avere scritto un libro

Ho deciso di pubblicare il mio romanzo da sola perché volevo avere il controllo totale della mia opera. Volevo che uscisse prima possibile, perché non sopportavo di dover aspettare un solo giorno in più, lasciando il libro nel limbo della scrivania di chissà chi; volevo che nessuno mi cambiasse nemmeno una virgola, se non per correggere un errore; volevo scegliere la copertina, la quarta di copertina, tutto. Volevo ritenerne i diritti, non mi sembrava giusto doverli cedere. Quel libro doveva essere mio in tutto e per tutto, perché l’avevo scritto io, in pochi mesi, in uno stato di estasi e dedizione assolute, perché volevo e perché dovevo, una combinazione di volontà e necessità e trasporto ossessivo che già di per sé mi sembrava avesse del miracoloso.

Fin qui, ho avuto quello che volevo. Ho scritto di testa mia, ho pagato di tasca mia, ho commissionato la copertina ad un amico (grazie Pola), e, a parte il fatto che la sfumatura è uscita un po’ più verdina del previsto, ho avuto in mano il libro esattamente come l’avevo pensato. Non volevo la trama in quarta di copertina, perché ho sempre odiato chi la svela, e non c’era la trama. Non volevo mettere note biografiche, e non le ho messe. Era totalmente il mio libro. Una soddisfazione enorme, un orgoglio, una vittoria. E non avrei dovuto affidarlo a quella grande macchina le cui intenzioni e meccanismi mi ispirano tanta diffidenza, che è la distribuzione -ci avrei pensato io.

Il problema è che non basta scrivere un romanzo, bisogna far sì che la gente lo legga, bisogna venderlo. Qui sono entrata in crisi. Cosa significa commercializzare un libro? Un romanzo è un messaggio, e come puoi vendere un messaggio? So che è una domanda assurda, i libri, i quadri, la musica, si comprano e si vendono e si commissionano e si pagano, c’è gente che di mestiere fa questo, gente che studia questo, solo perché io non lo capisco non posso negare il diritto stesso ad esistere del mercato culturale. Inoltre, scrivere è un lavoro, non un hobby, e per i lavori uno vuole essere pagato.

Così ho iniziato ad analizzare i miei stessi meccanismi di lettura ed acquisto: come compro i libri, io? Per passaparola, o perché sono dei classici (non mi fido delle nuove uscite o dei bestseller del momento o delle recensioni leccacule, mi sembra tutto manovrato). Ma il mio libro non è un classico, e il passaparola funziona come vuole lui -quindi?

E poi essere dall’altra parte è un’altra cosa. A meno che non si sia lettori ossessivi come me, o che si tratti di libri di culto, raramente per chi legge il libro significa tanto come per chi scrive.

Forse bisogna provare per capire, o forse io entro in crisi perché sono confusa o perché non sono capace o perché provo una diffidenza viscerale nei confronti di tutto ciò che è marketing, pubblicità, commercio, mi sembra solo manipolazione e non voglio entrarci… penso: cosa deve fare ancora il mio libro, oltre ad esistere? C’è, e tanto basta, perché ci si aspetta che io faccia altro? Convincere una persona a comprare il mio libro mi sembra come cercare di convincerla a volermi bene: se deve succedere, succederà perché le verrà spontaneo.

Questo libro è come un figlio, e, amandolo di un amore quasi ottuso e incondizionato, vorrei che tutti ci vedessero quello che ci vedo io. Vorrei che cogliessero il simbolismo di cui l’ho riempito, e nessuno l’ha colto. Vorrei che i lettori capissero quello che voglio dire, che pensassero alle cose a cui io chiedo loro di pensare, ma mi accorgo già che ognuno ci cerca sé stesso o la propria storia o i propri interessi, o al limite me e le mie storie e fissazioni. Non ho cambiato la vita di nessuno. Il messaggio non è arrivato. E’ presuntuoso aspettarsi che il tuo libro cambi la vita di qualcuno, lo so. Ma per quale altro motivo, se non questo, dovresti scrivere? “Scrivi bene”, mi dicono, vabbè. E poi magari fanno qualche commento su quella cosa o quell’altra che li ha colpiti, o dicono qualcosa di generico: molto ironico, bello, brava, cose anche che fanno piacere, ma mentre parlano io faccio quasi fatica a lasciarli dire altro, come se fossi in imbarazzo o percepissi il vuoto nelle loro parole, sentissi che non ci siamo, allora voglio spiegare io il mio libro, decifrarlo, dare le chiavi che non hanno trovato, sottolineare i particolari che gli sono sfuggiti… come una stupida madre qualunque che crede di avere il bambino più speciale del mondo, e la mena a tutti in continuazione, e invece è solo un cazzo di bambino come gli altri.

