libri e librerie

Prima di tutto una comunicazione di servizio: da oggi i miei libri sono in vendita anche in due librerie di Gemona, la Libreria Pensiero in Piazzetta Portuzza, in centro, e l’edicola-liberia Edicolè nel centro commerciale (sì, lo so…) Le Manifatture in Via Burgi 65.

Detto ciò, e rendendomi conto di diventare antipatica con quello che sto per aggiungere, vorrei condividere la conclusione a cui sono arrivata grazie alle mie ultime esperienze e cioè che le librerie così come sono oggi penalizzano i piccoli autori come me e sono complici di grossi problemi ambientali. Mi rendo conto di apparire spregevole: finora tutte le librerie a cui ho chiesto (tranne la Feltrinelli, perché è una catena brutta e cattiva) hanno accettato di tenere i miei libri in contovendita, il che mi ha permesso di venderne più copie anche a persone che non conoscevo. E’ così che le ringrazio?

Ma il fatto è che innanzitutto, per chi come me si autoproduce e si autodistribuisce (e penso anche per le piccole case editrici), raggiungere tutte le librerie d’Italia è impossibile. Inoltre, questo richiederebbe di stampare moltissime copie che poi andrebbero al macero – alberi tagliati, inquinamento nel trasporto verso e dalle librerie, tutto questo solo per farmi vedere da gente che magari non comprerà il mio libro comunque. Perché è ovvio che la domanda e l’offerta, in questo caso, non possono incontrarsi perfettamente, il che significa che i libri che non ci sono vanno ordinati, e che tanti di quelli che ci sono resteranno invenduti e magari finiranno al macero. Ormai sono disponibili veramente troppi titoli perché un negozio possa pensare di tenerne anche una minima parte, e allora qual è il suo ruolo? A occhio, a me sembra che sia di lasciare certo a disposizione dei classici immortali, e poi di mettere in bella vista i libri che si pensano di vendere, soprattutto le grosse uscite di autori di moda, nei casi peggiori pacchi e pacchi di robaccia. O magari le librerie servono a consigliare qualcosa a chi non sa cosa comprare (come si fa a non sapere che libro si vuole leggere? io ancora non lo capisco, ma evidentemente è un problema mio), ma questo giustifica la loro esistenza? Non si possono sfogliare e scegliere i libri su internet, approfittando delle nuove tecnologie e dei pareri dei lettori disponibili su vari siti?

Insisto in questa filippica anche perché io su ogni libro che vendo, scritto da me e frutto del mio lavoro, ci tengo a sottolinearlo, guadagno circa il 10%, chi lo vende, cioè la libreria, il 30. E’ giusto? Come si sta cercando ormai di passare alla filiera corta per cibo e prodotti della terra, perché non si può sperare di ridurre i passaggi anche tra l’autore e il lettore, facendo sì che i libri costino di meno, ed evitino di andare su e giù sui tir inquinando inutilmente, al solo scopo di mettersi in bella mostra, quando su internet si può ottenere lo stesso risultato senza sprecare energia e materia? Tra l’altro mi sembra che si stia andando in questa direzione, scavalcando i negozi tramite o l’acquisto diretto o l’acquisto su internet.

Purtroppo il mio commercialista mi ha detto che non posso vendere i miei romanzi direttamente (non ho la partita iva e serve, altro problema contro cui potrei scagliarmi), e comunque l’autoproduzione è molto cara, ma se si acquistasse su internet potrei almeno tenere i prezzi più bassi e raggiungere più persone senza fare viaggi incredibili per portare i libri fisicamente da un negozio all’altro.

Magari le librerie potrebbero reinventarsi, diventare dei luoghi dove ci sono pochi libri scelti con cura che si possono prendere e sfogliare o leggere seduti a un tavolino di un bar (come in tante librerie che ho visto in Canada e Gran Bretagna), e dove quello che non c’è si ordina. Mi sembra anche questo un modo di ridurre gli sprechi.

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8 risposte a “libri e librerie

  1. Debbo dire che “autoproduzione” e “il mio commercialista” un po’ stridono…

  2. come faccio a pagare le tasse se non vado dal commercialista? sì, ci sono i CAF, ma non è tanto diverso, e di farle da sola non credo di essere capace. e voglio essere sicura che sia tutto giusto.

