se non sono i disperati

Nella grande confusione che circonda gli sbarchi a Lampedusa mi pare siamo tutti d’accordo sul fatto che tra i migranti ci sia, oltre a chi scappa dalla guerra, dalla fame, dalla persecuzione, anche chi potrebbe restare in patria, ma non vuole farlo perché non c’è lavoro, perché non gli piace, perché è curioso, e tutta una serie di motivi comprensibili ma non certo drammatici o assoluti. Questo post su Fortress Europe lo descrive bene.

E allora io mi pongo sempre le solite domande. In teoria, nessuno può limitare il movimento di nessuno, va bene. Tutti potrebbero andare dove gli pare, in teoria. E’ anche vero che le diseguaglianze di reddito abissali tra ricchi e poveri (paesi, classi sociali) vanno ridotte drasticamente prima di dire a qualcuno di stare lì dov’è.

In pratica, però, io sinceramente sono ancora confusa e perplessa sul come dovremmo accogliere questi giovani, e su cosa possiamo e non possiamo rifiutare o pretendere. Certo, non puoi lasciarli in mare o non dargli da mangiare, ovvio. Li devi accogliere. E poi? I cittadini dei paesi riceventi cosa devono fare e pensare, esattamente? I flussi sono massici, l’Europa è già sovraffollata, la disponibilità di manodopera a basso reddito non aiuta a mantenere le conquiste dei lavoratori europei, e anche se non è giusto colpevolizzare i lavoratori stranieri per questo, il problema c’è. E se non trovano il lavoro che cercano?

Una soluzione potrebbe essere liberalizzare talmente tanto i movimenti di persone, da non costringerle ad ammassarsi tutte a Lampedusa. Fortress Europe scrive: “Fossero arrivati in aereo direttamente a Parigi nemmeno ce ne saremmo accorti, e metà di loro sarebbero già tornati a casa. Per quello ripeto che in fondo non è un male che Lampedusa sia sovraffollata. Perché tutto questo ci pone delle questioni serie in modo esplosivo. Non limitiamoci a chiedere un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Perché tra sei mesi si ripresenterà di nuovo la stessa questione. Il punto è un altro. Ed è che il regime di criminalizzazione della libertà di circolazione deve cadere, esattamente come sono cadute le dittature del sud del Mediterraneo.”

Cosa succederebbe, a quel punto? All’areoporto di Parigi, alla città, al mercato del lavoro, alla società, al rapporto tra uomini e donne (non viaggiano allo stesso modo), agli equilibri demografici… qualcuno lo sa? Dire che tutto si risolve aprendo le frontiere senza limiti equivale a riporre fiducia assoluta nel libero mercato. Vero solo in teoria. In pratica, quando mai basta una deregolamentazione totale a risolvere un problema?

E soprattutto: abbiamo diritto noi cittadini europei di pretendere di avere voce in capitolo su questi flussi? O dobbiamo semplicemente aprire le frontiere e vedere cosa accade? L’immigrazione di massa, nel bene e nel male, è anche un’imposizione di gruppi di persone su altre che hanno costruito e gestito una terra, un paese, una città, in un certo modo. E’ giusto togliere a queste persone ogni diritto a regolare chi entra e chi esce, con tutte le conseguenze? Non lo so, ancora non lo so, ma mi sembra che finché non abbiamo risposto a questa domanda, continueremo ad andare avanti con isterie, sentimentalismi e cliché.

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6 risposte a “se non sono i disperati

  1. Ecco cosa un contesto sociale disastrato offre agli immigrati, facendo esplodere ogni tipo di problematica, a differenza delle nazioni «normali» dove l’immigrazione è un fenomeno in qualche modo controllato e gestito… (il documentario è particolarmente interessante dopo il 13° minuto)

    Bellisimo post Gaia, davvero bello.

  2. gaiabaracetti

    Che pena. Perché non si ribellano o tornano indietro, mi chiedo.
    Anni fa, la Commissione de Mistura propose il “rimpatrio
    concordato e assistito che ha come obiettivo quello di favorire il rientro in patria dello straniero irregolare in cambio di un sostegno economico per realizzare nel suo paese di provenienza un suo progetto di vita.”
    Non so dove si trovi il rapporto online, ma io ce l’ho se a qualcuno interessa: è ottimo per l’onesta analisi delle incoerenze e ingiustizie del sistema vigente di gestione dell’immigrazione, e per le proposte, che ovviamente non sono state ascoltate.