Non posso entrare in un discorso su cosa significhi l’arte, sicuramente ogni artista o sedicente tale la intepreta a modo suo. Ho degli amici che sono musicisti, e dicono di non voler parlare di musica. Suonano, e basta. Forse anch’io dovrei scrivere, e basta. E quasi ho paura di vedere cosa ne è di quello che scrivo. Se io scavo, ricordo, mi esalto, mi prendo male, mi spremo, indago, piango, tutto questo per scrivere, e poi non riesco non dico a toccare chi legge, perché per toccare tocchi di sicuro, ma a far sì che vedano le cose un po’ come le vedo io, che si pongano le domande che mi sono posta io, che la loro visione del mondo cambi un po’, anzi, se poi non riesco a sapere se fanno tutto questo, ma mi sembra di no, non ora, non loro, magari un giorno qualcuno, o forse sono io che non mi sono spiegata… bah. Ho la netta sensazione di peccare di ingenuità o presunzione, ma non capisco esattamente quale delle due e in quale punto.

In tutto ciò, ho perso la voglia di vendere il libro. Ho solo voglia di scriverne un altro, scrivere ancora, spiegarmi meglio.

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14 risposte a “avere scritto un libro

  1. Perché un libro acquisisca la funzione “didattica” di cui parli il filtro dello scrittore dovrebbe essere stabile, sistematico e chiaramente definito.
    L’unica alternativa è comunicare attraverso una forte esperienza estetica, che non significa semplicemente “toccare” ma giungere ad un livello comunicativo più profondo. A volte per raggiungere questo scopo è necessaria la geometria di una cattedrale o il disordine di uno slang o così via, ma non è un passaggio scontato.

  2. no, non credo. non sono le stesse storie, alle volte, a farci riflettere e imparare? io non volevo imporre un punto di vista, solo lasciarne parlare alcuni, attraverso le storie, i simboli, e le osservazioni dei personaggi. uno scrittore non dovrebbe fare la predica o imporre la sua visione del mondo, penso. semmai rendere la complessità della vita e aiutare a vederla in ottiche nuove, anche contrarie a quelle che in quel momento vanno per la maggiore

  3. Post molto bello, potresti usarlo come prefazione di un prossimo libro lo sai? Ti capisco benissimo perché condivido i tuoi stessi sentimenti anche se ho abbandonato le velleità di diventare a tempo pieno un giornalista o uno scrittore e pseudo concorsi letterari da tempo.. insomma sono nella fase successiva alla tua (quella che anticipi nell’ultima frase) e rientro tra coloro che scrivono esclusivamente per se stessi. In fondo se ci pensi la scrittura è l’unica forma d’arte alla portata di tutti, basta davvero solo un foglio e una penna, non c’è nemmeno bisogno di uno strumento e di averne padronanza. Insomma, come mi disse quel direttore che mi cacciò fuori dal suo studio perchè volevo essere giornalista ma non avevo mai scritto nulla.. “vuoi fare il giornalista? Scrivi!”. Ecco, scrivi appunto, anche perchè funziona.. a me per esempio è venuta una gran voglia di leggere il tuo libro e adesso me lo ordino 🙂

    Ma a questo punto devo chiederti

  4. grazie. 🙂 io non ricordo nemmeno l’ultima volta che ho pensato seriamente di mantenermi scrivendo, ora faccio la cameriera con molta gioia (arriverà anche il momento in cui riabiliteremo i lavori fisici, insieme a tante altre cose).
    sul fatto che la scrittura sia a portata di tutti, è un bene e anche un male: quante persone ne abusano? poi è chiaro, chi sono io per dire chi può scrivere e chi no, ma hai capito. stavo per impelagarmi in un discorso su quali forme espressive/artistiche richiedano abilità tecniche che secondo alcuni sono innate (musica, pittura…) e quali solo intelligenza e cose da dire, ma la distinzione non è così netta. la fotografia, per esempio?
    però mi spaventa questo: tra loro la scrittura è la più universale, accessibile anche a persone private di un senso (vista, udito…), immediata nel senso che dici quello che devi dire e non lo affidi ad un mezzo altro come una melodia o un colore, ma se la gente non parla la tua lingua, svanisce tutto…
    certo, ci sono i traduttori, ma se io comunico usando parole locali o gergali (come nel romanzo), o assonanze e allitterazioni e ritmi e rime in modo quasi esasperato (come nelle poesie), chi mai potrà tradurre questo?

