dalla Val Susa – terza parte

Domenica mattina vado con gli altri ragazzi a lavarmi al fiume. Ci sono delle pozze tra le rocce e le cascatelle sono le uniche docce che abbiamo. L’acqua è gelida ma io sono abituata alle sferzate dei fiumi alpini.
La tensione sale ancora perché si dice che ormai ci siamo, che saranno costretti a venire domenica notte o lunedì notte, se vogliono farcela ad aprire il cantiere per il 31. Ragioniamo molto (soprattutto io, perché mi piace parlare) sulla strategia: verranno di notte come al solito, ci sorprenderanno all’alba quando saremo stanchi per la lunga veglia, arriveranno di giorno, rischieranno di mandare i poliziotti nel pantano se piove, scenderanno da questa strada, o da quell’altra… è logorante, aspettare e non sapere. Parliamo di un avversario che io non ho mai visto né sentito, mi chiedo se anche lui parla di noi. Sappiamo che deve succedere qualcosa, ma potrebbe essere qualsiasi cosa e in qualsiasi momento. C’è chi dice che le minacce degli industriali sui media servono a spaventare la gente. Pare che certi, per paura delle botte, rimarranno a casa. Tanti altri però vengono – da tutta la valle, e poi dal resto del Piemonte, da Milano e da Torino: anarchici, ragazzi dei centri sociali, squatters… ci sono dei ragazzi da Roma, appena tornati dalla striscia di Gaza. Alcuni erano amici di Vittorio Arrigoni; il suo “restiamo umani” è stato scritto su uno degli striscioni e appeso. E così si parlerà anche di Gaza.
“A sarà dura” è invece il motto dei resistenti – dura con la u piemontese.
La sera c’è un’altra assemblea, si parla dell’uso della forza, di resistere o meno alla polizia, e come. La piazza è piena, brulica di gente. Tutti sono vestiti di scuro, e da montagna, non c’è quasi nessuno senza le pedule ai piedi – tranne me. Sono ridicola, sembro uscita da un parchetto di Udine. Mi giustifico dicendo: “da noi a ottocento metri non fa così freddo!” Ho cinque delle mie maglie addosso, più il k-way, e tremo ancora, e le mie scarpe non sono adatte. Sotto tutti i vestiti mi scottano le spalle per il sole del giorno e mi si sbuccia la pelle ustionata.
Una delle meraviglie del movimento è che non ha capi. Ci sono alcune persone che si danno da fare più di altre, certi che godono di autorità particolare o parlano più spesso, ma nessuno, nessuno comanda. Non è facile spiegare come funzioni, perché non è chiaro ai presidianti stessi. Se c’è una questione controversa, si capisce la maggioranza dove pende, e si cerca di rispettare la volonté générale. Se c’è qualcosa da fare, la si fa. Chi è forte sposta le barricate, chi sa cucinare cucina, si pulisce man mano, e al momento dell’azione un tam tam di messaggi e chiamate raccoglie tutti dove devono essere. Questo organismo senza testa e in costante mutamento ha sempre vinto e tenuto in scacco negli anni imprenditori, carabinieri e polizia.
Siamo in centinaia, direi seicento. Qualcuno parla di noi, sui media? Molto poco, quasi niente.
Quello che tanti non capiscono è che i valsusini difendono la loro terra ma sono il contrario del nimby – infatti hanno la solidarietà di molti movimenti simili a livello nazionale. Stanno facendo tutto questo anche per noi, per gli altri, per tutti. Vi piacerebbe avere venti miliardi di fondi pubblici per tutte le cose che servono, anziché sprecarli per accelerare un treno che c’è già? Vi piace passeggiare in montagna la domenica? Volete che i politici abbiano paura di prendere decisioni folli sopra la testa della gente? Noi siamo qui per questo.
Girano anche le voci, c’è chi dice che stasera verranno e ci spaccheranno la testa, chi ha visto muoversi qualcosa in paese o sulla strada, chi chiudere una corsia… chi parla dà per vera ogni cosa.
