Riflessioni che denotano il mio sostegno e allo stesso tempo il mio scetticismo nei confronti della nuova ondata di proteste studentesche*

A Udine hanno finalmente occupato il rettorato, a quanto pare il rettore l’ha presa molto bene, io ogni tanto faccio un salto, ci trovo parte della vecchia guardia dell’Onda di due anni fa, e dei teneri germogli della nuova generazione di manifestanti. E’ bello, anche se malinconico: sono meno e non ci trovo la stessa energia.
Oggi c’è stato il corteo funebre dell’università, con una bara, un lungo striscione nero, e molti studenti vestiti dello stesso colore che lo sorreggevano. Li ho seguiti un po’, poi non ho retto alla commozione di constatare la fine non tanto dell’università, quanto del mio turno di piangerla in quel modo (se e quando finirò sto nuovo libro, mi srotolerò da questo ridicolo ripiegamento su me stessa).
Anche due anni fa facevamo messinscene sulla morte dell’università. Stai leggendo, Tommaso? Se non avessi paura di perdere la vostra attenzione, ne racconterei alcune parecchio emozionanti. Magari un’altra volta.
Arriviamo invece al punto. Questo giro, io sto fuori (neanche l’altra volta ero studentessa, a dire il vero, ma fingevo con convinzione). Nonostante sostenga, a grandi linee, la protesta, non partecipo attivamente, e non solo perché appunto non appartengo all’istituzione, ma anche perché nutro riserve abbastanza elaborate che preferisco pubblicare sul blog piuttosto che espletare in un contesto in cui la priorità assoluta è scongiurare altri tagli e non scuotere le fondamenta stesse del mondo in cui viviamo.
Perché io vorrei accusare l’università, o almeno la percezione comune di quello che l’università è, di varie cose, tra cui di essere in qualche modo responsabile del primato dei lavori intellettuali e dirigenziali su quelli fisici, manuali e artigianali, primato prepotente e velenoso.
Ma da dove vieni?, mi si dirà. Il mondo è sempre stato così! Infatti il mondo è sempre stato sbagliato.
Qui faccio una digressione sulla mia esperienza personale -giuro, non mi piace parlare di me in quanto me, ma forse mi aiuta a spiegarmi. Senza scendere troppo nei dettagli, io provengo da una famiglia benestante della borghesia medio-alta (di origini contadine, ma non divaghiamo). In questa famiglia, in cui uno dei valori cardini è lo studio e la realizzazione professionale, io sono passata ad essere, alle volte in potenziale altre effettivamente, una specie di pecora nera (non solo io – la mia intera generazione, riflessione di questo presente liquido/precario, presenta varie problematiche, ma di nuovo, non divaghiamo). E come sarei una pecora nera? Sesso, droga, e rock’n’roll? Macché. L’edonismo, la più trita delle trasgressioni, non c’entra. Io sarei una pecora nera perché non sfrutto la mia laurea.
E non solo la mia famiglia. Lo sbigottimento è generale, la compassione e la delusione malcelate. Io mi sento trionfante, ma quasi tutti mi guardano e scuotono la testa.
Ora spiego che io divido tutto il tempo che non dedico al divertimento o alle funzioni biologiche alle seguenti occupazioni: svolgere un lavoro onesto, retribuito e utile; leggere, scrivere, condividere quello che imparo/creo, e più in generale interrogarmi su cosa non va nel mondo, e sul come e perché rendere questo mondo migliore prima di lasciarlo.
Domani non si sa, ma oggi è così. Ci tengo a specificare che non vivo in questa maniera per caso, ma perché anni di riflessioni e tentativi mi hanno portato alla conclusione che bisogna essere il più autonomi ed eclettici possibile, nei limiti delle necessità di specializzazione, senza la quale non si possono fare le cose bene; inoltre, ho troppo rispetto per l’attività fisica per buttare via le mie calorie in palestra se posso consumarle nello svolgimento di compiti utili quali spostare scatoloni o shakerare caffé, e ho troppo rispetto per l’attività mentale per offrirla mercenariamente a università o giornali, e siccome le tecnologie e l’indipendenza economica mi permettono di scrivere e comunicare in totale libertà e solo se ho qualcosa da dire, la combinazione che ho descritto sopra mi sembra al momento del tutto felice e coerente.
Cosa c’entra questo con l’università? Premetto l’ovvio, cioè che l’università è un’istituzione fondamentale e non intendo metterla in discussione in quanto tale, né i miei principi mi permettono di accettare che l’accesso all’università sia regolato da fattori quali ceto sociale/reddito/conoscenze. Sono con i ragazzi in piazza, grosso modo.
Detto ciò, io mi chiedo se sia il caso di attribuire all’università come oggi è e per il ruolo che ha assunto una o più delle seguenti caratteristiche fondanti della società moderna che io critico.
