attacco ai ricchi -quarta parte

Il quarto capitolo [Hervé Kempf, Perché i mega-ricchi stanno distruggendo il pianeta] parte dalle teorie di Thorstein Veblen, economista dell’Ottocento. Secondo lui, “il possesso della ricchezza è rimasto il mezzo di differenziazione [tra classi sociali], il cui oggetto essenziale non è quello di rispondere a un bisogno materiale”, perché se così fosse saremmo già a posto da un pezzo, “ma quello di assicurare una ‘distinzione provocante’ o, in altre parole, di esibire i segni di appartenenza a uno status superiore…” Una volta soddisfatti i ‘bisogni’, “il surplus di produzione deriva dal desiderio di accumulare ricchezza allo scopo di distinguersi dagli altri. Ciò è alla base di un consumo esibizionista e di uno spreco generalizzato.”
Ognuna delle classi in cui è divisa la società “cerca di imitare la classe superiore” attraverso i consumi. Questo conduce “a una valanga di sprechi, che hanno origine in cima alla piramide umana.” La classe più alta quindi stabilisce un modello che viene copiato dalla classe inferiore, e così via fino alla base.
Mentre leggevo questo capitolo, cercavo di testare la teoria in base alla mia esperienza. Prendiamo quell’abominio del giornalismo che sono le riviste femminili: gran parte delle loro pagine sono dedicate a consigli sul consumo, in cui, prendendo esempio da attrici sempre con un vestito nuovo (magari brutto), ricconi con case da sogno, donne truccate alla perfezione, suggeriscono come ottenere gli stessi effetti “spendendo meno”. Non capita mai che questi giornali consiglino di dare una sistemata all’abito dell’anno scorso, o di usare l’aceto per pulire la cucina o la farina di ceci per lavare i capelli (io lo faccio e funziona), per dire, il che dimostrerebbe che lo scopo di questi giornali è un aiuto alla risoluzione di problemi pratici. No: propongono sempre nuovi e costosi prodotti. E non solo i giornali femminili: L’espresso, per dire, fa lo stesso. Ormai la quasi totalità dei media dedica ampi spazi alle esortazioni al consumo basate sull’emulazione. Altro esempio: quanti genitori di basso reddito si tolgono il pane di bocca per pagare ai figli cellulari e vestiti che non li facciano sfigurare con i coetani? Oppure: capita spessissimo di vedere persone che guadagnano molto poco, ma non riescono a rinunciare a cambiare spesso borse e vestiti, o apparecchi tecnologici, per cui cercano di procurarseli a prezzi talmente bassi che chi li ha prodotti deve essere stato pagato pochi euro al giorno, ma chi se ne frega. L’ironia è che spesso queste persone trattano da “ricconi” e da stronzi chi ha prodotti costosi, magari fatti artigianalmente, dimenticando che alle volte il maggiore costo è segno di equa retribuzione del produttore, e che è più immorale il possesso di molti beni troppo economici. Mi ricordo gli operai in sciopero contro la delocalizzazione, che ho visto da vicino: a occhio e croce avevano tutti vestiti dei cinesi.
Ma divago, torniamo a Veblen. Nelle sue parole: “La produttività aumenta in seno all’industria, i mezzi di sussistenza costano meno lavoro, e perciò i membri attivi della società, invece che rallentare i loro sforzi e riposarsi, si impegnano allo spasimo al fine di raggiungere un lusso maggiore e visibile. La tensione non trova sollievo in alcun modo, visto che il possesso di un bene superiore non avrebbe avuto problemi a procurare la relativa soddisfazione se questa era tutto quello che si cercava; l’aumento della produzione e il bisogno di consumare si alimentano a vicenda: ormai si tratta di un bisogno espandibile all’infinito.” Non so, mi viene in mente un altro abominio con largo seguito: Sex and the city. In ogni scena, le donne indossano vestiti costosissimi e diversi: per una donna normale sarebbe impossibile vivere così, ma anche se lo facesse, rimarrebbe comunque “peggio vestita” dei suoi modelli, che sono già alla collezione successiva.
Il problema non è quindi solo la classe di mega-ricchi, ma anche la “nomenklatura”, la classe di professionisti, sottostante, che la copia.
Kempf cita studi secondo i quali: “il livello di soddisfazione dei lavoratori inglesi era più elevato quanto più inferiore era rispetto al loro il salario dei loro pari….”, oppure secondo cui “le famiglie le cui entrate sono inferiori al gruppo sociale di riferimento risparmiano meno di quelle che guadagnano di più, allo scopo di potersi permettere i consumi e mantenersi al livello di queste ultime.” Secondo un altro studio il tempo dedicato al lavoro aumenta in proporzione alla disparità sociale, e nelle società con più ineguaglianze la gente tende a lavorare di più. La soluzione è quindi tassare “i gruppi che fungono da modello di consumo”, per limitare l’effetto di emulazione a cascata.
La soluzione, dicono quelli che si oppongono alla redistribuzione, è invece la crescita. Ma innanzitutto, sostiene Kempf, questa non crea automaticamente sufficenti posti di lavoro. E se lo fa, a che prezzo? Per mantenere i prezzi bassi, senza i quali non è possibile consumare su larga scala, si sacrificano l’ambiente e i diritti dei lavoratori, questa è una storia vecchia. I recenti casi di suicidi in Cina, nella fabbrica che produce iPod, dovrebbero far riflettere sul costo umano del nostro consumo. E poi, soprattutto, il nostro pianeta non può sostenere ulteriore crescita economica, punto.
Quindi: decrescita, e non solo per i ricchi, ma anche per tutte le classi che li emulano. Questo significa innanzitutto noi: quante volte ci hanno detto che il 20% della popolazione mondiale consuma l’80% delle risorse? La classe media mondiale, sì, noi, noi, deve darsi una regolata, ma prima devono farlo i mega-ricchi, per una questione di equità, e di porre fine al circolo vizioso dell’emulazione. Speriamo di avervi convinto, fine quarta parte.