E’ ora di montare le barricate. Io provo a dare una mano ma gironzolo intorno a chi lavora, piuttosto confusa e inutile. Ci sono dei ragazzi molto esperti, quasi troppo. C’è a chi piace l’idea stessa di una barricata, non ci metto molto ad accorgermene.
Nel buio si sentono accenti piemontesi, romani, lombardi, si muovono torce bluastre e volti che non si riconoscono nella notte. Non so dove mettere le mani, ma non voglio sedermi o fermarmi perché ho freddo. Mi muovo su e giù per la strada per riscaldarmi. L’idea era di restare uniti ma ci metto poco a perdere di vista i ragazzi che conosco.
Quando avranno finito i lavori ci saranno quattro barricate. La prima è in basso, vicino a una centrale elettrica e al camper dove avevo dormito le prime due notti. Dei pali di metallo sono stati avvitati al guardrail, o così mi pare. La seconda barricata è un ammasso di legna – bancali, travi, forse anche dei tronchi. La terza è nuovamente di metallo, tubi che reggono grate, e un piccolo pertugio laterale per noi che ci muoviamo su e giù. La quarta non la vedo: blocca il passaggio e dobbiamo aggirarla camminando su un sentiero tra le vigne. Il sentiero sbuca accanto alla piazzetta dove si è raccolta la maggior parte della gente. C’è chi suona la chitarra, chi gioca a carte. Aspettiamo.
Vado nel tendone della cucina perché è il più caldo, mi siedo e non mi muoverò fino all’alba, parlo con chi c’è lì, ritrovo il ragazzo che mi ha accompagnato il primo giorno, ci sono altre persone che ogni tanto sonnecchiano, ogni tanto chiacchierano e ridono con me. Alle due c’è gente che dorme per terra distesa su cartoni e giornali. Aspettiamo. Non si è ancora mosso nulla, io ho troppo freddo per abbandonare il tendone – cucina. Alle cinque circa inizia a schiarirsi il cielo. Da blu passa ad azzurro, poi esce il sole, e quando finalmente fa abbastanza caldo per dormire scendo verso la casa di pietra. Un tizio che non conosco sta usando il mio sacco a pelo; me lo ridà, trovo posto nel bosco accanto a una mulattiera, mi distendo in pendenza, sui ricci delle castagne, con il sole che mi batte in faccia, ma ho sonno e dormo fino all’una. E’ lunedì e ancora non è arrivato nessuno. Continuiamo ad aspettare.
Più passa il tempo e più mi rendo conto di quanto bene il movimento no tav abbia fatto alla valle. In vent’anni di resistenza ha cambiato la gente di queste montagne. Si è rafforzato il senso di comunità, si sono rinsaldati i legami tra le persone e con la terra, i valsusini hanno imparato l’organizzazione, valorizzato le capacità di ognuno, affinato lo spirito critico, si sono abituati alla mobilitazione, al dibattito e alla democrazia diretta, si sono informati e aggiornati continuamente. Si sono conosciuti meglio tra loro, si sono messi al lavoro tutti insieme dimostrando la praticabilità di certe utopie, hanno riscoperto  l’orgoglio della resistenza, hanno dimostrato all’Italia la loro fierezza, hanno accolto gente di fuori, sono diventati un’ispirazione e un modello, e si sono in tutto questo molto divertiti. Però la lotta sta durando da troppo tempo e alcuni sono stanchi.
I valsusini, dico, ma quanti sono, in percentuale, i no tav? Lo chiedo in giro e tutti mi danno risposte diverse. Nessuno lo sa. Perché nessuno lo sa? E anche se si volesse scoprirlo: quanti sono per il sì per rassegnazione e non per convinzione? “Tanto la fanno lo stesso…” Quanti non si sono informati bene? Perché l’opinione di una persona che si è letta tutte le carte, studiata il progetto per anni, deve valere come quella di chi si fida del sentito dire o di due righe dei giornali? D’altronde, questa è la democrazia.
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2 risposte a “dalla Val Susa – terza parte

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