dalla Val Susa – prima parte

I miei primi giorni alla Libera Repubblica della Maddalena non sapevo neanche cosa ne avrei scritto, alla fin fine. Ci divertivamo, eravamo dalla parte della ragione, cosa c’era da spiegare? Da raccontare? La vacanza improvvisata nei boschi della Val Susa, i monti e la continua fortuna, la generosità della gente, un idillio ribelle che rendeva talmente evidente quanto fossero preziosi quei luoghi e meritevoli di essere protetti, che ero incerta sulla necessità di sottolinearlo ancora. Mi sembrava tutto molto condiviso, tutto così giusto e allegro. Ero ingenua, sono stata ingenua quasi tutto il tempo e so che questo dava ogni tanto fastidio a chi era con me.
Il 29 maggio però mi è capitata tra le mani una copia della Stampa e ho capito improvvisamente l’enorme divario tra quello che sapevamo e vedevamo noi, e l’immagine distorta che ne davano i media. Il titolo dell’articolo era “La Tav va fatta a ogni costo”, e iniziava con una citazione di Sergio Chiamparino, sindaco uscente di Torino, che invita Maroni a fare il possibile per permettere l’apertura del cantiere. Cito poi: “Gianfranco Carbonato, capo degli industriali di Torino, annuncia l’invio di una lettera al ministro dell’Interno… Il cantiere si deve aprire. Ad ogni costo. Anche usando la forza.”
Barbara Bonino, assessore regionale alle infrastrutture, e Antonio Saitta, presidente della Provincia, a loro volta parlano di usare le cattive. Carbonato ringrazia le forze dell’ordine “per quanto hanno fatto” e spera “non dovranno fare.” Le forze dell’ordine qui hanno pestato cittadini disarmati nel cuore della notte. Grazie anche da parte mia.
Mariella Enoc, presidente di Confindustria Piemonte, chiama mafiosi quelli che si oppongono al progetto. (Il segretario della CISL Raffaele Bonanni li, ci, aveva già definiti “fascisti”). A seguire un ultimo misero paragrafo con le dichiarazioni di alcune forze NO TAV, e un riquadro strappalacrime: “Arrivano 300 curricula: “Vogliamo lavorare””.
Questo è quello che scrive la Stampa, facendo infuriare tutti quelli che lo leggono, al presidio. La Tav è necessaria, mafiosi e prepotenti quelli che si oppongono. Non è così, ovviamente. Le ragioni del no sono molte e totalmente convincenti. Io voglio raccontare cosa facevamo lassù, non perché, quindi riassumo solo le obiezioni principali.
La linea attuale è sottoutilizzata (si parla di circa il 30% della sua capacità). Non c’è quindi la domanda. La realizzazione della Tav sarebbe mostruosamente costosa: secondo gli ultimi calcoli quasi venti miliardi di euro destinati probabilmente ad aumentare. Quanti posti di lavoro si potrebbero creare con quei soldi? Quanto si potrebbe migliorare il pessimo servizio ferroviario già esistente, trascurato per questi grandi progetti inutili?
Un’opera onerosa, non necessaria, che deturperebbe irrimediabilmente una valle bellissima ma già sfregiata dall’autostrada, abbatterebbe i boschi, danneggerebbe l’agricoltura e le risorse idriche, porterebbe rumore, inquinamento, polveri…
E’ veramente un’idea disastrosa, e non lo dicono solo gli agguerriti valsusini: vedere per esempio qui, “Le ragioni liberali del NO”, a cura di due economisti e un ingegnere. Cito solo un pezzo: “L’inesistenza di una domanda di trasporto, passeggeri e merci, tale da giustificare la realizzazione della linea AV trova riscontro nel fatto che non vi è alcun soggetto privato disposto ad investire proprie risorse nel progetto che sarebbe quindi interamente finanziato a carico del contribuente: la spesa per la tratta italiana della Tav, pari a 13 miliardi di Euro, equivarrebbe ad una una-tantum dell’ordine di 1.000 euro per una famiglia di quattro persone.”
Che senso ha? C’è chi dice che si sono impuntati su quest’opera insensata per spartirsi, in varia forma, i sostanzosi fondi, o per mettere le mani sull’uranio contenuto nella montagna che vorrebbero bucare.
(Oltretutto, tra le motivazioni ufficiali la retorica del lavoro è la più assurda: si devono distruggere i beni più preziosi solo per dare alla gente qualcosa da fare? Ci sono modi migliori di organizzare una società.)
Questo per convincervi che avevo ottimi motivi per salire su a dare man forte ai presidianti.
Sono arrivata il 26 maggio; per non perdere i finanziamenti dell’Unione Europea, entro il 31 avrebbe dovuto essere aperto il cantiere in località La Maddalena.
Il presidio serviva quindi a fermarli, un’altra volta ancora. Prima di giugno mi aspettavo che accadesse qualcosa di definitivo.
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3 risposte a “dalla Val Susa – prima parte

  1. Pingback: dalla Val Susa – seconda parte | gaia baracetti

  2. Sei semplicemente splendida.
    Grazie di esistere.
    Grazie di averti conosciuta.
    Un abbraccio.

  3. gaiabaracetti

    è stato un onore conoscere voi

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