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19 risposte a “attacco ai ricchi -quarta parte

  1. In effetti mi ero chiesto come mai quasi tutti gli immigrati che vedo usano vestiti che sembrano seguire la moda, sicuramente più appariscenti di quelli che uso io. Avevo pensato che non avessero scelta, supponevo che i negozi di vestiti molto economici (spesso cinesi) vendessero soltanto vestiti che copiano la moda oppure avevo immaginato che fossero gli scarti degli altri negozi. L’idea che la classe povera ci emuli sembra molto valida. Non pensavo che fosse una scelta volontaria.
    Forse l’ho notato tra gli immigrati proprio perché sono mediamente più poveri degli italiani che frequento e vedo.

  2. gaiabaracetti

    bè ma in molti casi la stessa immigrazione dai paesi poveri non nasce da un bisogno ineludibile (scappare da una guerra), ma da un desiderio di emulazione di uno stile di vita più agiato

  3. gaiabaracetti

    comunque pensa anche al fenomeno dei venditori di strada: vendono tutti borse taroccate che imitano i grandi marchi (e spesso sono uguali). la borsa è la stessa, per giunta spesso pure brutta, tutti la vogliono, ma le classi alte hanno quella “originale”, i poveri quella finta. e guarda quante borse louis vouitton ci sono a udine…