Uno. Il disprezzo per i lavori fisici e, in parte, creativi. Qui in mezzo c’è veramente di tutto, bisogna stare attenti. Leggevo tempo fa un articolo de Il Friuli che raccontava di come non si trovino giovani apprendisti “artigiani” (idraulici, panettieri, non ricordo le categorie precise) nella nostra regione. In parte, si tratta di lavori troppo pesanti e sottopagati, quindi capisco che molta gente li schifi; in parte, la nostra società ci dice più o meno esplicitamente che chi finisce a fare queste cose è un ignorante e un mezzo fallito (a meno che non sia a livello imprenditoriale). Provate poi a cercare un buon sarto, o qualcuno che vi faccia le scarpe. E’ dura. Conosco tanti ragazzi che vogliono fare gli stilisti, alcuni anche estremamente talentuosi -nessuno però ha voglia di cucire. E va bene, non tutti devono fare tutto, alcuni progettano e altri fanno. Però bisogna chiedersi perché adesso tutti vogliono progettare, essere ingegneri e architetti e stilisti, e nessuno fare, e perché ci sia così poca gente che fa entrambi (lo so perché: efficenza, ma l’efficenza non è tutto). Perché tutti vogliono lavorare in banca e nella finanza, e nessuno o quasi lavorare in quei settori, come la produzione di cibo, senza i quali non solo non esisterebbero banche e finanza, ma neanche banchieri, bancari e affini, perché morirebbero di fame? Il ricercatore dell’università mappa il genoma della vite – ma chi vendemmia? (gli africani) Il ricercatore dell’università studia come far “crescere” l’economia regionale – ma chi c’è nelle fabbriche su cui poi lui fa i suoi conticini? Ti piace creare una bella pubblicità (magari se hai studiato marketing) per vendere un prodotto industriale, ma non creare un bel prodotto artigianale da vendere di persona – il primo significa avere successo, il secondo fare il fricchettone.
Uno potrebbe obiettare: puoi fare questi lavori, fisici, creativi o meno, anche con una laurea. Certo. Poi la Repubblica fa un articolo o Virzì un film in cui denuncia che un laureato non fa il laureato. Decidiamoci. Questo è un nodo cruciale. Se la laurea è solo un avviamento ad un lavoro, allora dobbiamo essere favorevoli ad un numero chiuso calibrato sul numero di professionisti che saranno richiesti in quell’ambito. Alcuni direbbero che chi studia, in quel caso, si sta praticamente acquisendo il diritto ad un lavoro futuro, e dovrebbe pagarlo di conseguenza (non sono d’accordo, perché è discriminatorio tra giovani con diverse possibilità economiche, certo negli Stati Uniti i soldi te li prestano, solo che finisci di pagarli a quarant’anni e dopo aver sudato sangue). Se la laurea è invece bagaglio personale, che si può impiegare o meno in un lavoro futuro, non voglio più sentire parlare di laureati camerieri e laureati commessi, in sè, come una tragedia nazionale. Lo dovevano sapere.
Due. L’iperspecializzazione e la totalitarietà del lavoro (sul secondo sostantivo sono attaccabile). Il motivo per cui io alla fine ho deciso di non perseguire una carriera accademica è che non volevo occuparmi di una cosa sola per anni, come richiede il dottorato. In generale, la mole di conoscenze e ricerche già fatte, la quantità di discipline, la competizione, richiedono un livello di specializzazione che per me sarebbe eccessivo. In qualsiasi modo la si guardi, è una tragedia: se passi la vita ad occuparti di una cosa, conoscerai solo quella e comunque ancora non a fondo; se cerchi di fare collegamenti e interessarti di argomenti diversi, tutti gli esperti ti daranno dell’incompetente. Però almeno io ci provo, con la seconda strada. Legato all’iperspecializzazione è, secondo me, il fatto che si lavora troppo, questo però è un altro discorso.
Tre. La delega delle funzioni intellettuali. Qui mi sento mancare il terreno sotto i piedi -entro in questioni troppo complicate. Però io ritengo che ci siano campi della vita di cui devono occuparsi gli esperti (io non posso trovare cure per il cancro), e altri che debbano invece appartenere un po’ a tutti (filosofia, politica, economia…), perché tutti siamo in grado di interessarcene, e perché senza porci domande in questi ambiti non siamo esseri umani e cittadini completi. Allora mi chiedo: l’università è, come dovrebbe essere, una piazza aperta, in cui entrano e da cui escono persone di tutte le provenienze e di tutte le età, e idee, oppure è un mondo chiuso e autoreferenziale? Gli esperti ci aiutano in questi percorsi, oppure oscurano la conoscenza che posseggono? O vorrebbero condividerla ma i media glielo impediscono? Io a intervalli regolari litigo con un amico che non mi ritiene adeguata a discutere di immigrazione, per dirne una, perché non faccio antropologia. Gli ‘esperti’ spesso fanno così, ti considerano impreparato su una questione su cui invece tu avresti il dovere e la possibilità di essere preparato, e loro sono lì per aiutarti a diventarlo. Questa mia è una critica all’università in generale, o a un certo tipo di università? Non lo so davvero. Un’università veramente aperta alla società potrebbe essere così diversa da quella attuale da renderla irriconoscibile – o è la società che dovrebbe cambiare?