  3. ah preciso che autoproduzione non deve riguardare necessariamente tutti gli aspetti della vita, almeno per come la vedo io. ci sarà sempre una dipendenza dagli altri, sta a noi scegliere quanto e in cosa

  4. perchè non pubblichi i tuoi libri con la licenza Creative Commons e poi li lasci scaricabili da internet?
    I diritti d’autore ti fruttano davvero così tanto da meritare che un sacco di persone non leggano i tuoi libri perchè non riescono a comprarseli? Riesci a vivere con le vendite dei tuoi libri? O forse una diffusione più ampia ti permetterebbe magari di fare serate di presentazione in cui chiedre un “rimborso spese”?
    Io a volte trovo i libri in pdf e poi me li stampo io a casa, magari con una stampa veloce che utilizza poco inchiostro…

  5. Non sono d’accordo. Sicuramente ho intenzione appena possibile di mettere a disposizione una versione ebook del romanzo con un prezzo basso, l’ho lasciato in regalo in un paio di biblioteche, e se qualcuno mi chiede il libro gratis di solito glielo do (anche se poi vedo che le stesse persone spendono tranquillamente i soldi che dicono di non avere in vino o benzina, ovviamente liberissimi, ma questo mi ferisce perché significa che il valore che attribuiscono alla mia opera è davvero basso).
    Detto ciò, penso che mettere a disposizione il mio libro gratuitamente sia una mancanza di rispetto nei confronti di tutti i mesi che ho passato a documentarmi o scrivere, da lunedì alla domenica, dalla mattina alla sera. Un romanzo è un lavoro lungo e faticoso, e sicuramente siamo tutti liberi di lavorare gratis, ma non si può pretendere che lo si faccia per forza.

    (riguardo alle serate di presentazione, non sono come un musicista che può sperare di fare soldi con i concerti, cioè veri spettacoli: farsi pagare per presentare un libro che poi si dà gratis è assurdo oltre che non giusto neanche nei confronti di chi mi pagherebbe – come dare gli articoli gratis finanziandoli indirettamente con la pubblicità. preferisco uno paghi per quello che effettivamente prende, non attraverso canali che non può controllare)

  6. Non sono assolutamente d’accordo con la pubblicazione gratuita dei libri, soprattutto se l’autore si autosostiene scrivendo. Col codice (cioè col software) è diverso: ma proprio perché il codice non è un libro e un libro non è codice. Se io scrivo buon codice, e lo lascio libero con una qualche licenza open-source, la rete lo alimenterà e migliorerà rendendolo un bene per tutti (linux docet). E io ne godrò i benefici (diretti e indiretti) in quanto padre-alfa.
    Un libro è già un prodotto finito… e sinceramente credo che ogni autore non sarebbe proprio contentissimo se qualcuno lo modificasse e lo redistribuisse “patchato”: questa cosa in letteratura la chiamano ‘plagio’, e tutti la aborrono.
    Un libro è un oggetto magico la cui esperienza ci modifica profondamente: cambia il nostro modo di pensare, allarga la nostra mente e la nostra capacità percettiva, illumina luoghi del mondo e di noi stessi prima di allora oscuri. Chi lo ha scritto ha preso la propria anima, l’ha strizzata per benino, e ne ha infilato il distillato nella penna con cui ha vergato il libro. Se ha impiegato anni per scriverlo, non saranno stati anni facili.
    Il suo lavoro non ha prezzo, pertanto merita la nostra riconoscenza e il nostro sostegno, cosicché possa procedere ad altri cicli strizzatura-distillazione-stesura.
    Mi ha fatto molto pensare questo esperimento sociale: uno dei più grandi solisti di violino della scena internazionale – Joshua Bell – suona in incognito GRATUITAMENTE con uno Stradivari i grandi pezzi classici del violino alla fermata Enfant Plaza di Washington D.C. alle 8.00 del mattino, nel bel mezzo del via-vai dei pendolari: si esibirà i giorni successivi nella stessa città (più o meno con lo stesso repertorio) partendo dalla modica cifra di 100$ per i posti… economici.
    Risultato dell’esperimento: al concerto ufficiale Bell ottiene il «tutto-esaurito», mentre per l’esibizione live gratuita quasi nessun spettatore, se si eccettua un bambino strattonato dalla madre, un pendolare che è rimasto incantato, ed una signora che l’ha riconosciuto per averlo ascoltato il giorno prima all’esibizione alla Library Congress.
    La musica, il musicista, lo strumento erano gli stessi: perché quando era gratis ed in incognito nessuno si è fermato ad ascoltarlo (per di più era gratis!!!!) ?
    Quando scegliamo di rapportarci ad un’opera d’arte, lo facciamo per una nostra reale esigenza interiore, o perché il mercato ci suggerisce di esperirla in quanto ‘evento imperdibile’ ? Ritornando ai libri, li compriamo perché ci danno qualcosa (come il pane, il vino, il mare, il sole) o solo perché c’è scritto sulla fascetta: “20.000 copie vendute nell’ultima settimana” oppure “l’evento editoriale dell’anno” ?
    Se li compriamo perchè ci danno qualcosa (come il pane), allora è giusto che li paghiamo (come il pane).

