critiche a Saviano – parte seconda

Le questioni principali sollevate da Dal Lago in Eroi di carta sono due: la qualità letteraria di Gomorra, e l’idea di lotta alla mafia come scontro tra Bene e Male, e di Saviano come Eroe. Partiamo dal primo punto. Dal Lago si prende la libertà, piuttosto rischiosa, di analizzare e quindi criticare Gomorra come opera letteraria, cosa che secondo lui pochissimi hanno il coraggio di fare, proprio per colpa dello status di icona del libro. Ci sono tante cose interessanti qui, per esempio quando l’autore critica lo stile e il linguaggio del libro, che effettivamente lascia perplessa anche me, ma se volete ve lo leggete da soli mentre io mi soffermerò solo su un punto: la verità di Gomorra. Lo faccio perché se c’è un argomento che mi appassiona ultimamente, è proprio il sottile confine tra realtà e finzione. Qual è? Quanto è importante? Contano più i dettagli, o il quadro d’insieme, o la profondità di analisi? La verità dei fatti, o la verità letteraria? La risposta non è così scontata. Per l’occasione, ho rispolverato un altro dibattito, per certi versi simile. Prendiamo quello che è considerato uno dei grandi giornalisti del Novecento: il polacco Ryszard Kapuściński. La cosa interessante è che questo mostro sacro, questo monumento del giornalismo, non diceva sempre la verità. E’ ormai assodato che si inventava delle cose, anche cose importanti: per esempio, le sue opere sull’Africa sono piene zeppe di errori grossolani, stereotipi, inesattezze (John Ryle). Quando è emerso questo, si è aperto un dibattito: in sostanza, alcuni hanno difeso Kapuściński, perché scriveva libri bellissimi, perché la sua era grande letteratura, perché stava facendo più un’allegoria della Polonia autoritaria che una descrizione dell’Etiopia, perché alle volte il “giornalismo letterario” arriva a verità che il banale giornalismo non riesce a raggiungere, e così via. Altri, come Timothy Garton Ash per esempio, hanno concluso invece che “esiste un confine, o una zona di frontiera importantissima, che noi autori di non-fiction dovremmo sforzarci di non oltrepassare mai. Se lo facciamo dobbiamo etichettare diversamente il prodotto che ne risulta.” Anche perchè “dopotutto almeno parte dell’emozione di leggere un autore come Kapuściński deriva dal credere che scriva cose realmente accadute.” E’ proprio dall’etichetta che parte la polemica di Dal Lago su Gomorra. Nonostante il risvolto di copertina prometta un libro “scrupolosamente documentato”, in realtà di questa documentazione non c’è traccia, cosa che ha procurato anche dei guai a Saviano. E’ l’autore stesso, che ha vissuto queste cose “in prima persona”, la garanzia della verità di quanto detto: è vero perché ve lo dico io che c’ero. Se si trattasse di un semplice reportage, questo sarebbe ovvio. Ma la natura di Gomorra è fortemente ambigua. Reportage, autobiografia, romanzo…? Secondo Dal Lago, è un ibrido, tra fiction/romanzo e docufiction/storia vera romanzata, ma fortemente ambiguo. Questa naura ibrida sembra proteggerlo dalle critiche. “Se ci si interroga sulla verità del racconto, ci si dirà che stiamo leggendo un romanzo. Ma se si solleva il problema della scrittura romanzesca, si risponderà che conta soprattutto la realtà raccontata.” Secondo Dal Lago, Saviano ci costringe a credergli sulla parola, e i rischi da lui corsi (minacce, la scorta…) sono una prova che ha detto la verità, ma ne sono anche la conseguenza: quasi una tautologia. Così credergli diventa “un atto di fede”, e non un esercizio di pensiero critico. Un altro problema è quello della prima persona, ampiamente utilizzata nel libro. Chi è l’io narrante? L’autore, un’allegoria, il rappresentante della comunità tutta, un testimone oculare, un novello Pasolini… l’io narrante muta la sua natura “a seconda del ghiribizzo dell’autore.” Io, che avevo dato per scontato che fosse tutto vero, pensavo ci fosse una sola prima persona, quella che aveva fatto le cose che diceva di aver fatto. Come facciamo a sapere che non è così? Qui entra in gioco la questione della plausibilità, e vi invito a leggere il saggio, se vi interessa una spiegazione di come certe scene narrate in Gomorra sono fortemente implausibili, o incoerenti, o addirittura ridicole, come la scena dei Visitors, o quella del vestito di Angelina Jolie. “Se nei capitoli per così dire saggistici tutto è verosimile e persino “vero” (la presenza della camorra nell’industria tessile, l’espansione estera, lo spaccio…), così non è per le ripettute entrate in scena dell’io narrante”, ma questo non lo sapremo mai per certo, perché non c’è l’obbligo di presentare prove, trattandosi di “romanzo” oltre che di inchiesta. Quindi abbiamo la quasi certezza che ci siano cose non vere, ma non sappiamo né quali né fino a che punto. Ci sono poi, e questo è più importante, delle affermazioni false, come quella “sui cinesi che non muoiono mai”, i cui cadaveri vanno tutti in Cina (invece molti sono seppelliti qui, normalmente, si tratta di un mito sfatato), e poi i particolari inventati sulla morte di Annalisa Durante, quattordicenne uccisa per errore durante un agguato di camorra, descritta in maniera completamente diversa da come era, come ha accusato una giornalista che ha poi curato la pubblicazione del diario della ragazzina (un altro aspetto, un altro atteggiamento, un altro vestito). A questo punto uno potrebbe dire: chi se ne frega di tutto questo? Per me stabilire la veridicità di quanto scritto in un libro o un articolo è fondamentale. Se un autore non è scrupoloso su dettagli come il vestito di una ragazza uccisa, come possiamo fidarci sulle grandi cose? Perché certe persone, per raccontare una verità più ampia, ma anche più soggettiva, trascurano la verità immediata, condivisa, dimostrabile, dei banali fatti? E da cosa deriva, la grande verità raccontata dai grandi scrittori, se non dai fatti stessi? Che differenza c’è tra imprecisione e menzogna? Ci sono casi molto più gravi di quelli da me citati, ovviamente, ma forse per questo anche più facilmente smascherabili. Delle bugie dette dai “miti”, invece, non si sa che pensare. Io trovo liberatoria questa discussione.