Quattro, e questa è una caratteristica più del tipo di protesta che è stata messa in piedi, che dell’università in sè. La predisposizione a misurare numericamente ed economicamente tutto. Nell’ultima puntata di Vieni via con me uno degli elenchi, mi pare di Camilleri, era: “perché con la cultura si mangia”, letto da Zingaretti. A parte che uno che mi viene a dire che grazie alla cultura gli uomini impararono a mangiare le uova DI DINOSAURO mi fa pensare che forse non dovrei prestargli tanto ascolto; ma poi, se parliamo strettamente di mangiare, il discorso diventa complicato. Ci sono cose che, materialmente, potrebbero rendere di più, rispetto alla cultura, a meno che non la si definisca come tecnologia e scienze manageriali, e basta. Lasciamo stare la domandona: perché abbiamo bisogno della cultura? Pensiamo invece che non tutto si può misurare né in termini economici, né in termini quantitativi, e se sono argomentazioni economiche e quantitative quelle che usano gli studenti e i ricercatori in piazza, e in parte lo sono, è perché altrimenti la cosa diventa ingestibile e il dibattito infinito. Tra le argomentazioni che sentiamo più spesso a favore di un aumento della spesa universitaria ci sono cose tipo: l’America spende xxx per l’università a fronte del nostro yyy; siamo tra i paesi con meno laureati/ricercatori pro capite in Europa, eccetera. E allora? Siamo all’asilo, in cui bisogna fare quello che fanno gli altri perché lo fanno gli altri? No. Usiamo questi numeri perché altrimenti è impossibile quantificare quanti laureati/ricercatori sono necessari in un paese. E’ impossibile anche stabilire se una maggiore spesa universitaria provochi una maggiore cultura generale, visto che l’autodidattica e una vita piena e varia sono ottimi modi per imparare anche le cose che altrimenti ti insegnano i professori, e visto che ci sono tanti tipi di materie, alcune delle quali si possono approfondire in modi che non hanno nulla a che fare con quanto lo stato sborsa alle varie università del paese. Quindi questa guerra di numeri per me copre i nodi cruciali invece di scioglierli, oltre a fare confusione tra ricerca e apprendimento.
E comunque, prima di decidere quanti laureati servono all’economia o alla società italiana bisognerebbe rispondere a tutta un’altra serie di domande, che mi riportano al punto uno:
ci sono tipi di ricerca, o meglio di applicazioni di questa ricerca, che invece di migliorare la nostra vita la peggiorano o ci danno solo l’illusione di migliorarla?
tutti i laureati devono fare lavori “da laureati”?
serve per forza la laurea per fare certi lavori?
quanti non laureati servono per sostenere economicamente e praticamente un laureato in posizione di ricerca/dirigenziale? questi non laureati saranno italiani, europei, o proverranno da paesi cosiddetti in via di sviluppo? e se saranno italiani, come facciamo a garantire che ci siano abbastanza persone che non subiscono le pressioni sociali a laurearsi a tutti i costi o fare un lavoro ‘da laureati’? e se saranno provenienti da paesi poveri, come giustificheremo moralmente l’ovvia ingiustizia?
è giusto che un laureato si aspetti necessariamente un lavoro pagato meglio di quello che avrebbe senza laurea, a prescindere dal campo?
Parte del punto quattro era anche la questione di come valutare un ricercatore, visto che “numero di pubblicazioni” o anche “numero di citazioni” mi sembrano criteri insufficenti, ma francamente non ne so abbastanza.
Linko, infine, la poesia che Pasolini scrisse provocatoriamente a critica degli studenti sessantottini. La metto così, più per conoscenza che perché c’entri qualcosa, o forse perché dietro a queste nuove proteste studentesche io vedo di nuovo questioni di classe, non solo nazionali ma anche internazionali, se si capisce cosa intendo.
Concludendo, avverto di essere già a conoscenza del fatto che le mie argomentazioni possano apparire esagerate e confuse. Voglio porre domande, e non solo non pretendo di dare risposte, ma non voglio neanche che pensiate che ci sto provando.
*questo titolo e ancor più la nota a spiegazione del titolo ha nella mia mente contorta qualche specie di cosa a che fare con David Foster Wallace, di cui sto leggendo Considera l’aragosta**, che sono arrivata a reputare testo necessario di preparazione al mio prossimo romanzo, che rischia di non vedere mai la luce a causa proprio della liberalità con cui includo testi impegnativi nonché superiori alle mie capacità tra le letture preparatorie, e mi scuso per la ripetizione della radice prepar-.
**Libro eccellente che consiglio, se possibile in inglese -a leggerlo in lingua originale lo immagino assolutamente intraducibile in italiano, nonché lessicalmente difficilissimo in ogni caso, ma ne vale la pena.