  3. Purtroppo nel documentario (che io ho ascoltato alla radio e che nel formato televisivo è stato ridotto considerevolmente proprio nelle parti più interessanti, ma di minore effetto mediatico) uno degli intervistati spiegava che per un nordafricano è molto disonorevole rimpatriare senza aver fatto fortuna all’estero, sia perché in patria ha contratto debiti considerevoli per raggiungere l’Italia (circa 2.000 €), sia perché lo sforzo che ha fatto la sua comunità per inviarlo «a far danari» fuori deve assolutamente essere ricompensato. Perciò i poveracci si barcamenano nei lavori più assurdi, pur di racimolare qualcosa da inviare a casa. Proseguiva dicendo che per lui è abbastanza angosciante attendere ogni mattina una persona sempre diversa (il caporale), seguirla alla cieca senza conoscere che tipo essa sia, sottoporsi ad un lavoro estenenuante per scoprire a tarda sera di essere pagato meno di quanto pattuito, se non addirittura in molti casi malmenato e minacciato di tacere. Non possono denunciare nulla, perché appena si avvicinano ad una caserma viene chiesto loro il permesso di soggiorno (di cui non sono provvisti), per cui sarebbero rimpatriati immediatamente. Sono a tutti gli effetti la schiavitù del terzo millennio, senza diritti e senza identità. E non possono più tornare indietro, perché sono attesi dai ras locali – nei cui confronti sono debitori – e dalle famiglie che hanno riposto in loro tutte le speranze per una vita più dignitosa.

    Sono d’accordissimo con te: bisognerebbe andare nei loro piccoli paesi, spiegare loro in che tragedie si ritrovano se partono come clandestini, e soprattutto cercare di avviare lì delle attività tali da consentire loro un lavoro e una *minima* garanzia di benessere. Come dice Camilleri, «non si fugge dalle democrazie», e se loro scappano dai loro paesi è perché quelle non sono democrazie, anche se magari lo sono ‘formalmente’. E’ questo il punto: dovremmo cercare di sostenere questi popoli seriamente, e non di creare tante piccole Lampeduse. Carlo Rubbia – ad esempio – commentando la necessità di spingere sulle energie alternative piuttosto che sul nucleare, ipotizzava che se si investisse in sviluppo e ricerca sul solare in quelle zone (che sono notoriamente molto assolate in tutto l’anno), da una parte si produrrebbe energia pulita, e dall’altra si creerebbe un bell’indotto, con grosse ricadute locali in termini di posti di lavoro e di ricchezza. Una politica del genere ricordo fu fatta nella DDR post-riunificazione, quando tutti gli obsoleti impianti di industria pesante della DDR furono riconvertiti in stabilimenti per la produzione del fotovoltaico, mantenendo più o meno invariato il tasso occupazionale della Germania dell’est e dando alla nazione il primato nell’esportazione delle energie rinnovabili.

    Ma questo significa avere un governo che abbia un’azione programmatica con una prospettiva di almeno un quinquennio/decennio, e non un governo il cui sguardo arriva a qualche mese davanti nel migliore dei casi (vedi L’Aquila, vedi Lampedusa, vedi l’immondizia a Napoli, etc. etc.), quando non è impegnato a far evitare la galera al presidente del consiglio.
    Il problema – a mio avviso – è tutto enucleato nelle tue domande. E’ tutto lì…

  4. gaiabaracetti

    Secondo me bisogna andare oltre, purtroppo, e chiedersi se non ci sia anche un problema di sproporzione popolazione – risorse, sia qua che “là”. In generale è proprio nei paesi più poveri che la crescita naturale della popolazione è maggiore. E’ anche vero che i paesi ricchi depredano le risorse di quelli poveri per mantenere stili di vita non più sostenibili, motivo per cui io penso che ognuno dovrebbe cercare di consumare il suo, anche per capire qual è il rapporto più realistico tra popolazione e territorio.

  5. gaiabaracetti

    E comunque, si fugge anche dalle democrazie, come dimostra volendo l’Italia del dopoguerra. Si va via, ad esempio, se non c’è lavoro, e la democrazia non garantisce lavoro.

  6. Per me una democrazia compiuta e non teorica ti ‘garantisce’ in qualche modo il lavoro (vedi art. 1 della Costituzione). Che può anche non essere quello che vorresti, ma che ti consente una vita dignitosa ed una prospettiva di futuro per te ed i tuoi figli. Le democrazie in cui non c’è lavoro non sono (sempre a mio avviso) democrazie compiute, perché in esse chi esercita la gestione del lavoro ha un potere enorme su tutto il resto della popolazione (è violata l’uguaglianza sociale). L’Italia del dopoguerra a mio avviso non era una democrazia compiuta… il lavoro, l’accesso all’istruzione e la sanità di fatto non erano garantite per tutti. Dispiace constatare che ci stiamo piano piano ritornando…

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