  4. sono d’accordo sul discorso della piramide di classe, dove quella del gradino sotto imita quella che le sta sopra. il problema è prendersela con i più poveri, perchè sinceramente non puoi pretendere che per come stanno oggi le cose l’operaio e l’immigrato si rendano conto del ciclo che alimentano comprando certi prodotti.questo si risolverà solo istruendo le classi più povere,e vabbè il compito sarebbe della sinistra;mentre gli elettori aspettano noi ci diamo da fare (purtroppo ci sono ancora troppe persone di sinistra che non capiscono, o non vogliono capire, che criticare il sistema e comprare troppe cose è un’incoerenza).
    le classi più ricche hanno maggiore responsabilità;quando tu critichi gli operai che,indossando i vestiti cinesi,protestano contro la delocalizzazione della propria fabbrica,sembri non tenere conto che TUTTI NOI INDOSSIAMO VESTITI CINESI(o turchi,indiani,africani,ecc),chi più chi meno.e voglio vedere se tu perdi il lavoro, cosa fai pensi a delocalizzazione e mercato globale che stai alimentando? no, pensi a portare a casa lo stipendio.senti la tv,la pubblicità,e per soddisfare la tua infelicità compri i vestiti cinesi.
    i più colpevoli sono i borghesi,non i veri ricchi(per me quelli potrebbero morire tutti) che non abbandonerebbero mai il loro stile di vita,è una storia vecchia come il mondo! ma i borghesi di sinistra,quelli che danno la monetina all’africano e poi fanno shopping sfrenato il sabato pomeriggio,per poi andare la sera alla cena etiope il cui devoluto….
    un’ultima cosa:da quali paesi,esattamente,vengono gli stranieri non per necessità ma per desiderio di ricchezza? te lo chiedo perché io so solo del bangladesh,ma è impressionante come loro lavorino anche 16 ore al giorno per poter tornare a casa loro e aiutare le famiglie. sì,per poter magari fare i ricchi a casa loro,ma in fondo chi se l’è inventato il capitalismo, con tutto quello che ne consegue e che stiamo qua a criticare?
    dobbiamo fare molto di più che comprare i vestiti dall’artigiano e il caffè dall’equo solidale.
    un mondo dominato dalla finanza e dai grandi interessi di pochi ci schiaccia, e quello che fa veramente paura a chi permette lo schifo di questo pianeta non è la decrescita,ma il mettere a ferro e fuoco la grecia(ad esempio), con i vecchi che a volto scoperto tirano i sassi alla polizia,con i politici che vengono insultati persino nei ristoranti di lusso. ho finito,concludo dicendo che fino a quando non ci sarà una vera ribellione è inutile parlare di cambiamento, perchè l’unica vera soluzione è abbattere il capitalismo per come lo conosciamo noi oggi
    prisca

  5. gaiabaracetti

    questo tuo inneggiare alla morte dei ricchi e ai vecchi che tirano sassi è molto inquietante.
    detto questo, il titolo del mio post e del libro che sto riassumendo se la prendono chiaramente con i ricchi. la mia critica agli operai si basa soprattutto su questo: spesso non hanno una visione corretta del problema. se quegli operai votano lega o pdl, perché credono nelle soluzioni da loro proposte, mi dispiace ma allora sono colpevoli proprio come dico io. se invece c’è una presa di coscienza che il “nemico” (in senso politico ed economico non umano) è il ricco e lo straricco, in patria, possono cambiare le loro richieste: invece che crescita dei consumi e battaglie contro la delocalizzazione, pretenderebbero lotta all’evasione, tagli ai megastipendi, e tassazione dei grandi patrimoni

  6. gaiabaracetti

    e non sottovalutare il potere del consumo critico. dato che è l’asservimento alle logiche economiche ad aver creato in buona parte il disastro che vediamo, rivoluzionarle attraverso sia l’impegno politico che il consumo critico è indispensabile e importantissimo

  7. ciao Prisca,
    in Grecia sono morte delle persone durante gli scontri, ad esempio quando è stata incendiata la banca.
    So che le multinazionali uccidono molte più persone nel terzo mondo ogni giorno, e di ciò siamo complici se non reagiamo a questo sistema economico, ma ciò non sminuisce la morte di quei greci qui, in Europa.

    Ho pensato spesso a quale potesse essere il modo più veloce di porre fine al capitalismo e mi sono convinto che ogni forzatura provocherebbe dei morti. L’idea che “uccidere indirettamente 5 persone è più accettabile che ucciderne direttamente 1” è umana ma stupida; secondo me sono inaccettabili entrambe e infatti soffro per le guerre che ci sono altrove. Tuttavia sono convinto che accettare qualche tipo di omicidio o violenza mi porterebbe a ragionare e pensare in maniera diversa, approssimativa, mi porterebbe a contare i morti e calcolare differenze, perdendo la mia (già non molta) criticità.
    Se ci fosse uno sciopero generale totale o qualche altra forma di protesta non violenta potrei accettarla, ma una rivoluzione rischierebbe di diventare violenta, sarebbe imprevedibile.

