lo metterei in siti che permettono di scaricare libri con questo tipo di licenze e pure in quelli “illegali” (library.nu). Io lo invierei via mail ai miei conoscenti e a qualsiasi persona utile con preghiera di diffusione. E se non conosci le creative commons faresti meglio a conoscerle, come apprendista scrittrice nel 2011 è un tuo dovere. Chiedi donazioni se il libro è piaciuto. Sei una scrittrice emergente cazzo! Non hai niente da proteggere. E’ facile credere che le proprie opere siano preziosissime, ancora più facile accorgersi dopo un po’ che nessuno le vuole, le tue opere. Va così a quasi ogni artista o persona che si autoproclama tale, che siano dei geni o delle scarpe.
    Mi vuoi dire che ti impoverisci per 3€ mancati, o ti arricchisci con 3€ * 10, 3€ * 100 guadagnati? Quanti libri hai venduto fino ad ora? Credi che una persona libera di leggere il tuo libro gratis non ti dia poi qualche soldo per ringraziarti di averglielo concesso? E se non gli piace e non te li dà meglio! Vuol dire che devi scrivere meglio! Mi prendo la libertà di scaricarmi gratis un saggio sulla cibernetica che do per scontato che mi aprirà la mente e non ho la libertà di leggere il libro di una scrittrice emergente e di chiuderlo per sempre dopo 3 pagine se mi fa schifo ringraziando di non aver buttato dei soldi? Ma tu compreresti mai a scatola chiusa un libro di uno sconosciuto scrittore emergente? Hai solo da farti conoscere, e anche così sarà un’impresa quasi impossibile, ma finché temi che il tuo libro finisca nelle mani di qualcuno for free non andrai da nessuna parte. Dovresti sperare che succeda, dovresti sperare che uno lo stampi e lo presti.

  9. Ciao Emil,
    sì conosco la licenza creative commons e penso sia un’ottima idea, anche perché offre diverse opzioni, e il tuo ragionamento da un certo punto di vista fila. E’ anche vero però che:

    – la casa editrice sul suo sito dà la possibilità di leggere le prime sei pagine in anteprima
    – ho notato che le persone, almeno quelle che conosco io, fanno fatica a leggere e/o prendere sul serio un libro in pdf o addirittura stampato in a4 e rilegato con gli anelli. Bene, diresti tu, vuol dire che lo comprerebbero comunque in versione cartacea. In teoria sì, in pratica ho notato che dare il file in giro, nel mio caso almeno, non ha mai influito sull’intenzione di comprare il cartaceo. Altra cosa è l’ebook, molto più simile a un libro vero e proprio
    – piuttosto che spammare tutti con il file, io preferisco che la gente compri il libro o perché mi conosce e vuole vedere cosa ho scritto, o perché qualcuno gliel’ha consigliato, o perché ha letto buone recensioni su ibs o anobii o un giornale, e ti garantisco che si riesce a vendere così, anche se si tratta di un metodo molto lento. Al limite, se proprio voglio raggiungere qualcuno che a scatola chiusa i soldi non me li dà, regalo io una copia del libro cartaceo. Ma spammare il file mi sembra un po’ svilente nei confronti del contenuto…
    – il pdf del mio secondo romanzo costa 3 euro, e finora ne ho venduti infinitamente* di più cartacei. Se fosse come dici tu, cioè che la gente il pdf lo prende ma sul cartaceo non rischia, credo che avrei dovuto venderne un sacco in pdf, visto che 3 euro è una somma talmente vicina allo zero* da potersi considerare irrisoria.
    – per quanto riguarda le donazioni se il libro è piaciuto, a parte che sono imbranata con paypal ma questo è un problema facilmente risolvibile, anche qui penso che ci sia una differenza tra teoria e pratica. Se ci chiedessero: daresti una somma anche bassa per sostenere un’opera che hai apprezzato, forse risponderemmo tutti di sì. Chi poi lo fa, però? Siamo ‘consumatori’ (orrenda parola) abbastanza maturi per questo, in Italia per lo meno? Non ho dati, ma ne dubito. Quanti di noi leggono articoli online gratis, e quanti di noi fanno offerte dopo aver letto? Si potrebbe provare, certo, ma se poi mi va male rischia di essere troppo tardi.

    *mi scuso per l’uso disinvolto di termini matematici 😉

  10. Tra l’altro, sicuramente nel campo del giornalismo la gratuità del prodotto sta facendo danni incredibili, o per lo meno questo è quello che sto costatando io negli ultimi anni. Si leggono sempre più spesso cose come questa, fresca di oggi, segnalata da un amico: “Gli ebrei a Udine, la cui presenza è attestata fin dalla fine del 1300 (ma è probabile che risalga a epoche precedenti) non è mai stata particolarmente facile e di, conseguenza, mai particolarmente numerosa.”
    😀 😀 😀
    Dal quotidiano gratuito locale, che io mi rifiuto sempre di prendere in mano, rimproverando chi lo fa, per rispetto almeno delle categorie dei giornalisti veri e degli alberi.

