un giorno di guerra

Adesso vi racconto cosa significa fare un’opera contro il volere della gente, adesso vi racconto cosa significa ridurre un’intera valle a campo di battaglia.

Premessa: sono arrivata in Val Susa sabato sera e ho ritrovato quelli che avevo già conosciuto, accoglienti ma stanchi, provati dall’erta continua, dalle notti insonni, dalle riunioni, le marce, le battaglie, la logistica complicata e le direzioni da dare. Alcuni hanno nausea e mal di gola da una settimana, avvelenati dai lacrimogeni lanciati lunedì. Sono stanchi però non mollano. Io ammiro come qualità la tenacia, la costanza, e qui di tenacia ne hanno per l’Italia intera.
Mi sono svegliata stamattina alle sei per partire presto, la valle era in subbuglio, c’era già gente da Roma e Milano, dal sud, dal centro e dal nord-est, ho sentito parlare francese un paio di volte e a Exilles, dove era previsto uno dei raduni, arrivano tra gli applausi i No Dal Molin da Vicenza.
Una fetta molto grossa del corteo parte dopo le dieci; mentre si allontanano li sentiamo battere i bastoni contro il guard rail, scuotono la valle. Batteranno tutto il giorno, il frastuono riecheggia tra i monti, coperto solo dal rumore dell’elicottero della polizia che ci sorvola quasi ininterrottamente, e quando passa l’elicottero ci copriamo i volti perché non si sa mai.
Io vado con il corteo più giovane e agguerrito, quello che dai media a quanto pare verrà definito dei ‘black bloc’ – non so cosa siano i black bloc, probabilmente è un’ottima parola per provocare una reazione immediata di disapprovazione in chi non è qui e questi ragazzi non li ha visti. Siamo circa diecimila, si dice, e siamo lo spezzone più piccolo dei tre che accerchieranno l’area della Maddalena.
Saliamo fino alla Ramats, io sono tra gli ultimi ad arrivare. Vedo ragazzi con i volti coperti, i caschi, le maschere antigas, i passamontagna… Io ho un limone. Scendiamo per il sentiero che porta all’ex presidio della Maddalena, per boschi di castagni e querce, profumati da un’erba di cui non conosco il nome. Ci siamo incamminati da poco per la mulattiera, e già sentiamo gli scoppi dei primi lanci di lacrimogeni. Arriva l’odore, come di petardi, e un vago senso di nausea. Continuo a scendere. La polizia spara altri lacrimogeni, la gente tossisce, lacrima, sputa, morde limoni, si passa la bocca con acqua mista a maalox. Io inizio ad addentare il limone che stringo in mano, lo mordo, lo succhio, è l’unica difesa che ho. Lascio il sentiero su cui facciamo su e giù fuggendo dalle ondate di carica, e scendo di lato con pochi altri, mi accuccio dietro alle rocce e agli alberi, nascosta,  guardo quello che era un piazzale pieno di gente e di festa l’ultima volta che l’ho visto, e ora è cinto di grate e filo spinato, presidiato dalla polizia. Chissà com’è messo il povero sito archeologico del neolitico che c’è qua dietro.
Siamo vicinissimi, non ci vedono, potremmo passare oltre la prima grata ma siamo troppo pochi. Quando arriveranno i rinforzi verranno scacciati con l’idrante e poi con altro gas. Io intanto salgo nel bosco. Scoppia una raffica di lacrimogeni. Sembra Capodanno. Non li sento subito, ma quando arrivano mi pare di impazzire. Gli occhi lacrimano così tanto che non riesco a vedere, la gola mi brucia, tossisco, succhio il limone e sputo, tossisco e sputo scusandomi con chissà chi, soffio muco nel limone, ho il volto coperto da una maglia ma non basta, mi ci svuoto il naso, ho morso quasi metà limone e il bruciore non passa, e non respiro, e penso che poche volte in vita mia sono stata così male. Penso, a cosa serve avere ragione, se non hai una maschera antigas.
Sembra poco, un lancio di lacrimogeni, se ve lo raccontano e non l’avete mai subito. E comunque i lacrimogeni iniziano a colpire fisicamente la gente, c’è un ragazzo con l’orecchio spaccato, un altro con una ferita in testa, lo accompagnamo su per medicarsi. Se possibile evitiamo di mandare gente in ospedale, perché non siano identificati.
Dopo esserci riposati alla Ramats scendiamo ancora. A metà strada sentiamo dire che la gente dall’altra parte, a Giaglione, si sta facendo male sul serio, che la polizia tira lacrimogeni ad altezza d’uomo, sui bambini persino, e che iniziano a esserci poliziotti feriti, perché i nostri lanciano pietre e bombe carta. Gli altri esultano, io no. Sono una delle pochissime persone a continuare a non voler credere che i poliziotti siano tutti così, a dirmi convinta che alcuni svolgano un servizio per e non contro la gente, anche se qui se li sono sempre trovati contro come cani. A me dispiace che i poliziotti si facciano male, mi dispiace che i nostri si facciano male, anche se i media non spiegano che è la polizia a cominciare e noi a difenderci, e che non è possibile che questi omoni addestrati, protetti, organizzati e armati, si facciano più male di noi. Però insisto, la polizia non guarda in faccia a nessuno, ma è soprattutto colpa della politica, c’era Maroni a prendere i sassi? C’era Casini che ora li chiama eroi? C’erano quegli imbroglioni infami del Pd? Fanno arrivare le cose a questo punto rifiutandosi di ascoltare i cittadini, e poi lasciano che percorriamo l’unica strada rimasta e ci facciamo male, e si fanno male anche i loro ‘eroi’. Li mandano a prenderle e poi li ringraziano in televisione.
Di nuovo sul sentiero, vediamo gli idranti e i fumogeni lanciati dalla polizia dall’autostrada, poi ci incamminiamo verso la terza direzione, Chiomonte e la centrale. Ci dicono che siamo accerchiati e possiamo solo aspettare nascosti nel bosco, seduti sulle pietre. Vediamo tutto dall’alto; oltre alla bella vallata deturpata da troppe infrastrutture, vediamo lo scontro sul ponte, dove c’è il terzo spezzone del corteo. La polizia sta lanciando sulla gente lacrimogeni singoli e a grappolo, sale un fumo immondo, alcuni cadono accanto alla tenda della croce rossa. Ora che so cosa sono quei gas maledetti capisco l’infamia che si sta compiendo. La gente avanza, arretra, urla, batte i bastoni sul guard rail. L’elicottero ci sorvola. Quanto sarà costata quest’operazione, quanto costano 2500 poliziotti in trasferta, migliaia di lacrimogeni, la benzina delle camionette e dell’elicottero, mettiamoci anche gli idranti? Pagate voi, in tempi di magra, come paghereste quest’opera inutile se gliela lasciassimo fare, paghereste voi e pagheremmo noi quando facciamo tutti fatica, quei soldi vanno spesi altrove non a bucare montagne, scusate se ve lo ricordo, i lacrimogeni negli occhi e in faccia li abbiamo presi anche per voi, per salvare un posto che un giorno potreste voler vedere, e per risparmiare soldi che servono altrove.
Alla fine risaliamo da dove siamo venuti. Dalla valle dietro di noi sentiamo i bambini urlare: “NO-TAV!”.
Tornati alla Ramats non troviamo la polizia ma solo i ragazzi, iniziamo a scendere sentendo dire che ci sono le forze dell’ordine nei boschi che cacciano e menano, ma noi non le incontriamo.
Ora ho mangiato in un bel borgo vecchio, sono stanca, ho un po’ di mal di testa, ma sto bene.
Dicono che domani si rifà il presidio.
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2 risposte a “un giorno di guerra