(Fine seconda parte. Prima di arrivare alla terza, due link se a qualcuno interessa: i WuMing difendono Saviano, e un musicista di Napoli lo attacca molto duramente).

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5 risposte a “critiche a Saviano – parte seconda

  1. E’ vero quella dei cinesi che non muoiano mai, succede anche qui al nord.est, è un mito da sfatare, io credo che Gomorra, sia un libro creato per il nord, io vedo una sorte di ricatto.Sulla mafia sono tatti scritti, molti libri, ma questo ha avuto successo, in un periodo particolare; in tempi leghisti, dove il nord, minaccia, la secessione, è vero che la mafia c’è al nord, sono in terra che è stata dominio di Felice Maniero,ma non esageriamo, con dire che è l’unico problema del sud.

  2. Cara Gaia,
    complimenti per questo post, che condivido totalmente. Anche se è datato giugno 2010, lo trovo quanto mai attuale! Premetto di non aver letto direttamente nè il libro di Saviano, nè quello di Dal Lago; però da quanto dedotto dalle recensioni altrui (tra cui la tua, una delle migliori), l’opinione che mi sono fatto è molto prossima a quella di Dal Lago. Non ho mai amato le icone, l’impossibilità di dissentire, di spiegare i motivi del proprio disaccordo. Purtroppo con Saviano non è così: o si è solidali alle sue idee, alla sua lettura della realtà, oppure «si è contro la legalità, la giustizia, la denuncia sociale, etc. etc.».
    Vorrei capire il perché di questo clima. Se io fossi un autore, stimolerei felicemente la critica e la discussione attorno ai miei scritti, non foss’altro per avere più spazio per illustrare il mio lavoro con maggior dovizia di particolari… svelare completamente il mio pensiero e la mia opera, indicando i punti dove la realtà è soppiantata dal romanzo, e dove invece il romanzo non è altro che «fedele» testimonianza della realtà.
    Di Saviano ho letto solo articoli e scritti sparsi: solitamente si parte da fatti di cronaca, e da questi si dipanano delle considerazioni personali dell’autore che – se da un lato risultano essere più toccanti o avvincenti per il lettore – dall’altra perdono il loro carattere di oggettività per sconfinare nella più personale e soggettiva interpretazione. Molta etica, molta retorica. Se qualcuno però osa dare un’interpretazione o una chiave di lettura diversa dell’accaduto, viene subito tacciato di essere a favore di mafie, camorre e ‘ndranghete… Il mondo di solito non ha mai un’unica rappresentazione: la verità nasce dalla sintesi dialettica di tutti i punti di vista, anche quelli che non sono i nostri. Mi rammarica dirlo, ma purtroppo con Saviano non è così.
    Ciao e alla prossima…

  3. non so quanto sia colpa sua, piuttosto è la nostra Italia contemporanea che è così. io ovunque vedo molto inneggiare a miti o demonizzare persone (viva Silvio! Beppe Grillo ha sempre ragione! guai a toccare Saviano! ecc ecc), e poco ragionare sulle cose. è tanto più facile, così

  4. approfitto per segnalare che c’è anche una terza parte della recensione, che forse non si capisce dal titolo:
    https://gaiabaracetti.wordpress.com/2010/07/15/a-che-servono-gli-eroi/

  5. Cara Gaia,

    grazie per la segnalazione… non avevo notato la terza parte!

    Comunque: condivido tantissimo le tue riflessioni e le tue considerazioni, soprattutto sull’Italia contemporanea. Finalmente una seria, pacata e onesta discussione su fatti ed idee, e non una guerra di religione. Era ora…

    Sarei ben felice di ricevere altri tuoi scritti… se vuoi puoi inviarmeli anche via email. Da oggi, sappi che sei inserita tra i miei blog preferiti. Mi piace molto come scrivi.
    Continua così!

    Un abbraccio,

    Michele

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