attacco ai ricchi -uno

Io ritengo che la richezza sia una cosa profondamente immorale. Uno degli scopi della mia vita è convincere anche gli altri di questo, e raffinare le argomentazioni a proposito. Sto leggendo un libro dal titolo Perché i mega-ricchi stanno distruggendo il pianeta, del giornalista francese Hervé Kempf, ed è mia intenzione riassumerlo, dal momento che dice cose importanti e ancora troppo poco condivise. Inizio sottolineando che il titolo originale non parla di “mega-ricchi”, ma di riches,  e basta. Tradurre male e superficialmente è un’abitudine molto diffusa nel nostro paese, ma sarebbe interessante sapere perché l’editore ha ritenuto di aggiungere il prefisso “mega”. Il senso del libro invece è proprio questo: i ricchi siamo anche noi, e siamo noi il problema.
La premessa, interessante, di questo breve saggio, è che la questione sociale (le enormi disuguaglianze globali di reddito e accesso ai servizi), e quella ecologica (la distruzione della biosfera e il prosciugamento delle risorse) sono non solo strettamente legate, ma proprio “due facce del medesimo disastro”, di cui è colpevole una “casta dominante” , un “sistema di potere che non ha altro fine che il mantenimento dei privilegi delle classi dirigenti.”
Il primo capitolo è una lunga lista dei disastri ambientali della nostra era, segnali di una catastrofe ancora maggiore che potrebbe arrivare in qualsiasi momento. Brevissimamente: la sesta crisi d’estinzione delle specie viventi dovuta alla sistematica distruzione degli habitat; il riscaldamento globale; la desertificazione già galoppante in zone come l’Africa; l’invasione della plastica negli oceani (18.000 bottiglie di plastica per chilometro quadrato); l’aumento della sterilità… tutti questi fenomeni, spiega Kempf, non devono essere visti come crisi separate da risolvere a compartimenti stagni, ma come un unico fenomeno di distruzione galoppante e disastro incombente.
Tutto questo lo sappiamo già, e ci hanno più o meno spiegato quali potrebbero essere gli scenari futuri: epidemie, shock climatico, diminuzione delle zone abitabili con conseguenti migrazioni di massa, guerre per l’acapparamento delle risorse, aumento dei prezzi dell’energia, con tutte le conseguenze che questo può avere per l’economia, i trasporti, e la capacità di adattamento ai grandi cambiamenti che ci aspettano.
E qui si arriva alla questione interessante: perché, se si sa tutto questo, non si fa nulla? La mia personale risposta è che le persone, in gran parte, non credono finché non vedono, e quando vedranno sarà troppo tardi. A questo aggiungiamo che ci sono stati molti falsi allarmi apocalittici, epidemie annunciate e mai realizzate, per cui potremmo anche pensare: ma sì, ce la caveremo anche sta volta, oppure: parlano parlano e poi non succede niente. E vero, però, che i segnali delle conseguenze dell’inquinamento, dell’avvelenamento progressivo, della crescita della popolazione, della cementificazione, della deforestazione, e chi più ne ha più ne metta, sono già visibili. Purtroppo, come spiega Kempf, sono visibili soprattutto per i poveri del mondo, ma lontani dagli occhi delle “classi agiate”, quelle che detengono le leve del potere, non si rendono del tutto conto di cosa succede e preferiscono disinteressarsene, mentre chi subisce le conseguenze del disastro ambientale non ha voce in capitolo.
Le potenti elite manageriali e anche politiche, da parte loro, hanno competenze di tipo economico o politico, molto più che scientifico, per cui sono naturalmente portate a trascurare o sottovalutare le preoccupazioni degli scienziati, provenienti da una cultura estranea alla loro.
Un altro motivo è che il benessere materiale, in crescita costante a livello globale, è stato finora praticamente l’unico metro per misurare il progresso umano. Questo ci ha resi ciechi alla distruzione del pianeta, che, ormai lo sentiamo sempre più spesso, non viene conteggiata nel PIL. Quindi l’atteggiamento è: siamo sempre più ricchi e produttivi, perché dovremmo preoccuparci?
Infine, il crollo del comunismo ha lasciato spazio alla celebrazione del capitalismo come unico sistema possibile e vincente. L’alternativa della decrescita, o comunque la si voglia chiamare, è l’unica possibile e un orizzonte interessante e promettente, ma ancora minoritario. Soprattutto, deve passare per un’analisi della situazione attuale, altrimenti non si capisce il senso della critica ad un sistema e uno stile di vita che ci è sempre stato presentato come l’unico possibile e desiderabile.