  1. Ciao Gaia, è un po’ che leggo i tuoi pezzi sulla Val di Susa. Li leggo e li rileggo, in verità, perché mi trasmettono tante emozioni: sono scritti con il cuore. Penso a quelli che se ne fregano se viene costruita la tav, se la montagna viene sfregiata, e con lei un po’ tutti gli abitanti della valle, in nome di un progresso che serve solo a riempire le tasche di qualcuno e inevitabilmente distrugge l’anima delle persone (nessuna esclusa). Anche di coloro i quali se ne stanno nelle loro casette e magari pensano: “Un giorno prendo il treno ad alta velocità e me ne vado in francia a fare un bel viaggio senza rompermi le palle più di tot ore in treno.” E magari non ce la fa nemmeno ad arrivare a fine mese. Ci hanno dato sogni fittizi, vani e senza senso, con il solo scopo di farci avere le stesse opinioni e le stesse debolezze, gli stessi stupidi e inutili desideri che ci assillano dalla mattina alla sera e magari non ci fanno dormire. Non sarebbe bello invece ritornare a quella condivisione che tanto bene hai descritto quando, durante il tuo precedente viaggio in Val di Susa, dicevi: “Ho nostalgia della Val Susa, dove quel poco che c’era era di tutti.”. Sai perché la tav si farà, secondo me? Perché non vogliamo rinunciare più a niente, vogliamo solo e sempre di più, fregandocene degli altri e pensando solo a noi. Se siamo egoisti in famiglia, o con gli amici o con i vicini, che mai sarà esserlo con degli “stupidi valligiani che rompono i coglioni con sta tav”?
    Quando racconti della Val di Susa, mi vengono in mente immagini di tempi passati e forse un po’ fantasiose, perché bucoliche, agresti. I boschi di quando ero bambino, forse, e andavo con i miei nonni a spasso per le montagne…e poi penso che tutto è cambiato in poco tempo e che non ci saranno più luoghi dove l’uomo è ospite, ma dove può accogliere in sé un po’ di quella pace e di quella serenità che oggi ha dimenticato, dopo averla scambiata con stimoli di una vita artificiale e senza senso che non ci porterà proprio da nessuna parte….

    Voglio finire con le tue parole, che questa mattina mi hanno fatto venire un tristezza grandissima dentro e tanta amarezza:

    Adesso vi racconto cosa significa fare un’opera contro il volere della gente, adesso vi racconto cosa significa ridurre un’intera valle a campo di battaglia.

    Grazie Gaia, per il tuo reportage e per essere andata li a difendere anche il mio pensiero, a difendere assieme a tanti altri anche chi, come me, ha paura delle mazzate ed è un vigliacco. A presto.

    F.

  2. gaiabaracetti

    Non penso sia vigliaccheria avere paura di prenderle, penso che in tanti anche di quelli che erano là ne avessero, come fai a non pensarci? Più passava il tempo e più aumentava il livello di violenza, alla fine la polizia oltre ai lacrimogeni tirava anche le pietre. Io all’inizio scendevo per il bosco quasi con incoscienza, poi ho respirato un’ondata particolarmente forte di gas, ho visto la gente sanguinare, e ho pensato che non sarei tornata lì davanti senza casco e maschera. Il punto è che torneremo, se necessario, con casco e maschera ma torneremo.

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