  8. soprattutto è stupido pensare di ottenere un risultato violentemente, e quindi isolandosi, piuttosto che cercare di ottenerlo pacificamente costruendo alleanze con le sempre più persone interessate

  9. Inoltre ad una riunione di Altromercato ho scoperto che la Nestlè si preoccupa della propria perdita di guadagno a causa dei prodotti equosolidali.
    Se non ricordo male si riferivano sia al fatto che Altromercato compra caffè, zucchero, frutta nelle stesse zone dove lo fa Nestlè e quindi è un suo concorrente, sia al fatto che la Nestlè vorrebbe apparire equosolidale per conquistare i clienti più critici

  10. purtroppo, e sottolineo purtroppo, un risultato che non sia un compromesso non è sempre ottenibile pacificamente, per il semplice fatto che si arriva quasi sempre a dei punti di non ritorno…
    la grecia ne è in parte esempio

    premesso questo guardiamo alla situazione italiana
    è impensabile pensare che gli operai/borghesucci/persone comuni/ecc completamente lobotomizzati dai media e dalla tv commerciale, prendano coscienza di se e improvvisamente decidano di togliersi quel poco che hanno in nome di un più alto ideale
    loro pensano, molto semplicemente a mangiare facendolo nella misura in cui è loro concesso: la formula panem et circenses funziona ancora molto bene, ora meglio che mai. questo perchè a loro viene data l’illusione di poter accedere in chissà che modo fantastico al mondo fatato che vedono in tv o sulle riviste adatte a caminetto… vediamo ad esempio i reality.
    a meno che non scoppi una rivoluzione vera o all’improvviso non si trasmetta più il calcio e benzina-alcol-sigarette vengano banditi (e in alto si guarderanno bene dal farlo) questa gente è perduta e bisogna rassegnarsi. l’unica cosa da fare è evitare che le nuove generazioni crescano come i padri e le madri, è su di loro che si deve puntare tutto

    ps: guardatevi l’intervento di monicelli al carrozzone di santoro e travaglio, li si capisce bene perchè nessuno fa nulla

  11. gaiabaracetti

    io non pretendo che si tolgano quel poco che hanno, ma che capiscano a chi va tolto il di più. io continuo a credere in una presa di coscienza lenta, ma collettiva

  12. io continuo a sperarci…
    purtroppo non tutti ragionano allo stesso modo e parimenti non tutti sono in grado di vedere le stesse cose… figuriamoci capirle, metabolizzarle e agire