(fine prima parte)

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5 risposte a “attacco ai ricchi -uno

  1. attendo impazientemente la seconda parte

  2. così sembra che ti ho comprato 🙂

  3. Qualche breve considerazione. Sulle competenze delle elite che dalle stanze dei poteri dipanano le decisioni sui grandi temi c’è da dire che manca loro una spiccata sensibilità sociale. E questo accade a tutti i livelli di management delle risorse, della cosa pubblica, ecc. Ovvero a partire dai minuscoli comuni, senza per forza disturbare i grandi potenti. E sempre più decisioni ambientali e sociali vengono intraprese da figure che provengono da formazioni tecniche come ingegneria ed economia e che raramente possiedono sensibilità sociologiche, che nella stragrande maggioranza dei casi se ne infischiano dell’ambiente, anzi lo sfruttano a fini monetari. Tutto questo per dire che poi i problemi, come sempre, iniziano dal basso e dai piccoli centri.

    Sul discorso del consumismo/comunismo che è un tema in voga ultimamente, c’è da dire che siamo di fronte ad un problema di ordine sociologico. Travolge l’est dell’Europa come la Cina, ma il modello del consumismo non si limita a queste aree. Tutti i “paesi in via di sviluppo” sempre più intraprendono la via dello stile di vita (fallimentare) occidentale, soprattutto grazie alle rimesse, al fenomeno migratorio mondiale. Come desimerli? Il problema come dici giustamente tu Gaia è che siamo noi 20% a dover dare il buon esempio, non perchè abbiamo nulla da insegnare, ben inteso, ma perchè ci spetta come dovere morale per i disastri che abbiamo creato.

    sui grandi ricchi mettiamoci il cuore in pace: continueranno ad essere deplorevoli esempi di vita e nessuno li fermerà nella loro foga deturpatrice. sui ricchi che ci stanno accanto però, molto si può fare. e qui sono i grandi numeri.

    Aggiungo anche che forti scossoni dell’ordine precostituito non è detto che aiutino a ripensare i modelli di vita che stiamo perseguendo. Basti pensare agli avvenimenti “forti” degli ultimi decenni per capire che tutto si dimentica in fretta. Chi si ricorda oggi, di cos’è stato il terrremoto del Friuli nel ’76? Dei sentimenti che hanno unito i friulani per rivitalizzare un Friuli inginocchiato? L’unica cosa che rimane sono le targhe commemorative qua e là e l’annuale celebrazione a cui vanno solo i vecchi.

    Insomma, si i ricchi (beceri) sono in parte responsabili delle catastrofi, ma ricordiamoci che il globo è fatto da miliardi di povera gente, per la quale i problemi ambientali sono in fondo alla lista delle priorità. Il problema è complesso, ma forse la solita buona regola di cominciare dalle piccole e quotidiane cose aiuta. (ad esempio usare meno l’aereo, non andare in crociera o utilizzare ossessivamente l’auto, i campi da golf: molti di questi comportamenti sono status symbol a emulazione dei ricchi presi in analisi!)

    aspettiamo il continuum,

    un caro saluto

  4. ti dico subito che non è assolutamente vero che per i poveri i problemi ambientali sono in fondo alla lista delle priorità. sono loro a vivere in aree a rischio desertificazione/sommersione, accanto alle discariche, a dipendere dall’ambiente per la sopravvivenza, mentre a noi se manca qualcosa ce lo possiamo tranquillamente comprare, e abbiamo la possibilità di vivere dove vogliamo. è per questo che l’analisi ecoologica e quella sociale devono andare di pari passo.

  5. forse mi sono espressa confusamente. intendevo che per quanto riguarda il prendersi cura della salvaguardia dell’ambiente, è più probabile che venga attuata da chi ha denaro, tempo, istruzione e la pancia piena, piuttosto che da chi ha come assoluta priorità il pane.
    per lo scenario che evidenzi tu, certo che è così.

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