  11. Correndo il rischio di essere offtopic (e impopolare), vorrei tentare di demistificare l’implicazione logica:

    X è un paradigma che avvantaggia la comunità/qualcuno in rete => X è un paradigma che avvantaggia la comunità/qualcuno nel mondo reale.

    Io continuo ad avere una percezione molto separata della rete dal mondo reale, e mi fanno sorridere neologismi del tipo «Twitter revolution» o «FaceBook revolution» per la Primavera Araba, in quanto ritengo che se gli Egiziani/Tunisini non avessero combattuto realmente nelle loro piazze Tahir, tutto ciò che avevano postato precedentemente in rete non avrebbe avuto granché effetto sugli assetti politici dei loro paesi. In paesi occidentali, ad esempio, dove la rete ha una maggiore diffusione (perché antecedente) e dove il traffico su Fb e Twitter è molto maggiore che in Egitto o Tunisia, pur essendo sorti molti movimenti o iniziative in rete, l’impatto di questi ultimi nel mondo reale è stato minimo, perché la protesta è nata, si è alimentata, è cresciuta ed infine si è esaurita in rete, senza aver avuto quasi effetto nel mondo reale.

    (I NoTav in ValSusa, ad esempio, hanno ancora effetti tangibili non perché abbiano dei bei siti o siano particolarmente bravi nella social suasion, ma perché si oppongono *fisicamente* all’apertura dei cantieri. La rete dà loro solo visibilità. Se non fossero lì presenti, sarebbe tutto finito da parecchio!)

    La spiegazione che mi do è che la rete è semplicemente un mezzo, e il fatto che essa venga usata o meno – per quanto sia molto potente – non implica necessariamente che giovi all’utilizzatore.

    Lo stesso ragionamento vale a mio avviso per i vari paradigmi di copyleft presenti in rete: sono soltanto degli strumenti che normano la diffusione delle opere di ingegno, e non è detto che il loro uso giovi automaticamente all’autore/utilizzatore. Non voglio qui parlare del software (sono *assolutamente* a favore dell’open source, anche per motivi professionali); però per quanto riguarda la letteratura, la musica, la cultura, etc. in generale non credo nel valore assoluto delle licenze copyleft. Infatti credo che esse possano (e vengano usate) principalmente allorché l’autore ritenga strategicamente più utile la diffusione virale dell’opera, che non i profitti immediati da essa emergenti (per dirla alla Yates: «Non voglio il successo, voglio lettori!»). In tale contesto, però, nella maggior parte dei casi l’autore:

    – ha già una fonte di reddito principale e si attende dalla pubblicazione dell’opera prevalentemente l’accrescimento del proprio prestigio/reputazione nel campo della pubblicazione;
    – è membro di una comunità (scientifica, politica, letteraria, etc.) di cui è espressione e da cui in qualche modo è economicamente sostenuto, e pubblica in copyleft a vantaggio dei membri della comunità e del proprio ruolo nell’ambito della comunità;
    – decide di rilasciare inizialmente in copyleft la propria opera per ottenere successivamente un vantaggio economico (una volta che essa abbia avuto successo) mediante il profitto sui derivati dell’opera:
    * vendita di prodotti correlati (magliette, gadget, fanzine, sequel, dvd, etc.);
    * cessione a terzi del copyright sulla produzione, creazione, distribuzione di articoli che abbiano ad oggetto l’opera;
    * creazione ex-novo di un segmento di mercato a cui indirizzare in un secondo momento i propri servizi a pagamento;
    * conseguimento di una propria visibilità di mercato, spendibile poi in termini di pubblicità o servizi di consulenza presso terzi.

    (Per ulteriori esemplificazioni dell’utilizzo di licenze copyleft, vedi qui)

    Il profilo di autore e utilizzatore di copyleft che qui proprio non riesco ad intravedere, è l’autore di opere di ingegno che voglia «vivere del proprio mestiere», ovvero utilizzare i ricavi della pubblicazione dell’opera quale propria fonte di reddito principale. Se cerco di vivere scrivendo, componendo musica, dipingendo quadri, etc., di cosa vivrò fino a quando diverrò famoso grazie alla diffusione delle mie opere col copyleft? Se poi per motivi personali non voglio avere niente a che fare col mercato, il marketing, la grande distribuzione, etc., come fare a guadagnare se poi sbatterò la porta in faccia a chi dovrebbe arricchirmi una volta divenuto famoso grazie alla diffusione della mia opera in copyleft?