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4 risposte a “Riflessioni che denotano il mio sostegno e allo stesso tempo il mio scetticismo nei confronti della nuova ondata di proteste studentesche*

  1. Visto che si sono arrampicati sui tetti, sul colosseo, hanno usato la mole antonelliana come lo schermo per un proiettore, non potevano pretendere un po’ di più questi univeristari già che erano li? Possibile che la fantasia dei ventenni italiani superi di così poco quella di un Bersani qualsiasi? Qual è il grande sogno degli studenti? Fare i ricercatori? Avere un modesto lavoro che si adegui al titolo di studio? Fare ricerca? Essere i rappresentati da Vendola? Che grigiore, che tristezza. Mentre scrivo qua a Udine, nelle regioni di quel mondo che noi chiamiamo in via di sviluppo, milioni di giovani che si stanno emancipando dalla miseria stanno premendo come un fiume in piena contro una diga che sta per tracimare: l’occidente e purtroppo ci stanno seguendo (anzi ormai precedendo) nel rincorrere il mito della ricchezza, del lavoro e della democrazia istituzionalizzati, noi invece scendiamo tutti in piazza e facciamo i cartelloni alla Gelmini. Vale davvero la pena occupare le università e prenderle dagli sbirri per così poco, tra l’altro sempre come extrema ratio? Credo che con le nostre piccole idee e i nostri piccoli sogni saremo solamente spettatori della storia a venire. Possibile che un così vasto dispiegamento di proteste non riesca a lottare per ideali un po’ più entusiasmanti? Non si potrebbe fare un piccolo salto di qualità? Io vorrei che questi studenti protestassero per cambiare il mondo dalle fondamenta, e che perciò si interrogassero sulle fondamenta, per cambiare se stessi, invece lottano per mantenere quel modesto privilegio che consiste nell’andare all’univeristà a dare una ventina di esami, che fra le altre cose non garantisce niente, eppure si aggrappano ad esso come fosse la cosa più bella al mondo. E possibile pretendere un po’ di più? Possibile che negli anni dell’università, che per la maggior parte di noi sono ancora gli anni più liberi della vita (liberi da padroni e da genitori almeno) la gente lotti per lavorare, per lavorare, per lavorare? Io abolirei l’articolo uno della costituzione, ma gli studenti difendono costituzioni, magistrature e sacrosante istituzioni (vecchie e nuove) perché non ne capiscono proprio un ca**o di rivoluzioni, non conoscono la parola libertà se non associata alla parola informazione e le loro rivendicazioni si fermano a quelle per un posto da impiegato, non importa se dello stato o di qualcun altro o da libero professionista (libero da che cosa poi?)