  7. A quanto pare ci sono anche dei problemi di plagio che stanno emergendo con gli ebook e i libri scaricabili gratuitamente, e per gli autori è difficile accorgersene in tempo.

    Guardian – “Ebooks: the latest frontier for spam”

    http://theystolemybook.com/
    Non so quanto serio sia il rischio, non ci capisco molto di queste cose.

  8. E’ la prima volta che leggo della licenza PLR (grazie per il link) e mi pare la solita stortura del mondo del mercato/economia che inizia a propagarsi anche nel cyberspazio. Dal momento che tu, content manager di un sito, non riesci a stare dietro ai ritmi sempre più frenetici imposti dal mercato, semplicemente ti abboni ad un servizio del tipo PLR.me dove puoi trovare contenuti generici già preconfezionati che puoi comprare per farne ciò che vuoi (come se fossi tu l’autore): inserirli in un blog, in un ebook, in una mailing list tematica, e così via…
    L’importante è pubblicare: copia, incolla e poi clicca su invia.

    Mi ricorda tanto la nascita della tv commerciale: l’importante era andare in onda ed avere audience – quali che fossero i contenuti – perché la trasmissione stessa non era altro che un contenitore per le pubblicità. Abbiamo così ottenuto la proliferazione di canali ed emittenti, ma tutti di pessima qualità. Perché i palinsesti non erano decisi dalle redazioni, ma dai direttori del marketing.

    La stessa cosa sta avvenendo nel mondo dell’editoria sul web: migliaia di testate indipendenti, ma pochissime che valga la pena di leggere. Il grosso servono solo come pagine su cui inserire banner pubblicitari per guadagnare grazie al numero di click. Molto spesso trovo una notizia che mi interessa, e mi diverto a cercare su google una frase a caso dell’articolo: di solito ottengo un centinaio di link con la stessa identica frase… la maggior parte non si prende neanche la briga di modificarla, neppure marginalmente.

    Allora – a mio avviso – il vero valore di un sito (soprattutto di informazione), o di un libro, è nella originalità e qualità dei contenuti: non mi serve leggere la stessa (pessima) informazione che mi ritrovo su ogni pagina del web. Siamo travolti da migliaia di pessimi ebook fotocopia, webzine fotocopia, blog fotocopia: perché l’importante è quanto si vende, non cosa si vende… e soprattutto bisogna vendere più della settimana scorsa, del mese scorso, dell’anno scorso. Sarò anche veterocomunista ed estremista ambientale, ma quanto costa in termini di risorse tutto questo sforzo nel vendere? E soprattutto ne vale la pena, quando ad arricchirsi ne sono in pochi? Per me una licenza come la PLR è un pessimo indice dello stato culturale/sociale di un sistema. Dopo la mercificazione del lavoro, stiamo passando alla mercificazione dell’intelletto…
    Che orrore… e la passano per modernità.

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