  5. è universale si, ma credo che solo se chi ti legge è sulla tua lunghezza d’onda (come retaggio culturale, esperienze, aspettative eccettera) ti capisca e si stabilistica una qualche forma di comunicazione. Anche perché altrimenti non presterà attenzione a ciò che leggerà come nemmeno presterà attenzione a ciò che si dice in un discorso. Insomma ognuno ha il suo pubblico! I traduttori bel problema.. ma non è detto che siano un male, vedi Fernanda Pivano, le traduzioni italiane della beat generation sono probabilmente migliori degli originali

  6. ” Forse anch’io dovrei scrivere, e basta.”

    capisco quanto possa essere svilente vedere il messaggio non arrivare, sentire la scintilla in una tua frase e osservare come la gente nemmeno si accorga di quello che sta sotto lo strato superficiale.
    d’altra parte al giorno d’oggi sta al lettore recepire il messaggio, la fase in cui si scrivevano libretti d’istruzioni è finita da un pezzo… non è giusto, secondo me, fare la parafrasi alle persone, tanto meno di una propria opera…
    puoi fare un confronto, ma solo nel momento in cui la gente si è sforzata di crearsi una SUA interpretazione.
    quanto al vendere un’idea è un discorso scivolosissimo, l’immagine della madre che crede alle doti straordinarie del figlio è perfetta… è amore, e non lo si può accusare di nulla… forse con il tempo guarderai con occhio più distaccato e obiettivo la cosa.
    non riesco a immaginarmi vendere una mia idea decantandone le lodi (a dire il vero non riesco a immaginarmi vendere un’idea in generale) e questo stride tantissimo con il mio concetto di arte/letteratura/cultura che ho… ma d’altro canto in questo mondo e con queste condizioni o si fa l’eremita o si fa così, spinti dalla convizione che tale sforzo sia un giusto prezzo per la diffusione dell’idea in cui credi.
    ora mi manca solo di leggere questo libro!

  7. Oh Yeah, questo si che è marketing!

  8. infatti è proprio perché non voglio parafrasare o spiegare la mia opera che non vedo il senso di presentarla pubblicamente… per dire cosa? e proprio perché non posso decantare io le lodi del mio libro come non si può chiedere all’oste se il vino è buono… vorrei lasciare che tutto si facesse da sè.

  9. buh, per dire che hai secondo te hai ragione? ovviamente non sarebbe molto carino ed elegante
    in tal caso tempo al tempo, la cosa più giusta

  10. scrittoriprecari

    Salute a tutti,

    giungiamo in questo blog attraverso il collegamento del commento qui sopra, ringraziamo prisca per il sostegno alle nostre attività e al nostro blog ma teniamo a precisare che il firmatario del commento non è un membro del collettivo.

    Grazie

    Scrittori precari

  11. Cara Gaia come ti capisco! Ho avuto i tuoi stessi problemi quando ho scritto il mio primo libro “L’anello e il sigillo” le persone comuni non assaporavano l’anima del mio libro.

  12. Non ho letto il tuo libro, ma solo perché ne ho scoperto da poco l’esistenza. Rimediare sarà un piacere.
    Ci tengo a farti sapere che ti ammiro per quello che hai fatto. E per il modo in cui l’hai fatto.
    Bella la figura retorica della madre e del figlio. Mi fa pensare che il tuo rapporto con la scrittura sia qualcosa di più maturo del mio, che mi porta a vedermi un po’ come un amante inaffidabile. Coinvolto, indubbiamente, ma in modo febbrile, impulsivo. E, alla fine, inconcludente. Però quanto mi piace…
    Per come la vedo io, sei una scrittrice. Punto. Vendere i libri e mantenersi scrivendo sarebbe magnifico, ma non è ciò che ti qualifica.
    Quanto al fatto di cambiare la vita degli altri… Non è detto che non succeda (o che non sia successo). Forse, permettimi di fartelo notare, è sbagliato e pretenzioso volerlo fare per forza con i messaggi che TU ci vedi. Forse è giusto che ognuno vi legga qualcosa di suo e che viva l'”incontro” con la lettura (come quello con la scrittura, o con la musica e chi più ne ha, più ne metta) a suo modo.
    Ci sono libri e canzoni che hanno cambiato la mia vita, eppure sono quasi sicuro che per me abbiano un significato profondamente diverso da quello che avevano per il loro autore.
    Solo tu potrai vedere il tuo libro come un figlio. Tu soltanto, e questo non cambierà mai. Ma una persona non deve necessariamente essere sentita e amata come un figlio per cambiare la vita di un’altra. Questo tutti noi lo sappiamo bene.
    In bocca al lupo.
    Matteo

  13. crepi, e grazie per il bel messaggio, grazie a tutti anzi
    spero di non averlo già scritto (tendo a ripetermi), ma una cosa che mi ha colpita è come in quello che ho scritto ogni persona tenda a vedere sè stessa o qualcuno/qualcosa che le sta a cuore, e che quindi le reazioni siano così varie e anche sorprendenti, molto diverse da quelle che mi aspettavo e un po’ anche volevo. hai ragione, l’espressione artistica acquisisce poi vita propria. immagino sia normale, ma non mi ero mai trovata nella parte di chi scrive un romanzo, per cui non lo sapevo.

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