  13. precisazione:in grecia non si sa ancora chi è stato a tirare quella molotov, potrebbero benissimo essere stati degli infiltrati come è successo a genova(tutto documentato,non me lo invento io). l’essenza della borghesia perbene,quello che davvero odio,è che chi ha i soldi pensa che lentamente,gradualmente,comprando equo e solidale e facendosi fare i vestiti dalla sarta si possa cambiare il mondo. sì,con dei piccoli sacrifici,con delle prese di coscienza,ma mantenendo l’assetto politico-economico attuale. non è così,e le rivoluzioni sono quelle che partono dal basso,dalla gente che non ne può più,che non ha da perdere e che,non essendo ascoltata nè rappresentata,sa benissimo che democrazia e rappresentatività sono belle parole prive di senso.guardate cosa sta succedendo in europa:tagli al welfare,ai dipendenti pubblici,ai posti di lavoro! questa è la situazione attuale,e tutto per salvare la finanza che ha creato la crisi che stiamo vivendo. non c’è nulla di strano e inaspettato in tutto ciò,il capitalismo sta vivendo la sua peggiore crisi e, visto che nessun governo europeo mette in discussione il sistema,ognuno fa le stesse scelte (quelle predisposte da fondo monetario internazionale e bce).
    la grecia è il primo esempio di quello a cui stiamo andando incontro:rivolte,sassaiole,incendi,scontri,e non è certo una bella situazione.tutti vorremmo che il mondo fosse felice e in pace,ma non è così.
    un’altra cosa sulla grecia:le persone che sono morte nella banca erano state obbligate dal titolare della filiale a lavorare,nonostante ci fosse uno sciopero GENERALE del paese,(colpa n.1di quello che una volta si chiamava “padrone);la 2colpa è che le misure di sicurezza antincendio non erano state prese,e i lavoratori morti non sono riusciti a scappare perchè il “padrone” non si era curato di adottare le misure necessarie nel caso ci fosse un incendio.
    di chi è la colpa di quella morte? di chi ha tirato la molotov? se anche fosse stato veramente un anarchico,come tutti hanno sostenuto senza alcuna prova,è molto meno colpevole lui di chi ha innescato la crisi,di chi l’ha voluta far pesare sulle spalle dei più poveri,di quei politici che sono stati votati per un motivo e si sono comportati nel modo opposto.
    io non inneggio alla morte,dico solo che quando si vedono le cose secondo un’ottica cinica e realistica,quando vedi gente ubriaca alle sei di pomeriggio a termini che dorme sui cartoni,quando vedi la polizia che picchia i detenuti nei cie-immigrati che non sanno nemmeno cosa ci fanno lì,che non sanno nemmeno l’italiano!-polizia che non perde occasione di deriderti se manifesti per gli immigrati (li ho visti con i miei occhi riderci in faccia),quando vedi i bengalesi fare due lavori praticamente ininterrottamente quasi senza dormire,quando vedi che i “padroni” pezzi di merda alle cameriere gli toccano il culo o le trattano come merde perchè hanno il potere,quando ti laurei e vai al call center e tutto il resto,ecco la decrescita è un progetto che si potrebbe attuare solo se tutti potessero sceglierlo.ma i mezzi economici li abbiamo noi,gente borghese,gente benestante,i poveri non possono scegliere,possono solo abbassare la testa e vivere così o alzarla e scagliarsi contro chi li ha umiliati.
    prisca

  14. per favore Prisca, dopo il punto e dopo la virgola lascia uno spazio, altrimenti si fa fatica a leggere.
    E’ una questione di forma/sostanza.
    Chissà cosa succederà nel mondo.
    Voi segnalo una lettera che è pubblicata oggi su un quotidiano (non ricordo dove l’ho vista) di Adriano Celentano, che parla anche della distruzione della Terra da parte dei suoi abitanti e propone di spegnere la Tivù il giorno in cui Santoro e Annozero non andranno più in onda.
    Ciao