    Perciò, personalmente, ritengo che per quanto le varie licenze open-qualcosa siano utilissime e vera linfa della rete, esse non vadano necessariamente sempre bene nel mondo reale. Soprattutto per chi, «artigianalmente», voglia vivere della propria opera, e non della sua diffusione.

  12. Molto ben detto. Mi sento un po’ meschina ora per la mia lista di motivazioni personali sul perché non ho fatto come suggeriva Emil. I motivi sostanzialmente sono quelli che hai elencato tu, in termini più utili perché più generici. Aggiungo anche (parlando di qualcosa che conosco meglio dell’informatica, su cui non me la sento di dire niente) che l’arte spessissimo è merce, perché la si vende (anche se magari per potersi poi permettere di farne ancora), e questo può sembrare svilente, ma è impossibile e io penso anche indesiderabile pensare di slegare completamente qualsiasi forma d’arte da un contesto economico, di scambio, di attribuzione di valore, anche se questo ci fa precipitare poi in tutta una serie di questioni filosofiche praticamente irrisolvibili… dico questo perché mi dispiace sempre così tanto parlare di soldi quando parlo dei libri che scrivo.

  13. Riguardo al potere della rete, la penso come te: è sopravvalutato. Non è facebook che fa la rivoluzione. Però per un giornalista è molto più facile far finta che sia così, perché in quel caso può stare seduto a cliccare sul pc e poi scrivere un articolo su quello che trova, senza neanche uscire dall’ufficio. Non lo dico con malignità: sono proprio convinta che sia così. E poi i giornalisti vanno matti per queste cose nuove tipo blog, facebook, o adesso twitter. Gli sembra di assistere a una doppia rivoluzione.

  14. Io sinceramente non capisco perché uno che entra in un ristorante – dove il cuoco propina la propria arte culinaria – debba comunque pagare il conto, anche se il pasto era da schifo, mentre passa l’idea che puoi scaricare un libro gratis, leggerlo, e poi – se non ti piace – non paghi niente perchè «era una merda». E allora perché paghi il conto al ristorante anche se dai solo 2 cucchiaiate e lasci tutto il resto nel piatto, disgustato? Cosa c’è di diverso? Forse che i cuochi siano più meritevoli degli scrittori?

    Ti ricordi il discorso del «Tengo famiglia…»? Funziona anche in questo caso: scarico, leggo, mi piace anche, ma…. poi… io non è che non vorrei pagare – capiscimi bene – se lo merita pure; però… è… che tengo famiglia.

    Chi pensa alla famiglia dello scrittore? Vive anche lui, no? Anche lui avrà “necessità fisiologiche alimentari”, scarpe le cui suole si consumano nel seguire il mondo, prodotti di cancelleria da comprare (o siti web da mantenere)… libri! tantissimi libri da leggere!, un compagno/a a cui provvedere…. mica si può vivere delle buone intenzioni degli altri.

    Vendere la propria arte non è mai meschino. E’ il prostituirla ad essere insopportabile. E questo accade quando gli artisti non hanno mezzi per essere indipendenti.

    Li vorrei vedere tutti coloro che non vogliono pagare un libro, a vivere in un mondo senza libri. Finiremmo come in «Cecità» di Saramago. Sarebbe bestiale.

    Adesso vado a letto che domani la sveglia suona alle 6.00.
    Buonanotte Gaia

    mk

  15. Haha geniale! In effetti il libro è come la ruota, un’invenzione difficilmente superabile.
    Negli ultimi tempi sto cercando di decidere se mettere a disposizione i miei libri come ebook. Io li comprerei sempre e solo in formato cartaceo, ma c’è tanta gente che va matta per l’ebook… non so se sarebbe una cosa democratica, o una perdita di tempo e soldi.

  16. In forma un po’ più seria, delle ottime motivazioni sugli indiscutibili vantaggi della lettura su carta, rispetto a quella su e-reader.

  17. Affascinante. Corrisponde anche alla mia esperienza di lettura.
    È ironico, naturalmente, che io abbia potuto leggere quel testo perché ho un blog ed esistono i link, che lo abbia letto facendo tutte le cose che nell’articolo erano indicate come più faticose, e che alla parola “Norvegia” io abbia aperto un’altra comoda finestra per controllare delle informazioni che mi interessano riguardo a quel paese.
    Detto ciò, e quindi ribadita la mia gratitudine per la possibilità di utilizzare internet e un computer, ricordo quanto rimasi strabiliata quando lessi un’intervista con Jared Diamond che diceva di non saper nemmeno accendere un computer. Evidentemente non è indispensabile nemmeno per scrivere libri come i suoi.
    Io continuo a preferire i libri. Se potessi scriverei saggi, non post, perché certi pensieri complessi hanno bisogno di centinaia di pagine.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...