  2. Io lo lascerei quel primo articolo, ma definiamo lavoro, oppure facciamone una cosa enorme, lavoro come contributo alla società che tutti dobbiamo dare, lavoro come realizzazione personale, lavoro come capacità di mettere da parte l’egoismo, lavoro per imparare qualcosa di nuovo, lavoro per mettere le basi di un mondo migliore di quello che troviamo… ora mi sembra che lavoro significhi solo: soldi per fare altro, per carità ci vogliono anche quelli, ma non solo!!

  3. Cara Gaia,

    ho quasi finito di leggere, di ritorno sulla tratta Bologna-Napoli, il fortissimo «Easter Parade» di Richard Yates (uno dei miei autori preferiti.. te lo consiglio vivamente se non hai mai avuto occasione di leggerlo). Una delle protagonisti del romanzo (una sagra familiare, a più voci rispetto al precedente «Revolutonary Road») è la giovane Emily, che – a dispetto della sua laurea – svolge lavori in cui la laurea non è necessariamente richiesta. Siamo nell’America degli anni ’50, ed Emily è uno spirito libero: durante un party universitario acquisisce involontariamente la consapevolezza di essere un «intellettuale». Legge molto, si informa, si pone domande, ricerca soluzioni, si confronta brillantemente con gli altri (accademici e non), si cimenta nello scrivere libri… dico, ti ricorda qualcuno?

    Forse il problema di questo paese è che si è persa di vista la figura dell’intellettuale (che – pur non conoscendoti – tu mi sembri incarnare da quello che scrivi)… «intellettuale» è diventata quasi una parolaccia, un termine dequalificante con cui apostrofare o chi fa sfoggio della propria erudizione, o chi non mette (stolidamente?) a frutto i propri studi. I protagonisti dei romanzi di Yates sono spesso giovani intellettuali che vivono situazioni drammatiche per il non conformarsi allo squallore della società di massa dell’America degli anni ’50. Possibile che siamo ancora fermi lì ? E’ passato più di mezzo secolo!

    Ancora una volta condivido le tue riflessioni, e ritengo che l’aver smesso di parlare di tante questioni importanti relative alla società, alla cultura, al lavoro – che, come tu ben segnali citando Pasolini, erano già state additate nel secolo scorso (sic!) dagli intellettuali dell’epoca – le abbia relegate in secondo piano, lasciando sotto i riflettori soltanto le problematiche relative alla loro misurazione (tasso di laureati disoccupati su numero totale di disoccupati, etc. etc.) e al loro costo economico/finanziario.

    Sempre nel romanzo di Yates, uno degli uomini di Emily le dice: «La cultura (umanistica) serve non a farti conoscere, ma a liberarti la mente». Per questo dico sempre (pur avendo studiato fisica): meglio meno ingegneri, informatici, tecnocrati e più filosofi, letterati, musicisti. Stiamo rimuovendo i problemi non parlando più di essi, ma delle tecnologie e delle metodologie atte a risolverli, che non è la stessa cosa, perché il metodo non è la soluzione. Da qui scaturisce, mi pare, la trasformazione degli atenei da città aperte a villaggi chiusi, riservati agli addetti ai lavori, dove si perde di vista l’oggetto della ricerca (su cui tutti possono portare un contributo) e si pone l’enfasi essenzialmente sulla pubblicazione (riservata agli accademici). La laurea diviene la certificazione della competenza del laureato in specifiche metodologie o tecniche – non più un titolo di cultura-, per cui chi si laurea e apre una bottega in cui vende i propri manufatti che non hanno nulla a che vedere con la laurea, viene visto come un marziano (nel migliore dei casi). O – peggio ancora – si esclude dal confronto su di un tema (l’immigrazione) l’interlocutore, qualora egli non abbia il retroterra specialistico-settoriale relativo ad uno soltanto degli aspetti specifici del problema (l’antropologia). Qui mi sembra si sia arrivati all’assurdo. Ti assicuro che i più grandi chef sono in grado di cucinare benissimo, anche senza conoscere la chimica e la fisica di base che regolano i processi di cottura e aromatizzazione degli alimenti. E sai perchè? Perchè fanno attenzione al problema (la cucina) e non al metodo (la combustione o la denaturazione proteica).

    Un saluto affettuoso,

    Michele.

  4. Pingback: pulire | gaia baracetti

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