  15. Non sarò breve,
    concordo con molte delle osservazioni di Prisca, ci sono tuttavia delle differenze; secondo me non ha molto senso parlare oggi di classi sociali, certo, se si considera la ricchezza e ci si immagina la popolazione organizzata in gruppi omogenei è evidente che si può teorizzare una piramide sociale legata alla possibilità di spesa e ad ogni livello corrisponderanno comportamenti mediamente diversi, ma una classe è se medesima solamente se c’è una coscienza di appartenenza a tale classe e una contrapposizione alle altre, non basta il dato materiale, la quantità, e neanche una serie di comportamenti differenti e di lievi ostilità che riguardano più le chiacchiere che altro. Mi sembra invece si possa parlare di una società indifferenziata anche a partire dal fatto che ogni strato sociale anela allo status della classe superiore. Forse, prima di condannare noi o gli altri, dovremmo riflettere più radicalmente su una questione che sta alla base della condizione di insolvibilità delle grandi problematiche, fra le quali quelle della povertà. Qui introduco una breve digressione che può sembrare fuori tema ma che riconduce il problema alle sue origini. Il pensiero migliore che abbiamo avuto nel secolo scorso ha mostrato che Dio è morto, e non lo ha fatto per portare avanti le istanze di un banale ateismo. Una caratterizzazione più precisa di questa affermazione potrebbe dire che non esistono più leggi immutabili o ideali che possono raccogliere gli uomini attorno a se. Non solo viene negato ogni Dio, ma anche la possibilità di un ritorno di Dio. Il Marxismo è stato uno di questi Dei o ideali, il cui nucleo si è costituito attorno alla teorizzazione e attuazione di modalità per l’eliminazione della povertà e di altre ingiustizie sociali, con un’idea molto precisa di cosa fosse la giustizia. Non si può non ammettere che tale ideologia in passato abbia raccolto attorno a se milioni di persone e creato dei gruppi sociali molto coesi, differenziatisi dagli altri non solo in relazione alla ricchezza ma soprattutto per una profonda divergenza nell’interpretazione del mondo. Forse potrebbe accadere al giorno d’oggi una rivoluzione d’ottobre o il realizzarsi di un clima di proteste come quello che si è verificato nel ’68? Certamente no, oggi non vi sono visioni del mondo contrapposte e gruppi sociali che fanno capo a modi diversi di concepire il mondo, in questo la società odierna è profondamente indifferenziata, individualista ma non per questo ricca di idee diverse, atomizzata e profondamente conformista, omogenea. Il processo di distruzione dell’alterità ha trovato il suo sviluppo in occidente, in seguito si è allargato al resto del mondo (e difatti sono evidenti le conseguenze come l’appiattimento sui modelli occidentali), quindi le considerazioni sulle rivoluzioni del passato verificatesi in Europa possono essere ormai estese a livello globale. Come è possibile una rivoluzione senza una contrapposizione? Com’è possibile una vera dialettica con idee la cui diversità si esprime solo sulla superficie e riguarda la mera quantità? Su tali premesse è possibile solo la guerriglia individuale, la barbarie. Quindi non essendovi la possibilità di alcuna ideologia siamo costretti ad ammettere che l’idea tradizionale della rivoluzione e le sue implicazioni devono essere abbandonate a favore di qualcos’altro. Ma a questa ammissione dobbiamo arrivarci con molta cautela, quel grandioso sforzo di scepsi che ha portato a negare la possibilità di ogni “Dio” attorno a cui raccogliersi è stato abbandonato troppo presto, forse per una questione di comodità, così facendo ci siamo lasciati sfuggire la potenza dei nuovi e vecchi idoli che ancora lasciamo al loro posto per paura e pigrizia, e che grazie alla nostra fede in essi ci rendono profondamente uguali pur nelle disparità sociali. Ci si meraviglia della rinuncia a qualche spesa o a qualche capriccio in nome di un’etica del risparmio e dell’ecologia e invece non desta grande scandalo che i governi di tutta Europa prelevino centinaia di miliardi di euro dai loro contribuenti per mantenere l’attuale economia delle diseguaglianze, questo si un vero sacrificio nell’accezione autentica e religiosa del termine, per tenere a bada l’economia, anche a discapito dei popoli. Le rinunce personali sono inezie di fronte alle politiche dei governi per salvare l’economia, a cui veniamo sottoposti senza troppe proteste da parte nostra. Sono questi gli Dei che non abbiamo ancora destituito della loro sacralità. Non c’è forza politica credibile, di destra o sinistra che prescinda dall’economia della diseguaglianza perché non c’è individuo che sia disposto alla privazione, alla sobrietà, alla povertà. Questo è l’elemento comune di ogni uomo contemporaneo, la proprietà convergente che rende l’operaio uguale all’imprenditore miliardario, qui l’interpretazione basata sulle classi mostra la sua contraddittorietà. I più attenti alle questioni sociali vogliono tenere un piede in due scarpe, un po’ lavorare e godere dei benefici del sistema, un po’ fare la carità e somministrarsi qualche rinuncia come alibi per una colpa che dobbiamo ancora iniziare a capire. Ma fra la rinuncia e il sacrificio passa una bella differenza, chi si da alla rinuncia e con ciò si esclude dalla società attraverso la povertà è destinato all’emarginazione, quindi l’emarginazione e non altro è lo scenario che si apre al di la della società dei consumi, per ora. Sentiamo disagio nell’immedesimarci in un clochard, eppure è più altermondista quello stile di vita di tutto il nostro parlare di giustizia, risparmiare e donare. Pensiamoci, se come diciamo dobbiamo e vogliamo essere l’esempio per il resto del mondo.

    Saluti

  16. gaiabaracetti

    Mettiamo che io sia grassa. Mi metto a dieta e faccio sport, cercando di capire fino a che punto devo arrivare per tornare in salute, o mi lascio direttamente morire di fame?

  17. Per continuare la metafora: non si tratta di morire di fame. Si tratta di trovare il sistema attraverso il quale non si determini il fatto per cui grazie all’1% che come te e me è a dieta, il restante 99% sia messa all’ingrasso o sottoposta ad altre torture. Fino a quando il grasso della totalità delle persone dovrà avere il segno + di anno in anno, la questione politica è questa. Poi bisognerà vedere se cambiando, per necessità o volontà nostra, ci sarà ancora la possibilità di scegliere di far diete, sport e di stare in salute e quanto questa prospettiva piena di incertezze possa essere resa accettabile, anche a chi come noi, finché si tratta di una “dieta”, si sottopone volontariamente alla privazione. In Italia e in Occidente, con le dovute eccezioni, si sta ancora molto bene e la maggior parte delle persone non ha tanta voglia di cambiare strada. Di solito le masse non vivendo d’altro che di attualità e televisione capiscono che c’è un problema solamente quando gli è già cascato addosso. Per questo è necessario non solo uno sforzo individuale, la cui logica è quella secondo la quale comportandosi eticamente, anche gli altri seguiranno a farlo trovandosi nel giusto, ma un’azione su più fronti, perché un conto è andare verso la decrescita (quasi) tutti assieme, preparati ad ogni evenienza con una governo che amministri la situazione in vista della decrescita appunto, un altra questione è fallire miseramente e trovarsi col q.lo per terra non avendo ben previsto a quali perdite e dinamiche si andava incontro e vedendo buona parte della gente che arranca nella direzione opposta. Il compito di farci prendere la prima strada spetta a ognuno di noi cercando di recuperare un pensiero critico. Si tratta di disintossicarsi e disintossicare, manifestare, partecipare, scendere in piazza, non accettare, non accettarsi, pretendere molto. Mi viene sempre in mente che le grandi civiltà sono fiorite assieme a grandi pensieri e grandi libri, non dalla cronaca, o dall’informazione, pur sempre utile, ma dal voler andare oltre. Oltre la triste flanella del contingente di fatti che accadono senza alcuno sfondo, di morti sui giornali che purtroppo non scandalizzano più nessuno. Non basta la consapevolezza globale. Non basta l’informazione. Anche il capitalismo che adesso critichiamo è una grande forma di pensiero, quindi non è sufficiente dire che è sbagliato per toglierlo di mezzo. Bisogna farla difficile, perché a farla facile non si arriva da nessuna parte. D’altra parte la filosofia marxista, l’unica critica che sia stata in grado di contrapporsi al sistema capitalista è stato una forma di pensiero grandiosa, di cui molte istanze restano ancora valide dopo più di 100 anni

    Ciao

  18. gaiabaracetti

    innanzitutto, io non parlo solo di sacrifici volontari, ma anche imposti: redistribuzione partendo dai vertici e dagli evasori.
    sulla necessità di un grande pensiero, una grande narrazione, sono d’accordo. io sto cercando di sviluppare una coerenza, un sistema, una visione, mettendo assieme pezzi miei e di altri. quando dico decrescita penso non solo ai consumi, ma anche all’idea di vivere in modo diverso, più in comunità, con più tempo libero, più rilassati, senza dover vedere le nostre vite scorrere via nell’ansia di lavorare e guadagnare. anche se ogni tanto mi chiedo, se la gente avesse più tempo libero, saprebbe che farne o si troverebbe davanti al vuoto? posso rispondere per me, ma non per gli altri

  19. … bisogna capire… perchè si è parecchio diffidenti … poi i compromessi arrivano !!!! se si spera .. se si lotta nel far capire… NON esiste il punto di non ritorno … anzi…

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